lunedì 23 aprile 2012

DOPO I FATTI DI GENOA - SIENA: IL PROBLEMA E' DAVVERO LA SACRALITA' DELLA MAGLIA? E QUEL DERBY ROMANO DEL 2004...


Non cambieranno mai. Chiusi nel loro castello di populismo e demagogia, forti coi deboli e deboli coi forti. Non cambieranno mai, gli alti papaveri dell'italico calcio, dirigenti, grandi giornalisti e illustri opinionisti. Già con i fucili caricati a pallettoni, pronti a rovesciar parole (perché solo quello sanno produrre: parole, mai fatti) sullo "scandalo" e la "vergogna" di Marassi. Genoa sotto attacco, fin troppo facile infierire su chi è a terra già ferito.
Vediamo di intenderci: nessuna giustificazione, nessun alibi agli pseudotifosi rossoblù per quanto accaduto ieri, poco dopo l'inizio del secondo tempo della sfida fra lo spellacchiatissimo Grifone e il Siena. Ma i proclami inorriditi degli Abete, dei Petrucci e dei tanti corifei d'occasione hanno il sapore amaro e insopportabile delle lacrime di coccodrillo. Un patetico stracciarsi le vesti e minacciare provvedimenti esemplari per un problema che, in anni e anni di reggenza, mai hanno saputo arginare sul serio (dimissioni, queste sconosciute...): la violenza e lo strapotere condizionante degli ultras non nascono a Genova il 22 aprile del 2012, da tempo immemore il sistema calcio tollera i facinorosi, li subisce quasi passivamente, ne ha accettato la contiguità con la sua parte più sana, senza aver mai partorito un metodo efficace per neutralizzare questa feccia (a parte la Tessera del tifoso, sulla quale nulla si può dire, se non stendere il classico velo pietoso). 
LACRIME DI COCCODRILLO - Si svegliano ora e vengono a farci il predicozzo, con la faccia truce già vista dopo eventi che sono stati, quelli sì, autenticamente tragici, tipo il drammatico Catania - Palermo del 2007.  Straparlano di "cose mai viste prima su un campo di calcio italiano": dimenticano il derby Roma - Lazio sospeso dai tifosi nel marzo del 2004, con corollario di scontri e incidenti fuori dall'impianto; insomma,  cosette che, al confronto, quanto accaduto ieri è stato roba da educande: non ricordo, all'epoca, alzate di scudi di questa virulenza, per un evento che aveva creato un precedente gravissimo e che aveva segnato un salto di qualità decisivo riguardo alla pressione, all'influenza, al potere effettivo che certe frange di tifo violento e organizzato possono esercitare sui club e quindi, per la proprietà transitiva, su tutta la mastodontica eppur fragile struttura del calcio italiano. Cosa accadde, allora? Certo, ci furono polemiche, ma nulla di trascendentale: si arrivò addirittura a recuperare la partita facendola disputare ugualmente allo stadio Olimpico, ma del resto, si sa, Roma è la città di quelle allegre e divertenti "puncicature" (la definizione fu di un celebre dirigente delle forze dell'ordine: nel mondo civile si chiamano coltellate) pre e post partita che fanno tanto colore e tanto folklore nella nostra pittoresca capitale.

                                  Un'immagine dal famigerato derby di Roma del 2004

LA SACRALITA' DELLA MAGLIA - Cosa ha fatto saltare la mosca al naso ai nostri illuminati dirigenti? I giocatori del Genoa indotti a svestirsi della maglia rossoblù, perché ritenuti indegni. Un rituale inaccettabile, dicono. Ma come? Proprio loro che combattono (giustissimamente, sono al loro fianco in questa battaglia) i simbolismi retrivi e medievali  sui quali i gruppi ultras hanno costruito gran parte della loro forza di malefica suggestione, attribuiscono tutta questa spropositata importanza a un gesto grossolano, deprecabile, ma il cui significato morale ha senso e valore autentico solo per le menti semplici di questi professionisti del tifo? Oltretutto in un Paese che per anni ha permesso ad alti esponenti politici di offendere ripetutamente l'unico vero simbolo, la bandiera italiana, senza che nessuno abbia alzato un dito per metterli in condizioni di non nuocere? 
Ripeto: da parte mia, nessuna intenzione di minimizzare. Mi pare però che si stia perdendo il senso delle proporzioni. Cos'è stato il brutto dell'amaro pomeriggio di Marassi? I giocatori indotti a... svestirsi dei colori sociali in quanto non all'altezza della situazione? Mah: oltretutto a caldo, forse sbagliando, mi è venuto di considerarla come una forma di protesta persino nuova, spiazzante, insolita e originale, anche se del tutto intempestiva e sbagliata nelle modalità: perché molti di questi giocatori, la maglia del Genoa davvero non l'hanno onorata, mai, e anche da parte mia sarebbe auspicabile che quanto prima la mettessero nel cassetto e andassero a indossarne qualcun'altra. E tuttavia, una tale protesta avrebbe avuto più senso, valore e impatto se attuata in maniera simbolica, ossia con un semplice invito a togliersela, la casacca, senza andare oltre. E comunque una protesta del genere, purché, come detto, ben organizzata e senza trascendere in derive teppistiche come invece è avvenuto ieri, la si sarebbe potuta mettere in atto a campionato concluso e a scempio tecnico completato. Averlo fatto a cinque giornate dalla fine, con la squadra che, è questo il paradosso, sarebbe salva se tutto finisse oggi, è stata una sciocchezza, l'ennesima dimostrazione della scarsa capacità raziocinante di chi fa il tifoso sette giorni su sette e ha preso possesso dello stadio.
TEPPISTI E SICUREZZA - No: il brutto del pomeriggio di Marassi non è stata questa resa, pur avvilente,  dei giocatori ai desiderata di una parte del pubblico. Il brutto è stata l'ennesima Caporetto organizzativa e dell'apparato di sicurezza, l'incapacità di tenere fuori dagli impianti i violenti e le loro attrezzature, petardi o fumogeni che siano; l'incapacità di impedire che uno sparuto drappello di male intenzionati migrasse da un settore all'altro dello stadio con intenzioni bellicose; l'inadeguatezza di un servizio d'ordine che, oggi come al famoso derby romano del 2004, non è stato in grado di proteggere né la maggioranza degli spettatori pacifici (fra cui tanti bambini: torneranno mai allo stadio?), né quelli che stavano in campo, di dare loro la sicurezza necessaria per continuare serenamente la gara; perché se questa sicurezza ci fosse stata, credo che né Preziosi né i giocatori, il disorientato capitan  Rossi in primis, avrebbero scelto la via del compromesso (togliere le casacche) per tenere buoni i teppistelli. E se hanno scelto di comportarsi così nonostante le rassicurazioni, allora, invece di accusarli, occorre porsi pesanti e pressanti interrogativi su quanto pesante sia diventato il clima di soggezione e di intimidazione. 

