domenica 4 giugno 2017

CHAMPIONS LEAGUE: JUVE TRAVOLTA DA UN REAL QUASI PERFETTO. GENERAZIONE BIANCONERA DI "INCOMPIUTI DI SUCCESSO"


La speranza, adesso, è che nessuno tiri fuori la tiritera dei "Galacticos" e dello "squadrone invincibile". In una finale di Champions League (torneo che nelle battute conclusive è da tempo terreno di caccia esclusivo dell'élite del continente) nessun gap tecnico potrà mai giustificare uno scarto di tre reti nel punteggio e, soprattutto, un abisso nelle espressioni di gioco come quello visto ieri sera a Cardiff. Ergo, quando si perde come ha perso la Juventus col Real Madrid, ossia nettamente sotto tutti i punti di vista, i demeriti degli sconfitti sono almeno sullo stesso livello dei meriti di chi si (ri)porta a casa la Coppa.
E' un ko pesante, che origina in primis dallo spogliatoio della Juve, da come è stata preparata e affrontata la sfida dell'anno, e forse affonda le radici ancor più in profondità, nel DNA di una generazione bianconera che si avvicina al tramonto agonistico senza aver saputo acquisire il quid per accostarsi ai colossi europei più vincenti. Ma la débacle coinvolge anche tutto l'ambiente-calcio italiano in molte sue componenti, soprattutto quella mediatica. L'esperienza mi dice: diffidare sempre delle vigilie un po' troppo inebrianti e ottimistiche, perché sono quasi costantemente foriere di cocenti delusioni. Non è una questione di scaramanzia, argomento che nemmeno mi sfiora: è semplicemente il rischio di avvicinarsi all'appuntamento con convinzione e carica eccessiva, finendo per sgonfiarsi come un palloncino al primo stormir di vento contrario. 
ERA UN SUPER REAL, MA NON TUTTI L'AVEVANO CAPITO - Non dico vi fosse aria di predestinazione, ma insomma... Il motto della settimana pareva essere: "Ci siamo, dai che è la volta buona". Il confine fra ottimismo e spavalderia è quasi sempre sottile, ci vuole un attimo a superarlo, con tutte le controindicazioni del caso. Certo è che la latente sottovalutazione del Real Madrid targato Zidane è stata palese. Eppure mai come in questa stagione europea le Merengues mi sono parse aver raggiunto la quadratura del cerchio, la fase di quasi assoluta perfezione di questa loro ennesima età dell'oro. Il doppio confronto col bel Napoli di Sarri è stato illuminante, in tal senso: poteva anche subire per un tempo intero, la "Casa blanca", ma limitava i danni  per poi uscire alla distanza e affondare l'avversario con colpi ripetuti e implacabili. Scena poi rivista anche nel turno successivo col Bayern Monaco. Insomma, un "equipo" che al pieno di classe aggiungeva una solidità tattica, fisica e psicologica tale da fargli superare tempeste autenticamente terribili. 
JUVE SUBITO DISINNESCATA - E' un copione che, tutto sommato e pur con qualche variazione, si è ripetuto pure al Millennium Stadium. Come tutte le compagini consapevoli di una certa inferiorità sul piano del talento complessivo, dell'esperienza e dell'abitudine alla vittoria, la Juventus è partita forte, cercando, se non di colpire a freddo, quantomeno di indurre i rivali a più miti consigli. Non c'è riuscita (grazie anche a una bella deviazione di Navas su staffilata di Pjianic), ha anzi preso gol sul primo affondo subìto, e già lì si è capito che i piani iniziali erano saltati. C'è stata una reazione puramente nervosa, che ha portato a un pareggio tutto sommato meritato, frutto peraltro di una estemporanea prodezza di Mandzukic. Ma già da qualche minuto molti ingranaggi torinesi parevano fuori fase: Higuain e Dybala davanti non avevano un briciolo dell'ispirazione dei giorni migliori, la difesa faticava a contenere certe incursioni in velocità dei detentori del trofeo. Prima dell'intervallo ha ceduto di schianto la cerniera di centrocampo Khedira - Pjianic, col tedesco che, semplicemente, non era in condizione di giocare una gara così importante e complessa, e il bosniaco che è scivolato fuori dal match quando avrebbe far dovuto sentire il peso dei suoi piedi buoni e del suo fosforo; sulle fasce, Alex Sandro si dannava, mentre Dani Alves, l'uomo chiave degli ultimi due mesi, palesava timidezze inusitate: un cross trasformato in un debole appoggio per la difesa avversaria, episodio in apparenza di scarso rilievo, era in realtà l'ultimo campanello d'allarme. 
CROLLO FISICO E MENTALE - Nella ripresa il crollo è stato completo: è parso prima di tutto un crollo fisico, l'handicap che troppe volte, in questi ultimi anni, ha frenato club italiani anche validi nelle loro campagne europee, cioè un palese deficit di condizione atletica rispetto ai competitors più quotati, una scarsa capacità di tenuta alla distanza. I ragazzi di Allegri nel secondo tempo non sono in pratica scesi in campo, l'acuto dell'1-1 li ha prosciugati. L'1-4 di chiusura è una fotografia crudele ma onesta della loro serata da incubo sportivo. E se le gambe non rispondevano più, anche il cervello è andato in black out, cosa ancor più clamorosa perché, se può non sorprendere un giovane Dybala schiacciato dal peso mentale della prima finale Champions in carriera, gli imbarazzi da debuttanti dei vari Barzagli, Bonucci e Chiellini paiono senza una spiegazione logica. Proprio loro, che desideravano quella Coppa più di ogni altra cosa. 
OSSESSIONE FATALE - Era diventata un'ossessione, un eccesso, ci si è pensato forse troppo, ma le ossessioni possono anche essere gestite in maniera positiva e dare i frutti sperati. In casa Juve non ci sono riusciti, perciò, spiace dirlo, occorre parlare di mezzo fallimento: perché la campagna acquisti estiva, per come si era sviluppata, aveva proprio la massima competizione europea come obiettivo. Poi certo, in finale bisogna arrivarci e dopo diventa un terno al lotto, perché in partita secca tutto può accadere, ma c'è modo e modo di perdere, e Buffon e compagni hanno scelto quello peggiore. 
