mercoledì 20 settembre 2017

NON SOLO SUMMER FESTIVAL. RIFIORISCONO LE RASSEGNE ESTIVE: POWER HITS, FESTIVAL SHOW E BATTITI LIVE



Ieri sera, l'Arena di Verona ha ospitato l'atto conclusivo di "Power Hits estate", neonato evento organizzato da RTL 102.5 per premiare, fra le cinquanta canzoni più programmate dalle radio italiane, il tormentone della stagione calda ormai agli sgoccioli. Ha trionfato "Tra le granite e le granate" di Francesco Gabbani, al culmine di un gala che ha visto sfilare gran parte dei protagonisti canterini di questi ultimi mesi, da Fabri Fibra a Thegiornalisti, dal trio Benji - Fede - Annalisa ad Ermal Meta, e ancora Takagi & Ketra con Arisa e Lorenzo Fragola, Paola Turci, Nina Zilli, Rovazzi... Atmosfera da Festivalbar dei bei tempi, sia per l'ambientazione, sia per il periodo dell'anno (lo stesso in cui patron Vittorio Salvetti celebrava la finalissima della sua creatura); solo il clima ha tradito, vista la massiccia presenza, fra il pubblico, di felpe e giubbetti che denunciavano il precoce arrivo dell'autunno... 
La serata è stata presentata da Angelo Baiguini, storico conduttore di RTL, e Giorgia Surina, la quale aveva ricoperto identico ruolo, sempre in Arena, in occasione dell'ultima tappa del Festival Show, altra rassegna canora in qualche modo assimilabile al vecchio Festivalbar, sia per la sede della finale, sia soprattutto per il fatto di essere una manifestazione itinerante, che si snoda lungo tutta l'estate toccando diverse località del Nord Italia (quest'anno le sedi "intermedie" sono state Padova, Brescia, Caorle, Bibione, Jesolo, Lignano Sabbiadoro, Mestre). Festival Show, organizzato dalle emittenti Radio Birikina e Radio Bellla & Monella,  è in pista fin dal 2000 e ha visto via via crescere il suo peso specifico nel panorama musicale nostrano. Al Sud, invece, ha fatto il pieno di pubblico "Battiti Live", con le sue cinque tappe (Bari, Nardò, Andria, Melfi e Taranto): realizzata da Radionorba, è anche questa una manifestazione storica, avendo celebrato la sua prima edizione nel 2003. E la bella stagione era stata aperta dal Wind Summer Festival, di cui ho diffusamente parlato in un post apposito sul blog, e che proprio quest'anno ha cambiato radio partner, passando a Radio 105 dopo gli anni di RTL, la quale ha risposto con la nuova iniziativa di cui si è detto in apertura. 


Qual è la sintesi di tutto ciò? Semplicemente, che dopo anni piuttosto oscuri sotto questo punto di vista, l'estate canora della Penisola è tornata ad essere popolata di kermesse dotate di una certa credibilità e di caratura nazionale. Non siamo ai livelli degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, le decadi del boom dei festival di musica leggera, ma va registrato un ritorno di fiamma che, francamente, fino a poco tempo fa pareva impossibile, soprattutto se si pensa a quanto bruscamente si interruppe la favola del Festivalbar nel 2008, per tacere del tramonto dell'altrettanto glorioso Disco per l'estate, nel 2003, in un'atmosfera di sostanziale indifferenza.
E' pur vero che due degli eventi citati, il Festival Show e il Battiti Live, hanno alle spalle dei curricula di tutto rispetto, come si è visto: ma negli ultimi tempi il loro rilievo mediatico ha fatto registrare un'impennata notevole. La kermesse pugliese, solitamente irradiata sul piccolo schermo da Radionorba tv e Telenorba, in questo 2017 è approdata anche alla grande ribalta generalista, con la messa in onda in differita su Italia 1 per tutto il mese di agosto. La rassegna "nordica" ha goduto delle finestre televisive di Real Time, in passato è stata trasmessa anche da 7 Gold e ha avuto  un passaggio su Rai 2 in occasione della finalissima del 2010, oltre alla diffusione catodica attraverso varie reti locali. E che il trend sia in crescita lo dimostra l'entusiasmo degli organizzatori del Festival Show, che al termine della serata veronese hanno dichiarato al settimanale "Vero" di voler far diventare la loro manifestazione  "il nuovo Sanremo". Si esagera, ma sognare è pur sempre lecito...
Il "Power hits estate" è stato invece trasmesso, in diretta "radiovisiva", dalla stessa emittente che l'ha organizzato, RTL, canale 36 del digitale terrestre. Se dunque una cosa manca, a queste rassegne, per raggiungere la popolarità dei grandi eventi di musica leggera del passato, è una platea televisiva più ampia, quella di cui può già usufruire il Summer Festival su Canale 5 e che è stata conquistata quest'anno dal "Battiti". Ma stiamo parlando di eventi che godono già da tempo di ampio successo, di serate omaggiate da afflussi notevolissimi di pubblico "in loco".


I cast di questi eventi presentano, inevitabilmente, molti nomi in comune fra di loro. Non è il caso di scandalizzarsi eccessivamente. Così è sempre stato, anche negli anni d'oro, quando di dischi se ne vendevano a go go. Le canzoni più "gettonate" del periodo sono quelle che sappiamo, una ventina o giù di lì: comprensibile che attorno ad esse e ai loro interpreti si costruiscano gli spettacoli delle vacanze, cercando poi di completare il cartellone con nomi il più possibile originali e con altre "esclusive" (il Festival Show, ad esempio, si è avvalso della presenza sul palco dell'Orchestra Ritmico Sinfonica italiana di Diego Basso e della Dance Crew di Etienne Jean Marie). Ma sempre di pop orecchiabile e balneare stiamo parlando, non sono certo le arene estive i luoghi più adatti per mettere in pista esempi di ricercatezza sonora. Casomai si potrebbe discutere dell'omologazione delle "rotation" delle emittenti radio, che operando giornalmente, ventiquattr'ore su ventiquattro, avrebbero il dovere di proporre un'offerta più variata e non solo mainstream. Ma sarebbe un discorso lungo. 

