martedì 4 aprile 2017

LA PROPOSTA DI MOGOL, LAVEZZI, MUSSIDA E SALERNO: RIFORMARE IL FESTIVAL DI SANREMO. PROGETTO CON PIU' CONTRO CHE PRO


Negli ultimi giorni ha avuto ampia diffusione sul web una "proposta di riforma" del Festival di Sanremo. L'iniziativa, rilanciata da diversi siti specializzati, è stata elaborata da un gruppo di storici autori e musicisti, mostri sacri della canzone nostrana, e verrà portata avanti anche attraverso una petizione rivolta alla Rai, al Comune rivierasco e al Ministero dei Beni Culturali. In estrema sintesi, il punto chiave di tale progetto è il seguente: mettere in concorso venti canzoni di autori italiani, scelte da una commissione formata da esperti di provata esperienza e professionalità, e in un secondo momento assegnare tali pezzi ad altrettanti interpreti proposti dalle case discografiche (sia major sia indipendenti). 
LA CANZONE CHE LANCIA IL CANTANTE - Gli ideatori di questa "bozza di riforma" sono Mario Lavezzi, Franco Mussida, Mogol e Alberto Salerno, veterani che non hanno certo bisogno di presentazioni. Su quali basi nasce? La constatazione che ultimamente il fulcro dell'universo festivaliero sia più la figura dell'interprete che il pregio della proposta canora in sé; a ciò non sarebbe estraneo un eccessivo peso delle case discografiche: "Oggi, nella compilazione della rosa dei concorrenti - hanno dichiarato i promotori dell'iniziativa - intervengono le case, costringendo la direzione artistica a rispettare equilibri che non necessariamente hanno a che fare con la validità della proposta. E, in secondo luogo, si privilegia il personaggio, e non la canzone". Un modus operandi in cui il livello qualitativo dei brani passerebbe in secondo piano. 
A monte di tutto, un presunto dato di fatto che vedrebbe nella rassegna ligure un contenitore televisivo di grande successo, ma in cui la musica non avrebbe più la centralità di un tempo. E per restituirle centralità, secondo questa proposta, occorre tornare a valorizzarne l'essenza, ossia le opere di qualità; proprio come nel Sanremo dei primordi, in cui era la canzone, se ben scritta, a lanciare il cantante, e non viceversa. 
PROPOSTA ANACRONISTICA? - Certo, l'idea in sé per sé merita rispetto, e non solo perché portata avanti da autentici fuoriclasse della musica tricolore. Sono degni di nota l'importanza che viene ancora attribuita alla ribalta sanremese e il desiderio di migliorarne la credibilità artistica, ma la sensazione è che lo si voglia fare con una proposta che pare fuori dal tempo e un tantino sganciata dalla realtà. Per una marea di ragioni. 
Innanzitutto è bizzarro che tale presa di posizione si manifesti all'indomani di un triennio sanremese, quello griffato Carlo Conti, contraddistintosi proprio per un riavvicinamento della kermesse agli standard degli anni d'oro, quelli in cui era in primis una rassegna musicale e solo in seconda battuta uno spettacolo ad uso catodico: abbiamo avuto una crescita esponenziale del numero di Campioni in competizione (passati dai quattordici delle gestioni Morandi e Fazio ai venti del 2015/2016 fino ai ventidue di quest'anno), i giovani riportati in "prime time" dopo anni di esibizioni a notte fonda, un meccanismo di gara ad eliminazione che ha comunque consentito l'ascolto dei pezzi un minimo di due volte per ogni big, anche per quelli usciti per primi di scena, con vetrina promozionale garantita dunque a tutti. Ci sono state edizioni, in passato (penso alla primissima di Fazio, nel '99, o a quella di Panariello nel 2006), in cui davvero la tenzone canora si perdeva, immersa nelle esibizioni di arte varia di uno show dilatato a dismisura e riempito di troppi elementi extra; ma pensiamo anche a certi Festival a cavallo fra prima e seconda decade di questo secolo, che portavano appena una decina di cantanti alla serata finale, per dire... 
IL FALLIMENTO DELL'ESPERIENZA '75 - La proposta delle venti canzoni da abbinare successivamente agli interpreti pare fuori tempo massimo anche sul piano di un'analisi storica del Festival: la presentazione del "pacchetto completo" cantante - canzone, in sede sanremese, è un dato di fatto acquisito dal 1972 (non a caso l'anno in cui venne dismessa la caratteristica doppia esecuzione di ciascun pezzo), ed è un modus operandi del tutto ovvio, per quella che è stata l'evoluzione della discografia e del mercato. L'unica volta che si azzardò un ritorno all'antico simile a quello proposto in questi giorni fu nel 1975: prima la scelta delle opere da ammettere alla competizione, poi successivo abbinamento coi cantanti.
Un tentativo di slegarsi dagli interessi dell'industria musicale che ebbe effetti nefasti: le principali aziende discografiche boicottarono la rassegna, il cast fu composto in larga parte da artisti giovani, debuttanti, semisconosciuti o di seconda schiera. Le vendite dei vinili scesero ai minimi, nessun nome nuovo emerse nitidamente, la kermesse rischiò seriamente l'estinzione. Ebbe bisogno di anni per rimettersi in piedi e riconquistare l'antica gloria: lo potè fare, piaccia o meno, solo grazie al ritorno a una stretta partnership con le case e al definitivo pensionamento del motto anni Cinquanta "prima la canzone, poi il cantante", che era dunque ampiamente superato già quattro decenni fa. Quando ancora, oltretutto, non avevano sfondato i cantautori, che oggi sono una realtà di primissimo piano del panorama pop e che non sarebbe facile collocare, in una gara così concepita. Certi inquietanti precedenti dovrebbero indurre a maggiore prudenza, così come altre esperienze sanremesi traumatiche, ad esempio quella del 2004, del Festival di Tony Renis organizzato senza la collaborazione delle major dell'epoca.
