martedì 29 maggio 2012

27 ANNI FA LA STRAGE DELL'HEYSEL (2)


                                     I morti nel settore Z dopo la carica degli Animals

LA STRAGE DEL SETTORE Z - Ciò che accadde dopo è, purtroppo, cronaca nera trasformatasi in storia. Ricostruzioni scritte e parlate, in questi 27 anni, ce ne sono state a iosa. Limitiamoci dunque a dare singoli flash: le cariche violente e ripetute dei teppisti pseudotifosi del Liverpool, accecati dall'odio e pieni di alcool fino alle orecchie, verso il settore Z della curva nord dello stadio belga, i cui pacifici e inermi occupanti non solo non opposero resistenza, ma anzi fuggirono, presi da un sacrosanto panico, cercando salvezza verso il campo di gioco e, nel contempo, spostandosi sulla destra, verso il muretto di sostegno laterale della curva. 
Mentre gli inglesi assaltavano e venivano giù a ondate sempre più furenti, picchiando, anzi massacrando con spranghe, bottiglie rotte e pezzi di cemento asportati dai gradoni i poveri tifosi che incontravano sulla loro strada, questi ultimi si ritraevano sempre più; in breve in uno spazio ridotto, in basso a destra, si assembrò una quantità enorme di persone: la pressione di quella massa sul fragile muretto di sostegno divenne insostenibile e la struttura crollò, facendo precipitare al suolo, per alcuni metri, diversi tifosi: alcuni trovarono la morte, per altri, paradossalmente, fu una via di salvezza, la valvola di sfogo all'innaturale cumulo umano che si era formato. 
Nel mentre, nella calca in molti morivano schiacciati, calpestati e asfissiati, altri lacerati e infilzati dalle recinzioni metalliche che separavano la gradinata dal terreno di gioco, contro le quali gli sventurati erano stati compressi dalla folla urlante e in cerca di salvezza alle loro spalle. Recinzioni che alfine furono abbattute dalla spinta della marea umana, visto che gli addetti alla sorveglianza a lungo impedirono ai tifosi terrorizzati l'ingresso sul prato, arrivando addirittura a manganellare chi riusciva a scavalcare. Una Caporetto senza se e senza ma delle forze dell'ordine e del sistema di sicurezza, superficialità e dilettantismo allo stato puro. Il bilancio immediato di quella follia (follia ultras e organizzativa) fu di 38 vittime, la 39esima si aggiunse nei giorni successivi, spirando dopo una breve agonia. 


                                     Il settore Z semivuoto e disastrato dopo la catastrofe

LA PARTITA - Quello del match vero e proprio è un altro punto dolente della vicenda. Giocare per consentire alle forze dell'ordine di organizzare in sicurezza l'uscita dallo stadio, così pareva e così i capitani delle due squadre, Neal e Scirea, avevano annunciato all'altoparlante in un messaggio alle rispettive tifoserie. D'accordo: ma poi perché dare veste ufficiale alla gara? L'aver fatto giocare una finale di Coppa Campioni "burocraticamente autentica" in uno stadio - cimitero, coi morti che, probabilmente, al fischio d'inizio erano ancora allineati all'ingresso della tribuna centrale, rimane una vergogna incancellabile, la perdita della verginità per un certo tipo di calcio già professionalizzato ma ancora genuino, un calcio che scomparve definitivamente quella sera di tarda primavera. 
Interrogativo meno rilevante ma ancora oggi molto sentito: fu partita vera, sul piano tecnico? Sì e no. No di certo nel primo tempo, giocato a ritmi nemmeno da amichevole, ma da accademia, con toni agonistici quasi inesistenti e pochi affondo davvero pericolosi, non più di uno per parte. Tutt'altra musica nella ripresa (che qualche funzionario Uefa, nell'intervallo, abbia ricordato alle due squadre che di partita ufficiale si trattava, e quindi era il caso di mettere nella contesa un po' più di combattività? Mia supposizione, sia chiaro): i giocatori cominciarono a fronteggiarsi con vigoria fisica sempre maggiore (su tutti un Tardelli assai battagliero), la Juve creò pochino in avanti e badò soprattutto al controllo degli avversari, in particolare con un Brio ineccepibile in marcatura sul temutissimo Rush; un paio di volte riuscì però ad azionare il contropiede, e con uno di questi fece centro: lancio lungo di Platini per il velocissimo Boniek, fuga centrale e atterramento ben prima di entrare in area: l'arbitro svizzero Daina concesse un incredibile rigore e Roi Michel lo trasformò. 
Gli inglesi reagirono furiosamente, Tacconi si erse a miglior uomo in campo sventando due palle gol nitidissime, poi il direttore di gara, lui invece peggiore in campo, non sanzionò col penalty un intervento falloso in area di Bonini. Secondo molti questa è stata una vittoria "meritata" dalla Juve: per quel che può valere (nulla, perché quella sera il calcio nulla valeva) non lo fu: i bianconeri ebbero poche occasioni, al contrario degli avversari; sì, azzeccarono il match sul piano tattico ma vinsero, alla resa dei conti, grazie a un rigore inesistente a favore e uno nitido a sfavore non concesso: i successi meritati sono altri.