mercoledì 13 settembre 2017

RECENSIONI DAL PASSATO: "CONAN, IL RAGAZZO DEL FUTURO": CAPOLAVORO DELL'ANIMAZIONE GIAPPONESE, INNO ALLA VITA E ALLA NATURA CONTRO LA GUERRA


All'epoca, sullo schermo compariva semplicemente la scritta "Conan" a caratteri cubitali, nei primi secondi della sigla: la si può vedere nel fermo immagine qui sopra. Che il titolo completo di quel cartone animato fosse "Conan, il ragazzo del futuro" lo scoprii solo molto tempo più tardi. Che si trattasse di un capolavoro lo intuii invece quasi subito: un'intuizione "di pancia" e di sensibilità, l'unica possibile per un bimbo di otto anni; una convinzione che la crescita, la maturità, l'ampliamento degli orizzonti e la conseguente capacità di analisi di un'opera avrebbero poi confermato e radicato dentro me. Entrò nella mia vita nelle settimane a cavallo fra la fine del 1982 e l'inizio del 1983, questa gemma preziosa: e oggi, quasi quattro decenni dopo, mi rendo conto che non solo non ne è mai uscita, ma si è incisa profondamente nel mio cuore, nella mia anima. 
L'ESORDIO DI CONAN - "Conan", continuerò a chiamarlo così perché così lo conobbi, è un cartone giapponese, un "anime", come si dice in termini tecnici. Trasmesso in prima visione nel Paese del Sol Levante nella primavera del '78, arrivò da noi nei primi anni Ottanta. Fu, quello, il periodo dell'invasione nipponica più pacifica che si possa immaginare: decine di anime riempirono i palinsesti dei canali televisivi italiani, soprattutto quelli delle reti private nazionali e locali. Cartoni jap a colazione, pranzo, merenda e cena: una pacchia, per noi bambini di quel tempo; sicuramente molto meglio, sul piano della qualità delle proposte tv, rispetto alle tristi televendite - fiume di oggi. 
NEL DNA DI UNA GENERAZIONE - "Conan" sbarcò nella Penisola intruppato nel gruppone, per usare un gergo ciclistico: una serie fra le tante, perché altre furono quelle che, godendo di maggior visibilità mediatica o di più immediato appeal, entrarono rapidissimamente nel mito di una generazione: da Heidi a Goldrake, da Jeeg a Mazinga Z, da Lady Oscar a Lupin III e Candy Candy, solo per citare alcune fra le più popolari. Tutte serie che, per inciso, ho amato con diverse gradazioni e in larga parte continuo ad amare. Per Conan fu tutto più difficile: poco o per nulla reclamizzato, inserito nelle programmazioni tv quasi di soppiatto, senza grancasse, oltretutto un cartone atipico rispetto alla media degli altri prodotti "made in Japan": una serie breve, appena 26 episodi, una vicenda ambientata sì nel futuro, ma senza eroici e indistruttibili robot, senza scenari fantascientifici, senza battaglie nel cosmo contro mostri alieni e spaziali. Così, "Conan" non è esploso subito: ha scavato lentamente dentro noi ragazzini, ha avuto pazienza e ha saputo metter radici, fino a diventare parte del nostro Dna. Perché Conan è una lezione, un insegnamento, una "scuola per immagini animate": è un inno al rispetto della vita nella sua essenza più genuina, più primordiale, e quindi, in definitiva, è vita tout court, nel senso più pieno del termine. 
COLPO DI FULMINE - Comparve sul mio televisore, dicevo, fra la fine dell'82 e l'inizio dell'83. Il canale? La memoria comincia a far cilecca, lo confesso. Aiutandomi con gli archivi dei quotidiani oggi consultabili in rete, deduco che potesse trattarsi di Teleradiocity,  all'interno del contenitore pomeridiano "Viva" (in cui veniva trasmesso anche lo spazio "Milcaro show", dal nome del celebre personaggio che lo animava, un attore in costume da leprotto, il leprotto Milcaro, per l'appunto). Forse, addirittura, "incappai" nel cartone a serie già iniziata: poteva capitare spesso, ai tempi, perché gli anime erano talmente numerosi che, anche volendo, non si riusciva a star dietro a tutti, qualcosa per la strada andava perso. Naturalmente lo rividi poi dalla prima puntata poche settimane dopo, in una delle tante repliche che venivano mandate in onda a getto continuo e a stretto giro di posta. E fu subito colpo di fulmine. 
LA TRAMA IN SINTESI - In breve la storia. E' ambientata nel 2028, vent'anni dopo una terza guerra mondiale che par di intuire esser stata piuttosto rapida nel suo svolgimento, combattuta attraverso potentissime bombe elettromagnetiche che ebbero effetti catastrofici: intere nazioni distrutte, miliardi di morti, ma soprattutto uno spostamento dell'asse terrestre (indotto dai suddetti ordigni) che provocò sconvolgimenti ambientali e climatici, con maremoti che portarono gli oceani a sommergere la quasi totalità dei continenti. In pratica, una sorta di secondo diluvio universale prodotto artificialmente, da uomini che si fecero sfuggir di mano e male utilizzarono il progresso scientifico, piegandolo a scopi abietti.