                                          Marco Rossi, capitano del Genoa

Povero Marco Rossi: addirittura rimbrottato dagli alti papaveri, perché non avrebbe dovuto assolutamente sfilarsi la maglia. Addirittura rinnegato da una parte della tifoseria, lui, la Bandiera, il Capitano che ha seguito il Genoa anche in Serie C, improvvisamente ritenuto non più degno perché "gliel'ha data vinta", mentre Sculli, lui sì cazzutissimo, la divisa sociale se l'è tenuta addosso, perché non ha paura di nessuno, lui. Certo non viene in mente ad alcuno che il povero Rossi abbia scelto di fare l'unica cosa possibile, in quel momento, per evitare che la situazione degenerasse e per portare a termine quella sciagurata partita, limitando oltretutto i provvedimenti disciplinari a carico della società. 
IMPOTENZA CONTRO I VIOLENTI - Così, abbacinati dalla violazione della sacralità delle maglie, i potenti del football promettono pene esemplari e gli opinionisti annuiscono, soddisfatti. Non sono stati in grado di proteggere Marchino Rossi, gli altri giocatori, pulcini bagnati in mezzo al caos, e nemmeno gli spettatori (quasi tutti, of course) che a Marassi volevano solo stare vicini all'amato Genoa nel momento più difficile della sua storia recente. E ancora prima, molto prima, hanno lasciato sole le società, che certo non sono immuni da colpe, ma che hanno ben pochi mezzi pratici per opporsi al fenomeno della malefica invadenza di certa tifoseria (organizzata o meno) nella vita dei club. Tifoseria che si erge a portavoce di tutti i sostenitori, fuori e dentro gli stadi, perché, sai, loro vanno in trasferta e seguono la squadra tutte le domeniche, quindi ne sanno più di tutti e hanno sempre più voce in capitolo degli altri, e loro non sbagliano mai; gente che spesso tiene in scacco i club, dirigenti e giocatori, arrivando addirittura a imporre scelte strategiche che dovrebbero essere di esclusiva competenza dello staff tecnico e societario. Scindere il legame malato fra calcio e ultras è il primo di una serie di passi da compiere per cominciare a salvare questo sport: qualcuno avrà il coraggio di iniziare? 
Il presidente del Genoa Preziosi, che per qualcuno rimarrà sempre l'uomo della valigetta (mai esistita, invenzione di un fazioso giornalista locale) ma che le sue colpe "sportive" le ha ampiamente pagate (non tutti, nel calcio di Serie A di oggi, possono dire altrettanto), al termine del disgraziato match col Siena ha lanciato un grido di protesta e di aiuto forte e chiaro, senza giri di parole, come in passato, forse, il solo Lotito aveva trovato il coraggio di fare. Bene, che chi ha il potere lo ascolti, invece di lanciarsi in filippiche e reprimende populiste che sentiamo da anni, dopodiché quando passa l'indignazione del momento i motorini tornano a volare giù dagli spalti, i rubinetti ad essere lanciati in campo e i tifosi veri, soprattutto i giovanissimi, si allontanano sempre più da questo mondo, preferendo il calcio da salotto o altri sport più pacifici. 

