domenica 3 dicembre 2017

VERSO SANREMO 2018: GIRO D'ORIZZONTE SUI POSSIBILI BIG IN GARA. IPOTESI E SOGNI


Meno di due settimane di attesa, e poi si compirà il tradizionale rito dell’annuncio del cast del Festivalone. I Big (o Campioni) in lizza verranno svelati, come da fresca consuetudine, nel corso di “Sarà Sanremo”, la serata televisiva (quest'anno in programma il 15 dicembre) che selezionerà anche le Nuove proposte da far sfilare in febbraio all’Ariston: fra sedici ne verranno scelte sei, alle quali si aggiungeranno i due vincitori di Area Sanremo. Degli emergenti avremo modo di riparlare: qui ci preme soprattutto fare il punto sui volti noti in coda per entrare nell’elenco dei magnifici venti. 
NON E’ IL SANREMO PIU’ DIFFICILE - C’è forse più attesa del solito, come testimonia la ridda di nomi e indiscrezioni di questi giorni. Normale: da un direttore artistico come Claudio Baglioni si pretende un “listone” di alto profilo e qualità, più eterogeneo ed equilibrato, sul piano dei generi canori, rispetto all’ultimo di Carlo Conti, che si era caratterizzato per una matrice prettamente pop commerciale (con conseguente successo di mercato, va sottolineato). Quello che alcune voci autorevoli hanno già bollato come il “Sanremo più difficile di tutti i tempi”, in realtà non sarà tale: chiaro che venire dopo il triennio trionfale 2015-2017 rappresenta una sfida impegnativa (e lo sarebbe stato per chiunque), ma il cantautore romano ha spalle larghe, indipendenza di giudizio e gusto musicale in abbondanti dosi; di certo c’è che si è partiti ad handicap, differendo eccessivamente la nomina del responsabile della kermesse, ma il regolamento-garanzia per i cantanti (nessuna eliminazione in entrambe le categorie, tutti arriveranno alle finali di venerdì e sabato) e la conseguente “benedizione” arrivata dalle case discografiche dovrebbero aver spianato la strada a un’edizione quantomeno di buon livello: i veri Sanremo difficili sono stati proprio quelli che non hanno potuto contare sull’appoggio della grande industria di settore, penso ad esempio alle rassegne del 1975 (oltretutto quasi ignorata dalla tv, come tante altre svoltesi nei Settanta) e del 2004. 
CI SARA’ QUALCHE GROSSO CALIBRO? - Veniamo al dunque. Fra i tanti papabili di cui si vocifera ci sono certamente nomi insoliti, come i ricostituiti Decibel di Enrico Ruggeri, Enzo Avitabile con il suo inconfondibile stile etno – partenopeo, la coppia vintage Roby Facchinetti – Riccardo Fogli, il sempre imprevedibile Morgan, oppure Omar Pedrini e Negrita che mancano da diverso tempo dal palco rivierasco; tuttavia il grosso dei candidati pare essere rappresentato da recenti habitué della manifestazione, mentre non è finora uscito il grossissimo personaggio, quello che ci si aspetterebbe da un  selezionatore di peso come Baglioni, che col suo carisma e la sua credibilità dovrebbe almeno tentare di portare in Liguria due o tre artisti spacca-classifiche o comunque di enorme prestigio; una Elisa, una Giorgia o una Carmen Consoli, un Venditti che dopo decenni di ostracismo potrebbe infine sciogliere le sue riserve sulla manifestazione (non avrebbe nulla da perdere), un Renato Zero di ritorno un quarto di secolo dopo “Ave Maria”, un Antonacci o un Cremonini che però sono appena sbarcati nei negozi coi loro ultimi lavori…Comunque, nel caso non arrivasse alcun esponente della nostra élite canora, poco male, visto che Sanremo da sempre rappresenta soprattutto una vetrina importante per l’affollatissima categoria di cantanti della "classe media", eccellenti professionisti che non mobilitano masse oceaniche di fans ma sfornano comunque ottime produzioni, e necessitano di una spinta promozionale maggiore per ottenere visibilità mediatica. 
I RITORNI DAL PASSATO RECENTE - Da sempre, sul blog, in sede di pronostico passo al setaccio i cast degli anni recenti, per cercare di intuire chi potrebbe tornare in lizza a distanza di poco tempo. Riguardo al 2017, si parla di una coppia inedita formata da Ermal Meta e Fabrizio Moro, sicuramente fra i protagonisti più apprezzati dell’edizione passata; possibili i tentativi di Elodie, Bianca Atzei, una Paola Turci meritatamente tornata in auge, Sergio Sylvestre, e quel Michele Bravi che fu la rivelazione più sorprendente e inattesa, dodici mesi fa; probabile ci provino anche Lele, il vincitore della sezione Giovani, che però non ha sfondato sul mercato, e magari i La Rua, esclusi fra le polemiche in sede di “Sarà Sanremo” ma poi premiati da pubblico e critica.
Fra i partecipanti del 2016, candidabili per una ricomparsa sono senz’altro Annalisa, Dolcenera, Noemi, Neffa, Arisa e Lorenzo Fragola (gli ultimi due, con la supervisione di Takagi & Ketra, hanno dato voce a uno dei brani più fortunati dell'estate scorsa, “L’esercito del selfie”), e ancora Deborah Iurato e Giovanni Caccamo. Un nome di spicco sarebbe stato quello di Francesca Michielin, artefice di un clamoroso exploit due anni fa (secondo posto e partecipazione all'Eurovision Song Contest): nel 2018 avrebbe potuto inseguire la definitiva consacrazione personale attraverso il palco sanremese, il suo nuovo album è però in uscita a gennaio, difficile un repackaging a così  breve distanza di tempo. 