                                            Platini segna su rigore all'Heysel

L'ESULTANZA - Rimane la constatazione di come la trance agonistica possa davvero annebbiare la mente, far perdere il lume della ragione, rendere incapaci di valutare le situazioni nella loro globalità, quasi regredendo all'età infantile: non in altra maniera riuscirei a spiegare il clima di ritrovato entusiasmo sugli spalti che caratterizzò la fase finale della contesa, e soprattutto l'esultanza finale dei giocatori torinesi, prima con salti e urla di giubilo sotto la tribuna d'onore, poi con un mezzo giro di campo transitando sotto la curva del tifo organizzato juventino. Tutto documentato dalla tv, mentre non esistono testimonianze video, e ne esistono pochissime fotografiche, del ritorno in campo, poco dopo, di Platini e compagni con la Coppa, consegnata loro negli spogliatoi da un funzionario Uefa o, forse, direttamente dal presidente della Federazione europea di calcio, Jacques Georges. 
Scene spiegabili, ripeto, con una trance agonistica accresciuta dalla lunga attesa del match (il cui inizio era slittato di circa un'ora e mezza), oppure dall'ambiguità, dalla mancanza di chiarezza da parte delle autorità: se hanno chiesto di giocare la situazione non può essere così grave, si devono essere detti in molti in campo e sugli spalti, sennò con che coraggio si può fare calcio in uno scenario di morte? Ma qui si aprirebbe un altro capitolo infinito: i giocatori sapevano? E, se sì, quanto? Ancora oggi esistono versioni discordanti: nel decennale dell'Heysel Tacconi ammise che lui e i suoi compagni erano a conoscenza della tragedia. Testimonianze precedenti e successive vanno in direzione parzialmente opposta: si sapeva, sì, ma non del tutto. 
La sensazione è che molti dei protagonisti siano oppressi da un insostenibile senso di vergogna, e che quindi incontrino tremende difficoltà nell'ammettere che, sì, quella maledetta notte loro sapevano, ma un po' furono costretti a comportarsi in un determinato modo, a "recitare una parte", a fingere una partita vera e una vittoria vera per "ragion di Stato", un po' lo fecero spontaneamente, perché è ciò che succede quando calchi il campo di gioco e il pallone comincia a rotolare: tutto il resto scompare, conta solo il gol. E' pazzesco, ma sono stati scritti saggi corposi sulle potenzialità anche psicologiche e sociali del football, c'è ben poco di che sorprendersi. 
Diverso il discorso per chi, il giorno dopo, scendendo la scaletta dell'aereo che lo riportava in patria, alzò la Coppa al cielo; e ancora più diverso per il comportamento di tutti quei tifosi rimasti in Italia che, dopo aver seguito minuto per minuto sugli schermi di Rai Due l'evolversi del dramma, a fine partita scesero per le strade a festeggiare. Inaccettabile, imperdonabile. (2 - Fine)

27 ANNI FA LA STRAGE DELL'HEYSEL (1)

                                        
Ventisette anni fa, 29 maggio 1985, la strage dell'Heysel. Non è una ricorrenza "numericamente" significativa, come potrebbe esserlo un ventennale o un trentennale, ma tengo comunque a ricordarla, perché la sensazione (non solo mia, posso assicurarlo) è che su quel tremendo evento sia stato calato un velo di ingiusto oblio, che troppe persone e troppe istituzioni, dopo lo sdegno delle prime settimane, abbiano voluto rimuovere il tutto. Troppo ingombrante quella tragedia, nella sua assurda enormità: eppure, la si dovrebbe tenere ancora oggi come perenne punto di riferimento e monito, una ideale linea di demarcazione oltrepassata la quale, per un calcio già malato, esiste solo l'annientamento. Dell'Heysel e di quella sera maledetta vorrei, in questa sede, dare una lettura un po' diversa dalle solite, un po' più fredda e analitica. Non necessariamente migliore e più completa, ci mancherebbe. Solo "diversa". 
LO STADIO -  Contrariamente a quanto si crede oggi, la scelta dell'Heysel Stadium di Bruxelles come sede della finale di Coppa Campioni 1984/85 tra Juventus e Liverpool non suscitò, lì per lì, grossissime polemiche. Che io sappia solo Piero Dardanello, direttore dell'allora autorevole Tuttosport, ebbe modo di esprimere il proprio dissenso, ma i dubbi erano più che altro legati alla capienza dell'impianto, che per "la partita dell'anno" venne stabilita in 58mila spettatori: non certo bassa, ma sicuramente insufficiente per un match attesissimo, che aveva fatto registrare centinaia di migliaia di richieste di tagliandi (Juve e Liverpool erano considerate, pressoché unanimemente, le due squadre europee più forti del periodo, e già fin dai sorteggi estivi del torneo in molti avevano scommesso che sarebbero state proprio loro ad arrivare in fondo alla competizione). 
Inoltre va detto che lo stadio Heysel è stato per molti anni, ed era ancora in quel 1985, uno degli impianti "preferiti" dall'Uefa, uno di quelli maggiormente utilizzati per ospitare finali internazionali. Nel dettaglio, era già stato sede delle finalissime di Coppa Campioni del '58, del '66 e del '74 (quest'ultima doppia, in quanto dopo il pareggio nella prima gara il regolamento dell'epoca prevedeva la ripetizione del match, e così avvenne fra Bayern Monaco e Atletico Madrid), di altrettante di Coppa Coppe (1964, 1976 e 1980) e di una di Coppa Uefa  (l'andata del 1983 fra Anderlecht e Benfica). Vi si disputò anche l'atto conclusivo dell'Europeo per nazioni del '72, fra Germania Ovest e URSS. Era, infine, il principale teatro delle sfide ufficiali della Nazionale belga (meno di un mese prima del fatidico 29 maggio vi si era giocata Belgio - Polonia, per le qualificazioni mondiali).  
Insomma, una struttura utilizzatissima, anche in epoche di pochissimo anteriori alla data fissata per l'attesa sfida fra Reds e bianconeri. "Esternamente" poteva dunque apparire una scelta plausibile, e tuttavia, nei sei mesi che separarono la designazione della sede (avvenuta nel novembre '84) dalla disputa del match, chi di dovere avrebbe avuto tutto il tempo per effettuare gli opportuni controlli e rendersi conto dello stato dell'impianto, assolutamente non all'altezza di ospitare l'evento calcistico "del secolo" (venne definito proprio così, come è stato fatto spesso, prima e dopo, per tante altre partite, e quasi sempre a sproposito). 

