lunedì 31 dicembre 2012

BILANCI DI FINE ANNO: LA MIA SALUTE E... UNDICIMILA (O QUASI) RINGRAZIAMENTI


Si chiude un anno difficile, per me, ed è dunque quantomai necessario riservare qualche riga a un bilancio personale. Sì, lo so, era mia intenzione originaria, e lo avevo già spiegato, dare pochissimo spazio sul blog a digressioni di natura strettamente privata, ma in questo caso l'eccezione è doverosa.
Chi ha avuto la bontà di leggere questo post, o comunque di seguirmi su Facebook, sa che ho avuto problemi di salute a partire da quest'estate, tali da costringermi per qualche tempo a sospendere l'attività qui su "Note d'azzurro". Fra sintomi inquietanti e primi esami ancor più inquietanti, che portarono alla luce linfonodi notevolmente ingrossati a livello toracico, per alcuni mesi la mia vita è stata letteralmente sconvolta. La mia e quella dei miei cari. Mi si parlava apertamente, mettendomelo anche per iscritto (sulla cartella clinica), di "sospetto linfoma", qualcuno già si rivolgeva a me come paziente "sospetto oncologico", già si parlava di chemioterapia e probabilmente a questo scopo si era provveduto a farmi impiantare nel petto un CVC, un catetere venoso centrale che si sarebbe dovuto utilizzare principalmente per le infusioni di farmaci... 
ANGOSCIA E SOLLIEVO - Insomma, mi avevano quasi persuaso: stavo già cercando di entrare nell'ordine delle idee di essere un malato serio, e di preparare psicologicamente in tal senso i miei genitori. Rassegnato, a inizio novembre sono entrato in ospedale per un breve ricovero, necessario per l'effettuazione della "mediastinoscopia", intervento chirurgico per l'asportazione di alcuni dei linfonodi sospetti che nel mio caso, per l'appunto, si trovavano nel mediastino, una cavità al centro del torace. L'operazione, in anestesia totale, è filata via abbastanza liscia, a parte gli ovvi dolori dei giorni successivi nella zona "tagliuzzata". A quel punto non mi restava che aspettare l'esito dell'esame istologico sui linfonodi. Visto come si erano sbilanciati i medici che mi seguivano, nutrivo ormai scarse speranze che fosse qualcosa di diverso da un tumore, e invece.... Sorpresa! "Buone notizie, signor Calabrò!", mi telefonano dall'ospedale: non ci sono cellule maligne, niente linfoma, ma solo una malattia benigna, ancora da accertare del tutto (sto concludendo l'iter diagnostico), ma nulla di terribile. 
MESI DIFFICILI - Eccomi dunque riemergere, all'improvviso, da tre mesi d'inferno, e lo dico senza alcuna esagerazione. Fra i più brutti della mia vita, senza ombra di dubbio. Soprattutto le prime settimane sono state terribili: non tanto per i sintomi (un po' di tosse, un po' di febbre, poco altro), tutto sommato sopportabili, ma per la terribile angoscia, l'incertezza derivante da una diagnosi non ancora definitiva eppure sbandieratami davanti senza tanti giri di parole, il terrore di dover affrontare qualcosa di tanto più grande di me. La paura per il mio futuro, ma soprattutto l'inaccettabile sensazione di rabbia di fronte all'evenienza che i miei genitori, anziani e acciaccati, dopo una vita non certo semplice dovessero sopportare anche questo ulteriore affronto del destino ed inventarsi assistenti per me, andando incontro a ulteriore logorio psico - fisico. 
Notti insonni, all'inizio, poi il sonno è in parte tornato (giocoforza, altrimenti mi sarei ridotto a uno straccio), c'è stato il faticoso tentativo di riprendere una parvenza di vita normale, ma alla fine di ogni giornata ricompariva sempre quell'ombra nera, l'ombra della malattia, e sentivo salire dentro me una sensazione di malinconia infinita, una voglia di piangere che da tempo non provavo. 
Ero tornato a scrivere sul blog, per reazione a tutto questo, pochi giorni prima del mio ingresso in ospedale. E dopo un'attesa snervante di altri venti giorni, la citata "buona nuova", che però, può sembrare assurdo e sciocco ma è così, lì per lì non son riuscito a godermi appieno, con la gioia dovuta: mi sentivo svuotato da settimane vissute sotto la cappa di uno stress assurdo, e anche un po' disorientato perché, come detto, l'animo era già predisposto a una "sentenza" medica tutt'altro che benevola. 
Bene, ora tutto è passato, o quasi, perché, come detto, gli esami non sono ancora finiti, e in più mi ritrovo sempre in corpo quel fastidioso catetere, a cui spero di dire addio con l'anno nuovo. Non finirò mai di ringraziare le persone che, "dal vivo" o anche solo virtualmente, mi sono state vicine in queste durissime settimane con telefonate, sms, messaggi. Non lo dimenticherò, mai. Ora la vita sta lentamente riprendendo: una piccola collaborazione giornalistica, e il piacevole impegno del blog.
NOTE D'AZZURRO: BILANCIO - Già, il blog. Nel precedente post "personale" mi ero rammaricato di come la mia forzata assenza e la conseguente mancanza di aggiornamenti avessero, probabilmente, fatto perdere quota a questa mia creatura,  facendo fuggire visitatori che ad un certo punto potevano anche essersi stancati di passare di qua trovando tutto fermo. Ebbene, posso dire con un pizzico di soddisfazione che l'handicap è stato in parte superato: gli internauti sono tornati gradualmente ad affluire da queste parti, probabilmente qualcuno si è perso per strada ma qualcun altro si è anche aggiunto al mio piccolo circolo di aficionados.
Non siamo in tanti, certo, i blog campioni del web sono altri, distanti anni luce e irraggiungibili, ma poche settimane fa ho superato le 10mila visite e ora stiamo marciando insieme, a grandi passi, verso le 11mila. Sono numeri piccoli, me ne rendo conto: si può e si deve migliorare, ma in poco più di un anno di attività credo sia un risultato comunque accettabile: perché il mio è un blog amatoriale, oltretutto un blog spesso difficile da... digerire perché, come ho precisato in home page, è fatto con stile "cartaceo", ossia con commenti e approfondimenti piuttosto lunghi, in netta controtendenza con le usanze della rete, che richiedono articoli brevi per non far fuggire il lettore a gambe levate. Ma io... nacqui giornalista da carta stampata, e poi mi piace sviluppare ogni tematica nella maniera più dettagliata possibile.
DIFFICOLTA' E SODDISFAZIONI - Ma le difficoltà per emergere sono tante altre: questo è un blog che  non fa parte di nessuna piattaforma professionale di settore, tipo Blogosfere per intenderci, che deve guadagnarsi visibilità e credito giorno per giorno, post dopo post, con la qualità della scrittura, l'appeal degli argomenti affrontati e, diciamolo pure, un buon lavoro di pubbliche relazioni, ossia essenzialmente frequentando e commentando su altri blog. Ed è terribilmente difficile, non si può mai mollare la presa e spesso vien da chiedersi se ne valga davvero la pena.
Bene, accertato che un blog, soprattutto un blog come questo, non dà né darà mai guadagni né popolarità, la risposta è che sì, al momento ne vale la pena. Perché mi piace scrivere, perché c'è gente che mi segue e a cui va tutta la mia gratitudine (un attestato di stima e di affetto particolari, non me ne vogliano tutti gli altri, lo merita l'amico Gianni Gardon del blog "PELLEeCALAMAIO", che mi segue con assoluta costanza fin dall'inizio e che mi ha riservato bellissime parole anche nel corso della sua trasmissione "Out of time" sulla web emittente radiofonica "Yastaradio"). Ne vale la pena, last but not least, perché la crescita di Note d'azzurro, nato a fine estate 2011 e vissuto per alcuni mesi in una sorta di... semiclandestinità (tradotto: non se lo filava nessuno, o quasi), è stata una delle poche cose belle capitatemi in un 2012 da dimenticare, fra perdita di lavoro e salute messa a repentaglio. Una mia piccolissima creatura di cui vado orgoglioso, ebbene sì. E finché avrò tempo ed energia da dedicarle, non la mollerò. Sereno 2013 a tutti voi. 

venerdì 28 dicembre 2012

LE MIE RECENSIONI: "COLPI DI FULMINE". IL CINEPANETTONE E' MORTO, ABBASSO IL CINEPANETTONE



La saga dei cinepanettoni è una storia finita? Sembrerebbe di sì, a giudicare da "Colpi di fulmine", strenna in celluloide confezionata dalla coppia Christian De Sica - Neri Parenti per queste vacanze natalizie 2012/2013. Lo stacco rispetto ai ben poco illustri predecessori pare infatti piuttosto netto. Consentite un sospiro di sollievo: le ultime versioni di questa tradizione cinematografica di fine anno (lontanissime dalla semplice genuinità del capostipite targato 1983) avevano mostrato ampiamente la corda, ad essere buoni, attingendo in misura sempre più massiccia al cattivo gusto (in tal senso, "Natale in Sudafrica" del 2010 raggiunse "vette" inarrivabili) e avvitandosi verso una assoluta povertà di battute e situazioni esilaranti, parabola discendente che nemmeno il defilarsi dell'iper sopravvalutato Massimo Boldi, classico esempio di comico che non fa ridere, aveva consentito di arginare. 
Con "Colpi di fulmine" si sale di tono, per fortuna. Certo, la comicità continua spesso ad essere "di grana grossa", senza cioè raffinatezza di scrittura o grossi picchi di originalità: ma si torna a ridere "pulito", vivaddio,  lasciandosi alle spalle quel retrogusto amaro che si provava di fronte al trash più spinto, agli eccessi pruriginosi, a scene semplicemente inqualificabili come quelle con gli animali e le loro... sostanze organiche ampiamente sciorinate nel citato episodio africano. Si ride spesso di gusto, in maniera sempliciotta, forse, ma personalmente a una pellicola natalizia leggera, dopo un anno cupo, sinceramente non mi sentivo di chiedere di più. 
UN OMAGGIO A PAPA'... - Due episodi ben distinti, senza punti di contatto o intrecci di trama: formula in apparenza fuori dal tempo eppure da riscoprire, visto che soprattutto negli anni Settanta / Ottanta, quando venne ampiamente praticata, produsse per questo stesso filone autentiche opere cult. Nel primo c'è un De Sica oramai abile mestierante ma comunque capace di recitare sempre con discreta brillantezza. La vicenda del falso prete (scanzonato omaggio, forse, di Christian al papà Vittorio de "I due marescialli"), travolto dalle pene d'amore nel momento meno opportuno, viene resa con sufficiente efficacia da una sceneggiatura tutto sommato frizzante, compresa anche l'immancabile strizzatina d'occhio alla contemporaneità tecnologica (la Santa Messa recitata con l'aiuto di You Tube è uno dei momenti più riusciti dell'intero film).
SORPRESA ARISA - Spiazzante in senso negativo la scena iniziale dell'incidente d'auto, benché ovviamente senza conseguenze nefaste: lo confesso, mi ha lasciato addosso un certo turbamento, e l'ho trovata decisamente fuori posto ed evitabile in un contesto così ridanciano. Arisa, nei panni della perpetua, è una rivelazione: sebbene paia, comprensibilmente, uno po' legata e "scolastica" in certe movenze sceniche, la sua recitazione scorre via fluida e convincente, e non solo per la parlata "lucana" che ne accentua comunque il carattere di piacevole macchietta. Anno dopo anno lo spaurito scricciolo del primo Sanremo si sta scoprendo artista poliedrica, sebbene ancora da "smussare" in diversi angoli. Vale la pena insistervi. 
BARBATO FUORI CONTESTO, CHIARA SANI OK - Il ricorso a uno dei nuovi "divi" del piccolo schermo, Simone Barbato, il mimo di Zelig e di "Avanti un altro!", conferma il talento specifico di questo personaggio che ha trovato una via nuova al cabaret, tuttavia il ragazzo pare avulso dal contesto, una presenza che sostanzialmente nulla aggiunge al film sotto il profilo della carica esilarante e degli sviluppi della vicenda narrata: la scelta di infilare nel cast il volto televisivo del momento, facendogli fare grosso modo ciò che fa in tv, può essere considerata uno scaltro espediente per suscitare ulteriore curiosità attorno alla pellicola e catturare fasce di pubblico più catodiche che cinefile: ci può stare, non è la prima volta e non sarà l'ultima. Poco convincente e scarsamente spontanea Luisa Ranieri, molto meglio la sua "spalla", la rediviva Chiara Sani, sciolta e spigliata e però confinata in un ruolo risicato assai (è il suo destino: bravina, bellina, simpatica ed esuberante, non ha mai trovato una collocazione e un'identità artistica precise), sorvolando sul fatto che fisicamente, per lei, gli anni sembrano non passare mai, anzi... 
LILLO E GREG SUGLI SCUDI - In ogni caso, più incisivo e ben congegnato l'episodio 2, una versione innovativa e non rimasticata dell'inflazionatissima, a livello cinematografico, favola dell'amore fra il nobile / ricco / altolocato e la popolana. Episodio che ha anche il merito di rivelare le insospettabili doti da comici tradizionali di Lillo e Greg, che abbiamo imparato a conoscere alle prese con modalità recitative un tantino più sofisticate, con una comicità stralunata, non convenzionale, sperimentale e per questo non sempre in grado di toccare le corde del grande pubblico. Il duo romano si trova invece qui confezionato su misura un vestito "nazionalpopolare", teso a strappare la risata facile senza tuttavia ricorrere a sketch scontati e banali. I personaggi calzano loro a pennello (Greg l'ambasciatore altero, di nobile rango e grondante cultura, Lillo l'autista "romano de Roma" ma dal curriculum... insospettabile) e il loro brio consente alla vicenda di non subire cali di tensione. 
ANNA FOGLIETTA, UNA SICUREZZA - Ottima coprotagonista è Anna Foglietta, senza sbavature nel ruolo della coatta romanaccia (negli ultimi anni il cinema italiano si è fastidiosamente riempito di "coattitudine" fino all'esasperazione, e fornirne versioni gradevoli senza provocare insofferenza nello spettatore è comunque impresa non da poco...); la "Jennifer Lopez de noantri" conferma così di possedere talento e un buon eclettismo attoriale, pur essendo forse la meno reclamizzata ed esposta mediaticamente fra le tante attrici italiane dell'ultima leva. Attorno ai tre, uno stuolo di buoni esponenti dell'universo "caratteristi", gli eredi, anche se non con la stessa classe, dei vari Bombolo e Cannavale, da Lallo Circosta al duo Pignotta & Avaro che avrebbe forse meritato più spazio, alla luce della verve che sa mostrare nei suoi spettacoli teatrali. E, a proposito di caratteristi, senz'altro meritevole di segnalazione, per i cultori di tutto ciò che è anni Ottanta  e Novanta, la presenza nel cast di Luis Molteni e Armando De Razza. Mitici, come diciamo noi nostalgici di quelle epoche...
Peccato che i due mini - film perdano un po' di brio in dirittura d'arrivo, con finali scontati che potevano magari essere resi un tantino più movimentati con qualche risvolto imprevedibile e fuori dagli schemi. Ma in definitiva un buon prodotto, che non fa gridare al miracolo ma fa riscoprire la leggerezza del sorriso non greve, non sboccato, non scollacciato. Sì, del cinepanettone propriamente detto non sentiamo davvero la mancanza.