ULTIMA OCCASIONE? - Già, Buffon:  ha visto sfumare una delle ultimissime occasioni per coronare il sogno di una vita in bianconero. E' questo un altro degli aspetti che portano  il bilancio ad assumere una tonalità rossa: il portierone, la B-B-C prima citata, ma anche Alves, Khedira, Higuain e Mandzukic non sono più di primo pelo, per loro ogni stagione diventa una scommessa: saranno ancora quelli dell'anno prima? Ecco perché, per "questa" Juventus, la Juventus dei sei scudetti consecutivi, la Coppacampioni 2016/17 doveva essere quella buona; non nel senso di una predestinazione, come detto prima: certe cose non esistono, nel football. Nel senso, invece, che il match doveva essere preparato meglio, con convinzione ma anche con la serenità di chi sa di poter gettare sul tavolo carte comunque importanti. Come due anni fa all'Olympiastadion, e anche peggio, rimane il dubbio che non si sia fatto di tutto per opporsi a rivali forti ma non inavvicinabili: gli imbattibili non esistono, nel calcio.
Che si potesse far di più lo dimostra la troppo stridente differenza fra Cardiff e le prestazioni fornite nei precedenti quattro match con Barcellona e Monaco, quando, in alcuni momenti, il team bianconero ha mostrato le stimmate del meccanismo perfetto, per organizzazione in campo, intelligenza e soprattutto approccio alle gare; c'erano queste cose, e c'erano anche i top player, il Dybala pulcino bagnato di ieri era lo stesso che qualche settimana fa aveva asfaltato il grande Barça... Nulla di tutto ciò è bastato, e la Signora, nella versione attuale, non ha saputo saltare il fosso, rimanendo una splendida piazzata, una "incompiuta di successo" (in campo internazionale). 
MARCELO, ISCO E UN SUPER CR7 - Tutto è sfumato a un passo dal traguardo, quando invece le armi in precedenza sfoderate dovevano risultare ancor più affilate. Poi, ripeto, il Real ci ha messo del suo per disinnescare una Juve che però, a parte due fiammate (l'avvio e la reazione al primo svantaggio) era caricata a salve. I picchi spagnoli? Un Marcelo indemoniato  e sgusciante come ai bei tempi, là sulla sinistra; un Modric che, oltre a confezionare l'assist dell'1 a 3, ha retto con ordine le fila della manovra ben coadiuvato da un Casemiro che ha sommato quantità, qualità e intraprendenza nelle due fasi; un Isco che ha più volte mandato a carte quarantotto le linee difensive italiane con micidiali incursioni e accelerazioni palla al piede, con quella proprietà di palleggio che rimane marchio di fabbrica della splendida scuola iberica anni Duemila.
Dulcis in fundo, beh, Cristiano Ronaldo. Fino a qualche tempo fa c'era ancora qualcuno talmente ardimentoso da sostenere che non segnasse mai gol importanti. Affermazione così surreale da non aver bisogno di smentite, tuttavia i due gol nei momenti topici del match (il primo a freddare i prematuri entusiasmi torinesi, il terzo a piazzare il ko), il peso offensivo, la concretezza, il piglio da conquistatore con cui il superbomber portoghese ha affrontato questo ennesimo, personale appuntamento con la storia, marcano la differenza fra i fuoriclasse assoluti come lui e i grandi campioni incompleti come Higuain. La stessa differenza fra il Real e la Juve dei sei anni, che da Berlino a Cardiff è cresciuta in talento ma non ha saputo acquisire la completezza e la maturità delle grandi europee. E ora tutto diventa difficile, perché si deve ripartire con gente fresca e uomini nuovi, presumibilmente a corto di esperienza internazionale. Auguri.
P.S.: A Torino, in piazza San Carlo, la foto delle scarpe rimaste sul terreno mi ha ricordato alcune drammatiche immagini dell'Heysel, senza mezzi termini. Il panico ha rischiato di creare un altro disastro di proporzioni inimmaginabili, e il numero abnorme di feriti lo dimostra in maniera inequivocabile. 

domenica 21 maggio 2017

CARO GENOA, MAI PIU' UNA STAGIONE COSI'. SALVEZZA RAGGIUNTA, MA IL FUTURO E' GRAVIDO DI INCOGNITE


Crederci era diventato difficilissimo. Troppi segnali negativi disseminati lungo un girone di ritorno terrificante, troppe inquietanti analogie con certe clamorose retrocessioni passate (in primis quella sampdoriana del 2011, che rimane dunque un fatto più unico che raro). Ma al di di questo, al di là dei corsi e ricorsi storici che lasciano un po' il tempo che trovano, a indurre al pessimismo era soprattutto il Genoa attuale, squadra che da mesi trasmetteva una costante sensazione di pochezza tecnica, tattica e soprattutto psicologica. Partite "facili", comunque abbordabili, che diventavano improvvisamente montagne impossibili da scalare, occasioni per fare punti gettate al vento con sistematica pervicacia, quasi un'incomprensibile ostinazione nel correre a perdifiato verso il baratro. 
TORO ONESTO E SENZA ACRIMONIA - Il Vecchio Balordo, bontà sua, ha saputo ribadire la sua unicità e imprevedibilità cambiando pelle nel giro di sette giorni, trovando, non si sa dove, le risorse per invertire la rotta e ribellarsi a un destino che pareva doverlo ghermire senza pietà. Quando tutto sembrava perduto, quando il trend negativo sembrava francamente impossibile da interrompere soprattutto dopo l'incommentabile suicidio di Palermo, l'undici di Juric ha scritto un finale diverso per questa temporada horror, ha ritrovato quantomeno lo spirito pugnace di chi sa battersi con onore nei bassifondi, e ha colto con merito la vittoria-sopravvivenza.
