martedì 9 gennaio 2018

VERSO SANREMO 2018: CONFERENZA STAMPA DELUDENTE, PER UN PUZZLE CON TROPPE TESSERE MANCANTI


Il Sanremo dei misteri continua a percorrere la sua tortuosa strada. Dopo la lunga attesa per la nomina del direttore artistico "post contiano", dopo il sospiratissimo rinnovo della Convenzione Rai - Comune giunto solo in chiusura di 2017, oggi è andata in scena, dal casinò della cittadina ligure, una conferenza stampa surreale. Un incontro con i rappresentanti dei media che doveva essere un po' il vernissage ufficiale del 68esimo Festival, ma che al tirar delle somme ha grosso modo lasciato le cose come stavano. 
Nulla di nuovo sotto il sole, quasi tutto noto (di quel "quasi" parleremo tra breve). Ciascuna delle cose dette questa mattina da Claudio Baglioni e compagnia era di dominio pubblico da giorni, se non da settimane: già sicuri nelle vesti di padroni di casa Michelle Hunziker (di ritorno dopo undici anni, si spera più matura e convinta rispetto a quel pulcino spaurito che deluse ampiamente al fianco di Baudo) e Pier Francesco Favino, già ampiamente conosciuti dagli addetti ai lavori il meccanismo di gara e le novità relative alle giurie e all'abolizione delle eliminazioni (il regolamento è online da tempo sul sito della kermesse), già visti e stravisti i tre spot tv con protagonisti alcuni celebri anchorman festivalieri del passato (Pippo Baudo, Fabio Fazio, Carlo Conti, impegnati in strambi colloqui col cantautore romano). E dunque per che cosa, di grazia, i giornalisti sono stati convocati oggi? Bastava un comunicato stampa... O no?
Spesso, in passato, l'appuntamento con la conferenza "ufficiale" di gennaio è servito a regalare primizie e anticipazioni sulla manifestazione e sul suo contorno: soprattutto qualche notizia boom sui nomi di artisti italiani e stranieri chiamati a esibirsi fuori concorso.  Invece, nada de nada. Gli ospiti? "Abbiamo diramato degli inviti", è stato detto. Laura Pausini, Sting, Liam Gallagher?  "Sono nomi che confermiamo tutti - ha affermato Baglioni - vediamo se li confermano anche loro", cioè i cantanti stessi. Come dire che i contratti, probabilmente, devono ancora essere chiusi. Assolutamente nulla, poi, è trapelato sui format del Pre-festival (la breve striscia tv che da qualche anno precede le serate della gara) e del Dopofestival, se non con la precisazione che quest'ultimo dovrebbe, negli auspici, diventare uno spazio defatigante per gli artisti in concorso, dove fare musica senza animi infiammati né accese polemiche. Chi lo animerà, chi ne sarà l'anfitrione, non ci è dato saperlo. Persino il Festival propriamente detto potrebbe avere altre figure aggiunte a fare gli onori di casa sul palco, ha lasciato intuire Baglioni... Chi? Mah! 
I comici? Ci saranno, e già era stato detto. Le star hollywoodiane? Vade retro, ed è giusto così perché, nel novanta per cento dei casi, il loro apporto qualitativo al Festival è sempre stato di scarsissimo peso (poche le eccezioni, ricordo ad esempio una bella intervista di Baudo a Sharon Stone nel 2003), ma anche questo "niet" il buon Claudio lo aveva anticipato in tempi non sospetti. E allora, di che si è parlato stamane? Tanta teoria, tanti scenari che colpiscono la fantasia (il Festival "come una tela bianca" da dipingere sera dopo sera, "l'immaginazione al Festival" cinquant'anni dopo "l'immaginazione al potere" di sessantottiana memoria); insomma, l'impegno di fare bene come per le squadre di calcio che, conclusa la campagna acquisti, si apprestano a iniziare il campionato. Solo che, qui, la campagna acquisti è lungi dall'essere completata, troppi aspetti della struttura spettacolare dell'evento sono ancora aleatori. 
L'unica vera novità emersa è rappresentata dalla "regola di ingaggio" che verrà applicata nella convocazione degli ospiti canterini d'oltrefrontiera: "Dovranno venire a cantare e suonare qualcosa con una matrice italiana", ha spiegato il direttore artistico. Lodevole da un certo punto di vista, per scongiurare il mero passaggetto promozional - commerciale e spingere gli ospiti a portare qualcosa di più corposo e impegnativo, ma in tal modo potrebbe restringersi il campo dei divi pop disposti a venire in Riviera; l'ideale sarebbe una via di mezzo, ossia consentire loro di fare sia l'autopromozione sia l'omaggio al Bel Paese (e probabilmente, azzardo io, sarà così, anche se non lo si è capito molto bene da quanto è stato detto in conferenza). Lodevole il proposito di salvaguardare ed esaltare l'italianità dell'evento, ma se il Sanremone ha raggiunto le vette attuali è stato anche grazie alle innumerevoli presenze di grandi figure della musica mondiale venute a proporre le loro opere, non dimentichiamolo mai. 