Il 2015, prima edizione griffata Conti, propone come papabili Anna Tatangelo, Irene Grandi, Gianluca Grignani, Nina Zilli,  Malika Ayane, Alex Britti, mentre dagli anni di Fazio sarebbe giunto il momento di riemergere per i bravi e sottovalutati Renzo Rubino, Zibba, Diodato e Antonio Maggio,  nonché per Raphael Gualazzi, Max Gazzè, i Modà, la raffinata Simona Molinari e, perché no, Marco Mengoni, che dopo la vittoria del 2013 ha percorso lontano da Sanremo una strada tutto sommato felice, ma che se avesse un pezzo-bomba potrebbe tranquillamente rimettersi in gioco all’Ariston, così come sarebbe piacevole ritrovare Emma, che dopo "Amami" ha raccolto soddisfazioni più televisive che discografiche.
CARTA, BIONDI, AMOROSO... - Parlando di ex trionfatori, Marco Carta si ripresenterebbe in versione più matura rispetto all’immeritato trionfo del 2009, e con un asso in più da giocare, quello della duplice affermazione a “Tale e quale show”, nel torneo 2017 e nella supersfida fra i migliori delle ultime due edizioni del varietà, conclusasi venerdì scorso. Potrebbe essere la volta buona per il “debutto” di Mario Biondi, e a proposito di “esordienti di successo” rilanciamo anche quest’anno il nome di Alessandra Amoroso, campionessa del pop melodico contemporaneo, uno dei prodotti meglio riusciti di sempre, fra i tanti dell’universo talent. Fra i mattatori dei primi anni Duemila, invece, occhio ai Tiromancino e alle ricostituite Vibrazioni di Francesco Sarcina, nonché a L’Aura, tornata alla ribalta di recente con un album che ne ha confermato l'eclettismo artistico. Discorso a parte per altri due protagonisti di diversi Festival recenti, Nek e Francesco Renga, che hanno di recente formato un trio di giganti con Max Pezzali: di loro si parla come di possibili ospiti, ma averli in gara incrementerebbe l’interesse attorno alla kermesse, per un tentativo di ripetere l’exploit di un altro tris d'assi entrato nella storia, il Morandi – Ruggeri – Tozzi del 1987. 
LE VEDETTES DI OGGI, FRA POP E RAP - Fra i “dernier cris” della canzone italiana, non sono da escludersi le proposte dei The Kolors e dei Thegiornalisti, sulla scia del tormentone estivo “Riccione”, così come quelle della scatenata Baby K. o di Mario Venuti, un veterano rilanciatosi prepotentemente nella stagione calda dopo alcuni anni di oblio (grande successo per l'orecchiabilissima "Caduto dalle stelle"); fra i nomi più gettonati dei mesi canicolari ci sono stati anche quelli di Benji & Fede (“Succede tutto per una ragione” assieme ad Annalisa): chissà che non si sentano finalmente pronti per il grande cimento sulla ribalta più importante... E non dimentichiamoci di "Amici" amatissimi dal pubblico più giovane, da Riki, la creatura più recente di Maria De Filippi, a Briga. Si è parlato anche della brava Levante, che sta vivendo un momento di enorme popolarità: pare che nella settimana del Festival sia in tournée, ma mai dire mai, sarebbe un nome forte del cartellone e porterebbe senz'altro una ventata di modernità, col suo originale stile di scrittura.
Sempre in riferimento all’attuale panorama discografico italiano, sarà molto difficile ignorare la galassia rap, che ha letteralmente invaso le chart e portato alla ribalta un nugolo di volti nuovi immediatamente baciati dalla fama. Certo dipenderà da chi, fra gli esponenti di questo settore, deciderà di scendere in campo: i nomi più pregiati sarebbero quelli di personaggi come Emis Killa, Guè Pequeno, Fabri Fibra e Marrakash, ormai veterani del genere, o emergenti di grido come Coez e Ghali, oppure Rocco Hunt già avvezzo ai rischi della gara ligure. 
VETERANI, ANNI '90, ARTISTI FUORI DAL GIRO... - Poi ci sarebbero altre categorie in cui pescare a piene mani: gli interpreti di lunghissimo corso che ogni anno ci riprovano, da Fausto Leali ai nuovi Ricchi e Poveri, da Marcella a Loredana Bertè, da Amedeo Minghi ai Nomadi; i nomi fuori dai circuiti meramente commerciali ma di gran raffinatezza come Sergio Cammariere, Teresa De Sio, Eduardo De Crescenzo, Alice o i più giovani Niccolò Agliardi, Paolo Simoni, Le Luci della Centrale Elettrica, Riccardo Sinigallia, Baustelle e Brunori Sas, tutti artisti lontani dai riflettori ma che con Baglioni potrebbero trovare uno spiraglio mainstream; e infine i tanti reduci degli anni Novanta, da sempre per me un tasto dolente in quanto, nonostante l’indubbio valore di molti, per troppo tempo sono finiti ai margini del mercato: penso a gente come Massimo Di Cataldo, Aleandro Baldi, Paolo Vallesi (ricomparso l’anno passato con una passerella fuori concorso, in coppia con Amara), Mietta, Mariella Nava, Silvia Salemi, Gerardina Trovato (ci ha provato nel 2017, senza fortuna), Gatto Panceri (che ha dichiarato sul suo profilo Facebook di aver presentato un brano alla commissione), i Jalisse e quell’Alexia che è in fase di prepotente rilancio. 