                                 Panoramica dell'Heysel poche ore prima della tragedia

CURVE FATISCENTI - L'Heysel, già Stade du Centenaire, era stato costruito alla fine degli anni Venti per essere inaugurato nel 1930. All'epoca dei fatti qui ricordati aveva dunque quasi sessant'anni. Nel corso del tempo era stato sottoposto a diversi ritocchi, dalla copertura della tribuna opposta a quella centrale, in origine non presente, all'installazione di un gigantesco tabellone elettronico, passato grottescamente alla storia perché la sera della carneficina, mentre gli hooligans caricavano e la gente moriva, continuava a trasmettere messaggi di benvenuto agli spettatori, e raccomandazioni sui comportamenti da tenere per un tranquillo svolgimento della manifestazione sportiva... 
Gli ultimi interventi di restyling corposi pare risalissero alla seconda metà degli anni Settanta. Nel 1985 l'Heysel era uno stadio... squilibrato, quanto a confortevolezza e stato di conservazione: tutto sommato abbastanza funzionali e in condizioni accettabili le due tribune con posti a sedere, del tutto vetuste e arretrate le due larghissime e capientissime curve, Nord e Sud, infossate in un terrapieno, con gradoni in cemento usurato, tanto da poter essere facilmente asportato (e difatti i teppisti di Liverpool usarono i frammenti delle scalee come armi improprie, nel loro assalto agli juventini): settori accessibili da poche e strette porticine, e con vie di fuga quasi inesistenti. 
Ecco, questo è il punto: un tale stato di cose, trascuratezza e fatiscenza, non sarebbe dovuto né potuto sfuggire agli organizzatori dell'evento e ai responsabili dell'ordine pubblico. E se magari era tardi per operare  uno spostamento di sede (la scelta ideale sarebbe stata rappresentata dal modernissimo Olympiastadion di Monaco di Baviera, più capiente, a metà strada fra Italia e Inghilterra), occorreva trarne le conseguenze per allestire un sistema di sicurezza e di prevenzione incidenti a prova di bomba. E' vero che all'epoca i parametri erano meno restrittivi di oggi (posti in piedi e "portoghesi" a go go), ma c'erano stati dei precedenti freschissimi a dover indurre alla massima cautela. 
PRECEDENTI PERICOLOSI - Le prime avvisaglie di teppismo inglese in continente si ebbero nel 1974, quando la finale di ritorno di Uefa fra Feyenoord e Tottenham, a Rotterdam, fu funestata da violenti incidenti causati sugli spalti dai sostenitori degli "Spurs". Nel 1980, in occasione dell'Europeo giocato in Italia, gli hooligans si ripeterono durante Belgio - Inghiterra con una battaglia sulle gradinate del Comunale di Torino, che per fortuna non erano piene (non più di 20mila spettatori): il fumo dei lacrimogeni lanciati dalla Polizia causò persino una momentanea sospensione del match.
Ma il peggio accadde dodici mesi prima di Juve - Liverpool, nel maggio '84: prima della finale UEFA di andata fra Anderlecht e Tottenham, nelle strade di Bruxelles, un tifoso irlandese ucciso e diversi feriti causati principalmente dalla violenza inglese, e incidenti con contusi anche durante e dopo lo svolgimento della gara (non all'Heysel, ma al Parc Astrid, il secondo stadio della Capitale belga). Dopo la finale di Coppa Campioni fra il solito Liverpool e la Roma, giocata all'Olimpico, nella Città Eterna, in un clima sovreccitato, si scatenò una incredibile caccia all'inglese (così la definirono i giornali dell'epoca), con una cinquantina di feriti, in larga parte britannici. E infine, pericolose avvisaglie anche da parte degli juventini, che poco prima dell'inizio della finale di Coppa Coppe col Porto, nello stadio di Basilea, iniziarono un lancio di oggetti in campo con tentativo di invasione, dopo aver aperto una breccia nella recinzione (fonte: Archivio storico La Stampa): la reazione delle forze dell'ordine svizzere fu immediata, con ingresso in gradinata a formare un provvidenziale "cordone sanitario".
Qualcosa di più di semplici campanelli d'allarme, che avrebbero dovuto indurre le autorità belghe e la federazione internazionale a predisporre uno dei più massicci dispositivi di sicurezza mai visti prima per un incontro di football. Il dispositivo ci fu, sulla carta: leggere i quotidiani dei giorni precedenti la finale è per certi versi agghiacciante, coi responsabili dell'ordine pubblico a regalare ai cronisti proclami bellicosi, a cianciare di severità massima e tolleranza zero nei confronti dei facinorosi...

