giovedì 12 ottobre 2017

IL REGOLAMENTO DEL FESTIVAL DI SANREMO 2018: BAGLIONI ABOLISCE LE ELIMINAZIONI. ARMA A DOPPIO TAGLIO: FUNZIONERA' SE ARRIVERANNO I GRANDI NOMI


Con la pubblicazione del regolamento sul sito ufficiale, avvenuta ieri sera, la preparazione di Sanremo 2018 entra nella sua fase calda, ed era anche ora, mi permetto di aggiungere. Il format del Festivalone non presenta, relativamente alla struttura della gara, novità sconvolgenti e rivoluzionarie, nel senso di cose mai viste prima nella ormai lunghissima storia della rassegna. Ci sono però modifiche sostanziali rispetto alle consuetudini degli ultimi anni. La mano del neo direttore artistico Claudio Baglioni si è fatta sentire, senza dubbio, e le innovazioni da lui portate potrebbero risultare assai più incisive di quanto si sia ora indotti a pensare. 
ELIMINAZIONI AL BANDO - Permane la suddivisione in due gironi, Campioni e Nuove proposte; i primi dovrebbero essere venti (come si era stabilito l'anno scorso, quando poi lievitarono a ventidue), i secondi saranno otto, scelti con le identiche modalità delle ultime edizioni. La svolta, rispetto al passato recente, è che non ci saranno più eliminazioni: tutti i cantanti che inizieranno il Festival, in entrambe le sezioni, lo porteranno a termine, arrivando fino a venerdì (i giovani) e fino a sabato (gli artisti affermati). Non è una rivoluzione, dicevamo, perché è già avvenuto diverse volte nel cammino di Sanremo: le ultime due furono nel 2003, un'edizione targata Baudo, bella ma non fortunata sul piano degli ascolti tv, e nel 2004 di Tony Renis, quando però esisteva un listone unico di ventidue concorrenti, senza distinzioni di età o anzianità di carriera.
E' in questa scelta che emerge nitidamente la linea editoriale di Baglioni, il quale si fa in un certo senso portavoce di tutta una categoria. Non si dice da tempo immemore che l'élite dei cantautori italiani (ma non solo loro) ha sempre guardato con sospetto il Festival proprio per l'esasperazione del concetto di competizione? Ebbene, arriva un cantautore, uno dei più prestigiosi, prende le redini del carrozzone e limita sensibilmente la gara, che per quanto riguarda i Big sarà in pratica confinata alla sola serata finale, riservandosi per le quattro precedenti un solo momento di pathos: al termine della terza, quando verrà resa nota una classifica parziale dei venti brani sulla base delle votazioni raccolte con le prime esibizioni (tutti insieme la prima sera, dieci la seconda, altri dieci la terza). 
FELICI GLI ADDETTI AI LAVORI - L'idea del buon Claudio è stata semplice: salvaguardare comunque l'essenza del Festival, che senza concorso canoro non avrebbe ragione di esistere, diventerebbe un'altra cosa senza più alcun legame con la tradizione, ma comunque attenuarne l'impronta fortemente agonistica. L'obiettivo dichiarato è quello di rendere Sanremo simile ad altri eventi di cultura popolare come, ad esempio, i festival del cinema e i festival letterari; una "evoluzione", quest'ultima, di cui si parla da più di quarant'anni, e proposte in tal senso furono lanciate già all'inizio dei Settanta, quando si cercava di trovare strade alternative per un evento che cominciava a manifestare i segnali di una profonda crisi. Una svolta in senso "alto" da tempo e da più parti auspicata, e che ora si concretizza, almeno sulla carta: a occhio e croce saranno strafelici cantanti, discografici (e infatti la FIMI ha già esternato la sua soddisfazione) e critici giornalistici. Bene per le prime due componenti, perché senza artisti e senza industria di settore la kermesse non si può fare se non rinunciando a una buona fetta di qualità, trascurabile il terzo aspetto, perché la sensazione è che molti commentatori abbiano sempre preteso da Sanremo un qualcosa che non è mai stato nel suo Dna. 