mercoledì 26 dicembre 2012

SERIE A, BILANCIO NATALIZIO: FIORENTINA E LAZIO SU, ROMA GIU', BOLOGNA FIORE NEL DESERTO DEI BASSIFONDI E...

                               Klose, uno dei pochi fuoriclasse assoluti della Serie A

Serie A praticamente al giro di boa. La sosta natalizia giunge quando manca appena un turno alla conclusione del girone di andata, e c'è dunque materiale sufficiente per abbozzare un bilancio di metà stagione. Innanzitutto, la qualità del torneo. Nel complesso, mi pare che il livello tecnico generale sia rimasto sostanzialmente sulla stessa linea, non esaltante, degli ultimi campionati. Non vi sono stati ulteriori passi indietro, e vista la situazione attuale del football nostrano è già un buon risultato. E' vero, sono partiti verso lidi più remunerativi alcuni campioni di levatura internazionale, ma la grande notizia dell'anno è che ne stanno emergendo altri già in grado di non farli rimpiangere, sia sul piano della classe sia su quello del rendimento: il capofila di questo drappello di nuovi eroi del nostro asfittico calcio è senz'altro El Shaarawy, anima, braccio armato e trascinatore del dimesso Milan versione 2012/13. Dire che il ligure non stia facendo rimpiangere Ibrahimovic è perfin riduttivo, eppure proprio l'addio dello svedesone rappresentava la preoccupazione più rilevante per il popolo rossonero; i problemi del team di Allegri sono invece di altra natura, legati al brusco calo di rendimento di certi uomini su cui fino a ieri si poteva fare affidamento a occhi chiusi (l'irriconoscibile Boateng, oppure Nocerino, che solo nelle ultime settimane sta riemergendo da un preoccupante letargo) e sul depotenziamento sostanziale del reparto arretrato (a parte la confortante sorpresa dello scricciolo De Sciglio).
Ma dicevamo del livello tecnico globale: né meglio né peggio del passato, grazie soprattutto alle sei squadre che occupano le posizioni "europee" e a due provinciali "di lusso", Atalanta e Catania, posizionatesi nella "terra di mezzo", il mare della tranquillità del centroclassifica.  Il rendimento di queste "magnifiche otto" e il buon tasso qualitativo del loro gioco sta infatti compensando le brutture della "parte destra" della graduatoria, animata da compagini in caduta libera sul piano della classe dei singoli e della bontà della manovra praticata, tanto che, per loro, sarebbe più corretto parlare di serie A2, senza offesa.
ZONA EUROPA - Juve senza avversari, anche al di là delle già trionfali previsioni estive. L'assenza di un bomber di statura internazionale viene assorbita grazie alla produttività di un gioco collettivo martellante, che porta alla conclusione un po' tutti con grande frequenza (pensiamo alle incursioni spesso vincenti di Lichtsteiner, Vidal, Marchisio). E in avanti, comunque, i vari Vucinic, Quagliarella e Giovinco sono più che sufficienti per abbattere la fragile concorrenza nazionale. In generale, il blocco azzurro del club bianconero sta marciando a grandi passi verso le vette raggiunte da quello storico di fine anni Settanta - primi Ottanta, per carisma ed efficacia in campo; sulle differenze di classe fra i due "gruppi" il dibattito potrebbe essere infinito, non è nemmeno il caso di aprirlo... Insomma, pur essendo giusto (anzi, doveroso) sottolineare episodi scandalosi come quello di Catania, o altri che scandalosi lo sarebbero potuti diventare (contro l'Inter), è pacifico che la superiorità dei torinesi sul resto del lotto sia al momento abissale.
Dietro di loro, si gioca sostanzialmente a ciapanò, nel senso che nessuna è in grado di piazzare una serie positiva sufficiente ad avvicinare la vetta, ma vi sono meriti e demeriti. I meriti sono quelli di Fiorentina, soprattutto, e Lazio, che stanno facendo assai più di quanto è nelle loro possibilità. I viola sono stati anche fortunati, per le tante scommesse vinte sul mercato straniero (in tutti i reparti, da Roncaglia a Rodriguez, da Borja Valero a El Hamdaoui) e per il recupero di due italiani che, per ragioni diverse, parevano perduti per il grande calcio, Aquilani e Toni. Con gli opportuni aggiustamenti, potrebbe essere la squadra boom del futuro. La Lazio si giova di un centrocampo da scudetto, eccellente soprattutto in fase propositiva e nei mortiferi inserimenti dei vari Candreva e Mauri, e di un fuoriclasse come Klose, attaccante completo e inesorabile. Entrambe somigliano ala Juve nella capacità di giungere al gol attraverso molteplici strade offensive, la Viola è anche più piacevole a vedersi, mentre la Lazio sa fare punti, tanti punti, anche nelle giornate di non grande vena, attingendo al proprio serbatoio di concretezza e sfruttando le poche opportunità create, basti guardare l'ultima sfida con la Samp e quella precedente con l'Inter.
Proprio a proposito dei nerazzurri, che quella allestita quasi in.. austerità da Moratti non fosse compagine da lotta per il titolo era intuibile fin dall'estate, quindi non può essere considerata una delusione. Ha un organico da piazzata, non certo da vincente, e il brusco calo di rendimento giunto proprio dopo l'impresa di Torino, che aveva riaperto il campionato, testimonia anche l'inadeguata tenuta mentale del complesso. Più deludente, se vogliamo, il Napoli, ma è un discorso del tutto relativo, visto che comunque i partenopei son sempre lassù: l'incremento numerico della rosa è stato più quantitativo che qualitativo (Gamberini e Behrami a parte), Mazzarri continua a soffrire il doppio impegno (interno ed estero), che invece, per dire, Juve, Lazio e Inter sembrano aver imparato a gestire adeguatamente. Insigne cresce bene, ma è chiaro che non può essere lui, al primo anno di A, a far compiere il passo decisivo verso il traguardo scudetto, mentre l'attacco avrebbe bisogno di pedine alternative più valide del modesto Vargas (se si spengono Cavani e Hamsik è notte fonda), così come iniezioni ad alto tasso di competitività urgono anche per la terza linea.
La vera delusione del drappello di testa è la Roma, che sprigiona gioco a tratti piacevole, sa regalare partite memorabili sul piano delle luminarie offensive, ma è vittima di squilibri e ingenuità tattiche pericolosissime. Il solito Zeman, verrebbe da dire cadendo nella banalità, e allora spostiamo l'obiettivo sull'organico, che per qualità sarebbe in grado di poter competere con la Juve non dico da pari a pari ma... quasi. Il momentaneo fallimento, più che nell'approccio "emozionante" ad ogni gara, sta proprio qui, in una rosa che, sinora, ha espresso appena il 30 - 40 per cento delle proprie potenzialità.