                                     Gli hooligans contro le forze dell'ordine all'Heysel

CONTROLLI INESISTENTI - Parole al vento, come si sa: i controlli all'ingresso furono quasi inesistenti. Gli inglesi poterono entrare con casse di birra, quindi ubriachi e con in mano oggetti potenzialmente atti a far male, molto male. I tagliandi del settore Z, che doveva essere riservato in teoria a spettatori neutrali, finirono in realtà nelle mani di sostenitori juventini non appartenenti al tifo organizzato: cosa facilmente prevedibile e che solo gli organizzatori belgi non seppero intuire e prevenire. 
A dividere questo settore di gente pacifica e indifesa dai bellicosi hooligans (occupanti i settori X e Y) venne issata solo una doppia, fragile recinzione, della consistenza di una "rete per polli" (l'espressione ricorre spesso nelle rievocazioni dell'evento), facilmente scavalcabile, e in ogni caso talmente resistente da... venire abbattuta dai teppisti con poche vigorose spallate. A nessuno venne in mente di sistemare fra le due fazioni, a mo' di cuscinetto, una nutrita schiera di forze di polizia: le cronache narrano di non più di dieci - dodici gendarmi, che peraltro, pare, in buona parte sparirono misteriosamente poco prima delle cariche assassine dei britannici (c'è chi dice per andare a soccorrere una venditrice di hot dog aggredita poco fuori dello stadio: mi auguro non sia vero, sarebbe una pagina grottesca di una tragedia autentica). (1 - Continua). 


domenica 27 maggio 2012

EUROVISION SONG CONTEST 2012: ANALISI CRITICA (2)



Sul resto, davvero poco da dire: certo è difficile non cedere al ritmo stile "dance di Alexia" della proposta cipriota ("La la love" di Ivi Adamou), che in fin dei conti ci fa riscoprire il fascino di certi tormentoni estivi di cui, purtroppo, dalle nostre parti si è perso lo stampo; in tal senso va tutto sommato salvata anche "This is the night" del maltese Kurt Calleja, benché più di "grana grossa". Non originalissima, ma comunque apprezzabile e sostenuta da una voce possente, "Be my guest" dell'ucraina Gaitana, che chiaramente ammicca furbescamente all'Europeo di calcio ormai prossimo, con gli anfitrioni del torneo, gli ucraini appunto, che hanno molto da farsi perdonare e devono così dare fondo a ogni tipo di captatio benevolentiae, sfruttando anche la musica commerciale e la vasta platea eurovisiva. 
LA VINCITRICE E LA GRANDE DELUSIONE - In questa categoria di proposte "medie" si può senza'altro iscrivere anche la vincitrice, la svedese Loreen con "Euphoria": nulla di particolarmente disdicevole, ma nemmeno di trascendentale, ripresa di atmosfere "Titanic" (con echi di "My heart will go on") impreziosite da ampie digressioni dance. Prodotto ben confezionato ma, lo ripeto, non al punto da giustificare una votazione "bulgara" come quella vista questa notte...


                          La svedese Loreen, trionfatrice oltre i propri meriti

Forse non era la favorita numero uno, ma era il nome più atteso: tuttavia la rappresentante francese Anggun, qualche anno fa popolarissima pure da noi (chi non ricorda l'eterea eppure trascinante "Snow on the Sahara"?), ha deluso: lei ha messo tutto il suo talento, la sua energia, la sua intatta sensualità, ma il brano, pop standardizzato, è banalotto e non decolla immediatamente. Da un'artista così sofisticata e mai scontata ci si attendeva qualcosa di più di questa "Echo" leggerina assai. 

                          "La la love" di Iva Adamou: diventerà un tormentone? 

TRASH A PIENE MANI - Il panorama trash, come detto, è strabordante: difficile scegliere fra il lituano Donny Montell, che ha proposto una dimenticabile canzone neomelodica con reminiscenze in stile "Nino D'Angelo" (!), esibendosi inizialmente bendato per meglio far comprendere a chi non mastica l'inglese la sua "Love me blind" (!!),  e l'estone Ott Lepland, che con "Kuula" ha rimasticato vecchie melodie già sentite e risentite fra la fine dei Settanta e i primi Ottanta (mi è persino parso di captare echi del compianto Enzo Malepasso, "Amore mio", Sanremo 1981...). Oppure fra l'urlante albanese Rona Nishilu ("Suus") e gli inguardabili irlandesi Jedward con "Waterline", roba costruita in provetta con suoni plastificati per ragazzini senza gusto musicale. O, ancora, fra la greca Eleftheria Eleftheriou con "Aphrodisiac", nulla più che un Ricky Martin in gonnella (beh, gonnella si fa per dire, di "stoffa" ce n'era poca, in tutti i sensi...) sia nelle movenze sia nella proposta musicale, un pop dance senza un minimo guizzo di fantasia, e il turco Can Bonomo ("Love me back"), con un pezzo sciapo e poco originale, che strizza l'occhio a sonorità etniche contaminandole però con un gusto trash "esaltato" da una coreografia al limite del sopportabile. E, per quanto riguarda le nonnine russe, le Buranovskiye Babushki e la loro "Party for everybody", è la classica concessione al demenziale che spesso trova ospitalità in queste rassegne canore (ma a Sanremo accadeva con grande frequenza fino agli anni Novanta, poi si è un po' persa l'abitudine), bizzarrie che vanno accolte con simpatia quando però non vengono esaltate al rango di canzoni in grado di puntare al bersaglio grosso, nel qual caso è giusto che la benevolenza lasci spazio all'indignazione.