E poi: sicuri che, attualmente, nelle selezioni delle canzoni si tenga conto più del personaggio che della proposta? Il cast dell'ultima kermesse è stato molto coraggioso e spiazzante, in tal senso, con tanti nomi non notissimi al grande pubblico, mentre molti veterani ogni anno vengono esclusi, pur essendo volti in grado di bucare lo schermo della tv generalista.
CASE DISCOGRAFICHE IN PRIMO PIANO DA DECENNI - Sorprende anche che si levi alto, oggi, il coro dei lamenti contro lo strapotere delle case discografiche, che a  Sanremo hanno un peso decisivo da tempo immemore, coi suoi pro e i suoi contro. Sui contro non posso pronunciarmi granché, non essendo dentro i meccanismi artistici e "politici" che presiedono alla scelta di cantanti e canzoni per il Festival (scelta che però, per quel che posso intuire dall'esterno, è molto più corretta e trasparente di quanto spesso certi ipercritici vogliano lasciare intendere); i pro sono stati diversi: presenza in Riviera di qualche grosso nome autentico, di cantanti in declino che si son potuti rilanciare, di giovani mandati in orbita (a volte fino a diventare star internazionali), di personaggi di media visibilità che hanno potuto così tenere a galla carriere non esaltanti ma dignitose, e di un gruzzolo di belle canzoni diventate evergreen. Non molto, evidentemente, ma neanche pochissimo.
SUCCESSO E QUALITA'? QUEST'ANNO CI SON STATI... - Oltretutto, anche il messaggio di fondo che sembra di leggere nel lancio di questa petizione è abbastanza discutibile: la proposta di un ritorno della qualità musicale, come se quanto ascoltato negli ultimi anni all'Ariston fosse in larga parte materiale di basso livello. "Pochissimi ricordano, stagione dopo stagione - dicono i "riformisti" - le canzoni che hanno partecipato al Festival, se non addirittura quelle che hanno vinto". 
Anche in questo caso mi par di ravvisare scarso tempismo: dire ciò poche settimane dopo un Sanremo da cui ha preso il volo un tormentone destinato a diventare epocale ("Occidentali's karma"), in cui si è definitivamente consacrato uno dei cantautori emergenti di maggior talento (Ermal Meta), in cui si è rilanciato un ragazzino che pareva bruciato verde (Michele Bravi), in cui si sono avute piacevoli conferme (Moro) e riscoperte (Turci), ecco, pare un po' intempestivo. Ed è anche un po' contraddittorio: perché forse è vero in parte, come dicono, che "i brani che a fine anno ottengono maggior successo quasi mai passano dall'Ariston" (ma credo che a fine 2017 si avranno riscontri diversi: Gabbani è già triplo platino, per dire...), ma se il metro dev'essere il successo discografico, beh, fra i dischi record dell'ultimo lustro ci sono quelli del buon Fabio Rovazzi o, in ambito internazionale, Psy col suo "Gangnam Style". Musica di pregio? Parlare di qualità  nel panorama leggero è argomento scivoloso e troppo esposto ai gusti e alle propensioni soggettive; allo stesso modo, è innegabile che se un singolo lanciato da Sanremo non sfonda in classifica, non vuol dire necessariamente sia brutto: su questo blog, in passato, ho dedicato più di un articolo ai "gioielli sanremesi" rimasti nascosti, belle canzoni non baciate da una fortuna commerciale che avrebbero meritato. 
LAVORARE SULLE STRUTTURE ESISTENTI - In definitiva: il Festivalone, l'ho sempre scritto anche qui, è ben lungi dall'essere la manifestazione musicale perfetta. Ma non è neanche giusto ignorarne i progressi recenti, o vagheggiare rivoluzioni organizzative che snaturerebbero totalmente l'evento, trasformandolo in un'altra cosa. Perché Sanremo ha bisogno dei personaggi, del glamour, della leggerezza. Sanremo "è pop". La musica italiana in generale è forse scaduta di tono nell'ultimo decennio (ma secondo me è in fase di netta ripresa), però il problema non è all'Ariston: è nella ricerca di nuovi ragazzi di valore, affidata in massima parte ai soli talent show con tutti i loro limiti, e nella carenza di autori. Lavezzi e colleghi si concentrino su queste ultime lacune, in prima istanza: il miglioramento del Sanremone verrà poi di conseguenza. Se un difetto si vuol trovare nelle scelte artistiche di Conti, può essere l'eccessiva presenza di interpreti "mainstream" e la scarsa considerazione per quelli di nicchia (che però forse non si sono neanche candidati, chi lo sa). Da questo punto di vista, il duo Fazio - Mauro Pagani del biennio 2013-2014 aveva fatto davvero un bel lavoro, portando alla ribalta gente come Sinigallia, Giuliano Palma, i Perturbazione, Bloody Beetroots, Frankie Hi NRG, Simona Molinari, realizzando un Festival davvero "open". La dimostrazione che si può cambiare marcia e alzare il tiro senza dover necessariamente stravolgere le strutture esistenti. 