                                         Peluso, uomo chiave dell'ottima Atalanta

IL MARE DELLA TRANQUILLITA' - Nella terra di mezzo c'è il Milan, di cui si è già parlato in apertura, in risalita come i mezzi tecnici gli consentono: mezzi peggiori rispetto a quelli degli anni scorsi, e tuttavia non certo deprimenti come in molti li avevano dipinti. Ma ben più dei rossoneri hanno finora tenuto alto il nome del gioco Atalanta e Catania: organizzazione ed equilibrio tattico e diversi interpreti che, per talento e incisività, meriterebbero di recitare in compagini di primissima fascia. Meno scoppiettante il Parma, che non ha più il Giovinco "settebellezze" della stagione scorsa, con inevitabili conseguenze sulla resa spettacolare che il fantasista in miniatura sapeva garantire a tutto il complesso, ma è costruito attorno a una difesa ultracollaudata e a un centrocampo eclettico e di gran sostanza. In avanti, Amauri fa il suo (non tantissimo, in verità, ma meglio di niente), è mancato alle attese il referenziato Pabòn mentre si stanno esprimendo su livelli del tutto inattesi Belfodil e il... meno reclamizzato dei due Sansone provenienti dalla cadetteria. E Parolo è di nuovo il califfo della zona nevralgica che aveva addirittura conquistato la Nazionale, nel suo primo anno di Serie A a Cesena. Sta infine riemergendo l'Udinese, al momento però lontana dalle vette di buon calcio (spettacolo, intensità, concretezza) toccate nell'ultimo biennio.
NEI BASSIFONDI - La spaccatura fra i... due lati della classifica non è tanto nei punteggi e nei distacchi ma, come detto, sul piano della qualità del gioco. Se davanti si vede un football tutto sommato ancora godibile, dietro c'è un panorama grigio assai, più grigio ancora che in passato. Lotta per la salvezza al ribasso: il Cagliari sembra aver perduto la spinta dei suoi storici "draghi", i vari Conti, Nainngolan e Cossu, artefici di tanti campionati nel segno della tranquillità. E il pasticciaccio Is Arenas, con molte gare giocate in un clima freddo e asettico con spalti deserti o quasi, di certo non aiuta...
Il Chievo ha trovato tre vittorie consecutive con un po' di fortuna (Roma) o profittando del momento più nero delle rivali (Genoa e lo stesso Cagliari), ma anche in questo caso le espressioni di gioco (mai eccelse in verità, ma comunque più che discrete) delle più recenti stagioni fanno capolino sempre più raramente. La Sampdoria, esaltata oltre ogni pudore dai media cittadini che straparlano di progetti a lungo termine, di isola felice e di stadi nuovi da costruire, è in realtà una squadra modestissima, con il buon Gastaldello a reggere quasi da solo le file di una difesa fragile, Obiang e Poli unici nel mezzo a cercar di parlare un linguaggio tecnico adeguato alla categoria, assieme a un Maresca che ha però regalato fin qui pochissime fiammate degne della sua fama un po' appannata, e l'evanescenza del reparto offensivo, con Eder (fisico di cristallo) e Pozzi che si confermano non all'altezza della A, Icardi bravino ma ancora acerbo e Maxi Lopez che fa dentro - fuori per motivi fisici e caratteriali.
Ancor peggio il Genoa, preda di un caos tecnico totale che, oltretutto, ha fatto sembrare molti elementi peggiori di quanto in realtà siano (l'ultima buona prova di San Siro lo conferma). In ogni caso compagine incompleta e mal costruita, che dovrà essere rivoltata come un calzino nell'ormai imminente mercato, puntellando soprattutto il reparto centrale difensivo e le fasce laterali tanto care a Delneri, invece di disquisire su partenze eventuali di Borriello e Immobile, fin qui i minori tra i tanti problemi emersi.
Il Torino è squadra che non ha del tutto espresso le sue potenzialità soprattutto offensive (Bianchi, Cerci e... l'altro Sansone: con questi tre elementi un decoroso centroclassifica dovrebbe essere alla portata, ma finora il loro apporto è stato di molto inferiore alle attese): una difesa rocciosa (rispetto alla media delle dirette rivali), nonostante i guai fisici che stanno tormentando il suo migliore elemento, Ogbonna, e la praticità di un gioco essenziale stanno cavando la squadra fuori dalle sabbie mobili. Involuto fortemente anche il Palermo, che del resto si è presentato ai nastri di partenza con tanti elementi già retrocessi l'anno scorso (Ujkani, Morganella, Von Bergen) e che ha conosciuto, negli anni, un progressivo depauperamento tecnico simile a quello del Genoa, all'insegna delle continue cessioni eccellenti surrogate da acquisti via via sempre meno azzeccati.
Meglio di tutti, là in fondo, è forse il Bologna:  manca di continuità, ha lacune grosse in difesa e anche nel mezzo, ma se in giornata riesce ad esprimere trame di tutto rispetto, grazie anche alle sollecitazioni di un Diamanti che è campione di statura europea e che, con tutto il rispetto per i felsinei, è sprecato in un simile contesto. C'è poi Gilardino che lontano da Genova (e ci avrei scommesso) ha ritrovato le misure di gioco che gli sono più consone, quelle di attaccante efficace sotto porta ma anche abile a manovrare, dialogare, creare spazi. Una sciccheria. Sarebbe un peccato se gli sforzi di tali geni del football e la buona impronta di gioco data da Pioli al complesso venissero vanificati dalla modestia complessiva dell'impianto, soprattutto relativamente alla retroguardia.

domenica 23 dicembre 2012

IL TKC TEATRO DELLA GIOVENTU' COMPIE UN ANNO E PREPARA UN 2013 BRILLANTEMENTE "FOLLE"



Il 13 gennaio prossimo il Teatro della Gioventù di Genova taglierà il traguardo del primo anno di vita, nella sua nuova versione targata "TKC", ovvero The Kitchen Company, la compagnia di giovani attori che ne anima il cartellone con una quantità impressionante di recite. E sì, perché a compimento dei primi dodici mesi di attività il teatro di via Cesarea (nel cuore pulsante della Superba) avrà visto messi in scena sette spettacoli per la bellezza di 269 repliche! Del resto, è questa la rivoluzionaria filosofia, in controtendenza con larga parte del panorama teatrale italiano, cui i direttori artistici Massimo Chiesa ed Eleonora D'Urso hanno voluto ispirare la loro gestione (pochi spettacoli di qualità rappresentati moltissime volte: ne avevamo parlato diffusamente QUI). Un modus operandi che è stato pienamente confermato, e anzi accentuato, per l'allestimento della stagione 2013 del TKC, presentata nei giorni scorsi.
Una stagione "folle", la definisce Massimo Chiesa: l'aggettivo può essere considerato calzante, visto che l'asticella si alzerà ulteriormente rispetto al segnalato "iper attivismo" del 2012: il calendario, questa volta, prevede sei spettacoli  e ben 275 repliche. Il tutto a ritmo serrato, dall'inizio di gennaio al 31 dicembre, con pochissime pause di chiusura e con la ripetizione dell'audace esperimento tentato nell'anno che sta andando a  terminare, ossia l'apertura estiva fino ai primi giorni di agosto, pressoché un unicum nel panorama teatrale nazionale, dove la consuetudine è rappresentata da sipari malinconicamente chiusi nelle settimane della "canicola".
Ma il gioco vale la catena, visti i numeri fatti registrare in questo primo anno di attività: circa 50mila spettatori per i sette spettacoli rappresentati, ai quali si devono aggiungere i 2500 registrati per gli appuntamenti extra proposti dalla nuova gestione, dalle letture della The Kitchen Company (Book on stage) alle performance musicali (concerti in collaborazione con il Conservatorio Paganini e il jazz del Borgo Club), nonché le 40mila presenze per gli eventi ospiti, ossia convention, dibattiti, incontri e altro ancora. Sono cifre  che tratteggiano un autentico boom, per questo nuovo Teatro della Gioventù: un teatro giovane di nome e di fatto, non solo per la verdissima età di tutto lo staff (attori, tecnici, impiegati) ma per la mentalità nuova che ha saputo introdurre, sintetizzabile essenzialmente in una concezione più aperta e frizzante, più protesa al futuro, del "territorio teatro". Un anno pieno di fermenti, durante il quale si è anche trovato il modo di varare dei "non corsi di recitazione" (così li definisce Chiesa), i corsi della TKC Playing Comedy tenuti da Eleonora D'Urso per divertirsi insieme agli "alunni" a giocare al mestiere dell'attore, senza velleità di insegnamento.
Ecco, con questo spirito "futurista", propositivo e giocoso, il TKC si prepara ad affrontare un 2013 che sarà un impegnativo banco di prova, un anno che dovrà fornire conferme e ulteriori passi avanti. La stagione, dicevamo: sei spettacoli, e il primo è.... "Rumori fuori scena". Già, proprio così: la piéce di Michael Frayn che è considerata un capolavoro della comicità a livello mondiale e che ha rappresentato uno dei piatti forti del cartellone 2012 del Teatro: "Certo, non vorremmo, dopo così tante messe in scena di questo spettacolo, essere identificati esclusivamente come "quelli di "Rumori fuori scena" - precisa Massimo Chiesa - ma le richieste di un proseguimento delle recite sono state tantissime, e comunque si tratta di un'opera che può far davvero innamorare del teatro". A "Rumori fuori scena", fra l'altro, è stata abbinata una simpatica iniziativa: la messa in vendita di... scatole di sardine (le sardine sono un elemento chiave della commedia in questione) contenenti un buono - ticket convertibile in due biglietti per assistere allo spettacolo. Un'idea originale anche come strenna natalizia.

                                              La TKC in  "Rumori fuori scena"

Le recite dell'opera di Frayn proseguiranno fino ai primi di marzo, poi, da marzo a maggio, sarà la volta di "La pulce nell'orecchio" di Georges Feydeau, un vaudeville di inizio Novecento, trama fittissima di gelosie coniugali e pruriti extraconiugali. Si arriverà fino a giugno con "Black Comedy" di Peter Shaffer: un artista squattrinato attende la visita di un collezionista miliardario che potrebbe acquistare le sue opere, dando così una svolta alla sua vita. Mentre, aiutato dalla fidanzata, è impegnato a mettere ordine in casa, un black out complica la situazione, e irrompono sulla scena personaggi che scatenano ambiguità in serie.... Il cult "La strana coppia" di Neil Simon ci accompagnerà fino ad agosto e tornerà con la ripresa di fine estate, con recite a settembre e ottobre: poco da dire sul capolavoro che, a Broadway è rappresentano da ormai quarant'anni, e che ha raggiunto successo planetario anche sul grande schermo; è la stranota storia di Felix e Oscar, due uomini divorziati  e dai caratteri agli antipodi che si trovano a dover condividere lo stesso appartamento, dando la stura a una serie di situazioni e di dialoghi brillanti e spassosissimi.
Siamo ormai in autunno inoltrato: fino a novembre sarà la volta di "Un piccolo gioco senza conseguenze" di Jean Dell e Gérald Sibleyras: cinque personaggi alle prese con amori, amicizia, tradimenti, e una bugia detta per gioco che innescherà una reazione a catena talmente impetuosa da cambiare le vite dei protagonisti; una commedia che, tra l'altro, la Kitchen Company portò in scena con grandissimo successo di pubblico al Festival del Due Mondi di Spoleto del 2009. Ultimo spettacolo, e altro classicissimo, "La locandiera" di Carlo Goldoni, ancora oggi attualissimo, la vicenda di Mirandolina, donna consapevole del proprio tempo, e di cavalieri, nuovi ricchi e nobili decaduti; commedia che sarà presentata nella versione TKC, fresca ma senza forzature e stravolgimenti del testo originale, "perché" - sostiene ancora Chiesa - le grandi opere non devono mai essere stravolte". Con "La Locandiera" si arriverà fino al 31 dicembre: e, a proposito di San Silvestro e tornando invece al presente, la fine di questo intenso primo anno di attività vedrà la Kitchen Company al lavoro al Teatro della Gioventù, in "Rumori fuori scena", al termine del quale gli attori festeggeranno la nascita del 2013 assieme agli spettatori, con panettone e spumante. Intanto, è già partita la lunghissima campagna abbonamenti per il teatro, che andrà avanti addirittura fino al 5 maggio prossimo. Per informazioni in proposito e su tutte le attività del Teatro della Gioventù: www.tkcteatrodellagioventu.it. 