Si è intuito che ci sarà meno glamour, ossia meno lustrini e ingredienti da mega-super show, contrariamente a quanto spesso è accaduto in passato: la musica dovrà essere al centro di tutto, frase peraltro ripetuta come un mantra già alla vigilia di tante edizioni più o meno recenti (e promessa spesso mantenuta, checché se ne dica, ad esempio nell'ultimo triennio, nel quale si è cantato tanto senza per questo tradire l'aspetto spettacolar - televisivo del carrozzone). Insomma, per il momento la rassegna non ha ancora un aspetto ben definito, e ci si domanda se non fosse il caso di aspettare ancora un paio di settimane, prima di convocare questo incontro con la stampa: 15 giorni in cui mettere le firme su qualche contratto e fornire un quadro più esauriente della struttura di Sanremo 2018. Di buono c'è che, a quanto è stato detto, gli introiti pubblicitari (25 milioni di euro) hanno già coperto il costo della kermesse (poco più di 16 milioni), alla faccia di chi dice che "il Festival lo pagano gli italiani con il canone". 

lunedì 8 gennaio 2018

GENOA 2018: FINALMENTE SQUARCI DI SERENO. SI RIPARTE DA BALLARDINI, PERINETTI E PEPITO


Ballardini, Perinetti, Pepito Rossi. Sono le tre facce nuove (o quasi, pensando al mister... di ritorno) che hanno traghettato il Genoa nel 2018, aprendo squarci di sereno in un cielo rimasto a lungo plumbeo. E' un Vecchio Balordo dai nervi finalmente distesi, quello che arriva alla bizzarra sosta invernale post natalizia. D'accordo, la salvezza è ancora tutta da conquistare, ma gli ultimi due mesi hanno rappresentato un'autentica boccata d'ossigeno, al termine di un anno solare terribile. Un 2017 in cui il Grifone, più spelacchiato che mai, dopo aver toccato il fondo ha cominciato alacremente a scavare, e sembrava non volersi fermare più.
Numeri da far strabuzzare gli occhi: fino all'inizio di novembre, fino al terzo derby consecutivo perso (un'onta), in campionato ventuno (ventuno!) sconfitte (di cui quattro subite con Mandorlini trainer), sette pareggi e la bellezza di quattro (quattro!) vittorie. Un incubo, un vero incubo sportivo, disseminato di prestazioni sconsolanti e di alcune impennate di risultati (successo a Cagliari) e di gioco (primo tempo con la Juve a inizio stagione, partita intera a Milano con l'Inter prima della beffa finale) che hanno avuto effetti nefasti, illudendo Preziosi che Juric fosse comunque l'uomo giusto per la panchina rossoblù, che avesse il pieno controllo della situazione e che la squadra fosse vicina ad esprimere compiutamente le proprie doti, discrete pur se non eccezionali. 
2017: SQUADRA IN PICCHIATA - Illusioni, appunto: onestamente, non si vede cos'altro dovesse fare, il buon Ivan, per ricevere il benservito. Con tutto il bene che si può volere a una storica bandiera del recente passato genoano, con tutta la fiducia che aveva meritato dopo la promozione miracolo alla guida del Crotone, numeri e dati tecnici lo condannavano da ben prima dell'ultimo boccone amaro, la caduta autunnale nella stracittadina. Una compagine in difficoltà fisica e tattica, fragilissima dietro e nel mezzo, inconsistente davanti, e psicologicamente non del tutto consapevole del baratro che le si stava spalancando davanti, alla luce degli endorsement indirizzati al coach croato da parte dei giocatori. Un cocktail micidiale, tale da abbattere la resistenza di un toro.
MA NON E' UN GENOA SCARSO... - Onestamente, non si poteva andare avanti così. Ripeto qui quanto già scritto quest'estate in sede di presentazione del nuovo Genoa: rosa non eccelsa, costruita in maniera non razionale in alcuni ruoli, ma dotata di uomini di classe ed esperienza in misura sufficiente per guadagnarsi una salvezza più tranquilla di quella del precedente torneo. Pareva una bestemmia, la mia: era la semplice verità. Bastavano pochi ingredienti: un allenatore più esperto e (si può dire?) migliore del precedente sotto tutti i punti di vista; un dirigente in grado di riportare fiducia e linearità in società e di riavvicinarla al pubblico, dopo mesi sfiancanti in cui i vertici del club sono apparsi colpevolmente lontani e distratti, fin troppo concentrati su una trattativa di cessione finita poi in una bolla di sapone (almeno momentaneamente...). 
TORNA IL PRIMATO DELLA DIFESA - Ballardini e Perinetti hanno ristabilito la realtà delle cose: la squadra c'era, pur se lacunosa, aveva solo bisogno di lavorare in tranquillità e di essere guidata all'insegna della massima concretezza, senza voli pindarici. Un buon team di calcio si costruisce a partire dalla solidità in retroguardia, si è sempre detto in Italia: può essere vero anche oggi che l'arte nostrana del saper difendere si è impoverita, lasciando spazio a fortunati frombolieri che trovano vita fin troppo facile in terze linee dalle maglie larghissime (si veda ad esempio Spal - Lazio di sabato scorso). Da quando "zio Balla" è tornato sotto la Lanterna, in otto gare di campionato il Genoa ha segnato appena sei gol, ma ne ha subiti tre, di cui due nella stessa, sfortunata gara con l'Atalanta; Perin, il ritrovato, splendido Perin, non viene infilato da quattro partite; una squadra che ha conquistato una compattezza impensabile, e che si è portata a casa ben quindici punti, dopo averne fatti sei nelle prime dodici giornate. 