martedì 14 novembre 2017

CLUB ITALIA SENZA MONDIALI: ADDIO RUSSIA 2018, UN DISASTRO NON SOLO SPORTIVO


Non è proprio il caso di minimizzare, di indorare la pillola. La mancata qualificazione dell'Italia a Russia 2018 è un evento disastroso, che solo i superficiali possono circoscrivere all'ambito prettamente sportivo. Non ha fallito solo una squadra, ma un intero movimento, con ricadute pesantissime su tutto un indotto che grazie al pallone vive e prospera. Restare fuori dal Mondiale causerà danni anche sul piano economico, in un campo di interessi vastissimo che va dai mancati introiti per sponsorizzazioni al calo di interesse del pubblico, fino alla diminuzione delle vendite di una stampa già di per sé agonizzante. Tutto questo per rendere bene un quadro che ancora non tutti hanno ben chiaro. 
ONTA - Per un Paese di grandi tradizioni calcistiche come il nostro (quattro titoli iridati, ricordiamolo), questa precoce eliminazione è una vergogna inammissibile, una macchia indelebile per un gruppo di calciatori, un allenatore, un presidente e la Federazione che tale presidente ha espresso. Certo, non è stato un fulmine a ciel sereno; possiamo anzi dire che sia la logica conclusione di almeno tre lustri di gestione sciagurata, fra vivai trascurati e uno spazio sempre più angusto concesso ai giovani di casa nostra per crescere, migliorarsi e apprendere in confronti di alto livello.
SERVIRA' A QUALCOSA? - Sono perfino stanco di scrivere cose che su questo blog sono di casa più o meno dalla sua nascita, nel 2011. E del resto le figuracce in Sudafrica e in Brasile avevano già chiaramente indicato la via: o riformare, o morire. Dopo le denunce e le polemiche a caldo, tutte le componenti del pallone italico hanno scelto la seconda via, e ora ne colgono i frutti. Nessuno è innocente, nemmeno i media, sempre poco critici nei confronti di un sistema che era chiaramente destinato a implodere. Le prospettive sono fosche: fossimo stati la Germania, o un altro Paese serio, avrei perfino messo la firma su una nostra eliminazione, che avrebbe rappresentato la garanzia dell'inizio di un processo di totale ricostruzione e moralizzazione dell'ambiente. Ma, ahimé, siamo in Italia, e temo che questa batosta lascerà troppe cose come stanno: la crisi strutturale del calcio italiano ha fondamenta solidissime e radici troppo profonde per essere estirpate in quattro e quattr'otto. Solo pochi giorni fa ho letto sul Guerin Sportivo, a firma Tucidide, di un endorsement da parte di Andrea Agnelli nei confronti di Tavecchio a prescindere dal risultato di questo drammatico playoff. E difatti le voci di corridoio parlano di un presidente federale non disposto a dimettersi, così come non si è ancora dimesso il cittì, che ha colto anche l'ultima occasione per mostrare tutta la sua inadeguatezza a un ruolo troppo più grande di lui. 
PROVA GAGLIARDA, MA IL GIOCO... - A questo punto occorre parlare di questioni strettamente "di campo", che peraltro allo stato attuale diventano un dettaglio del tutto secondario. Ventura si è giocato le sue ultime chances confermando il trend manifestatosi fin dall'inizio della stagione: smarrita del tutto la bussola tattica, smarrita anche la linea tecnica che aveva tracciato nella prima parte della sua gestione. Dopo aver aperto i cancelli di Coverciano a un gran numero di giovani virgulti (ricordo al proposito l'entusiasmo dei media a inizio 2017, laddove su queste pagine si manifestava una calibrata prudenza), ha chiuso la sua avventura aggrappandosi disperatamente al passato, a veterani in parabola discendente e a giocatori esperti che già avevano evidenziato ripetutamente la loro relativa caratura internazionale. La qualificazione è stata persa a Solna, con una gara deprimente e quasi irritante per povertà di gioco e di idee. Al Meazza, il Club Italia ha se non altro disputato un match gagliardo e volitivo, ma troppo poco lucido. L'aggressività dei nostri si è persa spesso nella prevedibilità della manovra e nell'ennesima scelta suicida: invece di tentare di forzare il bunker avversario con giocatori agili e sguscianti come Insigne, Bernardeschi ed El Shaarawy (questi ultimi due entrati troppo tardi), ci si è incaponiti nello sfruttamento delle fasce con immancabili cross alti nel mezzo dell'area, facili prede dei lungagnoni della difesa scandinava. 
SVEZIA MEDIOCRE E FORTUNATA - Abbiamo trovato un Jorginho capace di assumersi la responsabilità di pilotare la squadra nella zona nevralgica, ma il napoletano si è spento alla distanza, o forse hanno smesso di seguirlo i compagni, che nel secondo tempo sono tornati a percorrere le solite, infruttuose strade tattiche. Poi, certo, in queste ore può risultare impopolare scrivere che la Svezia la qualificazione se la sia ritrovata come un insperato dono dal cielo, più che meritarla, ma è così che sono andate le cose. Una Svezia fra le più modeste che io ricordi, senza alcun picco tecnico, che va in Russia grazie a un autogol e a una battaglia in trincea che, a Milano, ha fatto impallidire il catenaccio dei tempi d'oro.