mercoledì 19 dicembre 2012

"LA PIU' BELLA DEL MONDO": EDUCAZIONE CIVICA, MEMORIA STORICA E VERA POLITICA. BENIGNI IN STATO DI GRAZIA


Da Barbara D'Urso a Roberto Benigni in poco più di ventiquattr'ore. Come dire dalla notte al giorno. Tanto tempo era passato dalla domenica bestiale di Canale 5, un amarissimo pomeriggio che, per quanto mi riguarda, ha segnato la fine della gloriosa parabola della tv commerciale berlusconiana, ormai a distanza siderale dalla versione giocosa, scintillante e innovativa che aveva via via preso forma nei mai troppo rimpianti anni Ottanta. Ventiquattr'ore e spiccioli dopo quel triste capitolo della storia televisiva nostrana, il piccolo schermo si è riscattato regalando al pubblico italiano una delle sue pagine più "alte" e riuscite, e non solo relativamente agli ultimi anni. Certo, commentare uno spettacolo di Benigni risulta, di questi tempi, più difficile che mai: perché l'attore toscano è ormai trattato alla stregua del Papa e del Presidente della Repubblica, personaggi ai quali, per una curiosa "etica" tutta italiana, i media nazionali non possono mai, per nessun motivo, muovere critiche, neppure quando il loro operato meriterebbe qualche "tiratina d'orecchie". Da quando ha vinto l'Oscar, per il giornalismo italico il protagonista di "La vita è bella" è divenuto un totem intoccabile. 
INNO ALLA VERA POLITICA - In questo clima, se parli troppo bene di "Robbberto!" rischi di essere scambiato per il solito agiografo adorante. Ma "La più bella del mondo", la performance di Benigni che lunedì sera, come previsto, ha sbancato l'Auditel, merita solo un elogio pieno e incondizionato. Perché il mattatore ha osato come mai aveva fatto prima, lanciandosi in un'impresa disperata: riabilitare la politica italiana, riavvicinarla alla gente comune. Niente di più arduo, in un momento in cui la politica è stata rasa al suolo moralmente da chi la fa o dovrebbe farla, fra incapacità, tornaconti personali e ruberie assortite. Ebbene, questo straordinario uomo di spettacolo (e di cultura) ha trovato la chiave giusta per tornare a farci appassionare ad essa: ripartire dalla Costituzione italiana, che tratteggia sulla carta l'ideale di società "quasi perfetta" a cui ogni Paese del mondo dovrebbe tendere. Un atto d'amore, la nostra carta costituzionale, nei confronti della civiltà, della giustizia, dell'uguaglianza e delle opportunità di crescita offerte a ogni cittadino. Un atto di altissima politica, ecco il punto, concepito e vergato da uomini che la missione politica l'avevano interpretata nella maniera migliore possibile, come un impegno di alto rigore morale, al servizio della nazione e del popolo. 
Proprio così: la politica ha saputo dare anche esempi di spessore assoluto, nel passato: Benigni ce lo ha ricordato, invitandoci a riprenderci la "cosa pubblica", con una partecipazione attiva che possa spazzare via la melma attuale e riportare pulizia e dignità. Perché, sia chiara la differenza concettuale, non è la politica, nobilissima e fondamentale pratica in sé, ad essere disgustosa, ma è chi la rappresenta oggi ad averne fatto, coi suoi comportamenti irresponsabili quando non al di fuori della legge, un'autentica nemica del popolo. E' fondamentale farlo capire ai giovani, che a questo mondo, al mondo della democrazia partecipata, dell'impegno civico diretto, o di una semplice scelta di campo, di tutto ciò che è politica insomma, si stanno accostando o si accosteranno tra breve. E lo si può far capire solo guardando indietro, ai migliori esempi forniti dal nostro passato, dalla nostra storia. 
EDUCAZIONE CIVICA - Sì, "La più bella del mondo" ha fatto educazione civica: se questa trasmissione fosse andata in onda ai tempi in cui io frequentavo la scuola dell'obbligo, beh, avrei potuto dire di avere imparato di più da quelle due ore di televisione che da anni e anni sui banchi. Nelle scuole italiane, all'epoca (fine anni Ottanta - primi Novanta), l'ora di educazione civica era un'ora fantasma, quasi ignorata, infilata di quando in quando in qualche "buco": una materia virtuale, il cui libro di testo rimaneva quasi sempre intonso alla fine del percorso di studi. 
Non so come sia oggi la situazione, spero un po' diversa, ma non mi faccio troppe illusioni. Nel caso, la Rai di lunedì sera ha colmato anche questa lacuna. Ricordando pure che la Costituzione è nata da una guerra sanguinosa, e combattuta sulla base di convinzioni radicalmente opposte a quelle messe nero su bianco nella nostra Carta; un conflitto che fu conseguenza di un periodo storico agghiacciante, caratterizzato dal contemporaneo apogeo di tre regimi dittatoriali, di diversa matrice ma tutti devastanti, come ogni dittatura, perché gli stermini e la negazione di ogni diritto non hanno colorazione ideologica. Ecco, Benigni ha lanciato anche questo messaggio importante: non dimenticare quanto accaduto, conservarne il ricordo e trasmetterlo a chi verrà dopo di noi, perché oggi si tende troppo spesso a scordare tutto, o a dare riletture equivoche di vicende invece drammaticamente interpretabili in una sola direzione. E se si rimuove il passato o se ne stravolgono i significati, il rischio di ricadere nei medesimi errori, già di per sé alto, aumenta drammaticamente.   
DIVULGAZIONE CON AUTOREVOLEZZA - Divulgazione civile e sociale, valorizzazione della memoria storica collettiva, stimolo alla rinascita di una coscienza partecipativa. Tutto questo è stato lo show di Benigni: vi sembra poco? E soprattutto: quanto tempo dovremo aspettare per far sì che questo modo di fare televisione diventi una regola per l'ente catodico di Stato, negli anni appiattitosi su modesti format esteri, su discutibili reality, su un intrattenimento senza sale né idee, se non quelle prese a prestito dal passato e stancamente rimasticate senza un guizzo di inventiva? 
La passione, l'entusiasmo bambino di questo eccezionale artista sono stati travolgenti.  Benigni è all'apice dell'ispirazione, in uno stato di grazia che gli dà la faccia tosta, l'incoscienza, ma soprattutto l'autorevolezza per fare affermazioni che, in questo momento, nessuno potrebbe permettersi in una prima serata sull'ammiraglia della tv pubblica: chi altri avrebbe potuto difendere l'amore in ogni sua forma, pure tra persone dello stesso sesso, e sottolineare con forza come la religione non debba influenzare l'andamento della politica nazionale (articolo 7 della Costituzione: "Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani")? 
EDUTAINMENT - Insomma, il nostro caro "toscanaccio" ha indicato con chiarezza la strada che la Rai dovrebbe percorrere per poter tornare a fare servizio pubblico negli anni Duemila senza, nel contempo,  perdere di vista gli ascolti. Una strada persino ovvia, quella della divulgazione abbinata al divertimento e alla spettacolarità, diciamo la strada dell'edutainment. Ovvia ma certo difficile da praticare, perché ce ne vorrebbero cento, di Benigni. Uno che riesce a farti sembrare abbordabile, chiaro e comprensibile anche l'argomento più ostico. Tanto che a volte potrebbe benissimo fare a meno della ormai immancabile pagina satirica, pungente e cattiva il giusto, certo, e che tuttavia in "La più bella del mondo" ha rappresentato un surplus piacevole ma assolutamente non necessario. 

venerdì 14 dicembre 2012

SANREMO 2013: I PIU' E I MENO DEL CAST DEI BIG

                                    Raphael Gualazzi: prima volta fra i Big sanremesi

Habemus cast! Fabio Fazio ha infine estratto dalla manica gli assi del suo Sanremo 2013. L'accoglienza dei critici, degli addetti ai lavori e degli appassionati veri, in queste prime 24 ore, è stata quasi trionfale, mentre non è nemmeno il caso di tener conto delle immancabili grida di dolore dei fans dell'uno o dell'altro cantante non ammesso: basta girare per la rete per trovarsi di fronte ad atteggiamenti da autentici ultras, con offese agli artisti che a Sanremo ci saranno e difese a oltranza dei propri beniamini, esaltati oltre il limite del buon senso e del buon gusto, nonché, naturalmente, ritenuti vittime della cecità e incompetenza degli organizzatori e di chissà quali oscure e losche manovre di corridoio. Vergogniamoci per questi perdigiorno del web, e passiamo oltre. 
CAST ALTERNATIVO - Entusiasmo generalizzato, si diceva, e in linea di massima non si può non essere d'accordo. Fazio e Mauro Pagani hanno messo insieme un cast per certi versi spiazzante, direi quasi alternativo e d'avanguardia, almeno  per quelli che sono i canoni tradizionali della kermesse sanremese; un cast piacevolmente aperto alla gioventù e a territori sonori che non sempre hanno trovato terreno fertile in riviera.
L'attuale conduttore di "Che tempo che fa" era atteso già a fine anni Novanta come potenziale innovatore della liturgia festivaliera, da rivoltare come un calzino per salvarla dalla piattezza e dal declino: ebbene, all'epoca il rinnovamento ci fu, ma più nella forma dello spettacolo, nella struttura del contenitore, che nella sostanza musicale. Il riferimento è alla formula rivoluzionaria del suo primo Festival, quello del '99, del Sanremo presentato da tutti, astronauti, calciatori, attori, casalinghe e premi Nobel. Riguardo al cast dei cantanti, un certo svecchiamento ci fu, con la proposta di nuove leve rampanti e solitamente poco presenti al Festivalone, ma nulla a che vedere con l'invasione di grandissimi nomi della musica italiana che tutti si attendevano. Questa volta è andata un po' diversamente: la rottura dei meccanismi di allestimento del listone dei Big è evidente: basti citare la presenza di Almamegretta, Marta sui Tubi, ma anche il ritorno di Elio e di Simona Molinari, in coppia con Peter Cincotti. Scelte coraggiose, comunque non convenzionali, che meritano un plauso incondizionato.
DOV'E' IL CANTAUTORATO NOBILE? - Certo, oltre ai "più" ci sono anche i "meno". Mancano le star, i volti in grado di far saltare il banco, di monopolizzare i pronostici assicurando nel contempo un sicuro apporto qualitativo: i nomi, tanto strombazzati nelle scorse settimane, di Gino Paoli, Fiorella Mannoia, Carmen Consoli e Mario Biondi sono rimasti lettera morta. Anche quest'anno il tanto atteso cantautorato nobile storico, il clou dell'alta scuola italiana, se ne starà accuratamente lontano dall'Ariston. La presenza di qualche grande cantautore nostrano era una delle "innovazioni" che si chiedevano a Fazio, puntando anche sui contatti ripetuti con quell'ambiente sviluppati dall'anchorman savonese in tante edizioni della sua trasmissione su Rai Tre, ma su questo punto è forse il caso di mettersi una buona volta il cuore in pace: certi personaggi a Sanremo non li vedremo mai (o rarissimamente...). Vale anzi la pena di ricordare che qualcuno di questi mostri sacri ha calcato quel palco proprio quando nessuno se lo aspettava, ossia durante l'ultimo quadriennio, quello gestito da Gianmarco Mazzi e frettolosamente liquidato da molti come il periodo del "Sanremo - talent": ebbene, nel 2011 abbiamo visto esibirsi all'Ariston, in gara, Vecchioni e Battiato, e nel 2012 Lucio Dalla, poche settimane prima della sua improvvisa scomparsa. Il fatto che solo il primo lo abbia fatto da protagonista, laddove gli altri due hanno scelto delle presenze più discrete, come ospiti di altri artisti, cambia di poco il discorso.

                                            Max Gazzè: è al quarto Festival

SEMPRE MENO "VETERANI" - I più e i meno, si diceva. Fra i più possiamo senz'altro inserire l'accantonamento (definitivo?) di certi "ultra - veterani" della nostra musica leggera, ormai da un paio di decenni fuori tempo massimo ma tenuti mediaticamente in vita fino a pochi anni fa proprio da Sanremo. E tuttavia anche in questo caso si fa torto al buon Mazzi, il quale, soprattutto a partire dal 2010 e con rare eccezioni, aveva provveduto a svecchiare il cast del Festival, dando sempre più spazio ai "giovani Big", sia quelli prodotti dal vivaio sanremese sia quelli usciti dai vari talent show. Certo, bravi Fazio e Pagani a seguire il solco, ma la strada l'hanno tracciata altri. Se, comunque, non si può non tirare un sospiro di sollievo di fronte all'assenza dei vari Leali, Al Bano e Patty Pravo, persiste una incomprensibile idiosincrasia alla cosiddetta "generazione di mezzo" della nostra musica, quella dei cantanti emersi negli anni Novanta e ai quali non è più stata data una chance che pure avrebbero meritato, penso a gente come Mariella Nava, Massimo Di Cataldo o Silvia Salemi (non so se avessero presentato brani, ma sono alcuni esempi del buono che la nostra canzone seppe produrre in quel periodo)
PERPLESSITA' SU CHIARA - Come previsto e come ampiamente ribadito su questo blog, il presunto ostracismo di Fazio nei confronti dei talent show era molto, molto.... presunto, per l'appunto. Non ci risultava avesse mai lanciato simili diktat, e la lista diramata ieri lo conferma: c'è Mengoni, talento vero che oltretutto si è ormai sdoganato dal suo passato "X factoresco" e ha già in curriculum una positiva esperienza sanremese (nel 2010), ma ci sono anche Annalisa Scarrone e Chiara Galiazzo. La prima, già accostata al Festival l'anno passato (non si sa se con fondatezza), è ormai entrata abbastanza stabilmente nel circuito discografico che conta e approda a Sanremo per cercare la consacrazione definitiva e il lancio presso un pubblico più ampio; sulla seconda non nascondo qualche perplessità: balzata agli onori delle cronache da pochi giorni, già celebrata come il nuovo fenomeno della canzone italiana degli anni Dieci, mi pare che vi sia stata troppa fretta di farle bruciare le tappe.
Si dirà:  identico percorso negli anni scorsi seguirono lo stesso Mengoni e Nathalie, ma non è una buona ragione per perseverare; in effetti Nathalie, dopo l'esperienza del 2011 (con un brano di buona fattura, oltretutto), è entrata in un pericoloso limbo, mentre il buon Marco, nonostante il consistente exploit di "Credimi ancora" che sfiorò la vittoria, ha faticato non poco per mantenere quei livelli di popolarità e di successo commerciale. In sintesi, credo che almeno un anno preparatorio dopo l'uscita dallo show ex Rai e ora Sky sarebbe un toccasana, sia per la crescita di questi giovani artisti, sia per un ulteriore miglioramento della qualità del prodotto musicale proposto, sia, infine, per farsi quelle "spalle larghe" necessarie per mantenersi a lungo a galla nel sempre più ostico panorama musicale nostrano. Detto questo, poi, magari, ci troveremo di fronte la nuova Pausini, o la nuova Giorgia, e allora tutti zitti...