L'IMPENNATA DI FINE AUTUNNO - Certi numeri parlano da soli: dopo il derby, scommettere sulla salvezza rossoblù era azzardo da ottimisti; oggi, con sei punti di vantaggio sulla terzultima, si respira tutta un'altra aria, anche se non si può certo abbassare la guardia, visto che le avversarie sul fondo paiono tutte molto più combattive rispetto alle retrocesse dell'anno passato. Ma anche su questo versante il Genoa del new deal ha messo in cassaforte risultati importanti: quattro vittorie contro quattro rivali dirette (Crotone, Verona, il ringalluzzito Benevento e il Sassuolo che, come dicono in tanti, sarà anche là sotto per caso, ma intanto c'è, e quindi...), vittorie che al momento lo avvantaggiano in caso di arrivo a pari punti. Il Grifo ballardiniano ha trovato una sua identità: non è bello a vedersi, è sovente sparagnino, ma subisce poco, sa resistere agli assalti di squadre più qualitative come Fiorentina, Roma e Torino, e fa punti: onestamente non si poteva desiderare di meglio, impantanato com'era nei bassifondi. Il livello della manovra lieviterà, si spera, quando la classifica sarà messa in sicurezza e alcuni big sottotono raggiungeranno la migliore forma.
ROSSI LA GEMMA, LAPADULA IN RIPRESA? - E poi, ciliegina sulla torta, è arrivato Pepito: se dopo la sosta si ripresentasse almeno al 70 per cento delle sue effettive potenzialità, il Grifo avrebbe risolto buona parte dei suoi problemi. Rossi è un fuoriclasse del calcio del ventunesimo secolo, un professionista esemplare che non ha potuto toccare le massime vette della gloria perché bersagliato dalla malasorte: meritava questa chance, anche perché per lui "non può piovere per sempre". Così come merita fiducia Lapadula, sulle cui grigie prove (e sullo scarso minutaggio) ha pesato la preparazione ridotta per via della fascite estiva, a cui si è aggiunto l'infortunio al ginocchio alla terza di campionato. Nelle ultime uscite è parso in crescita, in fatto di sacrificio e partecipazione al gioco: deve ritrovare la mira, che non è poco, deve essere ancor più presente in fase conclusiva, ma ora ha due settimane di tempo per migliorare il tono fisico e ritrovare fiducia nei suoi mezzi. I due ex nazionali azzurri sono, sulla carta, due pezzi da novanta, che potrebbero tirare fuori in quattro e quattr'otto i liguri dalle sabbie mobili, a maggior ragione se coadiuvati dai guizzi di un Taraabt a cui si chiede solo più continuità. 
SPOLLI E PERIN RITROVATI - Ecco perché dico che il Genoa, così com'è, ha ancora margini di miglioramento: la risalita delle ultime gare è stata costruita sull'impenetrabilità, sulla razionale organizzazione del collettivo, sulla scorza coriacea dei recuperati Spolli e Rigoni, su un Perin che, riappropriatosi delle sue misure di campione, è al momento superiore a Donnarumma, su un Izzo sempre affidabile e su un Galabinov che ha potenza e colpi da dignitoso attaccante di categoria; se questa compagine troverà la quadra anche là davanti, se riuscirà a costruire di più e a concretizzare le occasioni che comunque sa creare, la salvezza anticipata non sarà un'impresa impossibile. 
MERCATO: UN PREZIOSI PIU' TRANQUILLO? - Il che non toglie che sul mercato appena apertosi bisognerà comunque intervenire: occorre un altro puntello per la difesa, e soprattutto un forte incontrista nel mezzo, chimera inseguita da oltre un anno; se arrivasse qualcosa anche per le corsie esterne sarebbe l'ideale, pur se Biraschi (soprattutto) e Migliore hanno fin qui dimostrato di essere qualcosa di più di alternative ai titolari. E riguardo alla prima linea, bisognerà sciogliere il nodo Lapadula: puntare ancora su di lui, come auspicato sopra (anche per valorizzare l'importante investimento fatto sull'italo-peruviano), o cercare subito una punta pronta all'uso?
MANTENERE LA CATEGORIA: OBIETTIVO IMPRESCINDIBILE - E ancora: partirà qualche big? Possibile, perché il risanamento finanziario della società rimane prioritario e per portarlo a compimento è fondamentale mantenere la massima categoria. E' questo il punto chiave della stagione: una retrocessione, pur amarissima, sarebbe comunque un boccone digeribile sul piano tecnico (anche se è un'esperienza che nessun genoano vorrebbe di nuovo provare...); in fondo ci sono passate un po' tutte le medio-piccole in tempi più o meno recenti, dalla Samp al Toro, dall'Atalanta al Bologna: è un'eventualità che rientra fra i pericoli di un campionato "storto". Ma il declassamento comporterebbe, probabilmente, rischi incalcolabili sul versante economico e gestionale. E' dunque una iattura da evitare a ogni costo. Per questo, ritengo che Preziosi, ben... indirizzato da Perinetti, quest'anno non commetterà gli errori di dodici mesi fa, quando si privò di Rincon e Pavoletti mettendo in enormi ambasce il già insicuro Juric. Ora come non mai, è il momento giusto per essere ottimisti, il che non vuol dire volare troppo con la fantasia: ma si riparte dall'impagabile Balla, dal saggio Perinetti e dai piedi fatati di un Pepito che vuole finalmente prendere a calci la sfortuna. Tre carte vincenti: non è poco, per il Grifo di questi avventurosi anni. 

sabato 16 dicembre 2017

SANREMO 2018: ECCO I BIG DI BAGLIONI. E' IL FESTIVAL DELLE REUNION. CANZIAN, FACCHINETTI - FOGLI E META - MORO FAVORITI?