Conan è un ragazzo (dell'età apparente di 12-13 anni) nato da una coppia di superstiti alla catastrofe mondiale, i quali assieme ad altri avevano tentato di mettersi in salvo fuggendo a bordo di una navicella spaziale. Il velivolo era però stato danneggiato da una pioggia di detriti durante la fase di ascensione e fu costretto a tornare sul nostro pianeta, improvvisando un atterraggio di fortuna su uno dei pochi lembi di terraferma scampati alla furia delle acque: si trattava dell'Isola perduta, luogo tutt'altro che casuale di inizio e fine della vicenda narrata. 
Sull'Isola, Conan, ragazzo in apparenza mingherlino eppure fisicamente dotatissimo, a livelli fuori del normale (le sue doti incredibili di forza e resistenza rappresentano l'unica concessione all'assurdo, in un anime per il resto assolutamente realistico) conosce Lana, sua coetanea in fuga da Indastria, grigia e decadente città futuristica, ultimo baluardo della civiltà pre bellica; il leader di questa metropoli in disfacimento è Lepka, un "simil Hitler" in tutto e per tutto, despota fanatico, guerrafondaio e assetato di potere: insegue Lana perché la giovane è in grado di comunicare telepaticamente col proprio nonno, l'insigne scienziato Briac Rao, anch'egli fuggiasco e ricercato in quanto unico detentore della tecnologia necessaria ad ottenere energia solare attivando, tramite un satellite in orbita attorno alla Terra, la "Torre del Sole" che svetta al centro d'Indastria. Sfruttando tale energia, Lepka vorrebbe rimettere in azione un  aereo di colossali dimensioni, il "Gigante", uno dei bombardieri che avevano causato la grande catastrofe, e con esso ripartire alla conquista del mondo, ripristinando in sostanza, per propria sete di potere, il clima fatto di odio, tensioni e conflitti che era sfociato nella nota devastazione. Contro questo pericolo si snoderanno, lungo le 26 puntate, le avventure di Conan, Lana e tanti altri amici incontrati lungo il percorso. 
L'ATTUALITA' DI CONAN - "Conan" è dunque un cartone squisitamente pacifista, e come tale destinato a rimanere eternamente attuale, purtroppo. Le brutture delle terrificanti guerre contemporanee incombono fin dalla prima puntata: i continenti sommersi, rovine di moderni palazzi sparse ovunque negli oceani, inquietanti resti dei grandi agglomerati urbani di inizio Duemila spazzati via in un istante; i pochi superstiti costretti a improvvisare un nuovo tipo di esistenza su un pianeta sconvolto, ripartendo da condizioni quasi preistoriche. E fin dall'inizio il pericolo da combattere è palese: la minaccia di un ritorno a un passato cupo in cui la follia delle armi prevaleva sulla ragione del dialogo, gli ultimi colpi di coda di una società senza ideali, animata solo da mire politiche di dominio ed espansione, irrispettosa della civiltà, della natura, sorda di fronte ai valori di serena convivenza fra i popoli. Un modello sociale che, se fosse tornato a imporsi, avrebbe portato nuove guerre, nuovi lutti, e una distruzione questa volta probabilmente irrimediabile.
L'UNICA BATTAGLIA ACCETTABILE - Conan e Lana rappresentano l'ideale diametralmente opposto a questa prospettiva: sono cresciuti nel mondo post apocalittico che, Indastria a parte, ha riscoperto l'importanza vitale dell'esistenza a contatto con la natura e nel pieno rispetto di essa. Il ragazzo viveva da solo sull'Isola perduta col nonno, poi ucciso dai soldati inviati da Lepka per rapire Lana; la sua nuova amica è originaria di Hyarbor (o High Harbor), un'isola in cui molte persone scampate alla catastrofe avevano "ricominciato daccapo", ricostruendo sulle macerie, coltivando campi e dando vita a una comunità agricola prospera e pacifica. L'unica struttura sociale sostenibile sul nuovo Pianeta reduce dagli sconvolgimenti elettromagnetici, un modello da difendere a ogni costo, combattendo l'ultima battaglia eticamente accettabile e "giusta" prima di tornare alla pace duratura: la battaglia contro la sete di potere e i rigurgiti militaristi dell'aspirante "imperatore mondiale" e della sua sparuta cricca.