Pur mostrando impacci e limiti evidenti nella capacità di produrre azioni lineari ed efficaci, i nostri ieri sera hanno costruito almeno otto palle gol nitide (due Immobile, due Parolo, due Florenzi, una a testa per Candreva ed El Shaarawy), da aggiungere alla tre dell'andata (Belotti, ancora Candreva e il palo di Darmian): almeno i supplementari sarebbero stati un giusto premio, ma quando si falliscono così tante occasioni occorre anche limitarsi nelle recriminazioni, senza però arrivare a dire che l'anticalcio dei nostri avversari abbia meritato di passare il turno: francamente, mi sembra eccessivo. Nonostante la buona volontà, nonostante il cuore gettato oltre l'ostacolo dei grossi limiti di una Nazionale sbagliata, non è arrivato il guizzo della squadra di grande tradizione, quel guizzo che, nello spareggio del '97, ci consentì di avere la meglio su una Russia più forte della Svezia attuale; quello che ha consentito di salvare la ghirba ad altre grandi "malate" coinvolte nei passati playoff mondiali o europei (a Francia, Spagna e Olanda è capitato più di una volta, la Germania ci passò nel 2001, e tutte alla fine centrarono l'obiettivo). 
LA NAZIONALE PRIMA DEI CLUB - L'ultimo triennio azzurro ha mostrato chiaramente quanto conti il trainer, per una squadra con tanti buoni giocatori ma nessun campione assoluto. Conte aveva portato una truppa discreta ma non irresistibile a sfiorare la semifinale di Euro 2016; per questo non bisogna avere remore nel dire che, pur fra i tanti mali che affliggono il nostro calcio, la responsabilità di Ventura in questa disfatta è altissima, direi svettante su altri fattori. Si deve ricominciare da un coach esperto a livello internazionale e carismatico; si deve tornare, possibilmente tramite una nuova presidenza federale, a ristabilire le gerarchie calcistiche nel Paese: la Nazionale viene prima dei club, è la vetrina di un movimento e la cartina di tornasole del suo stato di salute; da troppo tempo viene invece vissuta come un fastidio dagli addetti ai lavori e, ciò che è più grave, da molti tifosi. E i ragazzi emergenti, le promesse? Nel Club Italia, a questo punto, ci arriveranno per sfinimento: l'addio di Buffon, Barzagli e De Rossi ha chiuso definitivamente il capitolo di un titolo mondiale, quello del 2006, che rappresentava un patrimonio inestimabile su cui ricostruire un football minato da Calciopoli, e che invece è stato assurdamente archiviato e dimenticato con troppa fretta. Come chiocce per il gruppo bastano e avanzano Bonucci e Chiellini. Finalmente i Rugani e i Caldara, i Conti e i Cristante, i Benassi e i Bernardeschi avranno modo di giocare, sbagliare, imparare e migliorare. 

giovedì 12 ottobre 2017

IL REGOLAMENTO DEL FESTIVAL DI SANREMO 2018: BAGLIONI ABOLISCE LE ELIMINAZIONI. ARMA A DOPPIO TAGLIO: FUNZIONERA' SE ARRIVERANNO I GRANDI NOMI


Con la pubblicazione del regolamento sul sito ufficiale, avvenuta ieri sera, la preparazione di Sanremo 2018 entra nella sua fase calda, ed era anche ora, mi permetto di aggiungere. Il format del Festivalone non presenta, relativamente alla struttura della gara, novità sconvolgenti e rivoluzionarie, nel senso di cose mai viste prima nella ormai lunghissima storia della rassegna. Ci sono però modifiche sostanziali rispetto alle consuetudini degli ultimi anni. La mano del neo direttore artistico Claudio Baglioni si è fatta sentire, senza dubbio, e le innovazioni da lui portate potrebbero risultare assai più incisive di quanto si sia ora indotti a pensare. 
ELIMINAZIONI AL BANDO - Permane la suddivisione in due gironi, Campioni e Nuove proposte; i primi dovrebbero essere venti (come si era stabilito l'anno scorso, quando poi lievitarono a ventidue), i secondi saranno otto, scelti con le identiche modalità delle ultime edizioni. La svolta, rispetto al passato recente, è che non ci saranno più eliminazioni: tutti i cantanti che inizieranno il Festival, in entrambe le sezioni, lo porteranno a termine, arrivando fino a venerdì (i giovani) e fino a sabato (gli artisti affermati). Non è una rivoluzione, dicevamo, perché è già avvenuto diverse volte nel cammino di Sanremo: le ultime due furono nel 2003, un'edizione targata Baudo, bella ma non fortunata sul piano degli ascolti tv, e nel 2004 di Tony Renis, quando però esisteva un listone unico di ventidue concorrenti, senza distinzioni di età o anzianità di carriera.
E' in questa scelta che emerge nitidamente la linea editoriale di Baglioni, il quale si fa in un certo senso portavoce di tutta una categoria. Non si dice da tempo immemore che l'élite dei cantautori italiani (ma non solo loro) ha sempre guardato con sospetto il Festival proprio per l'esasperazione del concetto di competizione? Ebbene, arriva un cantautore, uno dei più prestigiosi, prende le redini del carrozzone e limita sensibilmente la gara, che per quanto riguarda i Big sarà in pratica confinata alla sola serata finale, riservandosi per le quattro precedenti un solo momento di pathos: al termine della terza, quando verrà resa nota una classifica parziale dei venti brani sulla base delle votazioni raccolte con le prime esibizioni (tutti insieme la prima sera, dieci la seconda, altri dieci la terza). 