RICORDARSI L'ESSENZA LEGGERA DEL FESTIVAL - Questo è un punto dolente: Sanremo è sfida tra cantanti, è leggerezza, è quel pizzico di glamour che non guasta mai: ma nelle maglie di un canovaccio prettamente commerciale, volto a spingere il mercato e il successo dei partecipanti, a lanciare e rilanciare carriere, ha spesso e volentieri saputo trovare lo spazio per proposte originali e di ottimo livello compositivo. La mini-rivoluzione made in Baglioni rischia di farne un evento che piace solo agli addetti ai lavori e meno al grande pubblico. E non credo aiuterà il peso enorme, direi eccessivo, attribuito dal regolamento alla giuria della sala stampa, che voterà tutte e cinque le serate. Non sono nemmeno convinto che i vertici della Rai abbiano sposato in toto questo cambiamento, ma non potevano neanche opporsi più di tanto: hanno voluto fortemente il cantautore romano, e ora... se lo tengono, con tutte le sue ferree convinzioni. Del resto, lo ripetiamo, una struttura di gara come quella che vedremo a febbraio Sanremo l'ha già avuta, a grandi linee, ed è sopravvissuto: oltre alle edizioni citate, ce ne sono state altre in cui le eliminazioni prima della finalissima hanno riguardato solamente la sezione dei volti nuovi, il che non è che regalasse poi tutta questa gran suspense al pubblico, interessato soprattutto alla sfida fra i grossi nomi. 
SALVARE L'AUDIENCE COI GRANDI NOMI - Il problema è che, eccezion fatta per le ultime due rassegne allestite da Fabio Fazio (2013 e 2014), dal 2009 in poi la competizione è stata un must della manifestazione, a volte ferocissima come nel quadriennio di Gianmarco Mazzi (2009-2012), che portava in finale solo dieci big, altre volte più annacquata come sotto la gestione Conti, quando alla serata conclusiva si sono comunque presentati sempre sedici partecipanti. Ecco perché l'azienda di viale Mazzini deve mettere doverosamente in preventivo un calo di ascolti: il popolo dei teleutenti si abitua infine ai cambiamenti, ma ha bisogno di tempo. Un tale handicap sarebbe compensato solo dalla presenza, in concorso, di una manciata di personaggi di altissimo profilo, e questo è l'altro obiettivo, più velato ma neanche tanto, che Baglioni si è posto: una competizione più serena e meno stressante, con l'effetto - vetrina amplificato (tutti in finale, quindi passaggi televisivi a go go), dovrebbe sciogliere le riserve di cantanti che all'Ariston non si sono mai fatti vedere, o l'hanno fatto di rado, magari come ospiti. Non parlo, si badi bene, solo del cantautorato storico, ma pure di tanti recenti protagonisti delle hit parade. Un contributo in tal senso dovrebbe darlo la seconda innovazione, forse la più importante per un innalzamento del tono qualitativo dello show: il limite di durata dei brani è stato portato a quattro minuti, decisamente più umano dei tre e mezzo per i Campioni e dei tre per i giovani in vigore l'anno scorso. 
MUSICA AL CENTRO: MENO SOVRASTRUTTURE INUTILI? - In sintesi, meno lacci e lacciuoli e più "spazi di manovra" per chi volesse mettersi alla prova in Riviera. Un messaggio lineare e diretto, quello dell'autore di tanti evergreen della canzone italiana: "Hanno voluto un cantautore alla guida del Festival, e allora la musica sarà al centro del Festival", ha dichiarato ieri al Tg1. Lo speriamo,  e se ciò dovesse portare anche a un taglio di ospiti inutili e fuori contesto, ben venga. Tutto questo giustifica anche la scelta dell'abolizione della serata delle cover, che ormai, del resto, da almeno un paio di anni mostrava pericolosamente la corda, senza dimenticare che dopo l'isolato exploit di Nek con "Se telefonando" nel 2015, nessun'altra riproposizione di pezzi celebri ha saputo ottenere analogo consenso. Meglio allora il ritorno all'happening dei duetti che, con l'appeal garantito dalla presenza di Baglioni e con quello, auspicabile, di nomi di gran richiamo in concorso, potrebbe portare sul palco una buona dose di star e di performance d'effetto, tali da rivitalizzare la serata più tradizionalmente fiacca della settimana ligure. 