Il Festivalone "formato Baglioni" ha emesso ieri sera i primi vagiti in assenza del suo deus ex machina. Il direttore artistico è stato infatti il convitato di pietra dell'interminabile "Sarà Sanremo", tenendosi lontano dai riflettori della diretta tv e affidando ad anonime buste sigillate l'annuncio del cast dei Campioni, in pieno stile premi Oscar. Un cast spiazzante ma non troppo, diciamolo subito. Qualcosa del genere, senza grancasse e con un numero inferiore di posti a disposizione (quattordici contro i venti attuali), erano riusciti a fare Fabio Fazio e Mauro Pagani nel biennio 2013 - 2014, inserendo nella categoria regina artisti di nicchia, con scarsa esposizione mediatica e lontani dall'heavy rotation radiofonica, da Marta sui Tubi a Riccardo Sinigallia, dai Perturbazione a Simona Molinari e a Giuliano Palma. A febbraio troveremo la coppia formata da Enzo Avitabile e Peppe Servillo, ossia la Napoli della ricerca musicale più elaborata, fra tradizione e contemporaneità, e Lo Stato Sociale, band "indie", scelta del tutto distante dai canoni festivalieri ma assolutamente al passo coi tempi. 
ECUMENISMO IN STILE BAUDO - Nessuna rivoluzione, dunque; casomai un'attenzione maggiore, rispetto al recente passato, a certi generi musicali non propriamente commerciali e storicamente poco considerati dalle parti della Riviera ligure. Si ravvisa persino, nel listone dei Big, un certo "ecumenismo baudiano", perché nei suoi Sanremo il grande Pippo cercava di inserire personaggi per tutti i gusti, di accontentare la più ampia fascia di pubblico possibile, pur privilegiando la tradizione melodica all'italiana, ed è in fondo ciò che sembra aver fatto il cantautore romano. Certo, guardando al triennio targato Carlo Conti, soprattutto all'ultima edizione, la cesura è netta: il gruppo dei Campioni 2017 strizzava apertamente l'occhio al mercato, era pop che più pop non si poteva, si indirizzava senza mezze misure al pubblico più giovane, e va detto che la scelta era stata premiata, in quanto molti dischi usciti dall'Ariston avevano poi percorso una fruttuosa strada, a livello di vendite e di consensi sul web. Sanremo 2018 sarà invece trasversale, uno sguardo a largo raggio sul panorama canoro nostrano. 
NIENTE TALENT, NIENTE RAP - L'atto di coraggio del buon Claudio e dei suoi esperti sta tutto in una mossa: aver rinunciato a puntare su quei cantanti magari privi di un curriculum "pesante", ma che avrebbero garantito "a scatola chiusa" una massiccia attenzione da parte delle nuove generazioni. Non ci sono i più freschi prodotti dei talent; laddove l'anno scorso erano stati convocati Elodie e Sergio Sylvestre, quest'anno mancano i Riki e i Thomas; all'Ariston vedremo Annalisa, Noemi e i The Kolors, che da "Amici" e "X Factor" sono passati diverso tempo fa ma ormai si sono affrancati da quell'universo, costruendosi una carriera ricca di esperienze, pur fra alti e bassi. E manca totalmente il mondo dei rappers, i cui esponenti, sia volti di grido sia nomi meno noti, sono stati fra i dominatori delle chart italiane 2017. Vedremo se tale azzardo pagherà in termini di Auditel. 
VETERANI NON PRESENZIALISTI - Tornano i veterani, ma perlomeno, a parte Ron (che non mi aspettavo di ritrovare a soli dodici mesi di distanza), si tratta di veterani non logorati da continue presenze al Festival; si tratta, soprattutto, di pezzi di storia della nostra musica leggera che hanno ancora qualcosa da dare, nonché un notevole stuolo di fans e intatta credibilità: l'accoppiata Roby Facchinetti - Riccardo Fogli e Red Canzian da solista sono due colpi da maestro, e daranno vita a un derby che promette scintille; Fogli, oltretutto, mancava dalla rassegna da ben ventidue anni! Allo stesso modo, molto c'è da attendersi dai ricostituiti Decibel di Enrico Ruggeri, paracadutati nel ventunesimo secolo direttamente da Sanremo '80, quando si rivelarono con "Contessa" ma poi non poterono sfruttare l'onda lunga di quel successo (si sciolsero poco dopo). E dopo quasi vent'anni ritorna Ornella Vanoni, che credo sia la concorrente più "anziana" di sempre (senza offesa) a partecipare alla kermesse, e che con Bungaro e Pacifico, due cantautori raffinati e fuori dai circuiti consumistici, dovrebbe dar vita a un impasto vocale e sonoro di gran classe. Luca Barbarossa completa il drappello dei big di lungo corso, ma questa volta pare intenzionato a dire qualcosa di diverso rispetto alla linea dei suoi precedenti Festival: il titolo del pezzo, "Passame er sale", promette bene in tal senso. 
REGGE IL VIVAIO DELLA RASSEGNA - E' tutto sommato ben rappresentato il vivaio sanremese, nonostante il "vuoto" del 2017, col vincitore delle Nuove Proposte Lele che non ha lasciato il segno e coi vari Maldestro e Marianne Mirage che stazionano ancora nel limbo degli emergenti. C'è però la "strana coppia" Ermal Meta - Fabrizio Moro, che mi sentirei di inserire fin da ora nel ristretto novero dei favoriti, c'è Nina Zilli, il cui bel singolo estivo "Mi hai fatto fare tardi" ha avuto un'accoglienza piuttosto tiepidina, c'è Giovanni Caccamo che dopo l'affermazione del 2015 non ha sbancato il mercato e si è messo alla prova in esperienze di altro tipo (presentatore televisivo), mentre il terzo posto del 2016 con Deborah Iurato non ha ricevuto sonante conferma al di fuori delle mura dell'Ariston; ci sono, infine, due scoperte di Fazio - Pagani, l'originale Renzo Rubino e quel Diodato che avevo citato fra i papabili sul blog pochi giorni fa, e che si accompagnerà a Roy Paci in un duetto tutto da scoprire. 