Toro privo di motivazioni, dite? Certo, come il Chievo che ha vinto a Marassi quasi senza forzare, come i rosanero ai quali è bastata la paperissima di Lamanna per fare bottino pieno. Era questo il problema: non c'è calendario favorevole che tenga, quando l'encefalogramma della squadra tende al piatto. I granata hanno fatto la stessa gara dei veronesi e dei siculi: nessuna porta spalancata, nessun "prego, si accomodi", ma un onestissimo impegno, senza acrimonia né bava alla bocca, come è normale aspettarsi da chi non si gioca più alcunché. Siamo in Italia, non in Inghilterra dove tutti combattono alla morte fino alla fine, e a me va benissimo così. 
LA SCONFITTA DEI POLEMISTI DA TASTIERA - Preferisco chi, in questo finale di torneo, si è battuto con generosità pur non avendo più obiettivi, a tutti coloro che hanno caricato il duello del Ferraris straparlando di vendette per torti passati del tutto inesistenti. Alle corte: nel 2009 i rossoblù non condannarono alla B i granata vincendo in Piemonte un match che per loro non aveva più significati di classifica; Milito e compagni si giocavano, pur se con poche speranze, i preliminari Champions, scusate se è poco. Questo vizio di interpretare arbitrariamente fatti acclarati per dare sostanza alle proprie teorie complottistiche sta cominciando a diventare stucchevole, nonché pericoloso per il futuro del giornalismo e del web.
E' BASTATO POCO - Il Vecchio Balordo si è svegliato in tempo, ci ha messo tanto cuore attutendo l'effetto degli errori di tocco e degli insormontabili limiti nella costruzione del gioco, ha azzeccato tatticamente il match, è stato cattivo sotto porta finalizzando due delle poche occasioni create. Tutto ciò è bastato anche perché le inseguitrici hanno dato a lungo il peggio, molto più di Simeone e compagni, prima del risveglio degli ultimi due mesi. Ma, riguardo al Crotone, ritengo più attendibili i 14 punti racimolati nelle prime 29 giornate, ossia nel pieno del torneo, rispetto ai 17 messi in cassaforte nelle successive 8 (prima dell'ovvio crollo allo Stadium) contro avversarie lontane da ogni traguardo.
In breve: se il team di Juric avesse affrontato Chievo e Palermo con lo stesso piglio sciorinato dai calabresi al cospetto delle varie Udinese, Sampdoria, Pescara, ecc., la paura della B sarebbe svanita con un anticipo ben più largo. Di certo c'è che un'annata così verrà a lungo ricordata con imbarazzo, da queste parti. Non per la salvezza affannosa, ci mancherebbe, un evento che in fondo fa parte del DNA del Grifo, e nemmeno per i due derby persi (il Genoa ne aveva vinti due su due nel 2008/09 e nel 2010/11, e addirittura tre di seguito fra il 2008 e il 2009...), quanto per il modo in cui si è spenta la luce, producendo momenti autenticamente mortificanti.
INCOGNITE SOCIETARIE - Mantenere la categoria era fondamentale. Perché una retrocessione non è un dramma, sportivamente parlando, e in tempi recenti ci sono passate quasi tutte le compagini di fascia media (eccezion fatta per i bianconeri friulani); ma poteva diventarlo per il club rossoblù, alle prese con una situazione societaria problematica. In questi lunghi mesi di crisi i vertici dirigenziali sono parsi troppo spesso assenti e distanti, non si è vista una strategia, il progetto tecnico ha perso consistenza; il tempo di Preziosi sotto la Lanterna è probabilmente giunto agli sgoccioli, l'intenzione di passare la mano è ormai stata palesata e la stampa parla di trattative in corso senza tuttavia fornire ulteriori dettagli. Con il Grifo in Serie A, con introiti ben superiori al contentino del famigerato paracadute, in definitiva con maggior appeal, l'arrivo di un nuovo proprietario dovrebbe risultare relativamente più semplice, o un tantino meno complicato... Se poi non si profilasse all'orizzonte nessuna alternativa attendibile, allora lunga vita al re dei giocattoli, che dovrà però cambiare decisamente registro.
GLI ERRORI DELLA STAGIONE HORROR - Questa stagione da incubo, per certi versi la peggiore che io ricordi da quando seguo il calcio e il Genoa (una trentina d'anni), è nata anche da un vistoso sbandamento societario, la sensazione di una struttura quasi in smobilitazione, scollata dalla realtà della piazza e da quella specifica della squadra, un netto calo di tensione che ha causato una sequela impressionante di errori. La gestione del mercato invernale rimane inaccettabile, non tanto per le inevitabili cessioni di Rincon e Pavoletti, quanto per altri due motivi: 1) Non aver trovato sostituti più o meno testuali dei due illustri partenti, lasciando scoperti ruoli esiziali; 2) non aver saputo cogliere le vere debolezze della rosa e agire di conseguenza. Fra dicembre e gennaio, la squadra aveva già perso la sua efficienza difensiva e imbarcava acqua a ogni piè sospinto, precarietà aggravata anche dagli infortuni di Perin (uno che conferiva sicurezza a tutto il reparto, parate miracolose a parte) e di Veloso (poco appariscente, ma fondamentale equilibratore della manovra).
 Ebbene, non si è preso un nuovo portiere titolare, virando su un Rubinho più che arrugginito e caricando tutte le responsabilità sul non eccezionale Lamanna, non si è rimpolpato il roster degli uomini di retroguardia (ricordiamo anche la spada di Damocle che pendeva sulla testa di Izzo, minaccia poi concretizzatasi), non si sono inseriti elementi di tempra e quantità nel mezzo affollando la zona nevralgica di trequartisti, incursori, "ragionatori", fantasisti leggerini e incostanti. Insomma, si è sbagliato tutto ciò che si poteva sbagliare, e anche di più. 