mercoledì 29 marzo 2017

OLANDA - ITALIA, OVVERO UN'AMICHEVOLE UTILE. SUCCESSO CHE DA' CREDIBILITA' INTERNAZIONALE. ED E' UNA NAZIONALE SEMPRE PIU' "VERDE"


Un'amichevole è utile nel momento in cui fornisce contributi sostanziosi e concreti alla crescita di un progetto di squadra. Il test match di ieri sera all'Amsterdam Arena rientra in questa categoria di partite, perché lascia comunque un'eredità significativa. La più tangibile, innanzitutto: per un team in costruzione come l'attuale Club Italia, vincere in casa di una delle grandi del calcio mondiale, per quanto "acciaccata", è risultato di peso; accresce autostima, personalità e sicurezza dei giocatori, fa impennare la credibilità internazionale, abitua a confrontarsi senza paura coi valori di vertice del football, studiandone e carpendone i pregi. Non credo di dire un'eresia affermando che un confronto come quello di ieri, pur senza punti in palio, sia molto più "allenante", per usare un termine ultimamente assai in voga, di tante stracche partite della nostra Serie A. Senza dimenticare che anche le amichevoli sono importanti per guadagnare terreno nel ranking Fifa, che assai caro ci è costato nelle ultime fasi finali di  Mondiali ed Europei. 
OLANDA CALANTE MA VALIDA - Questo per quanto riguarda gli esiti più evidenti della spedizione olandese. Ma anche la prestazione ha fornito risposte tutto sommato confortanti: certo, ci sono stati momenti di sofferenza, soprattutto nella seconda metà della ripresa, perché, per quanto in periodo nero, la selezione arancione continua a valere un po' più dell'Albania, sul piano della classe pura. Ha un bagaglio tecnico che emerge ancora nitidamente, pur fra molte pause e limiti, bagaglio evidente in alcuni fraseggi, nella facilità di palleggio, in certe ficcanti incursioni nell'area altrui. Mancano forse, a questa Olanda crepuscolare, campioni autenticamente svettanti, in grado di restituire al gruppo un profilo vincente: qualche Sneijder in più, per dire; e fra l'altro non è un caso che i pericoli maggiori, per la porta azzurra, siano arrivati proprio nei soli dieci minuti in cui ha giocato l'ex fuoriclasse dell'Inter: due conclusioni estremamente insidiose, che hanno se non altro permesso a Donnarumma di far finalmente intravedere le sue doti, fino a quel momento rimaste nascoste per l'insipienza dei padroni di casa in fase conclusiva. 
PERSONALITA' AZZURRA - "Gigio" ha salvato la porta italiana con due splendide deviazioni, confermando la sua crescita recente. C'era bisogno di una conferma azzurra per lui, fin qui protagonista solo col club in campionato; ma non è stata l'unica nota lieta della serata. E' piaciuto l'approccio propositivo della squadra, trascinata nella fase iniziale da un Eder smanioso di rivincite, vicino al gol con un sinistro dalla distanza, quindi pronto a raccogliere una respinta della difesa e a fulminare Zoet con un destro dal limite a fil di palo, pareggiando immediatamente la casuale autorete di Romagnoli. Poi, dopo un colpo di testa di Martins Indi (con deviazione ancora di Romagnoli) ribattuto dalla traversa, i nostri han fatto loro l'incontro con Bonucci, che sugli sviluppi di un corner ha messo dentro una respinta d'istinto del portiere su inzuccata di Parolo. Più in generale, nella prima frazione gli uomini di Ventura sono parsi in perfetto controllo della situazione, abili nel gestire il gioco pur senza produrre, dopo le due reti, grosse fiammate in avanti, complici anche le difficoltà incontrate da Verratti nella posizione di suggeritore dietro le punte, nel 3-4-1-2 abbozzato dal cittì. 
NON IL MODULO MIGLIORE - Non è stato però un esperimento completamente fallito, come qualcuno ha sottolineato a botta calda: il genietto del Paris Saint Germain qualche buon lancio, qualche discreto assist è riuscito a confezionarlo, ma gli è mancata la continuità, certo non facile da trovare quando si è alle prese con una situazione tattica non abituale e poco congeniale. Rimane il fatto che non credo sia questo il modulo adatto all'Italia di oggi: si potrebbe forse trovare un miglior rendimento continuando a lavorare sul 4-2-4 o provando col 4-3-3, per sfruttare adeguatamente la nostra indemoniata batteria di incursori, come ripetutamente scritto qui in passato. 
LINEA VERDE A GO GO - Nella ripresa, l'Olanda ha giocoforza tenuto maggiormente il pallino nel tentativo di recuperare, ha anche creato qualche pericolo, come si è visto, ma gli azzurri, con un gioco più scarno ed essenziale, sono arrivati a loro volta in più di un'occasione vicini al tris: due volte Belotti, sfruttando i passaggi di Parolo e di Verratti, si è incuneato pericolosamente nell'area arancione, poi Spinazzola ha concluso un perentorio affondo sulla destra con un diagonale ribattuto alla bell'e meglio da Zoet. Belotti e Spinazzola hanno fatto la loro apparizione in un secondo tempo fra i più "verdi" nella storia del calcio azzurro: con loro, dentro anche Gagliardini, Petagna e, sul finire, pure Verdi. Ingiudicabili gli ultimi due, mentre Gagliardini, entrato in punta di piedi e inizialmente un po' sulle sue, ha gradatamente preso confidenza, giocando con pulizia, senza lampi, ma con disinvoltura, mettendo il piede in diverse azioni in fase di impostazione. 
PAROLO, SEMPRE UTILE - Dall'inizio erano invece in formazione altri tre "futuribili": in terza linea Romagnoli e Rugani, che hanno fatto bene (l'autorete del milanista non fa testo), mostrando sicurezza e tempismo nelle chiusure difensive: presto entrambi saranno titolari; sulla fascia destra si è confermato Zappacosta, meno esplosivo rispetto a Palermo ma sempre costante nell'appoggiare l'azione offensiva. Fra i veterani, qualche battuta a vuoto di Bonucci (ma il gol cancella le colpe), mentre ha ben impressionato Parolo, come al solito vivo e presente nelle tre fasi, filtro, costruzione e conclusione a rete. Elemento spesso sottovalutato ma di enorme utilità nell'economia della manovra azzurra, fin dai tempi di Prandelli.
Si torna dunque a casa con la certezza che il percorso intrapreso sia quello giusto. E c'è soprattutto la sensazione che finalmente un tabù storico della Nazionale del ventunesimo secolo sia stato abbattuto: la fiducia ai giovani c'è, e i giovani stanno rispondendo con prove convincenti. Sarebbe un peccato se di questo lavoro in prospettiva non si potessero cogliere già i primi frutti in Russia, l'anno prossimo. Eppure la qualificazione mondiale è totalmente in alto mare, proprio a causa di un peccato di inesperienza, quello di Ventura nella gestione del match di andata con la Spagna. Riusciremo a rimediare? 