                                          Simona Molinari: graditissimo ritorno

LE NUOVE LEVE CANTAUTORIALI - In ogni caso, lo ripetiamo, non c'è proprio da strapparsi i capelli. Se non ci sono i cantautori storici della nostra canzone, ci sono quelli di scuola più recente, una scuola della quale Max Gazzè e Daniele Silvestri sono forse i rappresentanti più originali: le loro precedenti apparizioni in riviera non sono mai state banali, così come quelle di Simone Cristicchi, che va atteso con fiducia perché centellina le sue partecipazioni ma quando arriva all'Ariston sa sempre regalare piccole perle, che siano intense e sofferte come "Ti regalerò una rosa" o fortemente ironiche come l'ultima "Meno male".
GUALAZZI E MOLINARI SU, NAZIONALE GIU' - Di solito, quando viene annunciato il listone compaiono, invariabilmente, dei nomi che mai erano stati fatti nella ridda di anticipazioni giornalistiche. Quest'anno, però, il fenomeno si è accentuato: di Elio, di Marta sui Tubi, dello stesso Cristicchi nessuno aveva parlato, così come di Maria Nazionale, la cui presenza fra i Big è estremamente discutibile, ma d'altronde ogni Sanremo ha le sue stranezze (ricordo ancora meteore come Cattivi Pensieri, Alessandro Safina e Piero Mazzocchetti inseriti nella categoria "regina", quindi perché stupirsi?). Il sottoscritto era stato uno dei pochi, nelle settimane scorse, a invocare il ritorno di Gualazzi, ritorno che mi pareva assolutamente "maturo" dopo i successi mietuti su scala internazionale, e sono contento di averci azzeccato; di converso, fino a poche ore dall'annuncio di Fazio, molti davano per certa la presenza in gara dei Musica Nuda, che molto modestamente avevo "sponsorizzato" qualche settimana fa sul mio blog: spero che venga presto anche il loro momento.  Festival aperto a vari generi, si diceva: in questo senso, Marta sui Tubi rappresentano un azzardo, a parer mio, molto più rischioso degli Afterhours o dei Marlene Kuntz visti di recente. Da accogliere con entusiasmo il ritorno di Simona Molinari, uno dei prodotti migliori del vivaio festivaliero degli anni Duemila, abile a ritagliarsi una sua nicchia fra pop, swing e jazz, con risultati assai lusinghieri sul versante critico e, ultimamente, anche presso il grosso pubblico.
SANREMO ED ELEZIONI - Il ritorno di Elio e le Storie Tese è la sorpresa che nessuno, ma proprio nessuno, si aspettava: con i Modà, Malika e almeno uno dei "talent boys", potrebbero giocarsi la vittoria finale, ma parlarne adesso è assolutamente prematuro. Anche perché non si sa nemmeno... quando il Festival si svolgerà. L'ultimo rinvio della manifestazione, che io ricordi, avvenne nel 1974, nientemeno, ma per motivi "interni" alla macchina organizzativa festivaliera. Oggi è diverso, ma se davvero le elezioni venissero fissate per il 17, lo spostamento di una o due settimane sarebbe fondamentale per la buona riuscita della rassegna, che altrimenti verrebbe fagocitata da una settimana di feroce campagna elettorale televisiva.
Lasciamo dunque che la Rai consegni i propri schermi ai tanti talk show, infestati da politici parolai che all'abilità dialettica non hanno mai fatto seguire i fatti: ore e ore di discussioni e soprattutto di battibecchi, in diretta e in differita, che non sono affatto serviti, negli ultimi vent'anni, a fare dell'Italia un Paese migliore (anzi...). Meglio Sanremo, una delle poche cose serie (ebbene sì) rimaste in questa sventurata nazione. Se poi il problema è anche la probabilissima satira di Littizzetto o del possibile ospite Albanese, beh, c'è da rimpiangere il Sanremo di una volta, quello che era soprattutto concorso canoro, con pochi momenti extra - musicali, che sbancava l'Auditel e che faceva il pieno nei negozi di dischi. Ma è un discorso già fatto, e che ci porterebbe comunque troppo lontano...

sabato 1 dicembre 2012

SCOLARI CT DEL BRASILE E LE FERITE MAI RIMARGINATE DI ZICO: AH, QUEL MUNDIAL '82...

                                           Scolari: di nuovo alla guida del Brasile

Il giorno dopo la sparata di Zico sulla celeberrima Italia - Brasile del Mundial '82 ("Quella nostra sconfitta non fu positiva per il calcio, da allora cominciammo a mettere le basi per un football nel quale bisogna conseguire il risultato ad ogni costo, fondato sulla distruzione del gioco avversario e sul fallo sistematico"), è stata ufficializzata la nomina di Felipe Scolari a Commissario Tecnico della Seleçao. Racchiusi nel breve volgere di poche ore, due eventi che sono la sintesi delle meravigliose contraddizioni dell'inquieto futébol verdeoro. 
E già: il Galinho non aveva ancora finito di urlare ai media mondiali l'ennesimo atto di dolore per quella ormai lontana batosta, una ferita destinata a rimanere eternamente aperta per tutta la torcida brasileira e per chi, come lui, il tonfo lo visse sul campo da protagonista, che la Federcalcio del suo Paese, sia pure indirettamente, lo sconfessava "moralmente", affidando la guida della Nazionale più vincente di sempre a un uomo, l'esperto Felipao appunto, che in buona sostanza rappresenta l'antitesi alla filosofia calcistica del grande Arthur Antunes de Coimbra. Una filosofia che, probabilmente, è  ancora quella più diffusa in larghissima parte degli appassionati di pallone cariocas e paulistas: romantica, certo, ispirata al "bello" che il calcio può produrre nelle sue più alte espressioni tecniche: attacco a tutto spiano, giocate di alta scuola, cercare sempre di segnare un gol in più degli altri. Tutto meravigliosamente affascinante, ma è una visione del football che la storia stessa di questo sport si è incaricata di bollare come parziale, incompleta e quasi sempre infruttuosa. Diremmo anzi la storia stessa del calcio brasiliano, e in parte proprio tramite le gesta di Scolari.
SCOLARI E IL BRASILE 2002 - Luiz Felipe aveva già guidato la Seleçao ai Mondiali 2002, e come finì quella volta lo ricordano tutti gli appassionati: con la Coppa alzata al cielo di Yokohama. Il trainer di origini italiane (ahi, altra pugnalata per Zico...) allestì una formazione equilibrata, compatta, che badava al sodo ma non per questo anti - spettacolare. Bloccata su una difesa rocciosa (il sorprendente portiere Marcos, il trio centrale Lucio - Roque Junior - Edmilson) e su una solida diga di centrocampo (Kleberson - Gilberto Silva, abili a interdire ma anche in appoggio), si avvantaggiava della formidabile spinta dei due terzini d'attacco Cafu - Roberto Carlos, che davano il meglio in proiezione ma che sapevano anche coprire con sufficiente proprietà, mentre dalla trequarti in su producevano magie tre fulgidi esempi della miglior scuola sudamericana: Rivaldo, all'apice del rendimento, Ronaldinho, che di lì a poco avrebbe vissuto una breve ma intensissima stagione da numero uno mondiale, grazie alle gesta nel Barcellona, e un Ronaldo che, dopo i tanti infortuni, non aveva più le movenze e le intuizioni da Fenomeno del primo anno interista, ma aveva conservato e accentuato il suo fiuto da mortifero goleador. Oltre a conquistare il titolo, quella squadra chiuse il torneo vincendo tutti gli incontri senza mai dover ricorrere ai supplementari, con il miglior attacco (18 gol, mica pochi), la seconda miglior difesa (4 reti subite)  e il capocannoniere della manifestazione (Ronie, 8 gol).
Ecco, era, quel Brasile 2002 costruito da Scolari, una compagine "europea" nella concezione più classica e positiva dell'espressione, ossia costruita per vincere senza eccedere in fronzoli e orpelli inutili. Ma era, anche, una formazione che non rinunciava al gusto del bel calcio, che sapeva offrire scampoli di gioco di buonissima fattura. Un esempio di intelligenza e realismo magari indigesto a Zico e ai puristi del futebol brasileiro, ma di sicuro il miglior modo di concepire il calcio. Perché nel calcio bisogna sì far sognare, stuzzicare l'immaginazione del tifoso, ma occorre anche portare a casa la pagnotta.

                                            Zico ai tempi d'oro del Mundial '82

SCELTA LOGICA - Tutto questo forse spiega la scelta della Federazione verdeoro: il Brasile ha già perso un Mondiale in casa, nel lontano 1950, e non può permettersi di fallire anche il secondo, fra un anno e mezzo. Ecco perché si è optato per l'uomo che, più di altri, ha saputo realizzare la sintesi perfetta fra le due concezioni del calcio: spettacolo e concretezza. Le vie di mezzo, nella vita, rappresentano spesso le soluzioni migliori, e quella di Scolari di dieci anni fa costituì la via di mezzo ideale fra la Nazionale bella e perdente del 1982 e quella trionfatrice ma sostanzialmente brutta del 1994, targata Caros Alberto Parreira. Una via di mezzo vincente, magari non in grado di rubare gli occhi con prodezze fiammeggianti, ma di certo non sgradevole. Che poi Scolari riesca a ripetere tutto ciò nel Mondiale casalingo è ovviamente da dimostrare, ci mancherebbe, ma intanto la sua nomina ci appare, realisticamente, come la più ovvia in vista di un appuntamento da affrontare col massimo pragmatismo, senza inseguire ideali di gioco che hanno avuto rarissimi riscontri nella storia.
ZICO HA TORTO - Ecco perché il grande Zico ha sostanzialmente torto. Forse quella sfida del Sarrià fu unica anche nel senso che, rigiocandola altre dieci volte, il Brasile avrebbe sempre battuto l'Italia, ma non c'è la controprova, è come parlare del sesso degli angeli. Se avesse vinto la selezione di Tele Santana tutto sarebbe stato diverso, e il calcio avrebbe vissuto momenti più allegri, dice il Galinho... Può essere, ma non ci scommetteremmo. Senza scomodare l'esempio delle squadre di Zeman, il calcio non è solo spensierato offensivismo, il calcio, per essere vincente, o quantomeno per ambire ad essere tale, deve inseguire l'equilibrio, la completezza, mirare all'ottimizzazione del rendimento di tutti i reparti. Molto modestamente, e lo diciamo in tono sommesso, fu ciò che riuscì a fare Bearzot con la sua Italia '82.
MA QUALE DIFENSIVISMO ITALIANO... - Zico è prigioniero di un luogo comune che proprio quella Nazionale azzurra, anche (e forse di più) nella sua versione precedente datata Argentina '78, smentì categoricamente: il calcio italiano come espressione solamente speculativa e difensivista. Forse lo fu in certi periodi del passato, ma dai tempi della Coppa del mondo in Spagna il nostro football non è quasi mai più stato così: e quell'estate di trent'anni fa l'Italia non fece barricate e catenaccio, anzi. Zico dovrebbe ricordarselo bene, perché fu battuto da una squadra che accettò il confronto a viso aperto con la sua grande e incompiuta Seleçao, che non si rintanò ma fece gioco senza timori reverenziali, creò occasioni e le concretizzò. Proprio come il Brasile, certo, ma in più ci mise praticità e un atteggiamento più saggio, un'attenzione difensiva maniacale che però non andò a discapito della qualità propositiva della manovra.
Che, a distanza di tanto tempo, Zico e molti brasiliani non abbiano ancora capito il senso e lo spirito di quella sconfitta, meritata e non casuale, potrebbe suonare come un grave campanello d'allarme per il calcio brasiliano tutto. Per fortuna di quel popolo così innamorato del pallone, Scolari e altri prima di lui la lezione l'hanno invece capita e mandata a memoria. Perché dopo il 1982, il calcio è sopravvissuto, e la Seleçao si è sbloccata dopo un lungo digiuno, e ha preso a vincere Mondiali, Coppe America e Confederations Cup, senza che i grandi fuoriclasse auriverdes smettessero di far sognare la torcida e gli appassionati di tutto il mondo; perché dopo Zico, Eder e Socrates sono arrivati i Bebeto e i Romario, i Ronaldo e i Ronaldinho. Belli anche loro come gli illustri predecessori, ma pure vincenti. 