UN CONCENTRATO DI EMOZIONI - Non è questa la sede per descrivere nel dettaglio le alterne vicende e i coprotagonisti della storia: è una storia incredibilmente densa, pur se concentrata in un numero risicato di episodi. Ci sono sostanzialmente quattro fasi: la prima, con Conan che, conoscendo Lana, viene a contatto con una realtà esterna all'Isola perduta che nemmeno immaginava, si vede rapire sotto gli occhi la ragazza e inizia una lunga, irriducibile lotta per salvarla; una parte centrale di quiete e serenità ad Hyarbor, in cui i due ragazzini cominciano persino a fare progetti sul domani, sul "loro" futuro e su quello del mondo; la  terza e più drammatica fase della lotta contro Indastria, i cui soldati invadono Hyarbor per accelerare i tempi del progetto di conquista del pianeta attraverso l'energia solare; e un breve ma intenso epilogo, col ritorno di Conan e della nuova comunità da lui formata (Lana in testa, ovviamente) all'Isola perduta (nel frattempo divenuta sommità di un continente riemerso dalle acque), per ripopolarla e ridarle vita. 
PACE, NATURA E ARMONIA FRA LE GENTI - Il nonno di Lana, poco prima di spirare, lo dice chiaramente ai due giovani: "Non esiste altra possibilità, per l'uomo, che quella di vivere in mezzo alla natura". Un monito che si collega idealmente a quello sussurrato in avvio di serie dal nonno di Conan, anch'egli morente, al giovane nipote: "Conan, vattene da quest'isola... Un uomo non può stare solo.... Cercati degli amici e vivi per loro, Conan...". Ecco il messaggio che rende questa serie un vero e proprio gioiello: un inno alla pace, alla fratellanza fra i popoli, al ritorno alla natura in contrapposizione alle nefaste derive della scienza e della modernità; un invito all'amicizia incondizionata, alla vita da condurre in piena solidarietà e fratellanza.
Hayao Miyazaki, colui che ideò questa serie traendo ispirazione dal romanzo (a lungo introvabile in Italia) "The incredible Tide" di Alexander Key, si spinge fino all'estremo di questa scelta di campo, teorizzando una nuova civiltà esclusivamente votata alla vita di campagna, mettendo al bando tutto ciò che è tecnologico. Chiaro che l'optimum sarebbe la classica via di mezzo: una società in grado di riscoprire il valore dei beni offerti da madre natura ma, nel contempo, dotata della saggezza e della maturità adeguate a valorizzare positivamente le risorse più avanzate dei tempi nuovi, abbandonando invece la suicida corsa agli armamenti. Un compromesso del genere si ravvisa solo in uno degli snodi decisivi del cartone: senza l'energia solare, usata in modo costruttivo, gli abitanti di Indastria liberati dal giogo di Lepka non avrebbero mai potuto abbandonare la loro città prigione... 
SCONFITTA INEVITABILE - E' un tema che non tramonta mai, si diceva: anche oggidì, quando alfine un minimo di distensione mondiale sembra raggiunta, ecco spuntare il dittatorello di turno a gettare benzina sul fuoco, turbando equilibri di pace già precari per via dei tanti focolai bellici nel mondo, ma qui il discorso sarebbe troppo lungo, e comunque ne stiamo avendo un assaggio proprio in queste settimane... Il pacifismo di "Conan" è a suo modo integralista: mentre altri anime coevi, in particolar modo quelli robotici, inseguivano l'obiettivo della pace attraverso la guerra (stesso paradosso che riscontriamo nel mondo reale), Miyazaki giunge alla sconfitta dei "cattivi" limitando allo strettissimo indispensabile il ricorso alle armi (vedasi la distruzione finale dell'aereo Gigante).
E' una vittoria morale prima ancora che concreta, sul campo. Del resto, fin dall'inizio della serie si intuiva come Indastria fosse in fondo già un corpo estraneo sulla nuova Terra: città ultramoderna solo nella sua Torre (peraltro ridotta a un vuoto simulacro, privata dell'energia solare), che era però circondata da baracche cadenti; organizzata in maniera oltremodo classista, piramidale, col potere nelle mani di pochi (anzi, di uno solo) e con centinaia di cittadini sfruttati, umiliati, costretti a vivere in situazione di semi-schiavitù. Una concezione di struttura sociale che non aveva senso nel nuovo ordine mondiale improntato alla serena convivenza (quello che da Hyarbor si sarebbe espanso all'Isola perduta e poi oltre), ma che col potere della tecnologia bellica e con la prepotenza del capo poteva ancora mettere paura, e andava neutralizzata.
LE ALTRE LEZIONI DELL'ANIME - Non ci sono solo questi grandi temi mondiali, in "Conan". Ci sono massimi sistemi e piccoli - grandi sistemi. C'è ad esempio la forte spinta verso l'eguaglianza e l'equilibrio sociale, quello che si realizza ad Hyarbor, dove tutti lavorano per il bene della comunità, dove non ci sono gerarchie rigide; c'è l'esaltazione del motto "l'unione la forza", perché i grandi obiettivi si raggiungono uniti, e lo stesso Conan, per quanto dotato di infinite risorse fisiche e caratteriali, spesso non uscirebbe vivo da determinati pericoli senza l'aiuto di Lana. C'è la maturazione delle nuove leve, che crescono apprendendo progressivamente valori sani come l'amicizia, il prodigarsi per il prossimo, l'impegno quotidiano per il bene collettivo.
IL RAPPORTO FRA CONAN E LANA - C'è, soprattutto, la delicatezza con cui viene tratteggiato il rapporto fra Conan e Lana. Sono ragazzini, certo, e sono amici: ma la dedizione fra i due è reciproca, lui salva lei e lei salva lui da situazioni critiche più volte, nel corso della serie. In questo è un cartone contemporaneo e avanti rispetto ai suoi tempi, perché mette l'uomo e la donna su un sacrosanto piano di perfetta parità: non c'è più, cioè, l'eroe maschietto senza il quale la fragile fanciulla sarebbe perduta, e anzi Lana dà più volte dimostrazione di incrollabile tempra morale.
E' un rapporto che va al di là dell'affetto puro e semplice: certo non si fa mai esplicito riferimento all'amore, ma i due andranno a rifondare la civiltà sull'Isola di Conan, insieme, ed è dunque chiaro il tipo di futuro che l'autore ha prospettato per loro, un "detto - non detto" che però, fin dal 1983, da spettatore bambino mi è piaciuto intuire e che mi ha consentito di congedarmi dal cartone con animo gioioso e appagato, oltreché col cuore gonfio di emozione. E poi, più prosaicamente, c'è la grazia del tratto grafico; c'è una sigla italiana splendida, evocativa, carica di passione, cantata da Georgia Lepore; ci sono brani di sottofondo (background music) deliziosi, cesellati su misura per ciascun momento dell'anime, da quello drammatico a quello più gioioso, da quello carico di tensione a quello triste tour court, fino a quello bizzarro e divertente. 
UN CARTONE DA MOSTRARE AI BAMBINI DI OGGI - Passeranno gli anni, diventerò vecchio (almeno spero), ma non dimenticherò mai "Conan". Periodicamente mi piace rivederlo, direi anzi che è quasi una necessità (fortunatamente la serie è stata pubblicata su dvd, l'ultima versione è quella edita da Dynit): e ogni volta si scopre qualcosa di nuovo, è una fonte perenne di insegnamenti, di lezioni di vita, di positività. Lo stile dell'animazione giapponese è nel frattempo profondamente cambiato, così come sono mutati i gusti delle nuove generazioni; eppure, Conan andrebbe fatto vedere ai bambini di oggi. Perché se lo si guarda con attenzione, se non lo si rimuove e lo si tiene invece nel cuore, è un cartone che ha la forza per formare adulti migliori di quelli di oggi. Viva Conan e viva Lana, per sempre. 