L'uscita di scena di Perin e Veloso, unici elementi autenticamente carismatici dello spogliatoio, ha fatto definitivamente perdere la bussola a un gruppo rivelatosi fragilissimo sul piano mentale. Perché precisiamo che questo Genoa non è tecnicamente scarso: gente come Burdisso, Laxalt, Cataldi, Rigoni, Pandev, Palladino, Simeone sa trattare il pallone, ha classe in discrete doti, sono uomini che avrebbero fatto assai comodo a Empoli e Crotone; ciò che mancava era la solidità "di testa", la "garra", lo spessore agonistico che consentono di venire fuori dai momenti più neri. E' parsa troppo spesso un'armata senza cuore né anima, quella ligure. E ci ha messo del suo anche Juric, che dopo l'avvio promettente ha sbandato mostrando tutti i suoi limiti di trainer all'esordio nel massimo campionato, dalla scarsa elasticità tattica a una gestione spesso discutibile degli uomini a disposizione, con scelte di formazione incomprensibili (il Pinilla del Barbera, i giovani confinati in un cantuccio). 
PIAZZA PULITA O QUASI - Senza lasciarsi prendere dall'entusiasmo per un traguardo minimo che di entusiasmante ha poco e che doveva arrivare assai prima, occorre entrare nell'ordine delle idee che del Genoa 2016/17 non c'è molto da salvare: un team costruito male e che ha reso ancor peggio. Sarà necessario attuare una campagna acquisti-cessioni molto movimentata, proprio come una neopromossa che ha bisogno di pesanti iniezioni di tonificante tecnico e caratteriale per restare a galla. E tutto questo avverrà, ripeto, in un contesto societario oltremodo incerto. Il timore è che senza cambi nella stanza dei bottoni, senza una svolta in senso finanziario, serviranno ancora imponenti sacrifici (leggasi: cessione dei nomi illustri, ridotti peraltro a una sparuta pattuglia dal progressivo depauperamento degli anni recenti) non compensati da rinforzi all'altezza. A meno che il Joker non ritrovi d'incanto lo spirito dei tempi belli e risorse fresche per ricostruire la sua avventura rossoblù su nuove basi, ma allo stato delle cose è ipotesi che non ha molte possibilità di concretizzarsi...
Si dovrebbe ripartire dai "ragazzi italiani" quest'anno un po' trascurati come Biraschi (emerso infine nelle ultime settimane), Beghetto e Morosini, da Izzo con squalifica ridotta, da Veloso se potrà rimanere, da Rigoni, da Ninkovic che tanto bene ha fatto nel girone di andata, e persino da Hiljemark, giusto per garantire un minimo di continuità perché non sarebbe né giusto né saggio buttare tutti a mare; ma poi? E come si potrà riuscire a trattenere Perin, Laxalt e Simeone jr? 
POVERA DS... - Sarà un'estate lunga, molto lunga, con lo sguardo rivolto più a Villa Rostan (sede del sodalizio) che alle trattative del calciomercato. Per il momento, prendiamo atto di questa salvezza senza gloria e dedichiamo un deferente pensiero alla Domenica Sportiva, che giusto una settimana fa ha lanciato dai teleschermi Rai, per bocca di Marco Tardelli, un sentito "Forza Crotone", cancellando definitivamente una storia, quella della trasmissione-mito della tv italiana, fatta di equilibrio e pacatezza. C'è poco da commentare, se non che una risata li seppellirà. Oppure potrei fare come fece Luca Goldoni sul Corriere della Sera del 1974 scrivendo del Festival di Sanremo, chiedendo l'abolizione della DS "d'autorità, senza bisogno di dispendiosi referendum". Un programma ormai fuori dal tempo, ma che per mantenere un minimo di credibilità dovrebbe affidarsi perlomeno a commentatori più equidistanti di quanto si sia dimostrato nella circostanza l'ex Schizzo mundial. Nella DS di Alfredo Pigna, di De Zan padre, di Ciotti e di Tito Stagno, nessuno avrebbe mai osato esporsi così per una squadra, dimenticando il rispetto per le altre. Del resto, opinionisti (curioso mestiere del ventunesimo secolo) non si diventa dall'oggi al domani, mentre nella tv del 2017 in troppi credono di esserlo, e perfino autorevoli. O meglio, sono i responsabili delle televisioni a farglielo credere, ed è ancora più triste. 

venerdì 19 maggio 2017

RECENSIONI TV: IN "FACCIAMO CHE IO ERO" IL TALENTO, LA GRAZIA E LO SPIRITO BAMBINO DI VIRGINIA RAFFAELE


Virginia Raffaele ha la grazia e il tocco leggero della comica di razza. Quella che sa far alternativamente sorridere, ridere, sganasciarsi ma anche riflettere, e che sa dosare accuratamente i vari registri, "shakerandoli" con perizia in cocktail quasi sempre equilibrati e riusciti. Ci ha abituati fin troppo bene, questa ragazzona "bella e brava" (come si diceva una volta), e ora ogni sua nuova esibizione viene attesa coi fucili della critica spianati. In fondo è giusto così, è il destino dei grandi essere sempre sotto esame da parte di penne severissime. "Facciamo che io ero" è il suo primo impegno televisivo autenticamente probante, è il debutto in Champions League: certo, oltre a mille altre cose, a un gavetta vera, a un tour teatrale trionfale (ma il piccolo schermo è una "bestia" completamente diversa), si è sobbarcata una settimana sanremese  poco più di un anno fa, che è già una prova del fuoco mica da ridere. Ma all'Ariston non era sola, era una delle protagoniste della kermesse (la più scintillante e la più in forma del cast, d'accordo). Quello partito ieri è invece uno show tutto suo, è lei la stella, è lei che catalizza onori e oneri. 
Un "quasi - one woman show", diciamo, perché nelle due ore e mezza on stage è coadiuvata da altri personaggi, e nemmeno pochi. Del resto non stiamo parlando di un'artista da monologhi - fiume, del Montesano o del Walter Chiari della situazione, ma di una performer che gioca su diversi terreni e che affida ben poco all'improvvisazione, necessitando per questo di strutture spettacolari non monocordi, ricche di parentesi e di momenti di stacco. Essendo quindi uno spettacolo lungo e composito, il suo, ha inevitabilmente dei picchi e delle piccole cadute di tono, peraltro poi immediatamente riscattate. E' fisiologico in certi eventi catodici. Ma ciò che conta è la bontà di fondo del progetto, la sua riuscita complessiva, e da questo punto di vista la prima puntata si presta a un giudizio nettamente positivo. 