mercoledì 28 novembre 2012

LE MIE RECENSIONI: "ARGO"


Una drammatica e romanzesca pagina della storia recente rimasta a lungo misteriosa, fino alla "declassificazione" operata da Bill Clinton nel 1997. Una vicenda in cui si intrecciano politica estera, acrobazie diplomatiche, conflittualità internazionali pericolosamente vicine al punto di rottura, e ancora servizi segreti, agenti sotto copertura, spionaggio: il... brodo di coltura ideale per allestire il più classico dei "thriller - action - spy movie" all'americana. Il rischio principale nella realizzazione di un'opera come "Argo" era proprio questo: annacquare e, in definitiva, svilire una storia vera, dall'enorme impatto narrativo eppure mai raccontata sul grande schermo, affogandola negli stilemi più triti e convenzionali delle pellicole made in USA del genere "alta tensione". 
LA VICENDA - Bene, si può dire che il rischio sia stato in larga parte brillantemente aggirato: "Argo", che ha in Ben Affleck, regista e protagonista, l'ispirato deus ex machina, ricostruisce con intenso realismo quel lontano episodio snodatosi fra 1979 e 1980. Ricordiamolo in breve: nel novembre '79, nell'Iran della rivoluzione, Repubblica islamica sotto la guida dell'Ayatollah Khomeini, una folla di manifestanti fa irruzione nell'ambasciata americana a Teheran, prendendo in ostaggio coloro che vi lavorano, eccezion fatta per sei funzionari che riescono a fuggire da un'uscita secondaria, rifugiandosi presso la dimora dell'ambasciatore canadese. Per riportare a casa i sei "ospiti" (così vengono definiti in codice) prima che gli iraniani li scoprano e li catturino, la CIA si affida a un suo giovane ma già esperto agente, Tony Mendez, che per centrare l'obiettivo studia un progetto talmente fuori dagli schemi da risultare geniale: spacciare le sei persone per membri di una troupe cinematografica, di cui lui si pone a capo, giunta in Iran alla ricerca di una location per girare un fittizio film di fantascienza ("Argo", per l'appunto, la più classica delle produzioni di terza categoria che vorrebbe scimmiottare i capisaldi del settore, tipo "Guerre stellari"), e come tali farli rientrare negli States sani e salvi. Geniale ma rischioso, quasi folle: per riuscire nell'impresa Mendez dovrà superare le perplessità dei suoi superiori e degli stessi funzionari americani che dovrebbe trarre in salvo, oltre all'ostilità  iraniana. 
RIGORE STORICO E RITMO... DIESEL - Ricostruzione rigorosa, si diceva, peraltro senza eccessi documentaristici, come è giusto che sia per un film comunque concepito e sviluppato come un thriller. Un thriller raffinato, però, che non violenta la Storia, la realtà come effettivamente si configurò, ma si limita ad adattarla, dove occorre, alle sue inevitabili esigenze "cattura spettatori". Di qui alcune innocenti e marginali concessioni a certi "tormentoni" della tradizione americana di genere (soprattutto nel finale), piccole cadute di tono qualitativo all'interno di un canovaccio stilisticamente di notevole levatura, privo di sovrastrutture, nel complesso ben costruito. 
Cercando il pelo nell'uovo, si può casomai evidenziare uno stacco piuttosto netto, sul piano dell'incisività  "cinematografica", fra prima e seconda parte: si inizia, e ci si mantiene a lungo, su un ritmo piuttosto lento. Il racconto scorre via faticosamente: indubbiamente, nel primo tempo la vicenda è ben contestualizzata e illustrata, ed è forse questo sforzo storiografico a far perdere mordente alla narrazione causando più di un calo di tensione. Ma era giusto portare per mano il pubblico all'interno di un episodio raramente rievocato dai grandi media, fornendogli tutti gli strumenti possibili per aiutarlo a capire.
AFFLECK SOPRA TUTTI - La tensione, comunque, recupera ampiamente terreno a film inoltrato, quando si staglia netta su tutti la figura del primattore, Affleck - Mendez. Forzando un po' la mano critica, si potrebbe parlare di "Argo" quasi come di un "one man film": nonostante la buona prova collettiva del cast, con un picco degno di nota in un John Goodman abilissimo nel tratteggiare il tipico mestierante di Hollywood, spregiudicato e disposto a sposare anche le idee cinematografiche più improbabili (un affarismo che nasconde però, in fondo, amore autentico per il mondo di celluloide), tutto ciò che non è ricostruzione dei fatti dell'epoca ruota attorno alla figura, in apparenza dimessa eppure dalla spiccata personalità, dell'agente in missione. Un eroe anti - eroe, Mendez, lontano anni luce dagli standard dei protagonisti senza paura, quasi superuomini, di tanti action movie: diremmo un eroe comune, con le sue fragilità personali e professionali, certo fiducioso nella riuscita dell'impresa ma non al punto da ostentare la incrollabile sicumera di uno Schwarzenegger o di un Seagal (o di tanti 007 prima dell'ultima versione "umana" di Skyfall). 
BUONISMO A PICCOLE DOSI - Meglio così, per non far scadere in commerciale baracconata una pellicola che non l'avrebbe meritato, e che rispetta invece dall'inizio alla fine la sua non nascosta ambizione divulgativa, la voglia di ripescare un episodio dal peso specifico notevole nella storia delle relazioni internazionali, eppure in buona parte tuttora misconosciuto. Né si fa eccessivamente leva sulla lacrima facile: la sceneggiatura punta anzi su un certo pudore dei sentimenti anche nei momenti più tesi, una sorta di sobrietà emotiva, concedendosi al buonismo giusto in occasione della vicenda della giovane Sahar, governante iraniana della residenza dell'ambasciatore canadese, inizialmente sospettata di poter spifferare ai rivoluzionari la presenza dei sei americani e invece coraggiosa nel coprirli anche a rischio della propria vita. 
Forse si indugia un po' troppo sul privato del protagonista, le cui traversie familiari appaiono come un surplus non richiesto né necessario, una serie di parentesi sostanzialmente slegate dal tema centrale dell'opera: certo, è il figlioletto di Mendez a dargli, indirettamente, l'ispirazione per l'idea del film di fantascienza, ma non basta a dare un senso alla presenza di questi scorci... casalinghi in una pellicola di ben più ampio respiro. 

lunedì 19 novembre 2012

GENOA ALLO SBANDO, MA IL "CREPUSCOLO PREZIOSIANO" PUO' E DEVE ESSERE MIGLIORE

                                 Borriello: il Genoa punta sui suoi gol per risalire
                                        
Il lungo crepuscolo dell'era Preziosi è diventato una via crucis sportiva, per il Genoa e per la sua tifoseria. Un cammino della disperazione disseminato di bocconi amari, di pagine nere. Ieri sera l'ultimo capitolo di questo libro horror, un duplice pugno nello stomaco: nella stessa domenica, sconfitta in uno dei derby tecnicamente più poveri di sempre contro una Sampdoria fra le più modeste della sua quasi settantennale storia, e conseguente ultimo posto in classifica. Quest'ultima, più dell'altra, è la vera onta: andando a memoria, e quindi scusandomi per eventuali "falle" nei miei ricordi, negli ultimi quarant'anni solo una volta il Grifo era venuto a trovarsi in coda alla graduatoria in una fase avanzata del campionato: Serie A 1973/74, torneo  chiuso con la retrocessione. Da allora, di tempeste il club rossoblù ne ha attraversate, alcune anche con esiti nefasti; ma mai, nemmeno nelle sue edizioni più... spelacchiate, nemmeno nelle più oscure stagioni in B e in C, il vecchio Grifone era stato costretto a indossare la... "maglia nera" del gruppo. 
2010, GLI ULTIMI FUOCHI - E' la più naturale conclusione di una "discesa agli inferi" iniziata circa due anni fa, non prima. Perché le cose vanno raccontate con precisione storica e cronistica: fino all'estate del 2010, un "progetto Preziosi", espressione oggi oggetto di amare ironie in città e fuori, esisteva davvero. Dopo la stagione della Champions sfiorata e dopo quella del ritorno in Europa (League), il Joker aveva dato l'impressione di voler continuare a perseguire la crescita tecnica della squadra, di puntare con sempre maggior decisione a un inserimento nei quartieri medio - alti della massima serie: sotto la Lanterna erano arrivati top player italiani e stranieri come Rafinha, Veloso e Toni (per tacere del portiere Eduardo, in realtà un bluff che trasse beneficio da un paio di prestazioni eccezionali, e mai più neanche avvicinate, ai Mondiali sudafricani), un difensore dell'esperienza e del carisma di Kaladze, due dei giovani nostrani di maggiore prospettiva, Ranocchia e Destro. In più, la conferma di Palacio, l'uomo simbolo del Genoa del dopo Milito. Ecco, in quella circostanza "il re dei giocattoli" fu davvero sfortunato oltre ogni immaginazione: perché può capitare di prendere un giocatore di alto livello che poi delude completamente le aspettative, ma difficilmente succede che tanti campioni di statura internazionale falliscano tutti, contemporaneamente. Fatto sta che una campagna acquisti potenzialmente da boom si rivelò, e non per colpa del presidente, un buco nell'acqua destinato a fare storia. 
IL CROLLO - Da quel momento, nulla è stato più come prima. Patron Preziosi ha perso la bussola tecnica e dirigenziale. Forse perché l'amore per il Genoa si è raffreddato, quasi spento. Forse perché non vede l'ora di trovare qualche altro facoltoso (si spera) imprenditore a cui passare una patata bollente che, oramai, gli procura solo mal di fegato e nessuna emozione. Fatto sta che l'arguto intenditore di calcio, quello che pescava dal nulla Milito, quello che dava fiducia a un Thiago Motta considerato non più proponibile, per motivi fisici, in un football di alto livello, si è smarrito in un vorticoso e infruttuoso turn over di calciatori. 
Fra affrettate cessioni eccellenti e acquisti di elementi di acclarata modestia, è stato messo in opera un depauperamento qualitativo sempre più marcato. E le strategie di mercato hanno continuato a seguire logiche imperscrutabili: il Genoa ha rischiato di retrocedere per colpa di una difesa colabrodo? Ebbene, la retroguardia è rimasta quasi uguale, con il solo Canini a puntellarla (?), per tacere di un Ferronetti la cui fragilità fisica era nota a tutti gli addetti ai lavori (e infatti è entrato puntualmente ai box). Da Veloso, che per la verità a Genova raramente si è coperto di gloria, ma che resta comunque elemento di classe e di esperienza internazionale, si è passati all'inconsistente Tozser. E nelle fasi finali della sessione di mercato di agosto, sono sì arrivati Vargas e Borriello, ma è stata di fatto azzerata la fascia destra di difesa, affidata in pratica al solo, giovanissimo Sampirisi, partito bene ma poi smarritosi, perché se tutta la squadra va male non si può chiedere ai "pulcini" di tirarla fuori dalle sabbie mobili. 
CREDIBILITA' SOCIETARIA - Ma, quel che è peggio, in questi due anni è stato quasi azzerato l'ottimo lavoro di ricostruzione della credibilità della società Genoa, messo in atto dal Prez e dai suoi collaboratori nel quinquennio precedente. Dopo la devastante retrocessione in C per illecito, passo dopo passo il club aveva acquisito un'autorevolezza che da tempo immemore non possedeva più. Questa autorevolezza, questa credibilità, si erano tradotte in risultati sportivi concreti: non solo la lunga permanenza in Serie A, costantemente fra le prime dieci squadre e addirittura con un quarto posto ex aequo con la Fiorentina, ma il passaggio, da Marassi, di giocatori di altissimo livello, giovani o affermati, già nazionali o diventati tali grazie alle prodezze in maglia genoana. 
Ecco, oggi, al tramonto di questo disgraziato 2012, tutto ciò non esiste più, o almeno questa è l'impressione che trasmette la realtà rossoblù. Il Genoa di oggi, nei pensieri di tifosi e giornalisti (non tutti, beninteso), è un club di parcheggio per le grandi (soprattutto le milanesi). E' una società in cui i giocatori ruotano a ritmo vertiginoso, senza il tempo di ambientarsi, di creare un legame con l'ambiente e con la città, al punto che molti di essi risultano essere, in campo, autentici corpi estranei, gente che gioca senza impegno e senza cuore. Dire ciò non è in contraddizione con quanto tante volte ho scritto sul blog in difesa del Presidente: c'è stato un Preziosi efficace e illuminato, ora ce n'è un altro smarrito e in crisi. Cose che capitano, i cicli finiscono, succede in tutte le aziende. 
LO SCEMPIO DEL DERBY - Tutto questo ha prodotto lo scempio del derby del 18 novembre. Lo ribadisco: gara di scultorea bruttezza, una stracittadina già da Serie B per il livello qualitativo di inaudita modestia mostrato da entrambe le contendenti. Contro una Samp ridotta al lumicino dalle assenze, svuotata di contenuto tecnico, psicologicamente a disagio alla luce del fardello di sette sconfitte consecutive, il Genoa ha disputato un primo tempo da encefalogramma piatto, che poteva terminare con un punteggio talmente largo da configurare una disfatta storica. Il fatto che nella ripresa sia bastato premere modestamente sull'acceleratore per sfiorare in più di una circostanza un pareggio che, ebbene sì, non avrebbe fatto gridare allo scandalo, è una ulteriore dimostrazione della pochezza blucerchiata e suona a condanna aggiuntiva per un Genoa davvero ai minimi termini in fatto di competitività. 