FELICI GLI ADDETTI AI LAVORI - L'idea del buon Claudio è stata semplice: salvaguardare comunque l'essenza del Festival, che senza concorso canoro non avrebbe ragione di esistere, diventerebbe un'altra cosa senza più alcun legame con la tradizione, ma comunque attenuarne l'impronta fortemente agonistica. L'obiettivo dichiarato è quello di rendere Sanremo simile ad altri eventi di cultura popolare come, ad esempio, i festival del cinema e i festival letterari; una "evoluzione", quest'ultima, di cui si parla da più di quarant'anni, e proposte in tal senso furono lanciate già all'inizio dei Settanta, quando si cercava di trovare strade alternative per un evento che cominciava a manifestare i segnali di una profonda crisi. Una svolta in senso "alto" da tempo e da più parti auspicata, e che ora si concretizza, almeno sulla carta: a occhio e croce saranno strafelici cantanti, discografici (e infatti la FIMI ha già esternato la sua soddisfazione) e critici giornalistici. Bene per le prime due componenti, perché senza artisti e senza industria di settore la kermesse non si può fare se non rinunciando a una buona fetta di qualità, trascurabile il terzo aspetto, perché la sensazione è che molti commentatori abbiano sempre preteso da Sanremo un qualcosa che non è mai stato nel suo Dna. 
RICORDARSI L'ESSENZA LEGGERA DEL FESTIVAL - Questo è un punto dolente: Sanremo è sfida tra cantanti, è leggerezza, è quel pizzico di glamour che non guasta mai: ma nelle maglie di un canovaccio prettamente commerciale, volto a spingere il mercato e il successo dei partecipanti, a lanciare e rilanciare carriere, ha spesso e volentieri saputo trovare lo spazio per proposte originali e di ottimo livello compositivo. La mini-rivoluzione made in Baglioni rischia di farne un evento che piace solo agli addetti ai lavori e meno al grande pubblico. E non credo aiuterà il peso enorme, direi eccessivo, attribuito dal regolamento alla giuria della sala stampa, che voterà tutte e cinque le serate. Non sono nemmeno convinto che i vertici della Rai abbiano sposato in toto questo cambiamento, ma non potevano neanche opporsi più di tanto: hanno voluto fortemente il cantautore romano, e ora... se lo tengono, con tutte le sue ferree convinzioni. Del resto, lo ripetiamo, una struttura di gara come quella che vedremo a febbraio Sanremo l'ha già avuta, a grandi linee, ed è sopravvissuto: oltre alle edizioni citate, ce ne sono state altre in cui le eliminazioni prima della finalissima hanno riguardato solamente la sezione dei volti nuovi, il che non è che regalasse poi tutta questa gran suspense al pubblico, interessato soprattutto alla sfida fra i grossi nomi. 
SALVARE L'AUDIENCE COI GRANDI NOMI - Il problema è che, eccezion fatta per le ultime due rassegne allestite da Fabio Fazio (2013 e 2014), dal 2009 in poi la competizione è stata un must della manifestazione, a volte ferocissima come nel quadriennio di Gianmarco Mazzi (2009-2012), che portava in finale solo dieci big, altre volte più annacquata come sotto la gestione Conti, quando alla serata conclusiva si sono comunque presentati sempre sedici partecipanti. Ecco perché l'azienda di viale Mazzini deve mettere doverosamente in preventivo un calo di ascolti: il popolo dei teleutenti si abitua infine ai cambiamenti, ma ha bisogno di tempo. Un tale handicap sarebbe compensato solo dalla presenza, in concorso, di una manciata di personaggi di altissimo profilo, e questo è l'altro obiettivo, più velato ma neanche tanto, che Baglioni si è posto: una competizione più serena e meno stressante, con l'effetto - vetrina amplificato (tutti in finale, quindi passaggi televisivi a go go), dovrebbe sciogliere le riserve di cantanti che all'Ariston non si sono mai fatti vedere, o l'hanno fatto di rado, magari come ospiti. Non parlo, si badi bene, solo del cantautorato storico, ma pure di tanti recenti protagonisti delle hit parade. Un contributo in tal senso dovrebbe darlo la seconda innovazione, forse la più importante per un innalzamento del tono qualitativo dello show: il limite di durata dei brani è stato portato a quattro minuti, decisamente più umano dei tre e mezzo per i Campioni e dei tre per i giovani in vigore l'anno scorso. 
MUSICA AL CENTRO: MENO SOVRASTRUTTURE INUTILI? - In sintesi, meno lacci e lacciuoli e più "spazi di manovra" per chi volesse mettersi alla prova in Riviera. Un messaggio lineare e diretto, quello dell'autore di tanti evergreen della canzone italiana: "Hanno voluto un cantautore alla guida del Festival, e allora la musica sarà al centro del Festival", ha dichiarato ieri al Tg1. Lo speriamo,  e se ciò dovesse portare anche a un taglio di ospiti inutili e fuori contesto, ben venga. Tutto questo giustifica anche la scelta dell'abolizione della serata delle cover, che ormai, del resto, da almeno un paio di anni mostrava pericolosamente la corda, senza dimenticare che dopo l'isolato exploit di Nek con "Se telefonando" nel 2015, nessun'altra riproposizione di pezzi celebri ha saputo ottenere analogo consenso. Meglio allora il ritorno all'happening dei duetti che, con l'appeal garantito dalla presenza di Baglioni e con quello, auspicabile, di nomi di gran richiamo in concorso, potrebbe portare sul palco una buona dose di star e di performance d'effetto, tali da rivitalizzare la serata più tradizionalmente fiacca della settimana ligure. 