QUANTE REUNION! - Sarà anche il Festival delle reunion, in qualche modo: abbiamo parlato dei Decibel, del duo Facchinetti - Fogli, e ricompaiono pure Le Vibrazioni, protagoniste assolute all'inizio del secolo ("Dedicato a te", "Raggio di sole", "Ovunque andrò" sono pietre miliari del pop melodico contemporaneo) ma poi spentesi alla distanza, con Francesco Sarcina lanciatosi nella carriera solista. Nella quota degli artisti "fuori dagli schemi" trovano posto a buon diritto il mai banale Max Gazzè (anche in questo caso il titolo del brano è tutto un programma: "La leggenda di Cristalda e Pizzomunno") e soprattutto Elio e le Storie Tese, che da musicisti ribelli e dissacranti sono diventati col tempo dei prezzemolini della manifestazione (siamo alla terza presenza nelle ultime sei edizioni!) ma la cui partecipazione è perlomeno giustificata dall'annunciato addio alle scene (ma sarà poi vero?). 
NESSUN NOME "CHE SPACCA" - Manca il nome boom, quello in grado di catalizzare i pronostici: quello che, diciamocelo chiaramente, ci si attendeva da un direttore artistico del calibro di Baglioni. Si era parlato di Elisa ed Emma, mentre le varie Giorgia e Carmen Consoli, per non parlare dei cantautori storici, si sono tenuti ancora una volta alla larga dalla gara rivierasca, per quanto sia quest'anno una gara annacquata, senza eliminazioni, con tutti i concorrenti in lizza fino all'ultimo. C'è un debutto di peso, questo sì, quel Mario Biondi che era da tempo la costante chimera del Festival, e che ha finalmente sciolto le riserve. A lui, alle coppie Meta - Moro e Facchinetti - Fogli, a Canzian, agli Elii assegniamo di primo acchito la prima fila nella corsa alla vittoria, coi Kolors possibili sorprese e auspicando un inserimento in gruppo di Annalisa, un'Annalisa sperabilmente di nuovo alle prese con quello stile brillante, leggero e sbarazzino che ne aveva fatto le iniziali fortune e che ha ritrovato l'estate scorsa con la collaborazione di Benji & Fede, dopo averlo abbandonato per la classicissima melodia di "Diluvio universale" (Sanremo 2016). E le Nuove proposte? La serata televisiva di "Sarà Sanremo" ha promosso Mudimbi, Eva, Mirkoeilcane, Lorenzo Baglioni, Giulia Casieri, Ultimo, ai quali si sono aggiunti i due vincitori di Area Sanremo, Leonardo Monteiro e Alice Caioli. Ma di loro mi riprometto di parlare più ampiamente nei prossimi giorni, dopo un più approfondito ascolto delle canzoni. 

domenica 3 dicembre 2017

VERSO SANREMO 2018: GIRO D'ORIZZONTE SUI POSSIBILI BIG IN GARA. IPOTESI E SOGNI


Meno di due settimane di attesa, e poi si compirà il tradizionale rito dell’annuncio del cast del Festivalone. I Big (o Campioni) in lizza verranno svelati, come da fresca consuetudine, nel corso di “Sarà Sanremo”, la serata televisiva (quest'anno in programma il 15 dicembre) che selezionerà anche le Nuove proposte da far sfilare in febbraio all’Ariston: fra sedici ne verranno scelte sei, alle quali si aggiungeranno i due vincitori di Area Sanremo. Degli emergenti avremo modo di riparlare: qui ci preme soprattutto fare il punto sui volti noti in coda per entrare nell’elenco dei magnifici venti. 
NON E’ IL SANREMO PIU’ DIFFICILE - C’è forse più attesa del solito, come testimonia la ridda di nomi e indiscrezioni di questi giorni. Normale: da un direttore artistico come Claudio Baglioni si pretende un “listone” di alto profilo e qualità, più eterogeneo ed equilibrato, sul piano dei generi canori, rispetto all’ultimo di Carlo Conti, che si era caratterizzato per una matrice prettamente pop commerciale (con conseguente successo di mercato, va sottolineato). Quello che alcune voci autorevoli hanno già bollato come il “Sanremo più difficile di tutti i tempi”, in realtà non sarà tale: chiaro che venire dopo il triennio trionfale 2015-2017 rappresenta una sfida impegnativa (e lo sarebbe stato per chiunque), ma il cantautore romano ha spalle larghe, indipendenza di giudizio e gusto musicale in abbondanti dosi; di certo c’è che si è partiti ad handicap, differendo eccessivamente la nomina del responsabile della kermesse, ma il regolamento-garanzia per i cantanti (nessuna eliminazione in entrambe le categorie, tutti arriveranno alle finali di venerdì e sabato) e la conseguente “benedizione” arrivata dalle case discografiche dovrebbero aver spianato la strada a un’edizione quantomeno di buon livello: i veri Sanremo difficili sono stati proprio quelli che non hanno potuto contare sull’appoggio della grande industria di settore, penso ad esempio alle rassegne del 1975 (oltretutto quasi ignorata dalla tv, come tante altre svoltesi nei Settanta) e del 2004. 