sabato 21 aprile 2012

RECENSIONI TV - "VOLO IN DIRETTA": L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE... FABIO VOLO



Premessa: Fabio Volo (o meglio, il personaggio che Fabio Volo si è costruito addosso) è e sarà sempre destinato a far discutere e a dividere. Allo stesso modo, criticare e analizzare un suo prodotto (che sia un libro, un film o un programma televisivo) comporterà sempre, inevitabilmente, anche una critica e un'analisi su di lui, sul personaggio. Perché Volo non "presenta una trasmissione", non "scrive un libro" e basta: mette in scena se stesso, il suo mondo (o quello che vuol farci credere sia il suo mondo, ma personalmente non amo i processi alle intenzioni, non essendo ancora in grado di penetrare nei cervelli altrui). 
Nella fattispecie del piccolo schermo, Volo non è né un Frizzi, né un Conti (bella scoperta, direte voi...): non è, cioè, un esemplare (e un po' grigio) professionista dell'intrattenimento. Fin dagli esordi, fin da quando era una delle tante "Iene" in servizio permanente effettivo, ha cercato di dare una marcata impronta personale ai progetti a cui, di volta in volta, era chiamato a partecipare: di questo occorre dargli pienamente atto, prima di caricare a pallettoni il fucile della critica. 
IL MONDO DI FABIO - Il suo mondo interiore ed esteriore, Volo ha cercato di sintetizzarlo e condensarlo in poco più di mezz'ora di programma, quel "Volo in diretta" che va in onda da qualche settimana si Rai Tre, prima della mezzanotte. E tutto sommato c'è riuscito, perché quei 30 minuti (o giù di lì) scorrono via con discreta fluidità e qualche piacevolezza. Certo, in molti si attendevano lo show epocale, anticonformista, spiazzante e innovativo. E verrebbe da chiedersi perché, visto che la cosa più anticonformista che abbiamo visto fare al nostro fu il denudarsi davanti a non so quale starlette durante una puntata delle Iene. 
La verità è che il mondo di Fabio Volo è di una semplicità e di una banalità a tratti persino irritanti; il suo è uno stile ammantato di una patina di "alternativo", ma dietro il velo del nuovo, dietro la pretesa voglia di stupire, emergono i buoni sentimenti più scontati, la ricerca di un "bello" morale e materiale non troppo sofisticato, alla portata di tutte le menti. L'inseguimento, anche, di un ideale di mondo e di società più giusti e vivibili. Ricerca che procede attraverso binari "alti" (penso all'intervista a Dario Fo, o al monologo di Corrado Augias) e "bassi" (i comici, i cantanti, le ospitate di vippette e vippetti), ma in cui anche l'alto è strutturato in maniera tale da metterlo alla portata di tutti. 
FENOMENO MEDIATICO - Certo, la colpa è un po' anche sua. Per come si era presentato agli esordi, Volo sembrava destinato a diventare uno dei volti di punta della tv del Duemila (intesa come tv ultramoderna e all'avanguardia), simbolo di un nuovo modo di fare comunicazione. In realtà, fenomeno mediatico lo è diventato, ma percorrendo canali assai più tradizionali. Sui libri come sul piccolo schermo, il Volo - pensiero è: offrire serenità e leggerezza con qualche digressione verso cose un po' più "pesanti", con qualche spunto di riflessione sulle storture della realtà, a patto che anche questi ultimi contribuiscano al raggiungimento di tale serenità, che vuole dire anche maggiore consapevolezza di noi e di ciò che ci circonda. Del resto il... manifesto programmatico della trasmissione parla chiaro e non si presta a fraintendimenti di sorta: l'intento è "mandarvi a letto con una sensazione di serenità prima di chiudere gli occhi. Il tentativo insomma di darci una buona buonanotte".


BUONI SENTIMENTI - Ecco, direi che tutto sommato il suo obiettivo "Volo in diretta" lo raggiunge. In esso si avverte la necessità, da parte dell'ideatore e conduttore, di tirare fuori tutto ciò che ha dentro, un bisogno quasi "bulimico" di comunicare, di trasmettere la sua tensione a una vita equilibrata e "leggera", in pace con se stessi, e anche, perché no, a una società più giusta. Buoni sentimenti e idee che piacciono a chi sogna un mondo migliore, ma se a veicolarle sono gli interventi di gente come Gherardo Colombo, o i citati Fo e Augias, beh, le si può accettare di buon grado. 
Personaggi autorevoli che parlano di giustizia, libertà e democrazia; gente comune che spiega cosa vorrebbe cambiare del mondo attuale se avesse il potere, o che racconta vite semplici, irte di ostacoli e di momenti drammatici ma vissute con dignità: messaggi che non hanno il pregio dell'originalità, ma che mi paiono momenti di buona televisione. Momenti dietro ai quali si avverte, forse, il tentativo di emulare quel gran prodotto che fu "Vieni via con me", mai abbastanza rimpianto. Certo, più autoriale e più elaborato quello, più di grana grossa e "bignamizzato" questo, ma qualcosa di simile si intravede. E poi ogni tanto rispunta fuori il Volo trasgressivo, ricordo del tempo che fu, come nella presa in giro del "Brosio illuminato d'immenso", che qualcuno non ha gradito, ma che personalmente ho trovato nient'affatto di cattivo gusto (pesantemente sarcastica sì, ma il cattivo gusto è un'altra cosa) e anzi quasi doverosa, in un panorama di reti generaliste che negli ultimi anni a troppe ore del giorno e della notte sembrano essersi trasformate in succursali della tv vaticana, oltretutto costruendo attorno a cose terribilmente serie come la fede un circo mediatico che è, quello sì, di gusto assai dubbio.
I POST-IT E LA SIGLA - Per questo non mi sento di essere troppo severo, nei confronti di un personaggio che pure suscita in me sentimenti contrastanti. Volo ha tentato di fare un programma pieno di qualcosa, in una tv che, anche in Rai, è drammaticamente ricca di "vuoti spinti": in parte ci è riuscito, al di là degli inevitabili buchi neri, dalle ospitate di attricette tutta forma e niente sostanza a certe interviste che non riescono a mettere in luce lati poco scandagliati dei personaggi posti sotto la lente. 
Il peggio sta forse nel giochetto finale dei post-it che il presentatore lascia in giro in ogni dove per trasmettere "al mondo" messaggi... alla Fabio Volo, che spaziano dal buonismo esasperato a motti in apparenza pregni di significato ma in realtà di una superficialità sconcertante ("Sii sempre capitano della tua nave" e amenità simili, roba da twittatori incalliti). Qualche dubbio sulla sigla finale, che pure è la bellissima "Across the universe" di Rufus Wainwright: la scelta di un brano non commercialissimo sembra più che altro un vezzo per dare un "vestito" di seriosità e ricercatezza a un programma che, lo si è detto, persegue altri obiettivi e non ha certo bisogno di maschere. Un programma che, per concludere, ha fra i suoi pregi quello di saper mettere insieme tanti spunti di spettacolo in un arco di tempo estremamente stringato. Trasmissioni brevi ma abbastanza ricche: se ne sente il bisogno, in un'epoca in cui certi show sono allungati all'inverosimile, e più lunghi sono più sono poveri di contenuti. 