martedì 10 ottobre 2017

MONDIALI 2018: ITALIA DALL'ALBANIA AI PLAYOFF. EQUIVOCI TATTICI DA CHIARIRE, CENTROCAMPO DA RICOSTRUIRE, GIOVANI DA RILANCIARE


Un mese di tempo per riordinare le idee e capire quanto valiamo davvero. In questo senso la trasferta albanese non ha contribuito a rischiarare l'orizzonte: le nubi, sull'immediato destino del calcio azzurro, rimangono dense e fosche. Certo, il bilancio del viaggio a Scutari va considerato comunque positivo, perché ha portato l'unica cosa che contasse in questo momento: una vittoria, fondamentale per il posizionamento nel tabellone dei playoff e ancor più importante per il morale della truppa. Quest'ultimo aspetto, per la verità, era già stato sottolineato dopo l'1-0 a Israele, che invece mentalmente non risolse un bel niente, tanto che poi è arrivato l'orrido pareggio torinese in salsa macedone... 
L'EQUIVOCO DEL CENTROCAMPO - Ciò significa che ridurre l'impasse attuale a un blocco psicologico derivante dalla batosta madrilena è fuorviante e pericoloso, perché racconta una verità solo parziale. Ad esempio non si può tacere sui perduranti equivoci tattici che gravano su questo Club Italia. Ci sono modi e tempi adatti a fare le cose, e questa non è certo la fase storica ideale per insistere su un modulo di partenza, il 4-2-4, che finora, nelle gare decisive, ha drammaticamente mostrato la corda: pochi risultati e gioco latitante. Si approssima il doppio spareggio, che rappresenterà uno snodo cruciale non solo per Ventura e per il suo gruppo, ma per tutto il movimento calcistico italiano: ciò che accadrà a novembre condizionerà, nel bene e nel male, lo sviluppo del nostro football negli anni a venire. E dunque, in certe circostanze cruciali occorre mettere al bando sperimentalismi perniciosi e futuristici, bisogna solo "scollinare". 
Alle corte: non si può continuare a consegnare sistematicamente il centrocampo agli avversari. La linea Parolo - Gagliardini è stata la più grande sconfitta di questo grigio dittico di gare azzurre: pressoché inesistenti in fase di impostazione, messi ai margini della partita a Torino, a Scutari i due sono se non altro emersi per il discreto lavoro di "rottura", ma è chiaro che non basta, non può bastare. Nel mezzo ci vogliono teste pensanti, ci vuole una presenza più fitta anche numericamente, perché affidare le chiavi della manovra ai soli rilanci di Bonucci e Chiellini significa precludersi autostrade tattiche fondamentali e facilitare il lavoro di "neutralizzazione" da parte degli avversari. 
CANDREVA TITOLARE FISSO - Chiaro che, in un tale contesto, diventa centrale anche il discorso sugli assenti. Con i rientri di Verratti (soprattutto), di De Rossi, direi anche di Florenzi, le cose là nel mezzo dovrebbero cambiare in meglio, sempre se ci si deciderà a sposare un assetto più razionale. E in meglio sono decisamente cambiate, dalla trequarti in su, col ritorno di Candreva: a Modena con Israele fu in pratica il solo animatore del gioco offensivo dei nostri, ieri sera ha avuto meno guizzi ma ha risolto la partita, e scusate se è poco. L'interista in Nazionale ha raramente deluso, è uno che in un modo o nell'altro un posto nell'undici di partenza deve sempre trovarlo, nella situazione attuale. 
BUIO TECNICO: ERRORI A GO GO - Per il resto, si è visto un leggero miglioramento rispetto a venerdì, ma ci voleva davvero poco. Resta elevatissima la percentuale di errori tecnici: tocchi e passaggi sbagliati, tiri sbilenchi o "telefonati" a vanificare giocate anche pregevoli; in questo senso, ieri si sono messi in particolare evidenza Insigne ed Eder. Ha sbagliato molto, in fase di conclusione, anche Immobile, che però ha il pregio di cercare sempre e comunque la porta e di cavar fuori palle gol anche dalle situazioni più intricate; pure lui rimane fondamentale, soprattutto se si dovranno affrontare gli spareggi novembrini senza Belotti. Poco altro da segnalare, se non, appunto, il "tanto fumo e poco arrosto" di Eder ed Insigne e la scarsa precisione dei due esterni bassi soprattutto negli sganciamenti, anche se Spinazzola ha comunque estratto dal cilindro il.. coniglio dell'assist vincente a Candreva, con un traversone da terzino vecchio stampo. Ma lui e i tanti nuovi di questo gruppo devono dare di più, molto di più.