martedì 10 ottobre 2017

MONDIALI 2018: ITALIA DALL'ALBANIA AI PLAYOFF. EQUIVOCI TATTICI DA CHIARIRE, CENTROCAMPO DA RICOSTRUIRE, GIOVANI DA RILANCIARE


Un mese di tempo per riordinare le idee e capire quanto valiamo davvero. In questo senso la trasferta albanese non ha contribuito a rischiarare l'orizzonte: le nubi, sull'immediato destino del calcio azzurro, rimangono dense e fosche. Certo, il bilancio del viaggio a Scutari va considerato comunque positivo, perché ha portato l'unica cosa che contasse in questo momento: una vittoria, fondamentale per il posizionamento nel tabellone dei playoff e ancor più importante per il morale della truppa. Quest'ultimo aspetto, per la verità, era già stato sottolineato dopo l'1-0 a Israele, che invece mentalmente non risolse un bel niente, tanto che poi è arrivato l'orrido pareggio torinese in salsa macedone... 
L'EQUIVOCO DEL CENTROCAMPO - Ciò significa che ridurre l'impasse attuale a un blocco psicologico derivante dalla batosta madrilena è fuorviante e pericoloso, perché racconta una verità solo parziale. Ad esempio non si può tacere sui perduranti equivoci tattici che gravano su questo Club Italia. Ci sono modi e tempi adatti a fare le cose, e questa non è certo la fase storica ideale per insistere su un modulo di partenza, il 4-2-4, che finora, nelle gare decisive, ha drammaticamente mostrato la corda: pochi risultati e gioco latitante. Si approssima il doppio spareggio, che rappresenterà uno snodo cruciale non solo per Ventura e per il suo gruppo, ma per tutto il movimento calcistico italiano: ciò che accadrà a novembre condizionerà, nel bene e nel male, lo sviluppo del nostro football negli anni a venire. E dunque, in certe circostanze cruciali occorre mettere al bando sperimentalismi perniciosi e futuristici, bisogna solo "scollinare". 
Alle corte: non si può continuare a consegnare sistematicamente il centrocampo agli avversari. La linea Parolo - Gagliardini è stata la più grande sconfitta di questo grigio dittico di gare azzurre: pressoché inesistenti in fase di impostazione, messi ai margini della partita a Torino, a Scutari i due sono se non altro emersi per il discreto lavoro di "rottura", ma è chiaro che non basta, non può bastare. Nel mezzo ci vogliono teste pensanti, ci vuole una presenza più fitta anche numericamente, perché affidare le chiavi della manovra ai soli rilanci di Bonucci e Chiellini significa precludersi autostrade tattiche fondamentali e facilitare il lavoro di "neutralizzazione" da parte degli avversari. 
CANDREVA TITOLARE FISSO - Chiaro che, in un tale contesto, diventa centrale anche il discorso sugli assenti. Con i rientri di Verratti (soprattutto), di De Rossi, direi anche di Florenzi, le cose là nel mezzo dovrebbero cambiare in meglio, sempre se ci si deciderà a sposare un assetto più razionale. E in meglio sono decisamente cambiate, dalla trequarti in su, col ritorno di Candreva: a Modena con Israele fu in pratica il solo animatore del gioco offensivo dei nostri, ieri sera ha avuto meno guizzi ma ha risolto la partita, e scusate se è poco. L'interista in Nazionale ha raramente deluso, è uno che in un modo o nell'altro un posto nell'undici di partenza deve sempre trovarlo, nella situazione attuale. 
BUIO TECNICO: ERRORI A GO GO - Per il resto, si è visto un leggero miglioramento rispetto a venerdì, ma ci voleva davvero poco. Resta elevatissima la percentuale di errori tecnici: tocchi e passaggi sbagliati, tiri sbilenchi o "telefonati" a vanificare giocate anche pregevoli; in questo senso, ieri si sono messi in particolare evidenza Insigne ed Eder. Ha sbagliato molto, in fase di conclusione, anche Immobile, che però ha il pregio di cercare sempre e comunque la porta e di cavar fuori palle gol anche dalle situazioni più intricate; pure lui rimane fondamentale, soprattutto se si dovranno affrontare gli spareggi novembrini senza Belotti. Poco altro da segnalare, se non, appunto, il "tanto fumo e poco arrosto" di Eder ed Insigne e la scarsa precisione dei due esterni bassi soprattutto negli sganciamenti, anche se Spinazzola ha comunque estratto dal cilindro il.. coniglio dell'assist vincente a Candreva, con un traversone da terzino vecchio stampo. Ma lui e i tanti nuovi di questo gruppo devono dare di più, molto di più.