CI SARA’ QUALCHE GROSSO CALIBRO? - Veniamo al dunque. Fra i tanti papabili di cui si vocifera ci sono certamente nomi insoliti, come i ricostituiti Decibel di Enrico Ruggeri, Enzo Avitabile con il suo inconfondibile stile etno – partenopeo, la coppia vintage Roby Facchinetti – Riccardo Fogli, il sempre imprevedibile Morgan, oppure Omar Pedrini e Negrita che mancano da diverso tempo dal palco rivierasco; tuttavia il grosso dei candidati pare essere rappresentato da recenti habitué della manifestazione, mentre non è finora uscito il grossissimo personaggio, quello che ci si aspetterebbe da un  selezionatore di peso come Baglioni, che col suo carisma e la sua credibilità dovrebbe almeno tentare di portare in Liguria due o tre artisti spacca-classifiche o comunque di enorme prestigio; una Elisa, una Giorgia o una Carmen Consoli, un Venditti che dopo decenni di ostracismo potrebbe infine sciogliere le sue riserve sulla manifestazione (non avrebbe nulla da perdere), un Renato Zero di ritorno un quarto di secolo dopo “Ave Maria”, un Antonacci o un Cremonini che però sono appena sbarcati nei negozi coi loro ultimi lavori…Comunque, nel caso non arrivasse alcun esponente della nostra élite canora, poco male, visto che Sanremo da sempre rappresenta soprattutto una vetrina importante per l’affollatissima categoria di cantanti della "classe media", eccellenti professionisti che non mobilitano masse oceaniche di fans ma sfornano comunque ottime produzioni, e necessitano di una spinta promozionale maggiore per ottenere visibilità mediatica. 
I RITORNI DAL PASSATO RECENTE - Da sempre, sul blog, in sede di pronostico passo al setaccio i cast degli anni recenti, per cercare di intuire chi potrebbe tornare in lizza a distanza di poco tempo. Riguardo al 2017, si parla di una coppia inedita formata da Ermal Meta e Fabrizio Moro, sicuramente fra i protagonisti più apprezzati dell’edizione passata; possibili i tentativi di Elodie, Bianca Atzei, una Paola Turci meritatamente tornata in auge, Sergio Sylvestre, e quel Michele Bravi che fu la rivelazione più sorprendente e inattesa, dodici mesi fa; probabile ci provino anche Lele, il vincitore della sezione Giovani, che però non ha sfondato sul mercato, e magari i La Rua, esclusi fra le polemiche in sede di “Sarà Sanremo” ma poi premiati da pubblico e critica.
Fra i partecipanti del 2016, candidabili per una ricomparsa sono senz’altro Annalisa, Dolcenera, Noemi, Neffa, Arisa e Lorenzo Fragola (gli ultimi due, con la supervisione di Takagi & Ketra, hanno dato voce a uno dei brani più fortunati dell'estate scorsa, “L’esercito del selfie”), e ancora Deborah Iurato e Giovanni Caccamo. Un nome di spicco sarebbe stato quello di Francesca Michielin, artefice di un clamoroso exploit due anni fa (secondo posto e partecipazione all'Eurovision Song Contest): nel 2018 avrebbe potuto inseguire la definitiva consacrazione personale attraverso il palco sanremese, il suo nuovo album è però in uscita a gennaio, difficile un repackaging a così  breve distanza di tempo. 
Il 2015, prima edizione griffata Conti, propone come papabili Anna Tatangelo, Irene Grandi, Gianluca Grignani, Nina Zilli,  Malika Ayane, Alex Britti, mentre dagli anni di Fazio sarebbe giunto il momento di riemergere per i bravi e sottovalutati Renzo Rubino, Zibba, Diodato e Antonio Maggio,  nonché per Raphael Gualazzi, Max Gazzè, i Modà, la raffinata Simona Molinari e, perché no, Marco Mengoni, che dopo la vittoria del 2013 ha percorso lontano da Sanremo una strada tutto sommato felice, ma che se avesse un pezzo-bomba potrebbe tranquillamente rimettersi in gioco all’Ariston, così come sarebbe piacevole ritrovare Emma, che dopo "Amami" ha raccolto soddisfazioni più televisive che discografiche.
CARTA, BIONDI, AMOROSO... - Parlando di ex trionfatori, Marco Carta si ripresenterebbe in versione più matura rispetto all’immeritato trionfo del 2009, e con un asso in più da giocare, quello della duplice affermazione a “Tale e quale show”, nel torneo 2017 e nella supersfida fra i migliori delle ultime due edizioni del varietà, conclusasi venerdì scorso. Potrebbe essere la volta buona per il “debutto” di Mario Biondi, e a proposito di “esordienti di successo” rilanciamo anche quest’anno il nome di Alessandra Amoroso, campionessa del pop melodico contemporaneo, uno dei prodotti meglio riusciti di sempre, fra i tanti dell’universo talent. Fra i mattatori dei primi anni Duemila, invece, occhio ai Tiromancino e alle ricostituite Vibrazioni di Francesco Sarcina, nonché a L’Aura, tornata alla ribalta di recente con un album che ne ha confermato l'eclettismo artistico. Discorso a parte per altri due protagonisti di diversi Festival recenti, Nek e Francesco Renga, che hanno di recente formato un trio di giganti con Max Pezzali: di loro si parla come di possibili ospiti, ma averli in gara incrementerebbe l’interesse attorno alla kermesse, per un tentativo di ripetere l’exploit di un altro tris d'assi entrato nella storia, il Morandi – Ruggeri – Tozzi del 1987. 