sabato 25 marzo 2017

ITALIA - ALBANIA 2-0: IL 4-2-4 AZZURRO NON PRODUCE LUMINARIE OFFENSIVE. TROPPA COPERTURA E PAURA DI SBILANCIARSI, MA VERRATTI C'E'


Tre punti pesanti a parte, l'eredità più importante che ci lascia Italia - Albania è, o dovrebbe essere, la definitiva presa di possesso della leadership azzurra da parte di Verratti. Il salto di qualità già da tempo atteso è maturato nel corso del secondo tempo di Palermo, in particolare dopo l'interruzione causata dalle intemperanze di alcuni tifosi ospiti: il centrocampista del Paris Saint Germain, fino a quel momento protagonista di una prova assolutamente diligente ma senza impennate degne di nota (come spesso gli è capitato con la maglia della Nazionale), è salito in cattedra chiudendo e rilanciando, pressando, avanzando con autorità palla al piede, sfoderando assist, appoggiando in maniera inesausta la manovra offensiva. E' questo, o meglio, è anche questo ciò che gli si chiede: l'ex allievo di Zeman ha sempre brillato per il temperamento e la pulizia in fase di interdizione, ma la sua presenza non è sempre stata tangibile e continua allorché si trattava di contribuire alla costruzione del gioco. 
AL BANDO LA DIFFERENZA RETI... - Fosse riuscito a fare lo stesso anche nella prima frazione, forse i Ventura - boys avrebbero realizzato un punteggio ben più consistente del comunque positivo (e per nulla scontato) 2-0 finale. Pazienza: che sfidare la Spagna sul piano della differenza reti fosse improponibile lo si poteva intuire già ben prima dell'inizio della fase eliminatoria. La chiave di volta del girone era prevalere nel duplice scontro diretto: a Torino nell'autunno scorso è andata mezza buca, confidare nell'impresa a Madrid è ancora eccessivamente ottimistico, ma chissà, qualche speranziella non manca, e del resto questo Club Italia pare in crescita. Come ben sa chi segue il calcio, affinché venga fuori una partita godibile devono collaborare entrambe le compagini, e chi tenta di imbastire un football propositivo contro squadre chiuse a riccio fa una fatica del diavolo. 
UN 4-2-4 SBILANCIATO... ALL'INDIETRO - Ecco il principale limite azzurro emerso dalla serata palermitana: un 4-2-4 solo nominale ma depotenziato dall'ispido schieramento albanese allestito da Gianni De Biasi. Difesa serrata e centrocampo infoltito, occupazione militare del terreno per rendere quasi impossibile la manovra dei padroni di casa, ma anche, almeno nella prima fase, affondo micidiali, uno dei quali per poco non portava al fulmineo vantaggio dei rossi con Cikalleshi, che con un diagonale sfiorava il palo alla sinistra di Buffon. Per arginare i pericoli insiti in questa disposizione avversaria tipicamente "all'italiana", e nel contempo evitare un eccessivo sbilanciamento in avanti, almeno tre dei nostri quattro uomini avanzati si sono visti spesso a centrocampo, se non in terza linea, per dar manforte ai compagni in inferiorità numerica. Soprattutto Insigne e Belotti si sono prodigati in numerosi ripiegamenti, ma se sottrai al reparto d'attacco due elementi così mortiferi in fase di tiro, beh, non puoi che risultare assai meno pericoloso e in buona parte sterile. 
VERRATTI HA ACCESO LA LUCE - Per mandare all'aria un quadro tattico così bloccato occorre quasi sempre un episodio, qual è stato il fallo da rigore su Belotti che ha consentito a De Rossi di segnare dal dischetto, confermandosi come uno dei centrocampisti puri più prolifici nell'intera storia del calcio azzurro; poi, fino alla fine del primo tempo, solo un'altra autentica opportunità per i nostri, con Belotti che, servito da Verratti, ha sparato in porta incocciando sulla deviazione in angolo del portiere.