INUTILE RIMPIANGERE IL PASSATO - Possono farlo perché, ne rimango convinto, quest'ultima generazione azzurra, quella inserita nel Club Italia da Ventura pescando dalle più recenti Under 21, non è così modesta come è apparsa in campo nelle ultime uscite e come viene dipinta da troppi osservatori e tifosi nostalgici del "bel tempo che fu". Risulta del tutto sterile, in questo momento, voltarsi indietro e rimpiangere Nazionali piene di campioni, anche perché poi bisognerebbe avere il coraggio di leggerla tutta e per bene, la storia. Gli eroi di Spagna '82 conclusero il loro girone eliminatorio, nell'autunno 1981, in pieno declino, all'insegna del non gioco, e arrivarono secondi dietro la Jugoslavia, un piazzamento che però, all'epoca, garantiva la qualificazione diretta senza bisogno di passare dagli spareggi. Il gruppo "de luxe" messo insieme da Sacchi, quello di Maldini, Baresi, Albertini, Signori e i due Baggio, nel '93 dovette soffrire fino all'ultima gara per estromettere il Portogallo (di buona qualità, ma meno competitivo del Portogallo attuale); e nel '98, la squadra dei veterani Maldini, Costacurta e Albertini, di Peruzzi, Di Matteo, Vieri, Del Piero, Zola e Ravanelli, fu anch'essa costretta a un drammatico playoff con la Russia. Ogni tanto rileggere il passato è salutare, se lo si fa con le lenti adatte...
GIOVANI CHE VALGONO - Con ciò non voglio dire che gli azzurri attuali siano dello stesso livello di quelli citati, mentirei a me stesso e ai lettori. Ma, ripeto, non sono degli oscuri pedatori senza arte né parte. Ho visto fare cose eccellenti a Rugani e a Romagnoli, a Caldara e a Spinazzola, ad Andrea Conti e a Bernardeschi, a Zappacosta e a Pellegrini: hanno solo bisogno di tempo e di esperienza, esperienza che per loro è difficile acquisire in un contesto radicalmente diverso da quello degli anni Ottanta e Novanta, un contesto in cui i giovani del vivaio sono circondati da sfiducia e faticano terribilmente a trovar spazio in formazioni di club imbottite di stranieri. E sinceramente spiace leggere giudizi sferzanti come quello di Costacurta su Rugani (lo potete trovare a questo link): l'ottimo Billy dovrebbe ricordare certe sue prestazioni a dir poco tentennanti agli esordi in azzurro, tipo quella contro la Svizzera a Cagliari nel 1992... Come si ebbe pazienza con lui, è giusto averla col giovane difensore juventino, che ha i mezzi per fare una carriera di spessore e che comunque, venerdì all'Olimpico-Grande Torino, non mi pare si sia macchiato di errori marchiani, al di là di una certa prudenza dettata dalla situazione delicata in cui la squadra si era cacciata.
GENERAZIONE DA 6,5 - Il problema, semmai, è che al momento non abbiamo campionissimi in pectore, di quelli che possono risolvere partite bloccatissime con un guizzo, un'invenzione, un'alzata di ingegno. Il Baggio o il Pirlo della situazione, per intenderci. Chi, oggi, potrebbe ad esempio "vincerci" una gara trasformando una punizione? Forse il solo Insigne, ma quello del Napoli, però... E' dunque, al momento, una generazione da 6,5, ma che, ripeto, ha ottimi margini di crescita in molti dei suoi rappresentanti. I problemi più gravi, da settembre in poi, sono stati altri: scelte strategiche sbagliate da parte del cittì, défaillance di veterani, infortuni di uomini chiave, e poi, certo, un blocco psicologico: alla vigilia del Bernabeu si era forse formata la convinzione inconscia di aver già, al termine della stagione corsa, quasi completato un percorso di crescita che era invece appena a metà strada; la Spagna ci ha fatti cadere da un piedistallo ingiustificatamente troppo alto, e dopo cadute così rovinose bisogna rimettere in discussione ogni cosa. Staccare la spina agonistica e riflettere per qualche settimana farà bene a tutti; nel frattempo, è auspicabile che i nostri giovani "incompresi" possano mettere nelle gambe i minuti che mancano per un rendimento atletico accettabile. A novembre il calcio italiano si gioca una buona fetta del suo futuro: se esiste un momento in cui occorre remare tutti dalla stessa parte, ecco, quel momento è arrivato.