                          Eleftheria Eleftheriou: sensualità e poco altro

PRESENTAZIONE SNELLA - Cosa salvare, allora, di questo baraccone spesso sconfinante nel cattivo gusto? Beh, non può non suscitare ammirazione l'oceanica partecipazione emotiva, il grande entusiasmo popolare che (non in tutti i Paesi, va detto) accompagna questa kermesse. Un patrimonio che rappresenta la base fondante del successo dell'evento. Di positivo, rispetto agli schemi ormai consolidati del Festivalone nostrano, l'Esc propone inoltre uno stile di presentazione fin troppo asciutto, scarno, ridotto all'osso: è, cioè, una rassegna canora tout court, non uno spettacolo di arte varia con gli anchorman che assurgono al ruolo di protagonisti, con ospitate assortite di attori, atleti, nani e ballerine, gente che con la musica c'entra come i cavoli a merenda e che ruba spazio ai cantanti. 
Una volta Sanremo era più o meno così (forse un po' meno rigoroso, ma la sostanza era quella) e con tale formula ha raggiunto il successo internazionale. Il vero, grande atto di coraggio della nuova direzione artistica sarebbe tentare di tornare, almeno gradualmente, a quella struttura spettacolare (ovviamente modellata secondo le esigenze televisive di oggi). Il pubblico non l'accetterebbe più? Secondo me, il pubblico dell'era della comunicazione è estremamente condizionabile e plasmabile: per anni gli è stato offerto un Sanremo in salsa televisiva, con poca musica e tanti elementi extra, e se l'è fatto piacere, dopo aver accettato con entusiasmo, nei decenni precedenti, il semplice format "Sanremo concorso canoro". Così come, del resto, per anni gli si è offerto (e in parte gli si sta tuttora offrendo) un trashume televisivo che è roba da Medioevo, roba però che ha fatto registrare indici d'ascolto record. Tutto sta nel riabituare l'utente al "bello": i primi tempi potranno essere difficili, di sbandamento per chi propone e per chi fruisce il prodotto, ma alla lunga credo che il cambio di direzione possa pagare. 
PERCHE' L'ITALIA DEVE RESTARE NELL'ESC - Tornando all'Eurovision Song Contest, va detto che Baudo non aveva tutti i torti: qualche anno fa il Pippo nazionale, rispondendo in un dibattito tv a un giornalista tedesco, il quale asseriva che all'estero Sanremo gode di ben poca considerazione, affermò, con malcelato sarcasmo, che i tedeschi preferiscono sollazzarsi con "l'Eurofestival", alludendo in maniera non troppo velata al basso livello musicale di questa manifestazione. Il grande presentatore siciliano aveva sostanzialmente ragione, anche se, si sa, non era stata la modesta qualità della kermesse il motivo dell'abbandono dell'evento da parte della Rai. Così come, adesso, sarebbe folle allontanarsene di nuovo: all'Esc bisogna esserci, magari "turandosi il naso", come diceva Montanelli a proposito del votare DC: piaccia o no, è una platea internazionale sconfinata, che può dare celebrità e una spinta commerciale formidabile a chi vi partecipa. Questa deve essere, secondo me, la chiave di lettura del cantante e del suo entourage, la stessa chiave che propongo da anni per il nostro Sanremo: guai a dare troppa importanza alle classifiche, condizionate da troppi fattori, troppe variabili. L'importanza di tali eventi risiede nel passaggio televisivo, nella possibilità di proporre le proprie opere a un pubblico quantitativamente enorme. L'effetto "vetrina", insomma. 
RASSEGNA DA CAMBIARE - E' però anche vero che gli organizzatori dell'Esc non devono considerare la loro creatura un totem immutabile nei suoi capisaldi, come invece mi è parso di capire da "profano": intervenire sulle giurie e sui metodi di votazione mi sembrerebbe cosa indilazionabile, visti i risultati, così come dare un certo "imprinting" di maggior rigore ai metodi di scelta dei brani adottati da alcuni Stati, pur nel rispetto della tradizione e dell'autonomia decisionale degli stessi. Ne va della qualità e della credibilità della manifestazione: perché se il successo popolare e televisivo è innegabile, è altresì vero, e in Italia lo sappiamo bene, che audience alle stelle non sempre coincide con livello alto del prodotto. (2 - Fine). 

EUROVISION SONG CONTEST 2012: ANALISI CRITICA (1)