Col passare dei minuti, gli albanesi si sono un po' disuniti, vuoi  per la pazienza dei nostri nel tessere una tela che nell'immediato non dava frutti, vuoi per la già citata crescita esponenziale di Verratti, autentico uomo chiave della zona nevralgica e sulla trequarti. Così, le occasioni di pungere sono aumentate: due spunti di Immobile (ancora assist di Verratti) e Candreva sono stati rintuzzati in uscita da Strakosha, Bonucci ha mancato il bersaglio di testa da buona posizione, poi un'incornata di Immobile su traversone di Zappacosta ha fissato il punteggio finale. 
ZAPPACOSTA OK - Lo stesso Zappacosta aveva tentato il colpo grosso poco prima, con un destro fuori misura dalla distanza. E proprio l'esterno destro del Torino ha rappresentato una delle note più liete del match: magari non sempre irreprensibile dietro, è stato però puntualissimo e costante negli sganciamenti, cercando spesso il cross (peccando a volte di precisione) e appoggiando con proprietà l'azione d'attacco; ma anche le sue sollecitazioni in fascia son servite a poco, perché spesso non adeguatamente seguite da compagni impegnati a sdoppiarsi fra filtro e spinta, e perciò in ritardo all'appuntamento offensivo. Più sulle sue sull'altro versante De Sciglio, attentissimo a tenere la posizione arretrata, così come De Rossi, rigore escluso, si è fatto valere soprattutto in copertura, comparendo nell'area avversaria con un paio di tentativi di testa su due corner, tentativi andati entrambi fuori bersaglio. 
MECCANISMO DA OLIARE - Alla fine, rischio iniziale a parte, per gli uomini di Ventura una gara in assoluto controllo dell'avversario, con molte più luci che ombre, anche a indicare che, al di là della felice crescita di realtà europee un tempo di basso livello, certe distanze rimangono ancora notevoli, e che un'Italia in forma non può temere un'Albania sia pure ringalluzzita. Ma, va ribadito, è un peccato che un match giocato con tale disinvoltura non abbia prodotto una mole di gioco offensivo all'altezza della buona disposizione tattica e mentale degli undici in campo. Forse la squadra non è ancora sufficientemente a punto per utilizzare un modulo così spregiudicato, che necessita di equilibri delicatissimi e precisi al millimetro: equilibri ieri sera ricercati, e perfettamente trovati, solo in chiave di contenimento. 
MODULO PER INCURSORI - Del resto, non è assolutamente detto che moltiplicando gli uomini d'attacco si riesca a far breccia nelle maglie di squadre copertissime: forse in certi casi sarebbe più utile un centrocampista puro, magari più di spinta che di filtro, che non un incursore, e forse al Barbera un 4-3-3 avrebbe creato maggiori presupposti per andare a rete, ma non avremo mai la controprova. Tuttavia, come si è sottolineato più volte da queste parti, proprio di incursori in questo periodo il calcio azzurro abbonda, e il 4-2-4 è la formula più adatta a valorizzarne il maggior numero possibile: il prossimo a meritare qualche chances con maggior insistenza rispetto al passato sarà, ad esempio, l'indemoniato Bernardeschi di questa stagione. 
Ecco perché il cittì insisterà su questa strada: del resto ha ora davanti due amichevoli di discreto lusso (Olanda la settimana prossima, Uruguay  a giugno) e un abbordabile impegno di qualificazione col Lichtenstein per mettere a punto il meccanismo e presentarsi in Spagna, a settembre, con la possibilità di usufruire di una valida alternativa tattica, per cercare la vittoria in modo non scriteriato, nel segno di un manzoniano "adelante, con juicio". Rimane poi l'auspicio che i mesi che ci separano dal redde rationem del Bernabeu servano a dare la stura a un rinnovamento ancor più sostanziale che virtuale, perché alla fine, gira che ti rigira, ai Barzagli e ai De Rossi non si riesce proprio a rinunciare, nemmeno quando la caratura degli avversari (buona, ma non eccelsa, come ieri sera) dovrebbe indurre a osare un po' di più anche nella scelta degli uomini. 

venerdì 24 marzo 2017

VERSO ITALIA - ALBANIA: DOPO ANNI DI ESTEROFILIA, STAMPA IN DELIRIO PER I GIOVANI AZZURRI. SARA' TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA?