sabato 7 ottobre 2017

NAZIONALE: CLUB ITALIA AL BUIO. SQUADRA SENZA GIOCO E SENZA IDEE, MONDIALE A RISCHIO


La prima cosa da fare è entrare nell'ordine delle idee che, avanti di questo passo, il Mondiale russo è destinato a restare una chimera. E che per evitare tale drammatica eventualità occorre cambiare registro: subito, già da lunedì. Destino beffardo: una delle fasi più critiche nella storia recente della Nazionale italiana da risolvere nel giro di pochi giorni, fare in 72 ore ciò che non è riuscito in più di un anno. La situazione è molto più allarmante di quanto si creda: perché questa Italia dall'encefalogramma piatto, se tale rimarrà, rischia di subire molti danni anche dall'Albania di Panucci, più forte della modesta Macedonia di ieri, con la conseguente eventualità di doversi aggrappare agli scivoloni altrui per restare nel novero delle migliori seconde e non dover rinunciare al barrage. Avvilente, non trovate?
Come si sia potuti giungere a tal punto non è facile capirlo. L'elemento chiave è per me, e non lo scrivo da oggi, la figura del Commissario Tecnico. Ventura ha mostrato fin qui limiti enormi nella gestione del gruppo sul piano tattico, psicologico e della scelta degli uomini. Ha sbagliato clamorosamente l'impostazione complessiva delle due gare che non doveva sbagliare, quelle con la Spagna (battibile, lo ribadisco, come aveva dimostrato Conte a Euro 2016), e dopo il capitombolo di Madrid ha perduto il polso della squadra. Non si può prescindere da questo punto di partenza per analizzare una curva involutiva che poi, ovvio, ha anche altre radici. Certo, i forfait di figure chiave come De Rossi, Verratti e Belotti (più Candreva rimasto in panca) non aiutano, così come la drammatica assenza di ricambi all'altezza, non per carenza di ragazzi validi, quanto per il loro scarso minutaggio nelle squadre di club, con conseguenti grossi limiti atletici e di tenuta. Il decadimento qualitativo del football italico non può valere come giustificazione per partite come quella di poche ore fa, perché anche l'Italia di questo delicato momento storico dovrebbe essere in grado di regolare senza patemi, fra le mura amiche, una Macedonia volitiva, grintosa, organizzata ma sostanzialmente modesta, al punto da aver concesso ben quattro palle gol alla dimessa Azzurra del primo tempo; e a proposito di nostri giocatori panchinari nelle società di appartenenza, giova ricordare che a Torino ha giganteggiato Pandev, il quale nel Genoa gioca poco (anche per motivi di età) e quando lo fa non sempre si copre di gloria. 
Diciamocelo: l'1-1 dell'Olimpico non è in alcun modo giustificabile. E non si presta nemmeno ad analisi profonde, per il vuoto tecnico che ha mostrato: fin dall'inizio è emersa lampante la pochezza dell'undici schierato da Ventura, in particolare l'assoluta inconsistenza dell'asse centrale Parolo - Gagliardini, a corto di idee e di personalità. Ma anche dalle fasce sono arrivate pessime notizie, con Darmian e Zappacosta impegnati a correre a vuoto, e in particolare con il neo acquisto del Chelsea lontano anni luce dall'efficace incursore ammirato contro Israele. In avanti, l'atteso Verdi ha regalato un paio di luminarie e poco altro, e Immobile ha avuto pochi palloni giocabili (uno dei quali trasformato in assist - gol per Chiellini), anche perché Insigne è rimasto imprigionato nel copione azzurro che troppo spesso gli abbiamo visto recitare: velleitarismo, tiri fuori misura, grosse difficoltà nel saltare l'uomo. Se poi il "cervello aggiunto" del gioco italiano, quel Bonucci che solitamente rappresenta uno dei perni della manovra per la sua capacità di ribaltare il gioco con precisi lanci lunghi, porta in Nazionale i disagi manifestati nel Milan, non si può che dire: piove sul bagnato. E sinceramente la crisi dell'ex juventino sta rappresentando un imprevisto per tutti, per il cittì così come per il coach rossonero Montella: non era ragionevolmente lecito pensare che il cambio di casacca lo disorientasse a tal punto. 
In ogni caso, sarebbe bastata un'Italia formato Israele per portare a casa la pagnotta senza troppe difficoltà; ma un mese fa, particolare non trascurabile, c'era Candreva, che da solo creò il 90 per cento del volume offensivo dei nostri. Gli azzurri di Torino, semplicemente, non sapevano da dove cominciare per imbastire autentiche situazioni di pericolo in avanti. Tali irritanti dimostrazioni di non gioco, solitamente, tendono ad amplificare i limiti di talento dei singoli, e così, puntualmente, i nostri sono parsi alla stregua di pedatori di basso livello: ma i Darmian, i Parolo, gli Insigne non sono così mediocri; e non lo è nemmeno Bernardeschi, il cui ingresso in campo non ha implementato di una virgola l'incisività dei nostri. Lo stesso Rugani, che pure è stato fra i pochi a non demeritare, sa certo essere più coraggioso e propositivo, laddove ieri si è limitato al piccolo cabotaggio, restando rintanato a presidiare un reparto che, nella ripresa, cominciava a sbandare vistosamente. Il florilegio di lanci e tocchi sbagliati, palle perse, conclusioni senza capo né coda, contrasti sistematicamente persi con gli avversari forniscono un quadro da allarme rosso, senza nemmeno più l'alibi della "stagione appena iniziata"; gli altri corrono e sono sul pezzo: persino, lo ripetiamo, il declinante Pandev. 
Cosa succederà, adesso? Dato ovviamente per scontato che la fase di qualificazione verrà portata a termine da Ventura, al momento non esiste margine per cambi radicali di rotta. Occorre solo recuperare alcuni dei titolari prima citati, perché in situazioni come questa non c'è più spazio per esperimenti che, oltretutto, lasciano il tempo che trovano. Tanto per fare un esempio, non riesco a trovare ragioni valide all'utilizzo (ma anche alla convocazione) di un Cristante, ragazzo promettente e in crescita, ma che può mettere sul piatto solo una manciata di buone partite con l'Atalanta, dopo anni di delusioni e occasioni mancate. Non sono sicuro che così si favoriscano la maturazione dei giovani e il loro inserimento in gruppo, non è con una formazione priva di certezze e di esperienza che è possibile superare lo scoglio albanese e quello degli spareggi. Se usciremo indenni dal mese di fuoco che ci aspetta, occorrerà poi porsi più di un interrogativo, anche sulla conduzione tecnica della squadra. Ma ci sarà modo di riparlarne. 