mercoledì 6 settembre 2017

ITALIA - ISRAELE 1-0: CANDREVA PERNO DEL GIOCO, ZAPPACOSTA E IMMOBILE PROMOSSI, IL PUBBLICO BOCCIATO

                                          Candreva: migliore in campo a Reggio Emilia

La disfatta del Bernabeu ha lasciato il segno, ed era ovvio. L'ampiezza del risultato, ma soprattutto il divario abissale sul piano del gioco, non potevano non minare profondamente le certezze di una squadra, quella azzurra, in fase di formazione e di crescita. Ci vorrà del tempo per assorbire il colpo e rimettersi in carreggiata, e nel frattempo non resta che limitare i danni vincendo, in un modo o nell'altro. Considerazioni lapalissiane che anche il pubblico di uno stadio dovrebbe comprendere: magari provvedendo prima a riempirlo, codesto stadio (affollare l'impianto di Reggio Emilia non mi pare sia impresa titanica...), e poi evitando di fischiare la squadra di casa dopo appena dieci - quindici minuti balbettanti. Perché i milioni, quelli del conto in banca dei calciatori, in campo scompaiono, contano invece le emozioni, la tensione, la paura di sbagliare, che ieri erano al diapason dopo l'infernale notte madrilena. 
LA MATURITA' DEL PUBBLICO - Un pubblico maturo lo capisce, e il bell'inizio dell'Italia, con quell'azione in velocità Insigne - Darmian e il tiro di Belotti a lato di un soffio, avrebbe dovuto rappresentare un ulteriore stimolo a fornire un sostegno inesausto alla spaurita truppa di Ventura. Non è accaduto, e se dopo i primi errori e i primi impacci ti rendi conto di giostrare in un ambiente freddo quando non ostile, tutto diventa più difficile. Insomma, so bene che i problemi del calcio italiano e della rappresentativa sono altri, ma ogni tanto prendersela coi tifosi, col loro modo di approcciare l'evento, ha un suo perché: chi sta sugli spalti dovrebbe forse immedesimarsi maggiormente con chi sta in campo, invece di bearsi di cori idioti come quello che, ormai da anni, accompagna dalle nostre parti i rilanci dei portieri avversari. Passiamo oltre. 
PRIMO TEMPO... A LUCI ROSSE - La prestazione del Club Italia è stata... quel che è stata. Primo tempo inguardabile, si diceva, al netto dell'occasione iniziale di Belotti e di quella finale di Insigne, che ha calciato sul portiere da distanza ravvicinata. Fra le due palle gol, meglio Israele, in un paio di ripartenze fulminanti e un tiro dalla distanza di Cohen sventato in angolo da Buffon. Un buon saggio di calcio all'italiana in versione modernizzata, quello dei ragazzi di Levy: difesa chiusa a doppia mandata, persino troppo in certe fasi del match, ma non del tutto passiva, con veloci contropiede che hanno mandato in affanno i nostri. Una tattica che è risultata redditizia anche perché l'Italia l'ha facilitata, con la sua esasperante lentezza nella tessitura della manovra, e certi squilibri che portavano la squadra ad essere troppo schiacciata in avanti, facendo mucchio nella metà campo avversaria e lasciando zone scoperte dietro. 
TANTE OCCASIONI - Un disastro, insomma, del quale non aveva alcuna colpa la precaria condizione fisica settembrina, tanto strombazzata. Lo ha dimostrato il secondo tempo, quando è bastato alzare un tantino il ritmo e cominciare a giostrare con discreta rapidità per mettere in ambasce gli orientali. Pur senza miracol mostrare, sono scaturite palle gol in quantità apprezzabile: Immobile il più incisivo, con un'inzuccata fuori di poco e un tiro angolatissimo deviato in corner. Giusto quindi che fosse il laziale, del resto protagonista di un ottimo avvio di stagione in maglia Lazio, a siglare il punto decisivo, con un perfetto colpo di testa su traversone di Candreva. Poi ci hanno provato Zappacosta e Verratti da fuori, Belotti due volte (la prima di testa con prodezza del portiere Harush, la seconda con un destro di prima intenzione su assist di Candreva ribattuto dall'estremo ospite), e persino Barzagli con un tocco sotto misura. Qualche altro rischio, sulle controffensve israeliane sempre più sporadiche, ma sullo scatenato Ben Chaim salvavano prima Zappacosta con un prodigioso recupero, e poi Buffon neutralizzandone il tentativo di pallonetto. 
CONTI, ZAPPACOSTA E DARMIAN - La ripresa, insomma, dava un po' di colore alla pallida prestazione azzurra, tanto che alla fine l'1-0 poteva perfino considerarsi troppo avaro per i nostri colori. Restituito tono alla manovra, rimanevano però imprecisione e precipitazione al momento conclusivo a spegnere ulteriori sogni di gloria. Ventura ha riproposto, incrollabile, il contestatissimo 4-2-4. Di certo ha avuto più senso farlo con Israele che non con la Spagna, e se non ha funzionato, nel primo tempo, è stato soprattutto per la scarsità di idee e il minimo apporto fornito da alcuni elementi tatticamente importanti. Astori, ad esempio, ha provato a fare il Bonucci, avanzando e tentando di dire la sua in impostazione, ma non è proprio cosa, mentre dalle fasce non è arrivato l'atteso contributo in fase di spinta. Fra Conti e Darmian meglio comunque il primo, più propositivo e utilissimo in ripiegamento, in particolare con una chiusura in extremis su Kabha a un passo da Buffon. L'ingresso di Zappacosta ha portato maggior brio, col neo acquisto del Chelsea che ha saputo far bene sia in copertura che nelle proiezioni offensive, cercando anche il tiro in porta. E Candreva ha confermato il suo buon feeling con l'azzurro, conquistando la palma di migliore in campo: oltre a quello decisivo per Immobile, una serie di altri assist al bacio non sfruttati da Insigne e Belotti (due volte) e una presenza costante al cross: è stato alla fine il più cercato dai compagni, un approdo sicuro per il pallone, l'unico vero ispiratore delle nostre iniziative d'attacco. 
IMMOBILE E BELOTTI, SERVE PIU' EFFICACIA - Questo ha dunque detto la serata emiliana. Che l'Italia di Ventura pende... a destra, ben coperta da Zappacosta e Conti dietro e da Candreva in avanti. Che al centro della difesa ci vogliono alternative più affidabili di Astori (Rugani e Romagnoli sono pronti); che Insigne è ancora troppo fumoso e impreciso in azzurro; che Immobile - Belotti è la coppia gol ideale, ma i due devono affinare la mira; che, infine, Verratti in un contesto simile fatica a prendere in mano le redini del gioco e a imprimere la sua firma sul centrocampo, affiancato da un De Rossi non più fulmine di guerra e da incursori non sempre attenti al lavoro di filtro. Si deve così limitare a compiti di interdizione riservandosi pochi lampi al momento di costruire. Storia vecchia, alla quale bisognerà prima o poi porre rimedio. Lo si potrà fare in discreta tranquillità nelle prossime due gare, con la qualificazione ai playoff ormai ipotecata, anche se occorre continuare a far punti per evitare brutti (ma improbabili) scherzi in tema di classifica delle migliori seconde. 

domenica 3 settembre 2017

SPAGNA - ITALIA 3-0: GLI ERRORI DI VENTURA ALLARGANO UN SOLCO CHE NON E' COSI' AMPIO. DOV'E' FINITO LO SPIRITO DI SAINT DENIS?