Di format come questi, costruiti attorno a un unico divo, la Rai ne ha proposti a bizzeffe, a partire dall'inizio del secolo. Ma solo in questo mi par di intravedere quel tocco in più. Il tocco leggero di cui dicevo all'inizio, la grazia evidente in un  programma che la protagonista (coadiuvata dal suo staff autoriale) ha modellato su misura per se stessa. "Facciamo che io ero" è costruito addosso a Virginia, è un vestito che le calza a pennello; dentro ci sono la sua anima, la sua storia personale e professionale che, nel caso specifico, coincidono. C'è la genuinità di un talento cresciuto nel mondo circense e che ora a quel mondo vuol dire grazie, ad esso riferendosi in molti dei suoi interventi. C'è un entusiasmo autentico, "infantile" nel senso più positivo del termine, come può esserlo quello di una bambina che corona il sogno di ballare con un fuoriclasse della danza, nello specifico Roberto Bolle. 
Per tutto questo, lo show ha una sua storia, una sua sceneggiatura, una linea artistica nitida, e non è poco di questi tempi. Nulla stona, nulla sembra avulso dal contesto. Ogni ospite è presente in funzione della "stella": così Gabbani (altro giovane fuoriclasse che d'ora in poi sarà atteso da prove del fuoco sempre più severe) è un'ottima spalla per una Virginia - Fiorella Mannoia palesemente adirata per la mancata vittoria sanremese, mentre il co  - presentatore Fabio De Luigi dà il meglio nello sketch sul bacio cinematografico con Sabrina Ferilli (sempre Virginia, ovvio), caricatura alla quale si può perdonare qualche volgarità, perché poche parolacce sparse qua e là sono tollerabili in un contesto di grande eleganza, in cui la risata arriva attraverso altre strade; in cui il (sommesso) turpiloquio è solo un elemento fra i tanti e nemmeno il più importante, ma non certo il mezzo per fare centro. 
La Raffaele sa rinnovarsi e lancia anche in questa circostanza nuovi personaggi: detto della Mannoia, è parsa a fuoco anche la sua Bianca Berlinguer dall'ego un po' troppo pronunciato, ma forse è riuscita ancor meglio la scrittrice - critica Michela Murgia (la stroncatura della Divina Commedia è una piccola genialata), uno di quei casi in cui la "vittima" di satira beneficerà, verosimilmente, di quel bagno di popolarità che i riflettori televisivi del programma mattutino di Augias non potranno mai darle. Donatella Versace, invece, rende più o meno bene a seconda del contesto, della scrittura di quel particolare momento di spettacolo: con Gabriel Garko non sono state proprio faville, anche perché l'attore, nella circostanza un po' freddo e poco ispirato, non ha rappresentato la più efficace delle spalle comiche. La firma di Virginia c'è dall'inizio alla fine, anche nel ripescaggio dello storico ed esilarante sketch del provino con Lillo e Greg, a lungo partner artistici della showgirl romana; e ancora prima, in quel monologo sulla paura in tutte le sue sfaccettature, soprattutto le più odiose e inaccettabili. In quei pochi minuti senza trucco e senza maschere, la vedette della serata ha saputo dimostrare che si possono mandare messaggi positivi senza tromboneggiare, senza retorica né buonismo, ma perfino giocando sul sottile filo della comicità intelligente. 

domenica 14 maggio 2017

EUROVISION SONG CONTEST 2017: PERCHE' GABBANI NON HA VINTO? TENTATIVO DI ANALISI


Poche storie: se un cantante affronta una competizione contando su buona parte dei favori del pronostico e conclude la gara in sesta posizione, oltretutto più che doppiato dal primo classificato sul piano del punteggio (758 contro 334), non si può che parlare di delusione e di fallimento. Un sesto posto può valere in un torneo calcistico, magari per qualificarsi a una coppa internazionale, nemmeno la più prestigiosa: ma in una rassegna canora conta poco o nulla, non lascerà tracce e verrà presto dimenticato. Spiace esser così sferzanti, ma è il punto fermo (personale, ovvio) da cui bisogna partire per analizzare con obiettività l'esperienza di Francesco Gabbani all'Eurovision Song Contest 2017, esperienza che si presta a diverse chiavi di lettura, molto diverse l'una dall'altra. 
GABBANI, TRIONFO.... LONTANO DA KIEV - E' fuori discussione che il vincitore dell'ultimo Sanremo abbia goduto di una esposizione mediatica senza precedenti, per un artista italiano in lizza all'Eurofestival: esposizione comunque creatasi già nei mesi di vigilia, quando "Occidentali's karma" ha progressivamente allargato i confini del proprio successo trasformandosi in autentico fenomeno continentale, come testimonia inequivocabilmente l'eccezionale riscontro di visualizzazioni su You Tube. Sono questi numeri a sancire lo spessore internazionale dell'opera di Francesco, opera che, dal mio punto di vista e senza voler apparire blasfemo, non è molto lontana dal concetto di "capolavoro pop", ovviamente nel suo particolare genere (intelligentemente scanzonato) e senza per forza volerlo accostare a tanti evergreen italiani dei decenni passati. 
EFFETTO SATURAZIONE - E' fondamentalmente su tale dato che è stata costruita, dai media italiani, l'icona del Gabbani favorito, ma dagli esperti mi sarei aspettato sulla kermesse analisi un po' più approfondite, ad esempio, della retorica a piene mani versata dal critico Ernesto Assante di Repubblica. Sconsolante invece l'atteggiamento della Rai, che dopo anni di assenza ingiustificata ha riscoperto l'evento nel 2011, ma l'ha riscoperto "a modo suo", e a quanto pare non ha ancora saputo coglierne l'essenza e i segreti: per questo 2017 si è limitata a un'esaltazione continua, ripetuta, financo nauseante del candidato italiano, magari col rischio di suscitare nel pubblico un effetto di saturazione, cioè il peggio che possa capitare. 