venerdì 29 settembre 2017

IL GENOA RESTA DI PREZIOSI. MA ORA IL JOKER DEVE TORNARE OPERATIVO: NON C'E' PIU' TEMPO DA PERDERE

                                                Enrico Preziosi: è ancora in sella

Tre mesi di attese, speranze, dubbi e illusioni: tutto finito in una bolla di sapone. Niente di fatto: ma quale Gallazzi, quale Anselmi, quali fondi di investimento, il Genoa era e rimane nelle mani di Enrico Preziosi. Ieri, al momento della fumata nera, di primo acchito  ho pensato che fosse volata via una grandissima occasione, una di quelle che difficilmente si ripresenteranno. Ma si trattava di una sensazione. E del resto, in questa storia, noi comuni mortali, noi semplici osservatori non esperti di economia, non possiamo che affidarci alle sensazioni, anche se magari dettate dal buonsenso: perché di questa trattativa non abbiamo saputo, non sappiamo e non sapremo mai tutta la verità. Legittimo, da parte dei due contraenti, che hanno sottoscritto un patto di riservatezza e ad esso si atterranno senza lasciar trapelare gli elementi salienti; ingiusto verso il popolo rossoblù, perché quanto avvenuto in queste lunghe settimane ha pesato, eccome, sulla pelle del Grifo, intesa come sostenitori ma soprattutto come squadra: una squadra fragile e allo sbando, messa in secondo piano (questa è stata l'impressione) da una società in tutt'altre faccende affaccendata, guidata in panchina da un nocchiero incerto, confinata in fondo alla classifica dal non gioco, dagli equivoci tattici, dalla sfortuna che in queste tormentate lande non manca mai. 
Occasione persa? Pericolo scampato? Non lo so e non posso saperlo. Troppi in queste ore sbandierano certezze gratuite in un senso e nell'altro, mentre la stampa ha perso l'ennesima occasione per riguadagnare terreno nella classifica della credibilità, non riuscendo a far comprendere per bene i termini della questione, il reale stato di salute del Genoa (precario sì, ma quanto?) e le reali potenzialità finanziarie degli aspiranti nuovi proprietari. C'è stata solo tanta confusione. Vista col senno di poi, si può dire che la conclusione fosse prevedibile. Da profano chiedo: è così che ci si muove per rilevare un'azienda? La famiglia Garrone, anni fa, ha ceduto la Sampdoria nel riserbo più assoluto, rendendo noto il tutto a cose fatte. Per il Genoa la trattativa è stata quasi pubblica: notizie (ma più che altro voci) pressoché quotidiane, conferme, smentite, dichiarazioni di Preziosi, di Gallazzi, di Anselmi, tante, troppe parole. 
L'attuale patron ci ha messo del suo, confermando la sua idiosincrasia a una comunicazione equilibrata e serena. Si è esposto fin da subito, nel luglio scorso, quando il titolo "Ho venduto il Genoa" campeggiò sulle prime pagine delle principali testate, anche se le sue dichiarazioni erano state forse un po' "forzate" nell'interpretazione giornalistica; poi la frase "Dalla prossima intervista non sarò più il presidente del Genoa", parole portate via dal vento. E addirittura un comunicato ufficiale apparso sul sito della società di Villa Rostan, il 7 settembre (il compleanno del Grifone...) in cui si precisava che, da quel momento, qualsiasi ulteriore aggiornamento in merito alla trattativa sarebbe stato fornito "esclusivamente attraverso comunicati congiunti" delle due parti, dopodiché, puntualmente, sono continuate le dichiarazioni "disgiunte", a turno, di Preziosi e di Gallazzi. Un gran polverone, una montagna che ha partorito il topolino. 
Amen, capitolo chiuso. Non sapremo mai se saremmo divenuti miliardari, o se la Sri Group sarebbe stata solo un palliativo, o peggio. E a questo punto è perfino meglio non saperlo, anche se mi riesce difficile pensare che un personaggio del calibro finanziario di Beniamino Anselmi si sia messo in gioco in questa avventura senza avere mezzi solidi alle spalle. Poi nel mondo degli affari tutto può essere, ma insomma...  Adesso c'è ancora il Joker, che continua a dire di voler comunque vendere, che si è fatto due conti e ha stabilito che a questo giro non conveniva né a lui né alla società. La ricerca di un acquirente prosegue tramite un advisor, ma ci sono acquirenti che vogliono accollarsi una tale patata bollente?
Perché il Genoa non sta bene, i debiti, lo abbiamo capito, sono tanti, anche se i media faticano a mettersi d'accordo sulla cifra esatta. E non solo loro, perché proprio le divergenze di vedute nella valutazione del monte debiti parrebbero essere state decisive nel mandare a carte quarantotto l'operazione. Ma anche in questo caso il condizionale è d'obbligo... Le più recenti sessioni di calciomercato dimostrano che la dirigenza deve muoversi entro paletti ben precisi; il destino sembra quello di continuare a vendere i pezzi migliori (con questi chiari di luna, pensare a Pellegri come futura bandiera è utopistico), mentre in entrata bisogna affidarsi più che altro all'intuito nello scovare giovani di prospettiva, ma in questo senso ci sarebbe da migliorare il settore scouting, che nell'ultima stagione non si è coperto di gloria.
Abbiamo Preziosi, adesso, e gli orizzonti sono oscuri. Perché la "piazza" è rimasta scottata da questa mancata cessione; se prima le simpatie per il presidente erano ai minimi storici, ora rischiano di andare sottozero. Il patron e il popolo rossoblù vivono da separati in casa ormai da tempo (diciamo dal pasticciaccio della mancata licenza Uefa, che io stesso non gli ho perdonato e mai gli perdonerò), questa estenuante trattativa finita nel nulla non potrà che raffreddare ulteriormente i rapporti. 
Preziosi non riguadagnerà mai il favore di gran parte dei tifosi, ma a questo punto è chiamato ad adottare tutta una serie di comportamenti. Riavvicinare la società alla squadra, prendere in mano la situazione tecnica dando a Juric tutto il sostegno possibile o liquidandolo al più presto, se continuerà a deludere; dare adeguato potere operativo al direttore sportivo, facendone una figura centrale e influente anche nei rapporti con le istituzioni calcistiche; e soprattutto mettere sul piatto il gruzzolo necessario a migliorare la situazione debitoria, riacquisire la suddetta licenza e poi, a gennaio, puntellare una rosa non certo scarsa (Perin, Izzo, Laxalt, Veloso, Bertolacci, Lapadula, Pellegri... Non scherziamo) ma evidentemente costruita male in determinati ruoli. 
Non è questione di fare i conti in tasca al proprietario: quelli auspicati sono atti di cui il Genoa ha bisogno da tempo, fondamentali per restare a galla in maniera quantomeno dignitosa, in attesa che arrivi (chissà quando) un nuovo aspirante acquirente il più possibile serio e "capiente". Preziosi ha sbagliato tantissimo, in questi ultimi anni, ma rimane un ottimo imprenditore: sa fin troppo bene che mettere nei guai il Grifone comprometterebbe anche la sua credibilità di uomo d'affari. Siamo dunque a una nuova ripartenza: Prez ha scelto consapevolmente di giocare col fuoco, di operare in un ambiente profondamente ostile con il dovere (morale, ebbene sì) di rinvigorire club e squadra. Ce la farà? 