LE VEDETTES DI OGGI, FRA POP E RAP - Fra i “dernier cris” della canzone italiana, non sono da escludersi le proposte dei The Kolors e dei Thegiornalisti, sulla scia del tormentone estivo “Riccione”, così come quelle della scatenata Baby K. o di Mario Venuti, un veterano rilanciatosi prepotentemente nella stagione calda dopo alcuni anni di oblio (grande successo per l'orecchiabilissima "Caduto dalle stelle"); fra i nomi più gettonati dei mesi canicolari ci sono stati anche quelli di Benji & Fede (“Succede tutto per una ragione” assieme ad Annalisa): chissà che non si sentano finalmente pronti per il grande cimento sulla ribalta più importante... E non dimentichiamoci di "Amici" amatissimi dal pubblico più giovane, da Riki, la creatura più recente di Maria De Filippi, a Briga. Si è parlato anche della brava Levante, che sta vivendo un momento di enorme popolarità: pare che nella settimana del Festival sia in tournée, ma mai dire mai, sarebbe un nome forte del cartellone e porterebbe senz'altro una ventata di modernità, col suo originale stile di scrittura.
Sempre in riferimento all’attuale panorama discografico italiano, sarà molto difficile ignorare la galassia rap, che ha letteralmente invaso le chart e portato alla ribalta un nugolo di volti nuovi immediatamente baciati dalla fama. Certo dipenderà da chi, fra gli esponenti di questo settore, deciderà di scendere in campo: i nomi più pregiati sarebbero quelli di personaggi come Emis Killa, Guè Pequeno, Fabri Fibra e Marrakash, ormai veterani del genere, o emergenti di grido come Coez e Ghali, oppure Rocco Hunt già avvezzo ai rischi della gara ligure. 
VETERANI, ANNI '90, ARTISTI FUORI DAL GIRO... - Poi ci sarebbero altre categorie in cui pescare a piene mani: gli interpreti di lunghissimo corso che ogni anno ci riprovano, da Fausto Leali ai nuovi Ricchi e Poveri, da Marcella a Loredana Bertè, da Amedeo Minghi ai Nomadi; i nomi fuori dai circuiti meramente commerciali ma di gran raffinatezza come Sergio Cammariere, Teresa De Sio, Eduardo De Crescenzo, Alice o i più giovani Niccolò Agliardi, Paolo Simoni, Le Luci della Centrale Elettrica, Riccardo Sinigallia, Baustelle e Brunori Sas, tutti artisti lontani dai riflettori ma che con Baglioni potrebbero trovare uno spiraglio mainstream; e infine i tanti reduci degli anni Novanta, da sempre per me un tasto dolente in quanto, nonostante l’indubbio valore di molti, per troppo tempo sono finiti ai margini del mercato: penso a gente come Massimo Di Cataldo, Aleandro Baldi, Paolo Vallesi (ricomparso l’anno passato con una passerella fuori concorso, in coppia con Amara), Mietta, Mariella Nava, Silvia Salemi, Gerardina Trovato (ci ha provato nel 2017, senza fortuna), Gatto Panceri (che ha dichiarato sul suo profilo Facebook di aver presentato un brano alla commissione), i Jalisse e quell’Alexia che è in fase di prepotente rilancio. 

martedì 14 novembre 2017

CLUB ITALIA SENZA MONDIALI: ADDIO RUSSIA 2018, UN DISASTRO NON SOLO SPORTIVO


Non è proprio il caso di minimizzare, di indorare la pillola. La mancata qualificazione dell'Italia a Russia 2018 è un evento disastroso, che solo i superficiali possono circoscrivere all'ambito prettamente sportivo. Non ha fallito solo una squadra, ma un intero movimento, con ricadute pesantissime su tutto un indotto che grazie al pallone vive e prospera. Restare fuori dal Mondiale causerà danni anche sul piano economico, in un campo di interessi vastissimo che va dai mancati introiti per sponsorizzazioni al calo di interesse del pubblico, fino alla diminuzione delle vendite di una stampa già di per sé agonizzante. Tutto questo per rendere bene un quadro che ancora non tutti hanno ben chiaro. 
ONTA - Per un Paese di grandi tradizioni calcistiche come il nostro (quattro titoli iridati, ricordiamolo), questa precoce eliminazione è una vergogna inammissibile, una macchia indelebile per un gruppo di calciatori, un allenatore, un presidente e la Federazione che tale presidente ha espresso. Certo, non è stato un fulmine a ciel sereno; possiamo anzi dire che sia la logica conclusione di almeno tre lustri di gestione sciagurata, fra vivai trascurati e uno spazio sempre più angusto concesso ai giovani di casa nostra per crescere, migliorarsi e apprendere in confronti di alto livello.
SERVIRA' A QUALCOSA? - Sono perfino stanco di scrivere cose che su questo blog sono di casa più o meno dalla sua nascita, nel 2011. E del resto le figuracce in Sudafrica e in Brasile avevano già chiaramente indicato la via: o riformare, o morire. Dopo le denunce e le polemiche a caldo, tutte le componenti del pallone italico hanno scelto la seconda via, e ora ne colgono i frutti. Nessuno è innocente, nemmeno i media, sempre poco critici nei confronti di un sistema che era chiaramente destinato a implodere. Le prospettive sono fosche: fossimo stati la Germania, o un altro Paese serio, avrei perfino messo la firma su una nostra eliminazione, che avrebbe rappresentato la garanzia dell'inizio di un processo di totale ricostruzione e moralizzazione dell'ambiente. Ma, ahimé, siamo in Italia, e temo che questa batosta lascerà troppe cose come stanno: la crisi strutturale del calcio italiano ha fondamenta solidissime e radici troppo profonde per essere estirpate in quattro e quattr'otto. Solo pochi giorni fa ho letto sul Guerin Sportivo, a firma Tucidide, di un endorsement da parte di Andrea Agnelli nei confronti di Tavecchio a prescindere dal risultato di questo drammatico playoff. E difatti le voci di corridoio parlano di un presidente federale non disposto a dimettersi, così come non si è ancora dimesso il cittì, che ha colto anche l'ultima occasione per mostrare tutta la sua inadeguatezza a un ruolo troppo più grande di lui. 