Quello che voglio dire è che si è forse creata artificiosamente un'aspettativa sovrastimata, da parte di chi avrebbe invece dovuto avere un maggior controllo delle dinamiche della manifestazione europea, dei trabocchetti del meccanismo di voto e di altre particolarità della kermesse. Poco male, da questo punto di vista: per "Occidentali's karma" vale il discorso di altre pietre miliari della musica rimaste incomprese nell'ambito delle varie gare canore a cui hanno presto parte, Sanremo in primis. 
UNA BRUTTA VERSIONE DEL BRANO - Personalmente, mi ha lasciato perplesso anche la forma in cui il brano italiano è stato presentato: brutalmente tagliato e sintetizzato rispetto alla versione originale, ha perso molto del suo potenziale, riducendosi quasi a una sorta di eterno ritornello, anche piuttosto monotono. Sentirlo non mi ha fatto un bell'effetto: pur mantenendo in parte la sua freschezza e unicità, si era forse un po' troppo avvicinato a certi inflazionati prodotti dell'ESC, per stagliarsi nitidamente sopra di essi. 
NON TROVIAMO LA CHIAVE - Qui veniamo a un altro punto dolente: siamo ormai a sette tentativi, dal ritorno in gara del 2011 affidato a Raphael Gualazzi (che rimane la nostra performance migliore di questo periodo, col secondo posto assoluto), ma ancora l'Italia non ha trovato la chiave giusta per penetrare gli ingranaggi di questa bizzarra e discutibile gara canora. Con Marco Mengoni e con Francesca Michielin aveva proposto dei pezzi non immediatissimi e lontani dal clamore scintillante e un po' plastificato che domina di questi tempi la kermesse continentale, e i risultati erano stati tutt'altro che eccezionali (settimo posto per "L'essenziale", addirittura sedicesimo per "Nessun grado di separazione", che peraltro proprio nelle settimane scorse ha centrato il secondo disco di platino certificato dalla FIMI, segno che non si trattava proprio di una composizione di basso livello). Con Il Volo aveva sposato senza remore la più classica tradizione del bel canto nostrano, che, si dice, sia ancora di gran lunga il genere italiano più apprezzato nel mondo: anche in quel caso enormi attese circondarono la nostra spedizione, ma arrivò "solo" una medaglia di bronzo. 
Ebbene, questa volta l'Italia ha presentato una proposta un po' più in linea con i più recenti stilemi eurovisivi, briosa, vivace (eppur su una linea superiore per originalità di scrittura testuale e musicale), e invece, voilà, ecco che le giurie vanno in brodo di giuggiole per un concorrente che ha portato un pezzo di matrice melodico - sofisticato - cantautoriale, cose che da queste parti raramente hanno vita facile. Forse siamo noi ad arrivare sempre in ritardo, ad agganciarci a un carro musicale quando questo è ormai fuori moda: forse dovremmo solo essere noi stessi e selezionare la nostra rappresentante prescindendo da quello che è il gusto dominante del momento, perché c'è anche la possibilità che la chiave giusta per dominare la "bestia" Eurofestival, in fondo, non esista, vista la volubilità di chi è chiamato a votare. Ciò non toglie che, intendiamoci, la canzone mandata quest'anno "al massacro" fosse di gran lunga la migliore possibile, e la scelta non va rimpianta.
VINCITORE DEGNO, MA... - Certo, visto l'andazzo a Kiev, si potrebbe arrivare a pensare che i brani seri e tormentati piazzatisi secondo e terzo a Sanremo, quelli di Mannoia e Meta, avrebbero potuto fra breccia con maggior efficacia. Tutto può essere, a questo punto. "Amar pelos dois" di Salvador Sobral, la canzone trionfatrice, è intensa ed evocativa, scarna ed essenziale, magistralmente interpretata: è una degna vincitrice, ma non vuol dire che fosse la migliore del lotto, né che fosse migliore di "Occidentali's karma", con la quale il paragone è improponibile perché si parla di generi distanti anni luce tra loro. Di certo si è trattato di un plebiscito, ma non per questo meno contestabile. Credo di poter parlare, senza offesa per nessuno, di innamoramento delle giurie per un'opera che colpisce nel profondo dell'animo (non  la prima a farlo, del resto), ma penso che un giudizio musicale completo dovrebbe tener conto non solo dell'aspetto emozionale. 
GIUDIZIO TECNICO IN SECONDO PIANO - Può sembrare inutile dire queste cose, visto che, anno dopo anno, la sensazione per noi "profani" è che l'ESC, per proclamare i suoi eletti, si muova attraverso altri sentieri che non quelli della validità oggettiva della proposta canora: sentieri leciti, intendiamoci, ma che mettono in un cantuccio le valutazioni di squisito carattere tecnico; pensiamo al gioco delle alleanze fra Paesi, qualcosa di indecoroso ma che in ogni caso l'Italia non riesce assolutamente a sfruttare (tre punti da San Marino, due dalla Svizzera, zero dalla Romania: suvvia...). Del resto, dal punto di vista delle sette note l'Eurovision è quello che è, e non lo scopriamo di certo oggi, né c'era bisogno dei crudi articoli di certi critici nostrani per scoprire come il re sia nudo. Io lo scrivo da tempo: musicalmente Sanremo dà tantissimi punti all'evento europeo, e ultimamente ha acquisito anche più credibilità sul piano delle votazioni, che pure sono lungi dall'esser perfette; il nostro Festivalone rimane invece in netto svantaggio rispetto alla costruzione dello show ESC e alla sua resa televisiva: quest'ultimo è più agile e snello, anche se, intendiamoci, la serata finale è comunque durata sulle tre ore e mezza, neanche poco. 