CALCIO 2012: QUELLI CHE.... DANZANO SUL TITANIC



Quelli che "ci aspettano (numero a caso) finali"  (di solito lo dicono allenatori - giocatori - dirigenti che hanno fatto pena per tre quarti di campionato e alla fine, per salvare la ghirba, si trovano a dover vincere tutte le poche partite restanti: le "finali", appunto); 
quelli che "adesso pretendiamo rispetto" (lo dicono i dirigenti delle grandi squadre dopo aver subito un torto arbitrale, ma ovviamente si sono ben guardati dal dire "i nostri avversari meritano più rispetto" dopo averli ripetutamente battuti grazie a sviste arbitrali a favore);
quelli che "pronto un dossier con tutti gli errori arbitrali a nostro danno" (dossier che non viene quasi mai presentato ma solo "ventilato", e al quale comunque non corrisponde mai un "controdossier" che documenti anche i favori ricevuti); 
quelli che "torti e favori arbitrali a fine anno si compensano" (come no, e io sono Brad Pitt); 
quelli che, 24 ore dopo la morte di un calciatore, sono riusciti a litigare e addirittura a convocare una riunione per decidere come recuperare il turno di campionato saltato, quando c'era un regolamento ben chiaro in proposito e sarebbe bastato applicarlo;
quelli che  "la Serie B è un campionato lungo e difficile", e su questa frase si sono costruiti una fama di esperti del campionato cadetto; 
quelli che "il triplete e la manita", ma poi non sono in grado di formulare una frase secondo le più elementari regole della grammatica italiana (PS: so io dove te lo lascerei, il segno delle dita della "manita"); 
quelli che prima avevano Gualtiero Zanetti e Gino Palumbo, e adesso titolano "StraMOUccioni"; 
quelli che "Juve - Messi, sogno possibile" (titolo davvero uscito su un giornale italiano); 
quelli che "Caracciolo più o meno vale Gilardino"; 
quelli che "ho chiarito tutto davanti al magistrato, sono sereno", e poi si ritrovano deferiti, condannati e squalificati senza sapere perché; 
quelli che sono "parte lesa"; 
quelli che "abbiamo 29 scudetti", e hanno anche ben poca vergogna; 
quelli che "Moggi è il male del calcio", ma continuano a pendere dalle sue labbra; 
quelli che "Zeman è un perdente invidioso", e oltre a non avere vergogna non hanno neanche dignità; 
quelli che hanno vinto "la Champions dei giovani"; 
quelli che comprano pippe straniere all'estero e poi si sorprendono se le loro squadre fanno pena, se il livello del campionato si abbassa e se la gente non va più allo stadio; 
quelli che lottano per andare in Europa League e l'anno dopo fanno di tutto per uscirne il più presto possibile; 
quelli che "per la salvezza potrebbe bastare il penultimo posto in Serie A", della serie: sapete mica qualcosa che noi ancora non sappiamo? 


quelli che "il codice etico", ma ogni tanto si dimenticano di applicarlo; 
quelli che il calciatore più cattivo del globo terracqueo è Balotelli, gli altri son tutti santarellini;
quelli che non vorrebbero portare Balotelli agli Europei perché  "sai, il codice etico...": tanto le Coppe si vincono con le buone maniere, non con i gol; 
quelli che si mangiano le parole eppure lavorano nella Tv pubblica al seguito della Nazionale italiana di calcio; 
quelli che "bisogna lasciare spazio ai giovani" e poi lavorano in tv (o nei giornali) da 50 anni e hanno 70 anni, e a schiodarsi non ci pensano proprio; 
quelli che continuano a giocare sapendo che nel giro di poche settimane le classifiche verranno stravolte dall'ennesimo scandalo; 
quelli che hanno trasformato il calcio italiano in un Titanic e ci stanno danzando sopra. 




lunedì 16 aprile 2012

LE MIE RECENSIONI: "DIAZ - DON'T CLEAN UP THIS BLOOD"


"Diaz" è un pugno nello stomaco. Violento da spezzare il fiato, difficile da assorbire, eppure estremamente salutare. Sì, salutare, perché il film di Daniele Vicari, uscito la settimana scorsa nelle sale italiane, apre brutalmente gli occhi a chi ancora si crogiolava nella comodità delle versioni ufficiali, squarcia il velo del silenzio, non tanto e non solo su un evento tragico che è stato ampiamente documentato sia dalle riprese effettuate sul posto all'epoca, sia dalle risultanze dibattimentali dei vari processi, quanto su cosa sia realmente stata la realtà italiana politica e informativa nei primi anni di questo secolo. Una realtà amara, ora lo si può dire, un regime democratico parziale, con i media fortemente condizionati e impossibilitati a dire fino in fondo tutta la verità su certi argomenti scottanti. 
VERITA' NUDA E CRUDA - Chi siano stati i responsabili di tutto ciò, lo dirà (e forse in parte lo ha già detto) la storia. Non è questa la sede per discuterne. Di certo c'è che in quella notte fra il 21 e il 22 luglio 2001, a Genova, prima nella scuola Diaz  e poche ore più tardi all'interno della caserma di Bolzaneto, si sono consumati momenti degni di una dittatura sudamericana degli anni Settanta. Di quelle ore, lo si detto, esistono immagini, video, testimonianze, processi. C'è Amnesty international che ha parlato di quei giorni come della "più grave sospensione dei diritti umani in una democrazia occidentale dopo la seconda guerra mondiale". Ecco perché "Diaz - Don't clean up this blood", pur raccontando un "già visto e già vissuto", spiazza e devasta le coscienze di chi ha ancora la forza di indignarsi di fronte a tali scempi: perché ciò che la pellicola mostra è la verità storica dei fatti, nuda e cruda, per nulla edulcorata (anzi), con pochissime forzature narrative. 
"Diaz" è forte di una scrittura assolutamente rigorosa, che ben poco spazio concede a fantasiose derive romanzesche. La ricostruzione filmica lascia a volte il passo alle immagini autentiche dell'epoca, quelle dell'irruzione notturna nella scuola e dei soccorsi immediatamente successivi, in mezzo a ettolitri di sangue. Viene mostrato tutto ciò che dev'essere mostrato, senza sconti: le percosse ai limiti dell'uccisione, le chiazze  rosso vivo sui muri e sul pavimento, l'indignazione della stampa, le false prove (le bottiglie Molotov), la cappa di piombo su Bolzaneto, le violenze fisiche e psicologiche sui fermati. Per chi ha vissuto più o meno da vicino i fatti dell'epoca, e dopo ha avuto il coraggio e la volontà di documentarsi, nulla che già non si sapesse; per chi ha nascosto per dieci anni la testa sotto la sabbia, qualcosa che forse non è facile da accettare, ma che deve essere visto. 
CRITICHE - C'è chi ha parlato di una ricostruzione troppo schierata dalla parte delle vittime del pestaggio, di uno spazio troppo esiguo e marginale dato al ruolo dei Black bloc in tutta la vicenda G8, indubbiamente complessa: è una scelta artistica e ideologica che si può condividere o meno, e la critica suddetta non è del tutto campata per aria;  da parte mia penso che parlare un po' di più dei teppisti (terroristi autentici) del "blocco nero" non avrebbe cambiato la rappresentazione di quella realtà che il film vuole descrivere, la realtà di una mattanza che nessuna provocazione precedente nei confronti delle forze dell'ordine, nessun gesto violento di una parte di manifestanti, potrà mai giustificare: e sarebbe forse stata, anche, una ennesima concessione a quella "par condicio" che ha annacquato e impoverito il dibattito politico italiano dagli anni Novanta in poi, quella regola in base a cui dove c'è chi dice bianco dev'esserci per forza anche chi dice nero. E no, signori: questo film ha detto bianco, ora attrezzatevi voi, girate un altro film o montate un altro documentario che dica nero, poi avremo modo di discuterne l'efficacia narrativa e la veridicità di rappresentazione. 
FILM POLITICO? - Si è anche detto che "Diaz" lascia fuori la politica. Beh, forse "letteralmente" è vero: non compaiono personaggi politici (se non le poche immagini degli otto grandi dell'epoca riprese dai telegiornali di quel 2001), non si parla di scelte e di decisioni politiche. Ma credo che questo film sia, in realtà, profondamente "politico", se politica vuol dire anche impegno e coscienza civile, volontà di portare alla luce del sole drammi, brutture, vergogne del nostro tempo. E' talmente "politico", "Diaz", che non a caso esce solo oggi, oggi che si sta cominciando ad alzare il velo, senza più reticenze, su una fase storica del nostro Paese che forse sarebbe stato meglio non ci fosse mai stata. Dopodiché, il compito di cercare e condannare i responsabili è della vita reale, non dell'arte filmica.