Da Saint Denis a Madrid, poco più di un anno per ritrovarsi al punto di partenza; anzi, persino qualche metro più indietro, fino a scoprire di essere tornati... a Kiev. Il trionfo sulla Spagna a Euro 2016, quell'impresa meritata e indiscutibile firmata da Chiellini e da Pellè (ma soprattutto da Antonio Conte) ci aveva fatto credere che il calcio azzurro avesse recuperato classe, mentalità e  personalità in dosi utili a ridurre o annullare, perlomeno in gara secca, il gap tecnico fra noi e la Roja. Ahimè, è stata una crudele illusione. Il Santiago Bernabeu ci ha restituito un Club Italia ridotto ai minimi termini come quello che era affondato nella finale continentale del 2012, a Kiev, per l'appunto. 
INDIETRO DI CINQUE ANNI - Ricordate? Fu un 4-0 dipinto come umiliante, in realtà una punizione eccessiva per una squadra stanca, con troppi elementi in condizioni precarie, e che comunque qualche cosa era riuscita a creare, fin quando le gambe e il fiato avevano retto. Sul piano della prestazione, è assai più inquietante il rovescio di ieri sera; "solo" tre gol sul groppone, ma una disperante dimostrazione di impotenza, una inferiorità a tratti imbarazzante sotto tutti i profili: talento (e si sapeva, ma non fino a questo punto), brillantezza atletica, organizzazione di gioco... Inutile tornare sulla mancanza di idee, sull'inconsistenza in tutte le zone del campo, sull'imprecisione assoluta nel tocco e nel passaggio: la gara in sé non si presta a commenti e analisi approfondite, è stato un semplice monologo, e quando ci si riduce a fare da sparring partner a una rivale storica, in una gara ufficiale e decisiva, qualche domanda è lecito porsela, al di là dei contratti rinnovati fino a lontane e improbabili scadenze. 
K.O. TARGATO VENTURA - Poche ore fa, come nella sfida d'andata a Torino, il fallimento (perché quell'1-1 fu una mezza sconfitta) porta l'indelebile firma del cittì Ventura. Che all'Olimpico piemontese sbagliò clamorosamente formazione di partenza (se ne avete voglia, andate a rileggervi cosa scrissi all'epoca, qui), mentre in terra iberica ha optato per una scelta tattica suicida. Suicida, perché un 4-2-4 in casa di una delle rappresentative più forti al mondo, che gioca oltretutto con due risultati su tre a disposizione, lo puoi fare solo se hai interpreti tecnicamente all'altezza, abituati a tale modulo da una lunga pratica e, soprattutto, sorretti da una straripante condizione fisica, trattandosi di un modulo che richiede grande dispendio di energie per risultare efficace in avanti senza tralasciare l'adeguata copertura. E invece, ci siamo ritrovati con un centrocampo in cui Verratti e De Rossi, presi in mezzo dai fini dicitori spagnoli, sono naufragati senza possibilità di riscatto, anche perché poco o nulla supportati dai vari Candreva, Insigne e compagnia. Sì, d'accordo, la vecchia storia della Nazionale che in settembre fatica: ma proprio perché lo si sa da anni, non era opportuno pararsi le spalle infoltendo la zona nevralgica (là dove le partite si vincono e si perdono), sciogliendo le briglie al solo fantasista napoletano come suggeritore delle due punte? O tornare al nostro 3-5-2 vecchia maniera, che spesso gli iberici hanno patito? Si sarebbe perso ugualmente? A parte che non è detto, alla luce dei freschi precedenti, ma persino una sconfitta di misura ed onorevole sarebbe servita per il morale e per i delicati equilibri psicologici di un gruppo in fase di formazione e crescita. 
ELASTICITA' TATTICA - Non è una questione di coerenza col discorso tattico intrapreso negli ultimi mesi. La coerenza del progetto la si vede da altri elementi: il gruppo azzurro consolidatosi nella scorsa stagione, il lavoro in prospettiva sui giovani con l'inserimento di tanti volti nuovi... Il discorso sulla strategia da adottare in campo viene dopo, è secondario, e deve sempre tenere conto sia dell'avversario, sia della situazione contingente, ossia degli uomini a disposizione in quel momento e del loro stato di forma. Con una rosa al 40 per cento (e stiamo larghi) delle proprie effettive potenzialità, non è peccato mortale adottare un atteggiamento più prudente: oltretutto il 3-5-2 o il 4-3-3 non sono sinonimi di attendismo, così come il 4-2-4 non lo è di spregiudicatezza, e la serata madrilena lo ha ampiamente dimostrato... Si chiama elasticità, uno dei fattori in grado di far la differenza fra un buono e un ottimo allenatore. 
DIVARIO IRREALE - La Spagna ci è superiore in questo momento, è vero. Ma ciò che si è visto ieri è stato un divario tecnico simile a quello che può esserci fra Italia e Lichtenstein, e questo è inaccettabile, perché le cose non stanno così, e basterebbe il nostro buon Europeo francese, o la graduale affermazione di tanti nostri ragazzi in sboccio, a dimostrare che, pur inferiori, potremmo comunque giocarcela. Torniamo a quel pomeriggio magnifico di Saint Denis 2016: lo sto citando a ogni piè sospinto perché è un termine di riferimento imprescindibile, mentre molti sembrano averlo già dimenticato. Per una Nazionale che deve ricostruire la credibilità internazionale cancellata dal disastroso Mondiale brasiliano, le piccole conquiste intermedie vanno difese strenuamente, e quel 2-0 fu una piccola grande conquista che avrebbe dovuto incrementare la nostra autostima, la nostra personalità, e spingerci a lavorare ancor di più per affinare i nostri mezzi di "offesa" in vista dei successivi confronti con le Furie Rosse; un traguardo che doveva essere valorizzato, facendo tesoro delle modalità adottate per ottenerlo. Invece quel patrimonio è andato sprecato, per inseguire improbabili chimere di gioco, per la voglia di strafare, per immaturità agli alti livelli di un trainer che ha ricevuto, probabilmente, la più sonora lezione di calcio della sua carriera. 
AVANTI CON MENO FIDUCIA - La situazione è meno semplice di quel che sembra: perché non è il massimo della vita avviarsi a concludere il girone con la consapevolezza di dover poi passare attraverso un playoff, con tutti i rischi connessi. Barrage peraltro ancora tutto da conquistare. Sarà un autunno di fuoco, per la nostra ridimensionatissima Azzurra, e lo si affronterà partendo da uno 0-3 che ha incrinato certezze precoci e fiducia eccessiva. Ormai il danno è fatto: perso il terreno che si era recuperato sulla Spagna, tornata a distanza siderale, e persa la possibilità di conquistare un primo posto che, nonostante tutto, era alla portata, bisogna concentrarsi sulle modeste esigenze del momento. Ossia coniugare il lavoro in prospettiva con i risultati. A Ventura si chiede solo un atteggiamento maggiormente camaleontico: più che nei moduli, il coraggio lo dovrà dimostrare nella scelta di uomini che possano adeguatamente surrogare giovani e meno giovani troppo spesso balbettanti, alcuni forse sopravvalutati, altri non più all'altezza di certe ribalte, per naturale esaurimento. Fare nomi riguardo al match madrileno sarebbe ingeneroso, perché nessuno ha avvicinato la sufficienza. Ma le forze fresche ci sono, sia pure in ridotta quantità. Il calcio italiano non è quella "cosa" senza capo né coda che, ridicolizzata dagli assi di Lopetegui, ci ha fatto provare momenti di notevole imbarazzo. Ora, sotto con Israele, senza melodrammi. 