CHI SI SALVA - Tornando al livello canoro, va detto che qualcosa di meglio si è visto, rispetto alle più recenti edizioni: rimane una quota troppo ampia di omologazione pop, di inglesismo spinto, di ritmi standard, di ispirazioni più o meno velate ai più freschi fenomeni da classifica (un po' di Ed Sheeran qua e là, per dire), ma c'è chi ha osato di più. Meritavano maggior considerazione, ad esempio, il sound etno - arabeggiante dell'ungherese Joci Papai, l'algido pop contemporaneo della belga Blanche, la cui "City lights" potrebbe perfino dire la sua nelle charts europee, così come "Skeletons" della bella Dihaj (Azerbaijan), con sonorità assolutamente al passo coi tempi; e ancora, il duo bielorusso Naviband con qualche vaga reminiscenza folk, e l'insolito impasto melodico - tenorile italo - croato di Jacques Houdek. Onore soprattutto a chi ha scelto di cantare nella propria lingua. Per il resto, prodotti tutti abilmente confezionati, senza sbavature, ma un po' troppo anonimi e convenzionali. L'Eurofestival questo è, prendere o lasciare. Ma, a parte gli esempi citati, viene da chiedersi quanti di questi brani resteranno nel tempo. Io una risposta ce l'ho ed è pessimistica, ma sicuramente mi sbaglio. 

martedì 4 aprile 2017

LA PROPOSTA DI MOGOL, LAVEZZI, MUSSIDA E SALERNO: RIFORMARE IL FESTIVAL DI SANREMO. PROGETTO CON PIU' CONTRO CHE PRO


Negli ultimi giorni ha avuto ampia diffusione sul web una "proposta di riforma" del Festival di Sanremo. L'iniziativa, rilanciata da diversi siti specializzati, è stata elaborata da un gruppo di storici autori e musicisti, mostri sacri della canzone nostrana, e verrà portata avanti anche attraverso una petizione rivolta alla Rai, al Comune rivierasco e al Ministero dei Beni Culturali. In estrema sintesi, il punto chiave di tale progetto è il seguente: mettere in concorso venti canzoni di autori italiani, scelte da una commissione formata da esperti di provata esperienza e professionalità, e in un secondo momento assegnare tali pezzi ad altrettanti interpreti proposti dalle case discografiche (sia major sia indipendenti). 
LA CANZONE CHE LANCIA IL CANTANTE - Gli ideatori di questa "bozza di riforma" sono Mario Lavezzi, Franco Mussida, Mogol e Alberto Salerno, veterani che non hanno certo bisogno di presentazioni. Su quali basi nasce? La constatazione che ultimamente il fulcro dell'universo festivaliero sia più la figura dell'interprete che il pregio della proposta canora in sé; a ciò non sarebbe estraneo un eccessivo peso delle case discografiche: "Oggi, nella compilazione della rosa dei concorrenti - hanno dichiarato i promotori dell'iniziativa - intervengono le case, costringendo la direzione artistica a rispettare equilibri che non necessariamente hanno a che fare con la validità della proposta. E, in secondo luogo, si privilegia il personaggio, e non la canzone". Un modus operandi in cui il livello qualitativo dei brani passerebbe in secondo piano. 
A monte di tutto, un presunto dato di fatto che vedrebbe nella rassegna ligure un contenitore televisivo di grande successo, ma in cui la musica non avrebbe più la centralità di un tempo. E per restituirle centralità, secondo questa proposta, occorre tornare a valorizzarne l'essenza, ossia le opere di qualità; proprio come nel Sanremo dei primordi, in cui era la canzone, se ben scritta, a lanciare il cantante, e non viceversa. 
PROPOSTA ANACRONISTICA? - Certo, l'idea in sé per sé merita rispetto, e non solo perché portata avanti da autentici fuoriclasse della musica tricolore. Sono degni di nota l'importanza che viene ancora attribuita alla ribalta sanremese e il desiderio di migliorarne la credibilità artistica, ma la sensazione è che lo si voglia fare con una proposta che pare fuori dal tempo e un tantino sganciata dalla realtà. Per una marea di ragioni. 
Innanzitutto è bizzarro che tale presa di posizione si manifesti all'indomani di un triennio sanremese, quello griffato Carlo Conti, contraddistintosi proprio per un riavvicinamento della kermesse agli standard degli anni d'oro, quelli in cui era in primis una rassegna musicale e solo in seconda battuta uno spettacolo ad uso catodico: abbiamo avuto una crescita esponenziale del numero di Campioni in competizione (passati dai quattordici delle gestioni Morandi e Fazio ai venti del 2015/2016 fino ai ventidue di quest'anno), i giovani riportati in "prime time" dopo anni di esibizioni a notte fonda, un meccanismo di gara ad eliminazione che ha comunque consentito l'ascolto dei pezzi un minimo di due volte per ogni big, anche per quelli usciti per primi di scena, con vetrina promozionale garantita dunque a tutti. Ci sono state edizioni, in passato (penso alla primissima di Fazio, nel '99, o a quella di Panariello nel 2006), in cui davvero la tenzone canora si perdeva, immersa nelle esibizioni di arte varia di uno show dilatato a dismisura e riempito di troppi elementi extra; ma pensiamo anche a certi Festival a cavallo fra prima e seconda decade di questo secolo, che portavano appena una decina di cantanti alla serata finale, per dire... 
IL FALLIMENTO DELL'ESPERIENZA '75 - La proposta delle venti canzoni da abbinare successivamente agli interpreti pare fuori tempo massimo anche sul piano di un'analisi storica del Festival: la presentazione del "pacchetto completo" cantante - canzone, in sede sanremese, è un dato di fatto acquisito dal 1972 (non a caso l'anno in cui venne dismessa la caratteristica doppia esecuzione di ciascun pezzo), ed è un modus operandi del tutto ovvio, per quella che è stata l'evoluzione della discografia e del mercato. L'unica volta che si azzardò un ritorno all'antico simile a quello proposto in questi giorni fu nel 1975: prima la scelta delle opere da ammettere alla competizione, poi successivo abbinamento coi cantanti.