PREGI E DIFETTI - Sul piano più squisitamente tecnico, che per una pellicola del genere ha valore relativo, sostanzialmente condivisibile la scelta di non caratterizzare in modo troppo approfondito la gran parte dei personaggi, perché scopo del film è quello di mostrare una visione globale e documentaristica della vicenda, con poche ma significative digressioni su vicende personali, come quelle di Alma, giovane manifestante tedesca picchiata nella scuola, maltrattata in caserma e disperatamente cercata dalla madre, o di Luca, giornalista della Gazzetta di Bologna capitato al posto sbagliato nel momento sbagliato. Funziona solo a tratti il gioco di flashback temporali, estremamente efficace quando mostra l'assalto alla scuola visto di fuori, dalle forze dell'ordine, e da dentro, dai manifestanti, mentre in altre fasi genera un po' di confusione e difficoltà nel seguire la ricostruzione. Fra gli attori famosi del cast, troppo esigua la parte affidata a Mattia Sbragia, alto esponente della polizia che parla poco ma sembra essere il deus ex machina di tutta l'operazione, a cui sovrintende con freddezza, quasi come se stesse sbrigando pratiche d'ufficio. Azzeccato il personaggio di Anselmo, anziano militante Cgil interpretato da Renato Scarpa con semplicità e leggerezza, anche lui vittima della barbara furia della polizia. 
SANTAMARIA - E a proposito di polizia, ben poco credibile risulta invece la figura del vicequestore romano Max: Claudio Santamaria, certo, ne fornisce una interpretazione tutto sommato convincente, ma a non essere convincente è il personaggio, il poliziotto posto al comando dell'irruzione che entra per ultimo nella scuola e, a massacro ormai quasi compiuto, mostra il volto disgustato, urla ai suoi di smetterla (con grande ed efficace autorità, va detto: quando volta le spalle quelli continuano a manganellare a volontà...), arriva addirittura a chiedere scusa a  uno dei pochi ragazzi malmenati che non hanno perso i sensi (ottenendo in cambio l'inevitabile sguardo carico di odio e livore) e poi, una volta uscito, si sfoga con un superiore per l'eccessiva violenza della squadra a lui affidata. Insomma, una specie di poliziotto "buono", o se non altro "pentito", ma che in realtà piange solo lacrime di coccodrillo di qualità purissima. Figura patetica che in un film di così alto profilo non avrebbe dovuto trovare cittadinanza, così come non vi era assolutamente la necessità di infilare nel mezzo della pellicola l'inevitabile scena di sesso (o meglio, di... post sesso, con un esponente del Genoa Social Forum e la sua ragazza sorpresi dalla cinepresa nudi nella penombra di una stanza). La domanda è: perché? Perché cedere alla tentazione del pruriginoso, sebbene breve e solo accennato, anche in un'opera che trova realizzazione e compimento, che centra perfettamente il bersaglio attraverso altre vie? E' proprio necessario infilare il sesso in ogni film, dal comico al tragico, dal thriller al documentaristico? Inutile e fuori luogo, infine, la presenza caricaturale di Paolo Calabresi, compagno di lavoro di Max - Santamaria. 

venerdì 13 aprile 2012

EURO 2012 - LA MATTANZA DEI RANDAGI: E SE I CALCIATORI ADOTTASSERO CANI E GATTI?