domenica 27 agosto 2017

GENOA: IL PUNTO PRIMA DELLA SOSTA. QUANTO VALE DAVVERO IL NUOVO GRIFONE?


Più che di punto della situazione dopo le prime tre uscite ufficiali (due in campionato e una in Coppa Italia), sarebbe opportuno parlare di bilancio complessivo dell'estate genoana, ma ditemi voi come si fa... La stagione calda 2017 è stata fra le più movimentate di sempre della storia del club, e sì che in casa rossoblu c'è da tempo l'abitudine alle "hot summers" (in tal senso, si spera rimanga insuperabile quella sportivamente drammatica del 2005, con la promozione in A trasformata in retrocessione in C). Gli avvenimenti epocali sono per ora rimasti sulla carta, ma è evidente che qualcosa di grosso si stia muovendo a livello societario. 
QUATTRO RIFLESSIONI - Tuttavia, da questo punto di vista, c'è poco da dire: il passaggio di consegne sembra imminente (ma alcuni giornali genovesi, tre anni fa, avevano parlato di "questione di ore" per l'addio di Preziosi), quindi ne riparleremo quando tutte le carte saranno state scoperte. Solo qualche riflessione: 1) Il joker ha tutto l'interesse a lasciare il club in ottime mani, perché in caso contrario la sua futura credibilità di imprenditore ne risulterebbe gravemente compromessa. 2) Il joker è uno che sa ben navigare nel mondo degli affari, quindi auspico che passi la mano dopo aver ben valutato la solidità finanziaria degli aspiranti acquirenti, soprattutto in prospettiva. 3) Per mantenere a galla, stabilizzare e rilanciare il Genoa, ovviamente senza voli pindarici, occorrono robuste risorse economiche, ergo gli investitori dietro la Sri Group di Giulio Gallazzi dovranno avere contorni ben più definiti di quelli, assai sfuggenti, emersi dalle cronache giornalistiche delle ultime settimane. 4) In ogni caso, fossi stato in Gallazzi avrei evitato questo presenzialismo sui media e vicino al Genoa, visto che la trattativa non è ancora andata a buon fine: in certe circostanze, il basso profilo è sempre preferibile.  
PERIN IL VERO RINFORZO - Rimanendo dunque in attesa di sviluppi positivi o negativi, parliamo del campo. Il calciomercato ancora in corso e la prima sosta per la Nazionale ci hanno consegnato un Grifone  indecifrabile. Le iniziali luminarie in fase di campagna acquisti si sono ben presto spente, in linea con le difficoltà del club, e gira che ti rigira il miglior "rinforzo" è Perin, che dopo l'ennesimo infortunio si è ripresentato in campo tirato a lucido. Contro la Juve, ieri al Ferraris, ha regalato alcune prodezze strepitose, che non sono bastate a salvare la baracca sia perché il confronto coi bianconeri è al momento improponibile, sia perché il Genoa attuale è sì superiore, ma non di molto, a quello che nel maggio scorso ha ottenuto una salvezza risicata, grigia e sofferta al culmine di un girone di ritorno inguardabile, raggiunta con una quota punti bassissima e grazie al fondamentale apporto di rivali specializzate nel giocare a ciapanò. 
Perin è uno dei pochi portieri su piazza a garantire, con le sue sole prestazioni, un discreto gruzzolo di punti supplementari alla squadra di appartenenza: come Buffon, fatte le debite proporzioni, e non come Donnarumma, del quale non ho ancora rilevato la capacità di incidere che sarebbe logico pretendere dall'erede designato del più grande "arquero" degli ultimi vent'anni. Erede dello juventino sarebbe peraltro dovuto essere proprio il rossoblu, prima della catena di infortuni che ne hanno ritardato l'affermazione, ma pazienza, di tempo per recuperare ce n'è... Davanti a lui, come detto, c'è un Genoa che ha visto incrementare il suo tasso di classe rispetto all'ultimo disgraziato campionato, ma non al punto di poter aspirare a una placida navigazione fra centro classifica e "parte sinistra", allo stato attuale. 
UN CAGNACCIO PER PROTEGGERE DIFESA E CENTROCAMPO - La difesa ha perso un leader come Burdisso, per quanto l'ultima versione dell'argentino non fosse delle più scintillanti, ha trovato Rossettini, Zukanovic e Spolli che sono onesti mestieranti della categoria ma non fanno dormire sonni tranquillissimi. Biraschi è promettente ma deve crescere, e nel frattempo è logico metterne in preventivo alcuni black out, mentre Izzo, il vero califfo del reparto, tornerà in campo solo ad ottobre. Nel caso non arrivasse un ulteriore puntello (non sembra essere nei piani societari), per proteggere una difesa di valore medio aumenterebbe vieppiù l'esigenza di un "cagnaccio" di centrocampo, senza il quale oltretutto i "piedi buoni" Bertolacci e Veloso rischiano di andare in apnea e venire travolti. E' una necessità evidente da tempo, lo stesso Juric ha più volte sottolineato l'incompletezza della rosa, ed è sconsolante che ci si debba ridurre agli ultimi giorni di mercato per tamponare falle tecniche che potrebbero risultare esiziali. Così come è rischioso concentrarsi eccessivamente sull'inseguimento di un obiettivo, Sturaro, che pare di difficile raggiungimento. 