                            Delneri: nessun beneficio per il Genoa dal suo arrivo in panchina

DELNERI E... PASSARELLA - Il Genoa di ieri sera non ha alcuna chance di arrampicarsi fino alla quota salvezza. Tatticamente una difesa imbarazzante negli automatismi più elementari, un centrocampo acefalo, un attacco che fa quel che può (povero Immobile, sbaglia tanto ma ci prova, tira, conclude, si danna l'anima), tanti giocatori nettamente al di sotto dei loro standard (Granqvist e Jankovic, per dirne due), e un animus pugnandi spesso inesistente, il che è la condanna peggiore per una compagine che deve lottare per non retrocedere. In tutto questo, i continui cambi di guida tecnica contano fino a un certo punto, se il materiale che viene messo a disposizione dei vari trainer è sempre meno... prezioso. Però va anche sottolineato che l'impatto di Gigi Delneri sulla classifica della squadra è stato devastante come poche altre volte è accaduto nella storia della Serie A: all'esonero di De Canio il Grifo era salvo; dopo cinque turni, e cinque ko, si ritrova malinconicamente sul fondo della graduatoria. Qualcosa di simile accadde ai tempi di Passarella al Parma, nel 2001: subentrò a Ulivieri, collezionò cinque sconfitte in cinque partite e tolse il disturbo. Mi ricorda sinistramente qualcosa... 
Non torno sui miei passi: continuo a considerare De Canio un allenatore mediocre, e non da oggi. Dopo una partenza incoraggiante, il suo Genoa era andato via via scolorando, cominciando a manifestare quelle lacune tattiche e quei problemi di identità esplosi poi in maniera deflagrante. La gara con la Roma fu gestita in maniera calcisticamente assurda, ribadiamolo. Ma è altresì innegabile che Delneri, dopo quasi un mese di permanenza sotto la Lanterna, non abbia ancora cavato un ragno dal buco, anzi, la squadra si è ulteriormente avvitata in una crisi tecnica di cui non si intravedono sbocchi. E aggrapparsi alla bella ora di gioco contro il Napoli è solo una ingenua speranza: anche il Grifo nella "De Canio version" aveva messo alle corde per un tempo e più la corazzata Juventus, ma poi ne era stato puntualmente travolto e mai più era tornato a esprimersi su tali standard... 
SQUADRA DA RIFARE - Insomma, si gioca male e si perde, si gioca bene (raramente) e si perde. E' il trend classico della retrocedenda, e sperare in un miracoloso mercato di gennaio significa crogiolarsi in  pericolose illusioni: a prescindere dal fatto che non sarà facile convincere giocatori di spessore a venire in una squadra così male in arnese, parliamoci chiaro: dopo l'Epifania, servirebbero un centrale difensivo rocciosissimo, un mucchietto di esterni alti e bassi (soprattutto a destra), un regista di quantità e qualità e un ricambio per l'attacco. Davvero tutto questo ben di Dio sarà disponibile? E davvero Preziosi avrà voglia di dar fondo a tutte le risorse economiche per rivoltare la squadra come un calzino? Ma prima di tutto ci sarà da valutare la questione panchina: se il Joker, se la squadra, se tutto l'ambiente credono in Delneri, allora si continui con fiducia totale a puntare su di lui, senza farsi influenzare dalle ultime brutture, seguendo l'esempio dell'Udinese dell'anno scorso con Guidolin, e anche, ebbene sì, quello dei dirimpettai cittadini nei confronti di Ciro Ferrara. Altrimenti, si valutino bene il non gioco, la mancanza di personalità, il regresso tecnico emersi sotto la gestione dell'ex coach juventino, e se ne traggano le conclusioni. 
E DOPO PREZIOSI? - Alla base resta però l'elemento da cui avevamo cominciato il discorso. Ossia, il crepuscolo preziosiano, che però ha precipitato tutta l'ambiente in una situazione quasi kafkiana. Cioè, è chiaro a tutti che il... regno dell'imprenditore irpino ha imboccato la parabola discendente. Eppure, l'ambiente genoano, soprattutto quello tifoso, è paralizzato dalla paura di ciò che potrebbe accadere se il joker mollasse. Perché è così ed è paradossale: al momento alternative imprenditoriali autentiche e credibili non ve ne sono, e allora non si può che continuare con questo piccolo cabotaggio, nell'attesa che la situazione societaria si sblocchi in positivo. 
Ecco dunque che Enrico Preziosi ridiventa, e non potrebbe essere altrimenti, il solo uomo chiave per uscire dallo stallo: anche se di malavoglia, si riappropri, per qualche mese, dei pieni poteri di presidente. Torni a essere presente in seno alla squadra, al campo di allenamento, prima e dopo le partite. Faccia un mercato di reale potenziamento a gennaio, metta per una volta da parte plusvalenze e discorsi simili. Poi si potrà anche retrocedere, perché in questi primi tre mesi di campionato di terreno se n'è già perso fin troppo, ma almeno si scenderà con la sensazione che esista di nuovo una società, e che abbia fatto di tutto per tentare di salvare la baracca. 

giovedì 15 novembre 2012

GLI AZZURRI DOPO ITALIA - FRANCIA: "BRAVO CHI PERDE", MA...

                                            Montolivo: sempre più convincente

"Bravo chi perde": titolò così il Guerin Sportivo nel novembre 1985, ironizzando sulla quasi unanime beatificazione critica che accolse una sconfitta della Nazionale italiana in un'amichevole con la Polonia. Gli azzurri di Bearzot giocarono piuttosto bene, a tratti dominarono, colpirono tre legni, ma il successo finale arrise alla rappresentativa di Zibì Boniek e compagni. "Conquistare sconfitte immeritate è, in fondo, il destino dei mediocri", chiosò sconsolato nel suo commento il grande Adalberto Bortolotti, a lungo prima firma del Guerino. Quella circostanza mi è tornata in mente ieri sera, assistendo all'ennesimo ko in amichevole della selezione di Prandelli. Contro la Francia la serie si è allungata a cinque capitomboli consecutivi, dopo quelli con Uruguay, Stati Uniti, Russia e Inghilterra. Statisticamente è un dato da pugno nello stomaco, ma, si dirà, nel mezzo sono arrivati un secondo posto europeo e una partenza tutto sommato buona nelle qualificazioni mondiali, e allora lagnarsi sembrerebbe fuori luogo e anche vagamente ridicolo. 
Ecco, in larga parte è vero, ma con qualche riserva, che analizzeremo più avanti. Fermo restando che la situazione evocata a proposito degli azzurri del 1985 non può essere applicata al rovescio parmense di qualche ora fa. Diverso contesto storico - calcistico, con l'Italia di oggi che ha già felicemente verificato la sua competitività agli alti livelli e la sua notevole caratura complessiva. E' una squadra, la nostra, più che altro alla ricerca di giovani e valide alternative a quei titolarissimi consacratisi nel biennio 2010 - 2012, sfociato nella bella avventura polacco - ucraina. E, da questo punto di vista, le risultanze del confronto del Tardini, al di là dell'amarezza per il risultato numerico, non possono non essere considerate positive. Sì, questa volta dire "bravo chi perde" non è fare esercizio di sarcasmo. 
CHE MONTOLIVO! - Contro i galletti si è vista a sprazzi una bella Nazionale, al di là di quelle che erano le aspettative della vigilia, assai contenute alla luce del volto sperimentale dato dal cittì alla formazione. Quando si mette in campo una squadra nuova per metà e tatticamente rivoluzionata dal centrocampo in su, non ci si può attendere continuità assoluta nella produzione di gioco, e questo spiega e giustifica l'andazzo a corrente alternata degli azzurri, vissuti fra momenti a ritmi elevatissimi e pause peraltro neanche troppo prolungate. Un undici propositivo, il nostro, ben disposto ad assumere l'iniziativa, come nella migliore tradizione prandelliana. L'anima, il fulcro dell'azione è stato un Montolivo del quale avevo già sottolineato, nel recente articolo dedicato alle prime partite di qualificazione iridata (qui), i notevoli progressi sul piano della personalità e della costante presenza nel cuore della manovra. Ebbene, ieri il milanista è parso straripante, aggressivo sui portatori di palla avversari, ispirato nel reggere le file delle trame offensive: non a caso suo è stato l'assist per il battesimo del gol di El Shaarawy.  
TRIDENTE EFFICACE - Il Faraone è stato un'altra delle note liete, anche in questo caso senza che la cosa ci sorprendesse. In generale non ha strafatto, ma è stato incisivo e decisivo nei momenti topici, come un vero campione in pectore: bella sponda per Balotelli nell'azione dell'incrocio dei pali, perentorio affondo sul passaggio gol di Montolivo chiuso con un rasoterra vincente. E poi, altre iniziative a svariare in disinvolto palleggio sul fronte d'attacco, a confermare la sua vivacità e poliedricità, nonché la capacità di trovare celermente la giusta collocazione anche in un canovaccio tattico in abbozzo come era quello dell'Italia parmense. 
Nell'improvvisato tridente, ha fatto decorosa figura anche Candreva, sempre intraprendente, sempre pronto a proporsi in avanti, per quanto non sempre sorretto dalla necessaria lucidità. E Balotelli ha confermato, sia pure in versione ridotta, quanto fatto vedere con la Danimarca, ossia una maggiore predisposizione al sacrificio e alla partecipazione alla manovra collettiva, anche se ciò, nella circostanza, è andato a scapito di una presenza più efficace nei sedici metri finali (una traversa e un colpo di testa di poco fuori sono comunque un bottino in assoluto non disprezzabile). 