PROVA GAGLIARDA, MA IL GIOCO... - A questo punto occorre parlare di questioni strettamente "di campo", che peraltro allo stato attuale diventano un dettaglio del tutto secondario. Ventura si è giocato le sue ultime chances confermando il trend manifestatosi fin dall'inizio della stagione: smarrita del tutto la bussola tattica, smarrita anche la linea tecnica che aveva tracciato nella prima parte della sua gestione. Dopo aver aperto i cancelli di Coverciano a un gran numero di giovani virgulti (ricordo al proposito l'entusiasmo dei media a inizio 2017, laddove su queste pagine si manifestava una calibrata prudenza), ha chiuso la sua avventura aggrappandosi disperatamente al passato, a veterani in parabola discendente e a giocatori esperti che già avevano evidenziato ripetutamente la loro relativa caratura internazionale. La qualificazione è stata persa a Solna, con una gara deprimente e quasi irritante per povertà di gioco e di idee. Al Meazza, il Club Italia ha se non altro disputato un match gagliardo e volitivo, ma troppo poco lucido. L'aggressività dei nostri si è persa spesso nella prevedibilità della manovra e nell'ennesima scelta suicida: invece di tentare di forzare il bunker avversario con giocatori agili e sguscianti come Insigne, Bernardeschi ed El Shaarawy (questi ultimi due entrati troppo tardi), ci si è incaponiti nello sfruttamento delle fasce con immancabili cross alti nel mezzo dell'area, facili prede dei lungagnoni della difesa scandinava. 
SVEZIA MEDIOCRE E FORTUNATA - Abbiamo trovato un Jorginho capace di assumersi la responsabilità di pilotare la squadra nella zona nevralgica, ma il napoletano si è spento alla distanza, o forse hanno smesso di seguirlo i compagni, che nel secondo tempo sono tornati a percorrere le solite, infruttuose strade tattiche. Poi, certo, in queste ore può risultare impopolare scrivere che la Svezia la qualificazione se la sia ritrovata come un insperato dono dal cielo, più che meritarla, ma è così che sono andate le cose. Una Svezia fra le più modeste che io ricordi, senza alcun picco tecnico, che va in Russia grazie a un autogol e a una battaglia in trincea che, a Milano, ha fatto impallidire il catenaccio dei tempi d'oro.
Pur mostrando impacci e limiti evidenti nella capacità di produrre azioni lineari ed efficaci, i nostri ieri sera hanno costruito almeno otto palle gol nitide (due Immobile, due Parolo, due Florenzi, una a testa per Candreva ed El Shaarawy), da aggiungere alla tre dell'andata (Belotti, ancora Candreva e il palo di Darmian): almeno i supplementari sarebbero stati un giusto premio, ma quando si falliscono così tante occasioni occorre anche limitarsi nelle recriminazioni, senza però arrivare a dire che l'anticalcio dei nostri avversari abbia meritato di passare il turno: francamente, mi sembra eccessivo. Nonostante la buona volontà, nonostante il cuore gettato oltre l'ostacolo dei grossi limiti di una Nazionale sbagliata, non è arrivato il guizzo della squadra di grande tradizione, quel guizzo che, nello spareggio del '97, ci consentì di avere la meglio su una Russia più forte della Svezia attuale; quello che ha consentito di salvare la ghirba ad altre grandi "malate" coinvolte nei passati playoff mondiali o europei (a Francia, Spagna e Olanda è capitato più di una volta, la Germania ci passò nel 2001, e tutte alla fine centrarono l'obiettivo). 
LA NAZIONALE PRIMA DEI CLUB - L'ultimo triennio azzurro ha mostrato chiaramente quanto conti il trainer, per una squadra con tanti buoni giocatori ma nessun campione assoluto. Conte aveva portato una truppa discreta ma non irresistibile a sfiorare la semifinale di Euro 2016; per questo non bisogna avere remore nel dire che, pur fra i tanti mali che affliggono il nostro calcio, la responsabilità di Ventura in questa disfatta è altissima, direi svettante su altri fattori. Si deve ricominciare da un coach esperto a livello internazionale e carismatico; si deve tornare, possibilmente tramite una nuova presidenza federale, a ristabilire le gerarchie calcistiche nel Paese: la Nazionale viene prima dei club, è la vetrina di un movimento e la cartina di tornasole del suo stato di salute; da troppo tempo viene invece vissuta come un fastidio dagli addetti ai lavori e, ciò che è più grave, da molti tifosi. E i ragazzi emergenti, le promesse? Nel Club Italia, a questo punto, ci arriveranno per sfinimento: l'addio di Buffon, Barzagli e De Rossi ha chiuso definitivamente il capitolo di un titolo mondiale, quello del 2006, che rappresentava un patrimonio inestimabile su cui ricostruire un football minato da Calciopoli, e che invece è stato assurdamente archiviato e dimenticato con troppa fretta. Come chiocce per il gruppo bastano e avanzano Bonucci e Chiellini. Finalmente i Rugani e i Caldara, i Conti e i Cristante, i Benassi e i Bernardeschi avranno modo di giocare, sbagliare, imparare e migliorare.