BERTOLACCI, VELOSO E FORSE ANSALDI: QUALITA', MA... - Sulle fasce, dovesse partire Laxalt per fare posto al cavallo di ritorno Ansaldi è chiaro che la squadra non ci rimetterebbe, anzi, ma siamo ancora alla teoria pura. Con l'argentino ex Inter (ma anche ex Genoa...), e con Bertolacci e Veloso nel mezzo ci sarebbe comunque una discreta dose di qualità pedatoria a far impennare le quotazioni del Grifo, là dove nasce e si sviluppa il gioco (con in più l'interessantissimo prospetto Brlek in anticamera). Ammesso e non concesso che il "Berto" possa tornare quello dell'era gasperiniana, talmente efficace e travolgente da essersi guadagnato la convocazione in azzurro, mentre la sensazione è che si continui a sovrastimare l'apporto di Miguel, il quale nei suoi anni sotto la Lanterna ha mostrato solo in minima parte le sue reclamizzate doti di perno della zona nevralgica e di buon tiratore della distanza. 
LAPADULA DIPENDENTI? - In avanti, ha salutato la compagnia Simeone che doveva rappresentare il punto di partenza della nuova era genoana, oltretutto per una cifra che, se son veri i 18 milioni sbandierati dai giornali, è assolutamente incomprensibile, paragonata ad esempio agli oltre 30 di quotazione attribuiti a Schick. Il rischio è di diventare Lapadula dipendenti: le prime gare giocate senza l'ex milanista (comparso solo sul finire del match con Madama) hanno mostrato, relativamente al campionato, un team in grado di produrre un buon volume di gioco offensivo, ma scarsamente concreto nei sedici metri finali: ieri, a Marassi, i gol sono arrivati su un'autorete e su un rigore via Var. La speranza è che il celebrato fromboliere sia completamente guarito dalla fascite plantare che gli ha fatto saltare una parte di preparazione, altrimenti ci si dovrebbe affidare a un Palladino in chiara fase discendente, a un Pandev che ormai solo a sprazzi sa regalare i guizzi d'attacco del tempo che fu, e a un Galabinov che arriva in A alla soglia dei trent'anni, ha mostrato buon dinamismo e coraggio ma è tutto da verificare sulla lunga distanza.
CENTURION E TAARABT: ORA O MAI PIU' - Riguardo a Pellegri e Salcedo, caricare di eccessive responsabilità due sedicenni sarebbe errore esiziale, per loro e per il Genoa. Per tacere dell'oggetto misterioso Centurion, di cui si dicono mirabilie in tema di fantasia, doti balistiche e capacità di saltare l'uomo, ma che tali qualità deve finalmente dimostrarle sul campo, in Italia, smussando magari certe spigolosità di carattere. La sensazione è comunque che Roby Baggio abbia esagerato col suo endorsement nei suoi confronti (anche se alla fine ha solo detto che "gli piace" Centurion, senza investirlo a proprio erede come qualcuno ha azzardato scrivere). E Taarabt? Ha migliorato la forma fisica, ma la sua carriera dimostra che si tratta comunque di una scommessa ad alto rischio. Poteva tornare utile Morosini, e ancora non mi spiego per quale motivo Juric abbia così poco creduto in lui e nell'altro prospetto su cui si era investito l'anno passato, il laterale Beghetto. 
IN BILICO FRA TRANQUILLITA' E SOFFERENZA - Emerge un quadro per nulla definito, in balia di troppe variabili esterne (mercato, cambio di proprietà) ed interne (pregi e limiti della rosa). Se Perin, Izzo quando tornerà, Zukanovic, Bertolacci, Veloso, Centurion e Lapadula si esprimeranno ai massimi livelli, la Nord potrà comunque sorridere ma limitando le proprie ambizioni; se arriveranno Ansaldi e il fondamentale mastino nel mezzo, ogni ipotesi di sofferenza nei bassifondi dovrebbe essere bandita. In caso contrario, rimane una squadra in grado, come ha fatto contro i Campioni d'Italia, di battersi se non altro con furore, intraprendenza e discreta aggressività anche al cospetto di rivali eccelsi, almeno fin quando il fiato regge. Ma, come già scrissi molto tempo fa, occorre diffidare delle "gloriose sconfitte", perché non è detto che certe buone prestazioni siano garanzia di uguale rendimento anche in sfide più abbordabili, come del resto ha plasticamente dimostrato la stagione passata, coi tanti punti persi con le varie Empoli, Palermo e Pescara. 
I DUBBI DI JURIC - E' stato dunque assurdo attaccare Ivan Juric per aver detto che, allo stato delle cose, "la salvezza è tanta roba". Avrebbe forse dovuto innalzare l'asticella, salvo poi trovarsi ugualmente contestato per aver promesso ciò che non poteva mantenere? Ripetiamo: è un Genoa che, pur con qualche puntello in più, non è stato rivoluzionato come il disastro 2016/17 avrebbe richiesto, e parte dunque con l'anima della squadra che tante brutte figure ha inanellato pochi mesi fa, con tutte le riserve del caso soprattutto sul piano caratteriale e psicologico. E parte con lo stesso manico, il quale si spera abbia fatto tesoro dei tanti errori commessi e posto rimedio ad alcuni dei limiti emersi prima dell'esonero. Una seconda possibilità come questa non viene concessa a chiunque: ne faccia tesoro. Ha comunque in gruppo un Perin nuovamente attivo e più carismatico che mai. Non è poco.