INUTILE RIMPIANGERE IL PASSATO - Possono farlo perché, ne rimango convinto, quest'ultima generazione azzurra, quella inserita nel Club Italia da Ventura pescando dalle più recenti Under 21, non è così modesta come è apparsa in campo nelle ultime uscite e come viene dipinta da troppi osservatori e tifosi nostalgici del "bel tempo che fu". Risulta del tutto sterile, in questo momento, voltarsi indietro e rimpiangere Nazionali piene di campioni, anche perché poi bisognerebbe avere il coraggio di leggerla tutta e per bene, la storia. Gli eroi di Spagna '82 conclusero il loro girone eliminatorio, nell'autunno 1981, in pieno declino, all'insegna del non gioco, e arrivarono secondi dietro la Jugoslavia, un piazzamento che però, all'epoca, garantiva la qualificazione diretta senza bisogno di passare dagli spareggi. Il gruppo "de luxe" messo insieme da Sacchi, quello di Maldini, Baresi, Albertini, Signori e i due Baggio, nel '93 dovette soffrire fino all'ultima gara per estromettere il Portogallo (di buona qualità, ma meno competitivo del Portogallo attuale); e nel '98, la squadra dei veterani Maldini, Costacurta e Albertini, di Peruzzi, Di Matteo, Vieri, Del Piero, Zola e Ravanelli, fu anch'essa costretta a un drammatico playoff con la Russia. Ogni tanto rileggere il passato è salutare, se lo si fa con le lenti adatte...
GIOVANI CHE VALGONO - Con ciò non voglio dire che gli azzurri attuali siano dello stesso livello di quelli citati, mentirei a me stesso e ai lettori. Ma, ripeto, non sono degli oscuri pedatori senza arte né parte. Ho visto fare cose eccellenti a Rugani e a Romagnoli, a Caldara e a Spinazzola, ad Andrea Conti e a Bernardeschi, a Zappacosta e a Pellegrini: hanno solo bisogno di tempo e di esperienza, esperienza che per loro è difficile acquisire in un contesto radicalmente diverso da quello degli anni Ottanta e Novanta, un contesto in cui i giovani del vivaio sono circondati da sfiducia e faticano terribilmente a trovar spazio in formazioni di club imbottite di stranieri. E sinceramente spiace leggere giudizi sferzanti come quello di Costacurta su Rugani (lo potete trovare a questo link): l'ottimo Billy dovrebbe ricordare certe sue prestazioni a dir poco tentennanti agli esordi in azzurro, tipo quella contro la Svizzera a Cagliari nel 1992... Come si ebbe pazienza con lui, è giusto averla col giovane difensore juventino, che ha i mezzi per fare una carriera di spessore e che comunque, venerdì all'Olimpico-Grande Torino, non mi pare si sia macchiato di errori marchiani, al di là di una certa prudenza dettata dalla situazione delicata in cui la squadra si era cacciata.
GENERAZIONE DA 6,5 - Il problema, semmai, è che al momento non abbiamo campionissimi in pectore, di quelli che possono risolvere partite bloccatissime con un guizzo, un'invenzione, un'alzata di ingegno. Il Baggio o il Pirlo della situazione, per intenderci. Chi, oggi, potrebbe ad esempio "vincerci" una gara trasformando una punizione? Forse il solo Insigne, ma quello del Napoli, però... E' dunque, al momento, una generazione da 6,5, ma che, ripeto, ha ottimi margini di crescita in molti dei suoi rappresentanti. I problemi più gravi, da settembre in poi, sono stati altri: scelte strategiche sbagliate da parte del cittì, défaillance di veterani, infortuni di uomini chiave, e poi, certo, un blocco psicologico: alla vigilia del Bernabeu si era forse formata la convinzione inconscia di aver già, al termine della stagione corsa, quasi completato un percorso di crescita che era invece appena a metà strada; la Spagna ci ha fatti cadere da un piedistallo ingiustificatamente troppo alto, e dopo cadute così rovinose bisogna rimettere in discussione ogni cosa. Staccare la spina agonistica e riflettere per qualche settimana farà bene a tutti; nel frattempo, è auspicabile che i nostri giovani "incompresi" possano mettere nelle gambe i minuti che mancano per un rendimento atletico accettabile. A novembre il calcio italiano si gioca una buona fetta del suo futuro: se esiste un momento in cui occorre remare tutti dalla stessa parte, ecco, quel momento è arrivato.

sabato 7 ottobre 2017

NAZIONALE: CLUB ITALIA AL BUIO. SQUADRA SENZA GIOCO E SENZA IDEE, MONDIALE A RISCHIO


La prima cosa da fare è entrare nell'ordine delle idee che, avanti di questo passo, il Mondiale russo è destinato a restare una chimera. E che per evitare tale drammatica eventualità occorre cambiare registro: subito, già da lunedì. Destino beffardo: una delle fasi più critiche nella storia recente della Nazionale italiana da risolvere nel giro di pochi giorni, fare in 72 ore ciò che non è riuscito in più di un anno. La situazione è molto più allarmante di quanto si creda: perché questa Italia dall'encefalogramma piatto, se tale rimarrà, rischia di subire molti danni anche dall'Albania di Panucci, più forte della modesta Macedonia di ieri, con la conseguente eventualità di doversi aggrappare agli scivoloni altrui per restare nel novero delle migliori seconde e non dover rinunciare al barrage. Avvilente, non trovate?