Ieri sera mi sono piazzato davanti alla tv, con curiosità e genuino entusiasmo, per seguire la finalissima dell'Eurovision Song Contest, impropriamente conosciuto dalle nostre parti come Eurofestival. L'Italia, dopo un vuoto di ben 13 anni, vi ha fatto ritorno nel 2011, piazzando l'ottimo Raphael Gualazzi al secondo posto. Quest'anno la Rai ha presentato Nina Zilli, che, classico dei classici, entrata papa è uscita cardinale. Ma di questo parlerò più avanti. Mi preme piuttosto fare qualche considerazione in libertà sulla qualità complessiva dello spettacolo messo in scena in quel di Baku, Azerbaigian. 
LIVELLO MUSICALE SCONFORTANTE - Devo dire che l'impressione è stata sconsolante. In Italia, praticamente da sempre, vige la regola del "tiro al Festival di Sanremo": cioè parlare male, sempre e comunque, del Festivalone, dei cantanti e delle canzoni che vi partecipano, della struttura dello show, delle modalità di presentazione. Ebbene, dal confronto con l'Esc, il Sanremone esce ingigantito oltre ogni previsione. Chi rimprovera l'eccesso di glamour e di pacchianeria alla rassegna canora rivierasca avrebbe dovuto osservare con attenzione quanto accaduto ieri a Baku: sotto il velo di entusiasmo popolare da Mondiale di calcio, sotto le lussuose e lussureggianti coreografie allestite per ogni esibizione, sotto gli ultratecnologici effetti scenografici dell'arena che ha ospitato lo spettacolo, c'era il nulla o quasi. Vogliamo parlare del livello musicale proposto? A guardare l'Esc 2012, sembra che l'Europa delle sette note, quanto a gusti, percorsi artistici e modalità espressive, sia rimasta ferma a quindici - vent'anni fa, se non più indietro. Assolutamente spiazzante, per chi mastichi anche solo un pochino di pop contemporaneo, l'imponente dispiego di sonorità dance anni Novanta, stile Alexia o Eiffel 65: in certi momenti, pareva di assistere a una qualsiasi tappa intermedia dei Festivalbar di quel fortunato periodo. 
Ma questo non è stato neanche il peggio: in fondo, la dance rimane pur sempre uno stile furbo e orecchiabile, se ben confezionato. E' però incredibile che le giurie europee si lascino incantare da una rielaborazione disco della colonna sonora del Titanic, decretandole un successo quasi plebiscitario (la Svezia, trionfatrice a mani basse), dall'esibizione trash delle nonnine russe (i Pandemonium e Francesco Salvi a Sanremo ci andavano già negli anni Settanta e Ottanta, di certo divertivano il pubblico ma nessuno, per amor di decenza, si sognava di metterli in lizza per la vittoria finale) o dalla rimasticatura di melodie all'italiana che persino nei primi eighties sapevano di già sentito (il rappresentante estone). 
GIURIE SCANDALOSE - Dispiace insistere sul paragone con il nostro Sanremo, ma è un terreno sul quale mi sento di poter dire la mia: il Festivalone nostro è avanti anni luce, come qualità e varietà di proposte e aderenza agli stili del momento. Ed è avanti anche per livello di preparazione e competenza delle giurie. E qui ho detto tutto, perché chi segue un minimo le sorti della kermesse nostrana sa quanti strafalcioni siano stati commessi negli anni dalle varie giurie popolari e demoscopiche. Nulla, però, in confronto a quanto si è visto a Baku: gusti musicali molto semplici, ingenui ed elementari, nella migliore delle ipotesi. Incompetenza e tradimento della funzione di giurato, nella peggiore: tradimento, perché la sensazione è che i metri di giudizio usati  siano stati quanto di più lontano ci possa essere da una valutazione artistica dei pezzi: capacità di bucare il video, presa visiva delle performance o, inaccettabilmente, simpatie tra Paesi più o meno limitrofi, veti incrociati, alleanze e scambi di favori. Orripilante davvero. Ridateci il Totip, verrebbe voglia di dire... 
ZILLI VITTIMA DESIGNATA - Ovvio che, in questo quadro così desolante, le vittime designate fossero quelle proposte un tantino più moderne, pensate, elaborate. Nina Zilli, fra le poche artiste autentiche presenti, è finita nel tritacarne. "L'amore è femmina (Out of love)" è un brano fresco, non privo di originalità, più efficace all'ascolto di quello proposto a Sanremo, che era troppo "mineggiante": lei l'ha interpretato con maturità da professionista consumata, senza sbavature. Se proprio un difetto bisogna trovare alla sua partecipazione, è l'aver optato per una versione del pezzo quasi interamente in inglese, laddove in "lingua madre" avrebbe avuto un effetto ben più fascinoso. Incredibile come certi discografici, non solo nostrani, abbiano un concetto totalmente superato di "internazionalizzazione della musica": l'uso dell'inglese spesso e volentieri serve, ma non quando va quasi a mortificare una tradizione canora di tutto rispetto come la nostra, oltretutto universalmente apprezzata per com'è, cioè senza bisogno di artifizi esterofili; ma, lo si è detto, è un problema comune a molte nazioni: ieri sera si è sentito davvero troppo inglese, laddove l'Eurovision Song Contest  dovrebbe anche essere occasione di valutare la genuinità delle varie scuole musicali locali. 

                                       Nina Zilli, penalizzata da giurie miopi


IL MEGLIO DELL'ESC - A parte questo appunto, è fuori discussione che Nina meritasse più del deludente nono posto finale; così come di più meritavano la danese Soluna Samay con "Should've known better", canzone totalmente immersa nel nostro tempo, per sonorità e impronta cantautoriale moderna, discorso applicabile anche al tedesco Roman Lob con "Standing Still": ma la Danimarca è rimasta a lungo inchiodata a quota zero, nelle votazioni conclusive, mentre la Germania ha recuperato terreno solo in extremis. Personalmente, sono rimasto colpito anche dalla proposta moldava ("Lautar" di Pasha Parfeny), intelligente rielaborazione in chiave contemporanea di stilemi della musica tradizionale locale, e dalla spagnola Pastora Soler con "Quedate conmigo", tipica canzone d'amore ad ampio respiro che poteva funzionare egregiamente già nei Novanta ma che pare tutto sommato al passo coi tempi. Più datate, ma comunque di buon impatto, le proposte bosniaca (Maya Sar con "Korake Ti Znam"), e islandese ("Never forget" a cura di Greta Salomé e Jonsi), melodie solenni e intense: soprattutto i nordici hanno proposto una soluzione, quella dell'accoppiata uomo - donna che canta lanciandosi sguardi dolci e complici per poi prendersi per mano, che fino ai Sanremo di una decina d'anni fa faceva letteralmente venir giù il teatro. Uno dei momenti di massima suggestione l'ha offerto senz'altro la macedone Kaliopi con "Crno i belo", brano oscillante fra il classico melodico e il rockeggiante, ben arrangiato e interpretato coraggiosamente in madrelingua. (1 - Continua).