Meno di due mesi a Euro 2012. Un appuntamento che questo blog cercherà di raccontare e commentare nel dettaglio, un po' come fatto per il Festival di Sanremo, compatibilmente con eventuali impegni del sottoscritto. Il primo post sulla rassegna continentale lo vorrei però dedicare a un aspetto dell'evento che di calcistico ha ben poco. Anzi, diciamola tutta: ha ben poco di umano e di civile. 
La strage di animali randagi in Ucraina: se ne è parlato parecchio in questi mesi, più sul web che attraverso i media tradizionali, a dirla tutta. Cosa sta succedendo? Accade che in Ucraina, uno dei due Paesi (l'altro è la Polonia) designato per ospitare l'Europeo di football, si stia attuando un'eliminazione sistematica di cani e gatti randagi, anche con metodi di rara crudeltà. Perché? La nazione, si dice, deve presentarsi agli occhi del continente e del mondo, in occasione di questo grande evento sportivo, linda e pulita. Anzi, "ripulita". Dare di sé un'immagine "positiva" e allettante anche per il turismo del futuro, mostrando una realtà ordinata e rispondente ai più moderni canoni di vivibilità: e pare che per raggiungere un tale obiettivo non basti costruire e rimodernare infrastrutture, stadi, strade, alberghi e quant'altro; no: secondo qualche "illuminato" occorre "ripulire" il territorio sbarazzandosi degli animali. Siamo nel terzo millennio, ma a sentire certe cose non si direbbe.
MATTANZA - Detto, fatto. Così, come ha scritto il Fatto Quotidiano on line in un articolo del 28 febbraio scorso, "gli animali vengono uccisi a migliaia, avvelenati, presi a bastonate o a fucilate. A incentivare questo massacro sono all’inizio proprio le autorità locali, pronte a tutto pur di “ripulire” le strade delle loro città in vista delle partite dell’estate prossima. I cani vengono raccolti a centinaia dalla neve sporca di sangue, alcuni bruciati, altri buttati nell’immondizia, altri ancora in enormi fosse comuni ricoperte poi dal cemento". Nell'autunno scorso, in seguito alle proteste sempre più pressanti delle associazioni animaliste e dell'opinione pubblica internazionale, il Governo locale aveva annunciato il "divieto allo sterminio", impegnandosi nel contempo a mettere in cantiere la costruzione di adeguate strutture per il ricovero degli animali senza padrone. Promesse che però, a quanto pare, sembrerebbero cadute nel vuoto: sul giornale web "Il cambiamento" si legge infatti, a inizio aprile, che da allora "le stragi sono continuate ininterrottamente... Testimone della mattanza dei randagi, il fotografo Andrea Cisternino, il quale ha dichiarato all'agenzia di stampa Ansa: “Continuiamo a vedere e filmare cani morti nelle strade e a soccorrere quelli sopravvissuti. Nel centro della capitale Kiev, città i cui dati parlano di 12mila randagi, di fatto non se ne vedono più, mentre prima c'erano interi gruppi”.
INCIVILTA' - Non sono necessarie troppe parole per commentare quanto sta accadendo: coloro che si macchiano di scempi simili non possono che essere organismi viventi senza testa e senza cuore, personaggi incivili e senza alcun rispetto per la vita in ogni sua forma. La speranza è che essi non siano espressione della più generale inciviltà dell'intero Paese, ma non ho i mezzi per fare valutazioni del genere. Di certo, dentro costoro c'è uno spaventoso vuoto culturale e morale. Per quanto il randagismo possa rappresentare, da quelle parti, un problema sociale e "urbano" più grave di come lo si possa percepire da noi (si è letto anche questo, in vari resoconti degli ultimi mesi, e a questi mi devo attenere), non ci vuole una laurea per capire che tanti altri sistemi siano adottabili per limitare il fenomeno, garantendo nel contempo agli animali la salvezza e un dignitoso mantenimento in vita, loro pieno diritto. 
IL RUOLO DEL CALCIO, IL RUOLO DELL'UEFA - Tengo subito a sottolineare una cosa, per quanto di scarsissimo rilievo in confronto alla morte violenta di tanti esseri innocenti: leggendo commenti su blog, social network e siti di informazione, da quando è scoppiato il caso, è percepibile un generalizzato attacco al calcio in quanto tale, quasi fosse esso il responsabile della mattanza. Chi odia il pallone (ma perché odiarlo? Se una cosa non piace, come è lecito che sia, la si ignora e basta) ha trovato in questa vicenda terreno fertile per scaricare ulteriore veleno sul mondo della pedata e dei suoi protagonisti, mostrando sconcertante superficialità e anche un pizzico di populismo. Signori, il calcio in sé per sé c'entra ben poco, anzi, direi quasi nulla: prima dell'Ucraina, tanti altri Paesi, in ogni parte del mondo, sono stati scelti dagli organismi preposti (le varie federazioni internazionali) per ospitare queste manifestazioni, dai Mondiali agli Europei, ma mai in nessun altro posto si era assistito a uno scempio del genere. E' evidente che fra le richieste mosse da tali federazioni ai Paesi anfitrioni non vi sia, né mai vi potrebbe essere, l'eliminazione sistematica, anche con metodi violenti, degli animali randagi. 