lunedì 25 settembre 2017

VERSO SANREMO 2018: BAGLIONI "ANIMA IN GIOCO", DIRETTORE ARTISTICO E "CAPITANO CORAGGIOSO" SUL PALCO

                                              Baglioni "firmerà" Sanremo 2018

E' stato un "parto" lungo e laborioso, forse persino doloroso, anche se non sapremo mai tutto ciò che è accaduto in questi mesi nelle segrete stanze Rai fra dubbi, ansie, trattative più o meno sfiancanti. Di certo c'è che la notizia è finalmente ufficiale: Claudio Baglioni sarà "l'anima in gioco" di Sanremo 2018, per parafrasare il titolo di un suo album del '97 (legato, non a caso, alla sua prima esperienza da personaggio tv, "Anima mia" con Fabio Fazio): direttore artistico e "capitano", com'è stato definito dal comunicato di viale Mazzini, della squadra che animerà sul palco dell'Ariston il Festivalone numero 68. Più che capitano, direi "capitano coraggioso", in onore a un'altra più recente passeggiata del prescelto sul piccolo schermo, quella accanto al collega Morandi. 
L'INUTILE CORSA ALLO SCOOP SANREMESE - Negli ultimi giorni era quasi diventato un segreto di Pulcinella, ma solo ora c'è la notizia, ossia l'incarico con tutti i crismi. Da settimane i media italiani erano in preda a una fregola da scoop francamente sproporzionata e fuori luogo: si è arrivati al fatidico titolo "manca solo la firma", espressione che viene sovente usata negli articoli dedicati al calciomercato per descrivere fantomatici trasferimenti di campionissimi destinati poi a sfumare in extremis. Se l'annuncio, il fatidico "habemus Baglioni", è arrivato solo oggi, nell'ultimo lunedì di settembre, significa che non tutto era così scontato, che ci sono stati diversi particolari da limare e mettere a punto, e soprattutto, ritengo, più di una remora da parte del cantautore romano, per la delicatezza dell'impegno e per il fatto di doversi cimentare anche come padrone di casa di un evento catodico colossale, esperienza inedita per lui. Sempre meglio questi sfiancanti rumors, comunque, rispetto a quelli messi in circolo da chi aveva dato per certo il quarto Festival targato Carlo Conti, notizia del tutto improbabile (il diretto interessato aveva detto e più volte ribadito che stavolta Sanremo era fuori dai suoi programmi) puntualmente ripresa e rilanciata da un'infinità di testate. No comment. 
GRAVE RITARDO - Sanremo 2018 trova dunque il suo deus ex machina alle soglie del mese di ottobre, con un ritardo che rimane grave, incomprensibile e solo parzialmente giustificabile dai tempi lunghi con cui si sta pervenendo alla firma della convenzione fra l'ente tv di Stato e il Comune ligure, documento fondamentale per lo svolgimento della manifestazione. Per carità, si sapeva benissimo che la successione all'anchorman toscano sarebbe stata complessa e da gestire coi piedi di piombo, alla luce degli ottimi risultati conquistati in termini di audience e, tutto sommato, anche sul mercato discografico; ma proprio per questo, la patata bollente Festival era da prendere di petto già pochi giorni dopo la fine dell'ultima edizione, per preparare in tempo utile una soluzione "forte", in grado di reggere il confronto con un così ingombrante passato. 
La soluzione è stata forse trovata, perché il nome è di notevole impatto, ma intanto si son perduti mesi preziosi; e non sono io a dirlo, visto che il direttore generale Rai Mario Orfeo affermò a fine giugno, in occasione della presentazione dei palinsesti Rai autunnali: "Su Sanremo stiamo cominciando a lavorare adesso". Già troppo tardi all'epoca, e nel frattempo son trascorsi altri novanta giorni. Rimangono quattro mesi per lavorare sulla rassegna, in programma dal 6 al 10 febbraio: sarebbero stati considerati pochi già per un Festival anni Ottanta o Novanta, figurarsi oggi, con la manifestazione che è diventata un evento kolossal, una produzione che va ben oltre la mera passerella di canzoni inedite e che richiede dunque un allestimento lungo, accurato, certosino, irto di difficoltà. 
PIU' DEFILATO RISPETTO A MORANDI - E' dunque il momento di mettersi al lavoro. Sul piano della competenza in tema di sette note e di spettacoli musicali, non sono lecite riserve sul professionista prescelto. Le perplessità su Baglioni riguardano semmai il citato ruolo di "capitano", sul palco, di un drappello di presentatori - copresentatori - collaboratori vari, ancora tutto da definire; perché in molti hanno fatto paragoni con un altro cantante che ha recentemente indossato i panni di cerimoniere al Festival, ossia Gianni Morandi, ma va ricordato che quest'ultimo aveva comunque in curriculum già numerose esperienze da conduttore, addirittura fin dagli anni Settanta ("10 Hertz" e "Rete Tre", per gli appassionati vintage). Più scarno, da questo punto di vista, il background dell'autore di "Avrai", "La vita è adesso", "Tu come stai" e tanti altri evergreen: proprio per questo è stato ribadito che non sarà lasciato solo "on stage"; non lo fu neanche Morandi nel 2011 e nel 2012, ma in questo caso il ruolo del buon Claudio potrebbe essere ancora più defilato, diciamo da coordinatore, con maggior spazio per "animali da televisione" da scegliere accuratamente. Chi saranno? Tocca aspettare fino a gennaio: ci attendono dunque settimane di esclusive, notizie bomba, anticipazioni che dureranno lo spazio di un pomeriggio. 