                                        Soluna Samay, danese: meritava di più

venerdì 18 maggio 2012

GENOA - BILANCIO STAGIONALE: CIO' CHE SARA' (2)


                                          De Canio: ha salvato il Grifone, ma resterà? 

NUOVO ASSETTO SOCIETARIO - Enrico Preziosi si è congedato dal campionato dicendosi stanco e dubbioso se continuare o meno. Secondo me continuerà (e mollerà il Genoa, quando sarà il momento, solo dopo averlo lasciato in mani davvero adeguate): ha unicamente bisogno di ricaricare le pile dopo una stagione che gli ha procurato stress inattesi non solo sul piano calcistico (i fatti di Genoa - Siena, di cui ho diffusamente parlato in altro post, hanno lasciato una ferita profondissima), e, soprattutto, di riflettere davvero, come forse non ha mai fatto nella maniera adeguata negli ultimi anni. Riflettere su un sistema di gestione del club che, da un certo punto di vista, è l'unico praticabile per una società media come il "Zena" (comprare giovani promesse o atleti da rilanciare, valorizzarli e poi rivenderli a prezzi maggiorati), ma che può essere attuato in maniera più moderata, saggia, equilibrata. 
Anche in questo caso, non scopro l'acqua calda: il tourbillon continuo ed incessante di giocatori potrà forse divertire gli appassionati di calciomercato (fra i quali non mi annovero), ma in questi anni è parso a volte fine a se stesso, volto a mutare assetto a squadre che non necessitavano di stravolgimenti, che potevano essere confermate nelle linee cardine per una stagione in più (almeno) senza arrecare eccessivo nocumento alle casse societarie; in linea di massima, questo andirivieni è nemico della strutturazione di una realtà tecnica in grado di durare nel tempo, di una progettualità che passa in primis dalla costruzione di un nucleo stabile di giocatori, da modificare moderatamente e gradualmente, e attorno al quale operare tutti gli esperimenti che si ritengono opportuni. 
DARE CONTINUITA' - Gli effetti della mancanza di un nucleo base della squadra consolidato nel tempo si sono visti: con un gruppo storico sempre più risicato numericamente e il cui rilievo tecnico è andato via via scemando (Scarpi ormai a un passo dal ritiro, Rossi in declino, Mesto incappato in una delle sue stagioni più nere e quindi moralmente prostrato: le sue lacrime durante il fattaccio col Siena le ho personalmente interpretate anche in questo senso), lo spogliatoio è parso un porto di mare in preda a una sorta di anarchia: gente che va e gente che viene, scarso attaccamento ai colori, senso di appartenenza pressoché nullo. Il senso di appartenenza si crea anche dando un minimo di continuità al progetto tecnico: ma se attorno a te vedi cambiare costantemente tutto, e soprattutto se inizi l'avventura in rossoblù già sapendo che alle prime prove positive per te sarà il momento di emigrare verso altri e più remunerativi lidi, ti passa davvero la voglia di lottare per la maglia. Banale, ma è così per (quasi) tutti. 

                                     Gilardino (qui con Biondini e Veloso): si può ripartire da lui

Certo, fare questi discorsi proprio adesso può apparire straniante: perché disquisire di necessari consolidamenti al termine di un campionato che ha bocciato quasi tutte le scelte tecniche della società sembra un controsenso. Ma si parla, è chiaro, di filosofia da adottare d'ora in poi, di mentalità da cambiare, di voluttà rivoluzionarie del presidente da smussare. Di inaugurare un nuovo modus operandi che metta da parte la schizofrenia, per consegnare finalmente alla storia rossoblù un progetto vero, equilibrato e da perfezionare nel tempo. E allora, anche in queste settimane successive al quasi disastro, si parta da quel poco che c'è da confermare: da Frey, da Granqvist, da Biondini, da Belluschi, da Gilardino (un Gila che, prima dell'infortunio, si era mostrato calciatore tutt'altro che in fase calante, magari poco incisivo sotto porta ma in grado di far reparto e di giocare per i compagni di linea con enorme efficacia) e da Palacio. Si rivedano le posizioni di elementi che, le poche volte che son stati chiamati in causa, non si può dire abbiano deluso, come Carvalho e Jorquera. Si ceda, se proprio si deve cedere, un pezzo pregiato, per fare cassa, dopodiché ci si affidi a gente che il mercato lo conosce meglio delle proprie tasche, come può essere Lo Monaco, e soprattutto la si smetta con questa esterofilia dilagante che, come si è visto, porta solo mediocrità tecnica, al campionato italiano tutto e al Genoa in particolare. Si cerchi di riportare sotto la Lanterna qualcuno dei tanti giovani di proprietà che si stanno facendo onore in giro per l'Italia, in particolare quei prodotti del vivaio rossoblù (floridissimo negli ultimi anni) per i quali il detto "nemo propheta in patria" sembra per ora essere davvero inderogabile. 
DE CANIO: E' PROPRIO IL CASO? - Questa squadra e questa società hanno bisogno soprattutto di una bussola tecnica e dirigenziale lineare e stabile: è il punto di partenza per tornare a respirare tranquillità. Il che vuol dire innanzitutto partire dalle fondamenta: nuovo diesse e a seguire nuovo allenatore, prima di cominciare a parlare di chi va e chi viene, di nuovi acquisti e di cessioni. E, a proposito del manico, non ci si lasci commuovere dal De Canio che reclama rispetto per la sua carriera dopo una salvezza centrata fra innumerevoli difficoltà: voglio dire, se in società lo si ritiene davvero l'uomo adatto per il futuro, bene, lo si scelga senza se e senza ma, dopodiché rimane la mia convinzione che si tratterebbe di scelta di basso profilo e di ridimensionamento, anche se sufficiente a mantenere il Grifo in categoria. 
Ma se invece si vuole ambire a qualcosa in più, in giro ci sono tanti tecnici, giovani e meno giovani, più affidabili e in grado di garantire percorsi un tantinello più ambiziosi. Ambizione, attenzione, non vuol dire "parte sinistra della classifica", che è un po' un must di Preziosi, ma che solo chi non scende il campo e sta dietro la scrivania può vedere come un traguardo plausibile: chi gioca, chi si batte col pallone ha bisogno di obiettivi veri, da toccare con mano: una Coppa (Italia?), un piazzamento in Europa League. Partire puntando alla "parte sinistra" vuol dire, per una società come il Genoa, partire senza veri obiettivi, quindi togliere adrenalina ai calciatori e rischiare cali di tensione e mentali che, lo si è in fondo visto quest'anno, possono risultare esiziali. Riflettano anche su questo, dalle parti di Villa Rostan. (2- Fine). 