                                     Gagliardini, uomo nuovo del centrocampo azzurro

Dopo l'ormai consueta, lunghissima pausa invernale, torna la Nazionale, e tutt'attorno si respira un clima nuovo, inebriante, di entusiasmo ritrovato. Entusiasmo aprioristico, beninteso, quindi il più pericoloso, pronto a tramutarsi in critica feroce nel caso in cui il campo non mantenesse le abbacinanti promesse. Certo, quest'aria frizzantina ha una nobile motivazione: i ranghi azzurri sono in fase di profondo rinnovamento, ma soprattutto il sistema - calcio italiano nel suo complesso sembra finalmente aprirsi (coi tempi operativi di un bradipo...) alla riscoperta dei ragazzi di casa nostra.
TOH, HANNO RISCOPERTO IL VIVAIO - Fa piacere che, dopo anni passati a predicare quasi nel deserto, testate e firme autorevolissime vengano nel mio modestissimo e insignificante orticello. Più o meno da quando è nato, nel lontano 2011, "Note d'azzurro" si batte per il ritorno alla valorizzazione del vivaio calcistico tricolore, in tempi di esterofilia spinta fino ai limiti più grotteschi, di squadre di club con rose multinazionali (molte nazioni, sì, ma con l'Italia quasi sempre ai margini), di oriundi in rappresentativa: fantastiche "conquiste" che hanno prodotto, assieme ad altre numerose concause, una netta caduta qualitativa del football dello Stivale, certificata dai risultati internazionali conseguiti dalle nostre società e dalle varie selezioni. 
Spiace che si sia dovuti passare attraverso un tremendo deserto di vittorie, soprattutto dal 2010 in poi, prima di approdare a un rinsavimento che è peraltro ancora parzialissimo. Sì, c'è un pizzico di coraggio in più nel gettare nella mischia freschi virgulti nati e cresciuti in casa, non lo si può negare: l'Atalanta ha avuto bisogno di un maestro di calcio come Gasperini per tornare a puntare con coraggio sul settore giovanile, un atto di intraprendenza e una progettualità sul lungo periodo che sono stati premiati da riscontri immediati; ma la sorpresa più grande la si è avuta con la scelta dell'Inter di investire proprio su uno dei Gasperson - Boys, Gagliardini, e del tecnico Pioli di lanciarlo subito fra i titolari, venendone ampiamente ripagato in termini di rendimento.
PARZIALE INVERSIONE DI TENDENZA - Il resto di questo ritorno alla... primavera altro non è che la fioritura di quanto era stato seminato nel corso del 2016: Sassuolo e Milan, per dire, avevano già sposato la linea tricolore, il Torino aveva gettato basi precise in sede di mercato, e gente come Benassi e soprattutto Belotti è emersa nitidamente, anche se la squadra sta pagando un conto salatissimo alla discontinuità di rendimento che, del resto, è uno dei rischi da mettere in conto, quando ci si affida così massicciamente alla gioventù. Poi, altre perle sparse qua e là: Immobile nella Lazio sta dimostrando di essersi lasciato alle spalle gli anni bui all'estero, il viola Bernardeschi è uscito dall'anticamera rendendosi protagonista di un torneo monstre, in termini di gol e di contributo al gioco, Insigne si è preso il Napoli di cui è ormai incursore inesorabile e mortifero, Rugani è sempre più a proprio agio al centro della difesa juventina. Tornando al Milan, Donnarumma ne è precocemente diventato un uomo simbolo, per quanto, parere personale, una lunga distanza lo separi ancora dalle vette di rendimento ed efficienza di Buffon. 
IL VALORIZZATORE VENTURA - Al CT Ventura il merito di non esser rimasto sordo di fronte a queste evidenze, e anzi di avere intercettato la tendenza amplificandola. Del resto, aver scelto lui come selezionatore indicava una strada ben precisa: la mission sarebbe stata quella di svecchiare sensibilmente il carrozzone azzurro, da troppo tempo ancorato ai medesimi e non più giovanissimi uomini, protagonisti in questi anni di imprese non sempre memorabili. Dopo l'eccessiva prudenza che ne ha caratterizzato i primi mesi di gestione, il trainer ex Toro ha rotto gli indugi ed è andato perfino oltre, arricchendo l'ultima convocazione con uomini come Politano, Spinazzola, Verdi, Petagna (chiamato in extremis per sostituire l'infortunato Gabbiadini) e perfino Meret, portierino  in emersione direttamente dalla Serie B, dove la sua Spal sta cercando di dare contorni concreti a un sogno promozione che, pochi mesi fa, pareva folle. 
STAGE PROLIFICI - Gli ultimi quattro citati, fra l'altro, arrivano dallo stage di febbraio. Proprio i famigerati stage, con il cittì genovese hanno assunto un'importanza mai avuta in passato, quando parevano più che altro dei "contentini" per un Club Italia sempre più a corto di tempi e spazi per ritrovarsi, allenarsi, fare gruppo. Ora, questi incontri periodici riservati agli azzurrabili sono veri e propri pre - esami di ammissione: se li si affronta col piglio giusto, e se il rendimento coi club continua a essere elevato, il passaggio alla Nazionale maggiore è tutt'altro che proibitivo. Dopo lo stage di novembre, ad esempio, spiccò il volo Gagliardini, il talento che ora è sulla bocca di tutti, mentre l'ultimo ha messo in vetrina gente come Caldara, Conti, Locatelli e Pellegrini, che non mi stupirei di ritrovare a breve nel gruppone dei "grandi" assieme a Berardi, da tempo un "predestinato"; gruppone di cui, invece, sono ormai parte integrante Zappacosta e Sansone. 
Significativa, infortunio a parte, anche la giusta attenzione riservata a Gabbiadini, che Oltremanica è rinato a suon di gol, mentre in patria ha dovuto scontare a lungo problemi di scarso minutaggio in un Napoli che aveva altre frecce offensive al proprio arco e che a gennaio si è preso pure Pavoletti, passato, immaginiamo con quale soddisfazione, da idolo e trascinatore genoano a seconda o terza scelta sotto il Vesuvio, con tanti saluti a una chance azzurra ormai inafferrabile. 
ENTUSIASMI TROPPO FACILI - Insomma, descritto così, il futuro sembra roseo, ma tendenzialmente diffiderei di questa indigestione di facili entusiasmi costruiti sulla teoria, del vagheggiamento di dream team azzurri destinati a dominare il futuro calcistico europeo e planetario, di Nazionali italiane che stanno per acquisire l'aurea dell'imbattibilità. Servizi televisivi e paginate di giornali si sprecano, anche da parte di chi, per troppo tempo, di giovani italiani ha parlato poco e di malavoglia, preferendo concentrarsi su improbabili bombe di mercato internazionale, sulla caccia a presunti campioni stranieri di discutibile valore, sulla inaccettabile massima secondo cui "se un italiano è bravo, il posto in squadra lo trova comunque", a voler indicare che negli ultimi anni i ragazzi di casa nostra erano tutti degli scarsoni, e invece si è quasi bruciata una generazione di piedi buoni, per andare dietro alla fregola esterofila. 
Diffido, dunque, perché chi si esalta così di punto in bianco avrà poi altrettanta facilità a scendere dal carro, qualora le cose non dovessero volgere subito al bello. Coi ragazzi in verde età ci vuole pazienza, qui lo si è sempre detto; e prima di costruire una squadra bella, giovane e vincente occorre tempo, e Ventura non ne ha poi molto. Intanto ci sono una qualificazione mondiale ancora in alto mare, un non piccolo gap con la Spagna da colmare (creatosi proprio nella partita di andata con gli iberici, a causa di una gestione discutibile del match sul piano tattico e della scelta degli uomini) e un'Albania competitiva da battere questa sera, senza se e senza ma. Auguri. 