Un tentativo di slegarsi dagli interessi dell'industria musicale che ebbe effetti nefasti: le principali aziende discografiche boicottarono la rassegna, il cast fu composto in larga parte da artisti giovani, debuttanti, semisconosciuti o di seconda schiera. Le vendite dei vinili scesero ai minimi, nessun nome nuovo emerse nitidamente, la kermesse rischiò seriamente l'estinzione. Ebbe bisogno di anni per rimettersi in piedi e riconquistare l'antica gloria: lo potè fare, piaccia o meno, solo grazie al ritorno a una stretta partnership con le case e al definitivo pensionamento del motto anni Cinquanta "prima la canzone, poi il cantante", che era dunque ampiamente superato già quattro decenni fa. Quando ancora, oltretutto, non avevano sfondato i cantautori, che oggi sono una realtà di primissimo piano del panorama pop e che non sarebbe facile collocare, in una gara così concepita. Certi inquietanti precedenti dovrebbero indurre a maggiore prudenza, così come altre esperienze sanremesi traumatiche, ad esempio quella del 2004, del Festival di Tony Renis organizzato senza la collaborazione delle major dell'epoca.
E poi: sicuri che, attualmente, nelle selezioni delle canzoni si tenga conto più del personaggio che della proposta? Il cast dell'ultima kermesse è stato molto coraggioso e spiazzante, in tal senso, con tanti nomi non notissimi al grande pubblico, mentre molti veterani ogni anno vengono esclusi, pur essendo volti in grado di bucare lo schermo della tv generalista.
CASE DISCOGRAFICHE IN PRIMO PIANO DA DECENNI - Sorprende anche che si levi alto, oggi, il coro dei lamenti contro lo strapotere delle case discografiche, che a  Sanremo hanno un peso decisivo da tempo immemore, coi suoi pro e i suoi contro. Sui contro non posso pronunciarmi granché, non essendo dentro i meccanismi artistici e "politici" che presiedono alla scelta di cantanti e canzoni per il Festival (scelta che però, per quel che posso intuire dall'esterno, è molto più corretta e trasparente di quanto spesso certi ipercritici vogliano lasciare intendere); i pro sono stati diversi: presenza in Riviera di qualche grosso nome autentico, di cantanti in declino che si son potuti rilanciare, di giovani mandati in orbita (a volte fino a diventare star internazionali), di personaggi di media visibilità che hanno potuto così tenere a galla carriere non esaltanti ma dignitose, e di un gruzzolo di belle canzoni diventate evergreen. Non molto, evidentemente, ma neanche pochissimo.
SUCCESSO E QUALITA'? QUEST'ANNO CI SON STATI... - Oltretutto, anche il messaggio di fondo che sembra di leggere nel lancio di questa petizione è abbastanza discutibile: la proposta di un ritorno della qualità musicale, come se quanto ascoltato negli ultimi anni all'Ariston fosse in larga parte materiale di basso livello. "Pochissimi ricordano, stagione dopo stagione - dicono i "riformisti" - le canzoni che hanno partecipato al Festival, se non addirittura quelle che hanno vinto". 
Anche in questo caso mi par di ravvisare scarso tempismo: dire ciò poche settimane dopo un Sanremo da cui ha preso il volo un tormentone destinato a diventare epocale ("Occidentali's karma"), in cui si è definitivamente consacrato uno dei cantautori emergenti di maggior talento (Ermal Meta), in cui si è rilanciato un ragazzino che pareva bruciato verde (Michele Bravi), in cui si sono avute piacevoli conferme (Moro) e riscoperte (Turci), ecco, pare un po' intempestivo. Ed è anche un po' contraddittorio: perché forse è vero in parte, come dicono, che "i brani che a fine anno ottengono maggior successo quasi mai passano dall'Ariston" (ma credo che a fine 2017 si avranno riscontri diversi: Gabbani è già triplo platino, per dire...), ma se il metro dev'essere il successo discografico, beh, fra i dischi record dell'ultimo lustro ci sono quelli del buon Fabio Rovazzi o, in ambito internazionale, Psy col suo "Gangnam Style". Musica di pregio? Parlare di qualità  nel panorama leggero è argomento scivoloso e troppo esposto ai gusti e alle propensioni soggettive; allo stesso modo, è innegabile che se un singolo lanciato da Sanremo non sfonda in classifica, non vuol dire necessariamente sia brutto: su questo blog, in passato, ho dedicato più di un articolo ai "gioielli sanremesi" rimasti nascosti, belle canzoni non baciate da una fortuna commerciale che avrebbero meritato. 
LAVORARE SULLE STRUTTURE ESISTENTI - In definitiva: il Festivalone, l'ho sempre scritto anche qui, è ben lungi dall'essere la manifestazione musicale perfetta. Ma non è neanche giusto ignorarne i progressi recenti, o vagheggiare rivoluzioni organizzative che snaturerebbero totalmente l'evento, trasformandolo in un'altra cosa. Perché Sanremo ha bisogno dei personaggi, del glamour, della leggerezza. Sanremo "è pop". La musica italiana in generale è forse scaduta di tono nell'ultimo decennio (ma secondo me è in fase di netta ripresa), però il problema non è all'Ariston: è nella ricerca di nuovi ragazzi di valore, affidata in massima parte ai soli talent show con tutti i loro limiti, e nella carenza di autori. Lavezzi e colleghi si concentrino su queste ultime lacune, in prima istanza: il miglioramento del Sanremone verrà poi di conseguenza. Se un difetto si vuol trovare nelle scelte artistiche di Conti, può essere l'eccessiva presenza di interpreti "mainstream" e la scarsa considerazione per quelli di nicchia (che però forse non si sono neanche candidati, chi lo sa). Da questo punto di vista, il duo Fazio - Mauro Pagani del biennio 2013-2014 aveva fatto davvero un bel lavoro, portando alla ribalta gente come Sinigallia, Giuliano Palma, i Perturbazione, Bloody Beetroots, Frankie Hi NRG, Simona Molinari, realizzando un Festival davvero "open". La dimostrazione che si può cambiare marcia e alzare il tiro senza dover necessariamente stravolgere le strutture esistenti.