GRANDE INVENTORE DI MEGASHOW - Ampie garanzie Baglioni dovrebbe fornirle come organizzatore, nel senso più ampio che è possibile dare a questa carica: sia sul piano dell'impostazione dello spettacolo (ricordo un suo maestoso e scenografico concerto allo stadio Olimpico di Roma), sia sul piano della scelta degli artisti, pensiamo ad esempio al festival "O' scià" che ha allestito per un decennio a Lampedusa, con la partecipazione di nomi di primo piano dell'ambiente musicale. Ora c'è da vedere il meccanismo di gara che adotterà, e anche in questo caso ci sarebbe parecchio da eccepire su come il progetto Sanremo 2018 è stato fin qui gestito dalla Rai. Il grande ritardo nella nomina del direttore artistico è stato preceduto dall'avvio della "pratica" Sanremo Giovani, con la pubblicazione del regolamento e il via libera alle candidature. Regolamento che ricalca pressoché fedelmente quello adottato lo scorso anno da Carlo Conti. E se Baglioni avesse invece voluto rivoluzionare il volto della competizione, magari addirittura unificando le due categorie, o creandone altre, o riformando le modalità di svolgimento della  tenzone fra i volti nuovi? 
Proprio la sezione delle "nuove proposte" avrebbe necessitato di un ripensamento complessivo, visti i risultati non esaltanti delle ultime edizioni (a parte gli exploit di Francesco Gabbani ed Ermal Meta, rondini che non fanno primavera). Invece, almeno per il momento, questa parte di Festival rimane immutata, anche se nulla vieta che a febbraio i giovani selezionati possano entrare in gioco con modalità differenti rispetto al recente passato. 
I BIG: 22 O MENO? - Per quanto concerne i Big, o Campioni che dir si voglia, tanti gli aspetti da chiarire: rimarranno 22 come l'ultima volta? Dal mio punto di vista sarebbe auspicabile, perché i migliori Sanremo della storia hanno visto sfilare un numero consistente di interpreti affermati, e soprattutto in questa fase congiunturale (col mercato del disco in contrazione, la crisi del settore e via dicendo) è utile allargare il più possibile una vetrina così prestigiosa, dando visibilità a tanti artisti, che siano in decollo, già consacrati o in cerca di rilancio. Il triennio appena trascorso ha dimostrato che l'affollamento di partecipanti non crea disagio o crisi di rigetto presso il pubblico. 
In questo senso, Conti aveva riallacciato i fili con una delle epoche d'oro del Sanremone, il decennio ottantiano con i suoi cast sovente pletorici; prima del suo arrivo sulla tolda di comando, la tendenza era stata invece quella di un cospicuo sfoltimento dei ranghi, operato sotto l'egida di personaggi addentro il mondo della discografia come Gianmarco Mazzi, Morandi e Mauro Pagani: 14 big e non di più. Il timore è che Baglioni, anche lui addetto ai lavori, possa seguire la stessa strada, nel segno del motto "meglio la qualità che la quantità", anche se la storia sanremese racconta che cartelloni più snelli non scongiurano il pericolo di mettere in pista composizioni di modesto livello. 
FRA CLASSIFICHE E "NICCHIA" - La sua particolare sensibilità musicale dovrebbe invece consentirgli di compiere una selezione equilibrata, in grado di portare in concorso canzoni di spessore a prescindere dalla popolarità di chi le propone. Qualcosa di simile, tanto per intenderci, al lavoro realizzato dal citato Pagani, assieme a Fabio Fazio, per le edizioni 2013 e 2014, quando accanto a nomi da classifica come Renga, Arisa, Noemi, Modà, Ferreri, Mengoni, Malika, vennero inseriti artisti tutt'altro che mainstream, da Simona Molinari ai Perturbazione, da Giuliano Palma a Riccardo Sinigallia e ai Marta sui Tubi. E' pur vero che Sanremo ha recuperato una certa solidità sul piano commerciale, sotto la gestione Conti, attraverso dei cast schiettamente pop, glamour, con poco spazio per le proposte di nicchia: basta dare un'occhiata alle certificazioni oro e platino FIMI e alle visualizzazioni in streaming di tanti brani presentati in concorso dal 2015 al 2017... Il nuovo "capitano coraggioso" dovrà dunque muoversi in bilico fra il coraggio di scelte "alte" ma poco consumistiche e la necessità di spingere sia gli ascolti televisivi sia le vendite dei dischi reali e digitali.