lunedì 20 febbraio 2017

LA TRISTE PARABOLA DEL GENOA, DI JURIC E DI PREZIOSI. MANDORLINI RIMETTERA' INSIEME I COCCI?


Ieri è stata scritta una delle pagine più nere della storia recente del Genoa. La pallida scusa della mancanza di stimoli per un campionato che non offre più traguardi è tramontata, ma è sempre stata inconsistente. Nessuna squadra ha mai tirato i remi in barca a metà stagione, non avrebbe senso e, va da sé, non sarebbe nemmeno professionale. C’era dell’altro, e non era difficile accorgersene assistendo alle partite dei rossoblù. In ogni caso, se si parla di motivazioni, niente paura perché, d’ora in avanti, il Grifone (mai così spelacchiato) avrà un nuovo, imprescindibile obiettivo per cui lottare: la salvezza. Chi pensa che sia tutto già deciso in coda scherza col fuoco, come ha fatto la resistibile armata di Juric in questi due mesi, e come, contemporaneamente, ha fatto patron Preziosi rivoltando l’organico come un calzino. 
PATRIMONIO DILAPIDATO - Da dicembre in poi è stato dilapidato un patrimonio enorme, in termini di classifica e soprattutto di credibilità. I gradini verso la zona calda sono stati scesi uno a uno, inesorabilmente, tenendo una media punti raccapricciante: due in nove partite. Media punti del resto pienamente giustificata dagli spettacoli offerti in campo da Burdisso e compagni; media punti che, con questo andazzo di non – gioco e di fragilità psicologica, ha notevoli probabilità di essere mantenuta fino alla fine, sperando che chi sta dietro continui a rimanere fermo. Ma quando davanti ti trovi fantasmi, anche le compagini più mediocri (eufemismo) come le tre laggiù in fondo trovano risorse insospettabili e si avventano sulla preda. Non mi sorprenderebbe. Accadde alla Sampdoria, sei anni fa, senza andare troppo lontani geograficamente. 
CADUTA VERTICALE - I segnali inquietanti non sono mancati, in questi due mesi orribili. Il Palermo che ha allegramente banchettato a Marassi, dove anche il Crotone ha colto il pari con una doppia rimonta e due gol su calcio piazzato, a farsi beffe di una difesa statica e addormentata sugli allori. Gol assurdi come quello, sempre decisivo, incassato contro il Sassuolo nell’ultima uscita casalinga. Certo, nulla in confronto a quanto visto ieri all’Adriatico; il Pescara è già retrocesso e chi parla di “effetto Zeman” è fuori strada: in due giorni l’ottimo boemo (stima infinita per lui) non può aver fatto miracoli. Anzi, non può aver fatto assolutamente alcunché. Con tutto il carisma che possiede, nemmeno la sua sola presenza, nemmeno qualche parola detta al momento giusto per toccare le corde dell’orgoglio, avrebbero potuto resuscitare il fanalino di coda al punto di rimandare gli ospiti in Liguria con un 5 a 0 che non ammette repliche.  Nessun effetto Zeman, dunque, casomai la solita scossa dovuta al cambio di allenatore, cosa vista in mille altri contesti calcistici. Ma le dimensioni del punteggio parlano soprattutto di un effetto Grifo. Una squadra debole, bloccata psicologicamente, priva di mordente, con le idee ben poco chiare. 
L'ILLUSIONE JUVE - E’ stata una pagina umiliante: una delle più nere nella storia del club, si diceva, sul piano tecnico e morale. Dispiace per Juric: partito fra mille fanfare, erede designato e ideale di Gasperini, benvoluto dalla piazza e dalla stampa, aveva portato la squadra in quota di sicurezza. Eppure anche in quella buona prima parte di torneo qualche segnale negativo c’era stato, e nel mio piccolo l’avevo pur scritto: le mancate vittorie casalinghe contro Pescara, Empoli e Udinese erano già la spia della presenza di limiti ben precisi, sul piano del gioco, della continuità, della concretezza, della tenuta mentale. Dopo la bella affermazione sulla Juve, classica rondine che non fa primavera ma che avrebbe dovuto dare serenità per proseguire il campionato senza scossoni, sono successe cose che solo al Genoa possono accadere. E non regge più nemmeno l’alibi del ko col Palermo: certo, una sconfitta talmente assurda, nelle modalità, da minare certezze  e solidità dello spogliatoio, ma i cui effetti nefasti non possono protrarsi per così tanto tempo, se il gruppo gira alla perfezione in tutti i suoi componenti. 