Detto questo, non bisogna nascondere la testa sotto la sabbia: l'UEFA ha fatto ben poco per arginare il fenomeno. Sempre dal già citato articolo del Fatto quotidiano, emerge che, nell'autunno scorso, "la Uefa fa sapere di aver mandato due lettere, la prima al vice premier Ivan Vasiunnyk il 23 settembre 2009 e la seconda al suo successore Borys Kolesnikov il 1 giugno 2010, invitandoli a “prendere i giusti provvedimenti per risolvere la questione”. Non è molto, onestamente; inoltre "a fine novembre l’Uefa ha detto di aver effettuato una donazione alla Protezione animali di Kiev per finanziarne le sue attività, ma tra i volontari nessuno ha mai visto un euro”. Quanto avrebbe stanziato l’Uefa? “Non è dato saperlo”, risponde Cisternino. “Sta di fatto che il 25 gennaio 2012, nel corso di una manifestazione animalista di fronte al parlamento di Kiev, il ministro all’Ambiente ucraino Mykola Zlochevsky ci ha incontrati e ci ha detto che stavano cercando i soldi per continuare le sterilizzazioni”. Insomma, dove sono finiti i soldi dell’Uefa?". 
SPERANZE VANE? - Insomma, da parte della Federazione calcistica continentale e del suo ambizioso capo, Michel Platini, sarebbe auspicabile qualche mossa più decisa. Ma è lecito attendersi prese di posizione coraggiose e ufficiali da parte di un calcio che nel 1978, per dire, accettò quasi senza batter ciglio la possibilità di andare a giocarsi un Mondiale in un'Argentina funestata da una dittatura militare che torturava, uccideva e occultava migliaia di giovani innocenti? E, più in generale, cosa aspettarsi da un movimento sportivo che quattro anni fa è andato a celebrare la sua massima espressione, i Giochi Olimpici, in quella Cina per tanti aspetti discutibile, sul piano della democrazia e del rispetto dei diritti umani? Lo sport ha scelto questa strada, cioè salvaguardare sempre e comunque l'aspetto agonistico, rendendolo impermeabile a condizionamenti derivanti da fattori politici o sociali. Se sia una strategia giusta o meno non lo si può valutare qui, in poche righe.
INIZIATIVE POSSIBILI - Riguardo alle singole Federazioni calcio, qualcosa in più sarebbe invece possibile fare. Attenzione, non mi sognerei mai di chiedere, come in molti hanno fatto, addirittura un boicottaggio del torneo. Follie da sognatori. Ci sono interessi economici enormi in ballo, ci sono le carriere di atleti che, giustamente, attendono quel momento come uno dei più importanti della carriera, e non è giusto chieder loro di rinunciare. 
Ma dirigenti e calciatori, una volta in terra ucraina, potrebbero emettere comunicati ufficiali di protesta, partecipare alle iniziative degli animalisti, prestare i loro volti per campagne pubblicitarie contro la strage, far sentire concretamente la loro voce sia nelle conferenze stampa sia in campo, che so, con striscioni da srotolare a sorpresa al momento di entrare sul terreno di gioco o prima degli inni (ma in quest'ultimo caso potrebbero crearsi incidenti diplomatici con le autorità locali, e forse nemmeno i governanti calcistici apprezzerebbero). 
ADOZIONI - La cosa più bella, più rivoluzionaria, più spiazzante, potrebbe essere questa: tutti i 368 giocatori convocati (23 per ciascuna delle 16 Nazionali finaliste) adottino un randagio ucraino, e facciano lo stesso i 16 Commissari tecnici. Ecco, questo sì che sarebbe un messaggio veramente "devastante", nella sua positività: una lezione morale a chi ha dato il via libera a questa mattanza, una lezione da impartire senza il timore di incorrere in multe o sanzioni. Cristiano Ronaldo, Podolski, Iniesta, Van Persie, Buffon: tutti con un cagnolino o un gatto ucraino in braccio, da portare con loro al ritorno a casa dopo la conclusione dell'Europeo. E' proprio impossibile? 