                                              Florenzi: buon esordio in azzurro

VERRATTI E FLORENZI ABILI E ARRUOLATI - Tornando nella zona nevralgica, mentre c'è da registrare la serata di scarsa vena di Marchisio, meno mobile e frizzante del solito, poco propenso a regalare i suoi consueti, mortiferi inserimenti, c'era grossa attesa attorno alla prova di Verratti. Il ragazzo non ha affatto deluso, anche se non ha mostrato miracoli: nel suo bottino azzurro, tante cose buone e qualcuna meno buona. Qualche difficoltà in copertura, mentre in fase di impostazione ha sciorinato, a tratti, un gioco essenziale, fatto di tocchi semplici e rapidi ma quasi sempre azzeccati. Deve migliorare come fisicità e continuità d'azione, ma è evidente la sua propensione a prendersi comunque delle responsabilità, a non nascondersi quando la partita si accende. 
Bene, secondo noi, anche l'esordiente assoluto Florenzi, bocciato da qualche critico frettoloso:  nel "precario" secondo tempo azzurro, col centrocampo rivoluzionato da tre cambi quasi contemporanei, ha alfine trovato la sua dimensione: dinamismo, buona efficacia nelle due fasi, grande sforzo in fase di ripiegamento e qualche tentativo in assist alle soglie dell'area avversaria. Pretendere di più sarebbe stato ingeneroso: rivediamolo all'opera in un contesto di squadra più solido e definito...
BENE MAGGIO E BARZAGLI -  Poco da dire invece sulla difesa, che era il reparto meno rivoluzionato: Sirigu è un buon portiere ma non un fenomeno come Buffon, che è in grado di indirizzare l'esito delle partite con autentiche prodezze. Una volta consapevoli di questo, possiamo dire che la sua prova è stata tutto sommato priva di sbavature, e nel finale ha pure evitato, su Menez, un 3 a 1 che per la Francia sarebbe stato un premio sproporzionato (già lo è stato la vittoria, se è per questo...). Maggio scattante e pieno di iniziativa anche più del solito, pur se la misura dei passaggi non è sempre perfetta, ma la partecipazione al gioco corale è stata assidua: smussasse certi eccessi agonistici, sarebbe un terzino di spinta di assoluto valore mondiale... Dall'altra parte, Balzaretti  un po' più sulle sue, mentre al centro Barzagli, pur beffato da Valbuena in occasione della prodezza dell'1 a 1, si è confermato guardiano d'area affidabilissimo, uno che migliora con gli anni e che ha anche imparato a uscire più frequentemente palla al piede per spostare in avanti il baricentro, allorquando ne intravede lo spazio. Per Chiellini una gara onesta, da mestierante, senza infamia e senza lode, ma l'impressione è che Prandelli potesse azzardare qualche esperimento in più là dietro, dove urgono nuove alternative: un po' di minutaggio per Santon e Astori non avrebbe fatto male alla crescita del gruppo.
L'ABITUDINE ALLA SCONFITTA - Tutto ciò detto, e tornando invece per un attimo alla riflessione da cui avevamo iniziato, d'accordo sul "bravo chi perde", ma senza esagerare. Perché l'abitudine alla vittoria, o quantomeno al risultato positivo, è sempre meglio conservarla anche nei confronti senza punti in palio, a maggior ragione in quelli contro rivali storiche come la Francia. Del resto, questa Nazionale di Prandelli si è formata, ha acquisito fiducia nei propri mezzi e statura internazionale, anche attraverso importanti affermazioni in amichevole: penso al bel successo di Bari con la Spagna, poco più di un anno fa, o al pareggio in Germania a inizio 2011, o, ancora, alle affermazioni in Ucraina e in Polonia. Insomma, contano, eccome, anche questi risultati, sebbene per qualcuno rimangano partite inutili. Pensiamo anche, ad esempio, alla prima Italia di Lippi: avrebbe affrontato con lo stesso piglio vincente il Mondiale 2006 senza i trionfi (in amichevole, per l'appunto) su Olanda e Germania dei mesi precedenti? Ribadiamo dunque che a questa nostra rappresentativa troppo spesso continua a far difetto il killer instinct, la capacità di chiudere i conti o comunque di saper gestire vantaggi anche minimi. Doti che hanno le grandi squadre: per potersi definire tale, l'Italia deve ancora abbattere questi ultimi ostacoli.  

mercoledì 14 novembre 2012

VERSO SANREMO 2013: NOMI PROBABILI E POSSIBILI, IPOTESI E SOGNI


Raramente, in passato, la ridda di voci sui possibili partecipanti al Festival di Sanremo era cominciata con così largo anticipo. Di nomi ne sono stati fatti già parecchi, ma, contrariamente a quanto sostenuto da qualcuno, di certezze assolute non ve n'è alcuna, al momento. Tutt'altra cosa, ad esempio, rispetto a due anni fa, quando la presenza di Roberto Vecchioni  era già sicura settimane prima dell'ufficializzazione del cast. 
CANTAUTORATO - E dunque, cosa sta bollendo in pentola in Riviera? Ci sono alcuni nomi più gettonati di altri, questo sì: Gino Paoli e Fiorella Mannoia, ad esempio. Rappresenterebbero i quarti di nobiltà di un Festival che, nei desiderata del nuovo deus ex machina Fabio Fazio e del suo braccio destro Mauro Pagani, vorrebbe dare ampio spazio al cantautorato italiano d'élite. Sarebbe un bell'ascoltare: vedremo. Si parla dei Modà, questa volta senza Emma ma pronti a dare l'assalto al gradino più alto del podio sfuggito di un soffio nel 2011, mentre sarebbe giunta l'ora del sospirato ritorno all'Ariston di Simona Molinari, uno dei "virgulti" più interessanti e originali prodotti negli ultimi anni dal vivaio sanremese, una ragazza che ha percorso strade artistiche di non facile presa ma che è pian piano riuscita a far breccia nel cuore di una discreta fetta di pubblico. 
FINALMENTE BIONDI? - Ancora: torna in voga il nome degli Almamegretta, periodicamente accostati al Festivalone senza che mai se ne faccia alcunché: sarà l'anno giusto? Si tenta un colpo gobbo richiamando in lizza Carmen Consoli, la cui ultima partecipazione come concorrente risale proprio a uno dei due precedenti Sanremi targati Fazio, quello del 2000 (con la bella e sottovalutata "In bianco e nero"). Altro nome da urlo sarebbe quello di Mario Biondi: un altro che, nel corso degli anni, è parso più volte a un passo dalla kermesse rivierasca, dopodiché la sua candidatura, non si sa se autentica o solo auspicata,   puntualmente... si dissolveva a pochi giorni dall'ufficializzazione del cast. Ma questa parrebbe proprio essere la volta buona. 
UN PO' DI... TALENT - Lo spettro dei generi musicali proposti si allargherebbe con l'ammissione fra i partecipanti di un Big di fresco conio come Nesli. Sempre in tema di volti giovani ma già noti, le candidature di Marco Mengoni e Annalisa Scarrone dimostrano che il veto "faziano" alla partecipazione di artisti usciti dai talent show era nulla più che presunto, e in effetti il sottoscritto (ma sarà stata una disattenzione mia) non ha mai sentito uscire dalla bocca dell'anchorman ligure parole che riconducessero a un diktat del genere. Sarebbe stato, per inciso, un diktat assai poco intelligente: gli artisti vanno giudicati singolarmente, per le loro qualità e non per la loro provenienza, è una cosa di una banalità e scontatezza incredibili ma viste le voci che erano circolate... Senza contare che la rinuncia aprioristica ai ragazzi di X Factor o di Amici avrebbe rappresentato un autogol mica da ridere, sul piano del seguito popolare del Festival presso la strategica platea dei giovanissimi...

                                          Carmen Consoli: in gara a Sanremo 2013?

MALIKA E GLI ALTRI - Molti danno quasi per certa Malika Ayane: personalmente mi farebbe piacere (la considero tuttora la vincitrice morale del Sanremo 2010), ma un suo cd è da poco nei negozi e ha un tour in corso: altri due brani nuovi per febbraio e ristampa del disco? Tutto può essere, ma allora tanto valeva ritardare di qualche mese l'uscita dell'opera. Discorso che vale a maggior ragione per i Baustelle, pure citati in questo gran calderone di voci: il loro nuovo disco esce a fine gennaio, una partecipazione a Sanremo con due inediti quindici giorni dopo o giù di lì pare al momento improponibile. A meno che non si posticipi la pubblicazione dell'album, beninteso, e allora... 
Vorrebbe tornare in pista Francesco Sarcina, senza le sue Vibrazioni: non facilissimo riproporsi come Big dopo qualche anno di basso profilo commerciale (i tempi di "Dedicato a te", "Raggio di sole" e "Ovunque andrò" sono lontani), ma l'operazione sarebbe di indubbio interesse. Rispunta il nome di Francesco Renga, che  è ormai quasi un habituè del palco sanremese ma è anche la miglior voce maschile italiana su piazza, e vederlo in azione fa sempre piacere. 
Un lista degli altri nomi fatti dovrebbe partire da Al Bano e Annalisa Minetti, i primi a circolare fra gli addetti ai lavori, ma onestamente non so quale appeal possano esercitare sulla commissione artistica, né quale valore aggiunto potrebbero apportare a un Sanremo che vuole essere "diverso" dagli ultimi, magari meno commerciale e meno nazionalpopolare. Poi i Sonohra, non fortunatissimi all'ultima apparizione rivierasca ma sempre nel cuore delle teen agers, una Anna Oxa che tenterebbe l'ennesimo rilancio, Anna Tatangelo, che ben figurò con "Bastardo" nel 2011 ma che fuori dall'Ariston non riesce proprio a trovare una dimensione adeguata e vincente, esponenti della generazione cantautoriale di mezzo come Max Gazzè e Daniele Silvestri, i redivivi Dirotta su Cuba (da troppo tempo, tuttavia, lontani dalla ribalta) e il vincitore dei giovani 2012 Alessandro Casillo, che però, in questi dodici mesi, non mi pare abbia fatto molto per consolidare la sua fresca nomea di Big. 
SOGNI - Dopodiché, spazio alle ipotesi e alle speranze del tutto personali. Nomi non letti né sentiti da nessuna parte, ma che personalmente vedrei con favore sul palco della più importante rassegna canora italiana nel febbraio prossimo. Sarebbe di grande rilievo, ad esempio, un ritorno del sempre valido e amatissimo Raf dopo tempo immemore. O la ricomparsa dei campioni di vendita del primo decennio del Duemila, gli Zero Assoluto. Raphael Gualazzi, poi, ha una sorta di debito morale nei confronti del Sanremone, che lo ha lanciato in orbita nel 2011: quell'anno si impose fra i Giovani e non tornò dodici mesi dopo, ora sarebbe cosa buona e giusta ripresentarsi... 
Sempre nel 2011 assistemmo a una bella e apprezzata performance di Giusy Ferreri, che ultimamente è un po' rimasta al palo e che da Sanremo potrebbe trarre nuovo slancio. Poi, Paolo Meneguzzi, tornato di recente in pista col singolo "Fragile" e con un album che dovrebbe vedere la luce nei prossimi mesi: quale migliore occasione promozionale di un Sanremo per tornare ai vertici delle classifiche? E Alex Britti? Si deciderà prima o poi a rimettersi in gioco, questo poliedrico talento della nostra canzone leggera? Una proposta spiazzante ma di indubbio fascino e raffinatezza sarebbe poi quella di Musica nuda, ossia il duo formato da Petra Magoni (uscita dal Sanremo made in Baudo) e Ferruccio Spinetti, un progetto al di fuori dai circuiti standard ma baciato da successo trionfale nei live. 
ANNI NOVANTA - C'è inoltre lo sterminato popolo dei veterani: si badi, non mi riferisco ai vecchi draghi degli anni Sessanta e Settanta, che ormai hanno davvero fatto il loro tempo e che non vorrei davvero più vedere in Riviera, a meno che non si tratti di nomi poco o nulla considerati dalle precedenti commissioni artistiche, ad esempio gente come Riccardo Fogli o Don Backy, e non invece i soliti Fausto Leali o Al Bano. Penso invece ai veterani degli anni Novanta, quella generazione di mezzo della musica italiana che nelle ultime edizioni del Festival è stata pressoché ignorata. Mietta, ad esempio, in questo autunno 2012 ha avuto un prepotente rilancio grazie alla riuscita partecipazione alla trasmissione di Carlo Conti "Tale e quale show"; Massimo Di Cataldo continua a comporre e morde il freno, Alexia è un volto ancora fresco e brillante, per non parlare di personaggi come Aleandro Baldi e Paolo Vallesi, belle voci e grande sensibilità artistica: lo so, qui si sfiderebbe l'impopolarità, nel senso che questi nomi sono forse, oggi, un po' lontani dai gusti del grandissimo pubblico. Ma se un Festival vuole essere "diverso", credo che anche sfidare in piccola misura le mode ultracommerciali del momento potrebbe essere un modo per differenziarsi dal passato recente e meno recente. Solo sogni?