Qualcosa si è rotto: del resto sono venuti a mancare, in rapida successione, i quattro pilastri della squadra, due per infortunio (Perin e Veloso, quest’ultimo con tanto di nefasta ricaduta: piove sul bagnato, come sempre) e Rincon e Pavoletti per questioni di mercato, con l'aggiunta poi della rinuncia a un Ocampos in crescendo. Non essendo arrivati sostituti all’altezza, chiaro che, senza la spina dorsale calcistica e umana, un team corre il serio rischio di sfaldarsi, a maggior ragione se non ci sono mani sicure a governarlo, in panchina ma anche nella stanza dei bottoni. 
MERCATO FALLIMENTARE - La società ha colpe precise, i giochi di mercato sono stati condotti, mai come quest’anno, secondo criteri che sfuggono ai più. Tre cose servivano soprattutto: un portiere titolare affidabile (Lamanna non lo è, oppure si è semplicemente trovato davanti a una pressione al momento troppo grande per lui, lo stiamo purtroppo scoprendo domenica dopo domenica), un rinforzo per una difesa che già da settimane cominciava a fare acqua, e un “mastino” di centrocampo. Nessuna di queste lacune è stata colmata: sono arrivati centrocampisti con caratteristiche offensive o comunque propositive, incursori, trequartisti, punte, creando confusione e una inutile abbondanza, e costringendo il trainer a fare i salti mortali sul piano strategico. 
LE COLPE DI JURIC - Non ci è riuscito, mostrando così chiari limiti che, al momento, ne precludono il prosieguo dell’avventura nella massima divisione: pur con una rosa costruita in maniera approssimativa, pur con l’evidente indebolimento maturato a gennaio, aveva a disposizione gli uomini per frenare l’emorragia di punti. Da Burdisso a Izzo, da Laxalt (peraltro irriconoscibile rispetto ai suoi precedenti standard) a Cataldi, da Rigoni a Simeone, per non parlare di Beghetto e Morosini, giovani rampanti tenuti troppo a lungo in anticamera. Non si poteva puntare alla top ten, la famosa "parte sinistra", ma di certo a raggranellare quel “tesoretto” che oggi renderebbe il futuro assai meno nero. Juric ha talento da mister di razza ma manca ancora di elasticità, eclettismo, malizia calcistica, esperienza, doti che consentono di restare saldi anche in situazioni buie e tempestose; ha perso il controllo della squadra, non è riuscito a trovare una accettabile quadra tattica: il buon Genoa visto fino al recupero con la Fiorentina è semplicemente sparito e, c’è da starne certi, non lo vedremo più fino alla fine, neanche con la nuova guida tecnica. 
MANDORLINI - Un tale scempio, una stagione tranquilla buttata al vento, il fallimento di un progetto mal congegnato e messo in pratica ancor peggio, non potranno restare senza strascichi: Juric è al capolinea, molti giocatori sembrano non aver più alcunché da dare alla causa rossoblù, e molte cose dovranno cambiare anche in società, perché con questo modus operandi si andrà giù l’anno venturo, se non accadrà già a maggio. Nel frattempo, però, bisogna fare di necessità virtù: Mandorlini, in arrivo oggi, dovrà prima di tutto scuotere la personalità di un gruppo spaesato, e poi sposare un sano realismo “ballardiniano” per racimolare quei pochi punti necessari a salvare la ghirba. Una decina dovrebbero bastare: la squadra delle figuracce in serie, che ha toccato il fondo a Pescara, non li conquisterà mai. Un Genoa magari disposto diversamente in campo, con giocatori finora sottoutilizzati, con le idee e la “cazzimma” di un coach discusso ma di indubbio valore, ansioso di riscattare il triste finale dell’avventura veronese, può centrare l’obiettivo senza affanni, e poi da luglio si riparta da zero o quasi.