Come si sia potuti giungere a tal punto non è facile capirlo. L'elemento chiave è per me, e non lo scrivo da oggi, la figura del Commissario Tecnico. Ventura ha mostrato fin qui limiti enormi nella gestione del gruppo sul piano tattico, psicologico e della scelta degli uomini. Ha sbagliato clamorosamente l'impostazione complessiva delle due gare che non doveva sbagliare, quelle con la Spagna (battibile, lo ribadisco, come aveva dimostrato Conte a Euro 2016), e dopo il capitombolo di Madrid ha perduto il polso della squadra. Non si può prescindere da questo punto di partenza per analizzare una curva involutiva che poi, ovvio, ha anche altre radici. Certo, i forfait di figure chiave come De Rossi, Verratti e Belotti (più Candreva rimasto in panca) non aiutano, così come la drammatica assenza di ricambi all'altezza, non per carenza di ragazzi validi, quanto per il loro scarso minutaggio nelle squadre di club, con conseguenti grossi limiti atletici e di tenuta. Il decadimento qualitativo del football italico non può valere come giustificazione per partite come quella di poche ore fa, perché anche l'Italia di questo delicato momento storico dovrebbe essere in grado di regolare senza patemi, fra le mura amiche, una Macedonia volitiva, grintosa, organizzata ma sostanzialmente modesta, al punto da aver concesso ben quattro palle gol alla dimessa Azzurra del primo tempo; e a proposito di nostri giocatori panchinari nelle società di appartenenza, giova ricordare che a Torino ha giganteggiato Pandev, il quale nel Genoa gioca poco (anche per motivi di età) e quando lo fa non sempre si copre di gloria. 
Diciamocelo: l'1-1 dell'Olimpico non è in alcun modo giustificabile. E non si presta nemmeno ad analisi profonde, per il vuoto tecnico che ha mostrato: fin dall'inizio è emersa lampante la pochezza dell'undici schierato da Ventura, in particolare l'assoluta inconsistenza dell'asse centrale Parolo - Gagliardini, a corto di idee e di personalità. Ma anche dalle fasce sono arrivate pessime notizie, con Darmian e Zappacosta impegnati a correre a vuoto, e in particolare con il neo acquisto del Chelsea lontano anni luce dall'efficace incursore ammirato contro Israele. In avanti, l'atteso Verdi ha regalato un paio di luminarie e poco altro, e Immobile ha avuto pochi palloni giocabili (uno dei quali trasformato in assist - gol per Chiellini), anche perché Insigne è rimasto imprigionato nel copione azzurro che troppo spesso gli abbiamo visto recitare: velleitarismo, tiri fuori misura, grosse difficoltà nel saltare l'uomo. Se poi il "cervello aggiunto" del gioco italiano, quel Bonucci che solitamente rappresenta uno dei perni della manovra per la sua capacità di ribaltare il gioco con precisi lanci lunghi, porta in Nazionale i disagi manifestati nel Milan, non si può che dire: piove sul bagnato. E sinceramente la crisi dell'ex juventino sta rappresentando un imprevisto per tutti, per il cittì così come per il coach rossonero Montella: non era ragionevolmente lecito pensare che il cambio di casacca lo disorientasse a tal punto. 
In ogni caso, sarebbe bastata un'Italia formato Israele per portare a casa la pagnotta senza troppe difficoltà; ma un mese fa, particolare non trascurabile, c'era Candreva, che da solo creò il 90 per cento del volume offensivo dei nostri. Gli azzurri di Torino, semplicemente, non sapevano da dove cominciare per imbastire autentiche situazioni di pericolo in avanti. Tali irritanti dimostrazioni di non gioco, solitamente, tendono ad amplificare i limiti di talento dei singoli, e così, puntualmente, i nostri sono parsi alla stregua di pedatori di basso livello: ma i Darmian, i Parolo, gli Insigne non sono così mediocri; e non lo è nemmeno Bernardeschi, il cui ingresso in campo non ha implementato di una virgola l'incisività dei nostri. Lo stesso Rugani, che pure è stato fra i pochi a non demeritare, sa certo essere più coraggioso e propositivo, laddove ieri si è limitato al piccolo cabotaggio, restando rintanato a presidiare un reparto che, nella ripresa, cominciava a sbandare vistosamente. Il florilegio di lanci e tocchi sbagliati, palle perse, conclusioni senza capo né coda, contrasti sistematicamente persi con gli avversari forniscono un quadro da allarme rosso, senza nemmeno più l'alibi della "stagione appena iniziata"; gli altri corrono e sono sul pezzo: persino, lo ripetiamo, il declinante Pandev. 
Cosa succederà, adesso? Dato ovviamente per scontato che la fase di qualificazione verrà portata a termine da Ventura, al momento non esiste margine per cambi radicali di rotta. Occorre solo recuperare alcuni dei titolari prima citati, perché in situazioni come questa non c'è più spazio per esperimenti che, oltretutto, lasciano il tempo che trovano. Tanto per fare un esempio, non riesco a trovare ragioni valide all'utilizzo (ma anche alla convocazione) di un Cristante, ragazzo promettente e in crescita, ma che può mettere sul piatto solo una manciata di buone partite con l'Atalanta, dopo anni di delusioni e occasioni mancate. Non sono sicuro che così si favoriscano la maturazione dei giovani e il loro inserimento in gruppo, non è con una formazione priva di certezze e di esperienza che è possibile superare lo scoglio albanese e quello degli spareggi. Se usciremo indenni dal mese di fuoco che ci aspetta, occorrerà poi porsi più di un interrogativo, anche sulla conduzione tecnica della squadra. Ma ci sarà modo di riparlarne.