giovedì 12 aprile 2012

GENOA: COSA FARE PER SFANGARLA

Cercasi ricetta per rivitalizzare squadra di calcio dall'encefalogramma piatto. Il più piatto della Serie A. Cadono le braccia, di fronte a questo straziante Genoa versione bisesta e funesta. E dico subito che ho esitato a lungo prima di scrivere queste righe, perché io sono genoano (non essendo giornalista posso dirlo, senza problemi, e del resto quei pochi che seguono il mio blog se ne saranno accorti): il mantra del perfetto tifoso recita infatti che "bisogna sostenere la squadra sempre e comunque, fino all'ultimo minuto dell'ultima giornata: solo così potrà superare il momento difficile e tornare a esprimersi su livelli dignitosi". Bene (anzi, male): atteso che questo sostegno indefesso (che c'è stato, eccome se c'è stato) non ha prodotto la scossa auspicata, e i giocatori continuano a vagare per il campo come autentici fantasmi, è forse il caso di cambiare registro, non vi pare?
STRIGLIATE NECESSARIE - Bastone e carota, si dice. Ecco, archiviamo per un attimo la carota e prendiamo in mano il bastone. Metaforico, ça va sans dire. Visto che le coccole non sono servite a far ritrovare fiducia e animus pugnandi alla squadra, giusto che i falsi miti in maglia rossoblù vengano messi di fronte alle loro responsabilità, anche brutalmente. Ritiri punitivi, strigliate presidenziali. Tutto fa: anche un allenatore che li faccia "correre", che li prenda di petto nello spogliatoio e che, se necessario, non si periti di tagliare i rami secchi, buttando nella mischia solo chi ha fiato, voglia ed energie mentali per sfangarla in questo finale di campionato. Una figura di allenatore che non pare coincidere col ritratto di Malesani, ma ormai è tardi, forse, per un ulteriore cambio, anche se conoscendo Preziosi non si sa mai, ma sarebbe la definitiva ammissione del fallimento globale della gestione del progetto 2011/12 (a proposito Prez, apprendo solo ora: in bocca al lupo e si riprenda presto dal malore accusato, il calcio è sempre e solo calcio, ma con la salute non si scherza).
E' tardi, perché i semi dello sfacelo sono stati gettati proprio con la scelta estiva dell'allenatore, e chi ha visto giocare la squadra in autunno, quando faceva punti in maniera fortunosa e discutibile, sa bene che il disastro stava facendo anticamera già in quei giorni. Ne riparleremo, così come riparleremo degli errori - orrori in serie commessi a livello dirigenziale. Ora è il momento di percorrere ogni strada rimasta (poche, molto poche) per rivitalizzare questo gruppo e condurlo a una salvezza che pare quantomai problematica. 
TUTTI I GUAI DEL GRIFO - Certo, il presente offre prospettive grame: il Grifo è una squadra solo nominalmente. Non c'è uno straccio di gioco, non c'è mai stato se non all'inizio della gestione Marino, quando l'entusiasmo e un Gilardino in buona forma avevano mascherato le magagne e creato girandole offensive spaventosamente efficaci. Non c'è condizione fisica, sia a Novara che col Cesena i ragazzi hanno finito in debito d'ossigeno, messi alle corde da avversari già virtualmente retrocessi. C'è un blocco psicologico terrificante, ed è ciò che lascia meno speranze, perché è un blocco che non svanisce nemmeno col pubblico che ti sostiene senza remore, nemmeno quando trovi i gol (e il Genoa bene o male li trova quasi sempre) che in teoria dovrebbero metterti le partite in discesa. Difetta la concentrazione, perché un errore difensivo come quello commesso sul gol di Mutu è da oratorio. Si insiste su giocatori che sono ormai, per diversi motivi, corpi estranei alla realtà rossoblù, mai entrati in sintonia con l'ambiente né sotto il profilo tecnico, con presenze quasi dannose sul terreno di gioco, né su quello "morale", perché se tutti avessero l'orgoglio e l'attaccamento ai colori di Sculli e Rossi forse ora non ci si troverebbe in questa situazione. 
PRECEDENTI INCORAGGIANTI - Si ritorna al punto di partenza: come se ne esce? Non lo so, ammetto candidamente. Il calcio a volte vive di sottilissimi equilibri, di percorsi mentali imperscrutabili. Quando tutto sembra volgere in tragedia (sportiva), ecco d'improvviso che si rialza la testa e si viene fuori dal tunnel. guardate la Fiorentina: vista col Chievo e in altre fallimentari occasioni, chi avrebbe messo due soldi bucati su una sua repentina resurrezione, con affermazione in casa del Milan (allora) capolista? E pensiamo a ciò che accadde due anni fa, gli appassionati lo ricorderanno: Udinese e, soprattutto, Lazio, erano imprevedibilmente alle soglie della zona retrocessione, sembravano in caduta libera, in pieno scoramento, incapaci di produrre gioco secondo le loro elevate qualità tecniche: poi, all'improvviso, le cose presero a girare per il verso giusto, la classe superiore di friulani e romani reclamò i suoi diritti e le due compagini misero insieme quelle poche vittorie utili a venire fuori dalle sabbie mobili. Così, d'amblè, sfatando fra l'altro uno dei tanti luoghi comuni del calcio, ossia che una squadra costruita per traguardi medio - alti sia destinata ad andare in forte difficoltà e a sprofondare, se per una serie di circostanze si ritrova coinvolta nella lotta nei bassifondi. 
Non è vero e non deve essere così: che fior di professionisti, gente che vive nel calcio da anni (e l'età media del Genoa non è bassissima...) non sappiano che a volte le cose possono girar male, e che in certi casi bisogna adeguarsi al nuovo andazzo e reagire di conseguenza, sinceramente fa sorridere. E' un meccanismo psicologico da bambini dell'asilo: un imbarazzo morale che può insorgere per qualche settimana, ma che poi, di fronte alle difficoltà, deve essere spazzato via dalla voglia di venirne fuori, dalla consapevolezza della propria classe, dalla fiducia nei propri mezzi, dal desiderio di onorare una maglia gloriosa: se non ci si riesce, non si è veri atleti e, soprattutto, non si è veri uomini. 
Trovo più plausibile, nonostante tutto, il paragone con Lazio e Udinese 2009/10 di quello con la Samp dell'anno passato: rispetto ai blucerchiati, questo Genoa, pur così male in arnese, è decisamente più dotato tecnicamente, soprattutto dalla cintola in su. La Samp non aveva un Frey paratutto, un Biondini a sfiancarsi nel mezzo, una coppia (seppur stropicciata) Gila - Palacio in avanti, e due bandiere, Rossi e Sculli, a gettare sempre il cuore oltre l'ostacolo. E, soprattutto, il Genoa società, nonostante l'orribile catena di errori di cui alla fine sarà doveroso chiedere conto (e da queste parti sconti non se ne faranno, comunque vada), non ha mai dato l'impressione di marciare verso una progressiva smobilitazione, anzi. 
SPERANZE - Basterà tutto questo a evitare il baratro? Dopo le ultime due partite essere ottimisti è dura. Anche il calendario favorevole assume relativa importanza, se poi si rischia di perdere la partita più favorevole in assoluto, in casa con l'ultima in classifica. E' anche vero che a un Lecce modello Champions fino alla fine non riesco proprio a credere: e, a proposito di Lecce, c'è solo da sperare che la giustizia faccia il suo corso, se ciò che sta emergendo verrà confermato. Ciò che Palazzi ha tolto al Genoa nel 2005 potrebbe essere restituito quest'anno, ma è prematuro parlarne e soprattutto è triste aggrapparsi a fattori extracalcistici per salvare la ghirba. 


                             Sampirisi, uno dei giovani della rosa rossoblù, contrasta Sneijder

LARGO AI GIOVANI - Sul campo, a questo punto non scarterei soluzioni drastiche: fuori i pesi morti, dentro giovani motivati. Da Sampirisi ad Alhassan, da Sturaro a Jorquera, sicuri che farebbero peggio di chi in queste settimane ha timbrato il cartellino del minimo sindacale e mostrato una mancanza di personalità disarmante? Dopodiché ci vuole anche un po' di fiducia: andare a Milano col piglio delle vittime designate, confidando nelle sfide casalinghe per fare i punti necessari, è il miglior viatico per la retrocessione. Con qualcuno dei giovani suddetti, con Kucka a coadiuvare Biondini (troppo solo, ieri) nel lavoro di rottura e di rilancio, con Belluschi (se recupererà) a portare idee e vivacità assai più del deludente Veloso, col Milan costretto ad attaccare lasciando spazi nei quali Gila e Palacio potrebbero trovare le dinamiche giuste per puntare verso la porta, sicuri che la recente impresa della Fiorentina non sia ripetibile, almeno a metà? Crederci bisogna, e ciò che conta non è tanto che ci si creda noi tifosi (quella del dodicesimo uomo in campo è una favoletta a cui ormai, nel 2012, possono abboccare solo i sempliciotti) quanto che ci credano, furiosamente, belluinamente, tecnico e calciatori. Ma ne avranno la forza? La speranza, come si dice, è l'ultima a morire...