GENOA - BILANCIO STAGIONALE: CIO' CHE E' STATO (1)

                                                  Malesani: che delusione! 

Per il Genoa, dunque, sarà Serie A anche l'anno prossimo. Ed è l'unica cosa da salvare di una stagione che, ad un certo punto, è sembrata volgere verso il disastro sportivo più completo. A caldo, ho pensato: benissimo, ora si "resetti" e si riparta da zero. In realtà, sarebbe un grosso errore: occorre conservare la memoria dello scempio tecnico, tattico, dirigenziale e organizzativo compiuto dal luglio scorso in poi. Altrimenti, ciò che non è accaduto quest'anno è destinato inesorabilmente ad accadere presto. 
CAPOZUCCA, PERCHE'? - Certo, i primi segnali, in tal senso, non mi sono parsi incoraggianti: nemmeno il tempo di celebrare con morigeratezza (e non con i caroselli e i tuffi nelle fontane che qualche fantasioso commentatore web ha creduto di vedere) il successo sul Palermo che ha sancito la permanenza in categoria, che il diesse rossoblù Capozucca si è affrettato a rilasciare le sue imprescindibili dichiarazioni alla stampa in fervida attesa: "Palacio merita una grande squadra", ha sentenziato, lasciando intuire, tra le righe, la sua grande considerazione nei confronti del prestigio e del rango della società che, fino a prova contraria, tuttora lo stipendia. La lezione sembrerebbe servita a poco, verrebbe da dire, se a ghirba appena salvata si riprende subito a fare e a disfare, mettendo all'asta i pezzi pregiati (pochi, quest'anno, anzi, forse il solo Trenza, artefice primo della salvezza), insistendo con pervicacia in un modus operandi aziendale che è stato una delle tante cause dello sfascio. In realtà, Capozucca pare destinato ad altri lidi: prossimo alto dirigente, e forse plenipotenziario, del Grifone ansioso di riscatto potrebbe essere l'ottimo catanese Lo Monaco, ma allora non si capiscono né il senso né l'opportunità di certe sparate da parte di un uomo che verosimilmente vivrà il suo futuro professionale lontano dalla Lanterna. 
LA DELUSIONE MALESANI - Pazienza, verba volant. Torniamo a noi, a questo sciagurato campionato 2011/12 del Genoa. Difficile scrivere qualcosa di originale: i guasti erano stati fatti già in chiusura della precedente stagione, con la scelta di affidare la guida della squadra al declinante Malesani. Chi, l'estate scorsa e poi durante i primi mesi di gestione da parte del veneto, ha avuto modo di seguire con costanza le sedute di allenamento a Neustift e in quel di Pegli, ha parlato spesso di preparazione troppo blanda, del tutto inadeguata ai ritmi forsennati del calcio d'oggi. Non avendo potuto osservare in prima persona, non so se ciò corrisponda al vero, comunque sul campo si è vista quasi fin da subito una compagine dalla tenuta atletica approssimativa e che col passare dei mesi è divenuta deficitaria. 
MARINO, ALTRO PASSO FALSO - Su questo blog, modestissimamente, avevo poi sottolineato già in inverno la totale mancanza di gioco del Genoa formato Malesani, mettendo in guardia dai danni che tale situazione avrebbe potuto portare sulla classifica, se non vi si fosse posto rimedio, una volta esauriti i colpi di fortuna che in quel periodo piovevano copiosi. I timori si sono trasformati in realtà, ma non sono affatto fiero di aver azzeccato la previsione. Insomma: guida tecnica deficitaria su tutti i fronti, e successivamente la grande delusione di un Marino che aveva iniziato tra fuochi d'artificio offensivi quasi... zemaniani, ma che, una volta perso per infortunio il satanasso Gilardino, si è paurosamente involuto in un oscurantismo tattico che lo ha definitivamente relegato nel limbo degli allenatori mai sbocciati. 
TROPPE SCOMMESSE - Il peccato originale, però, lo ha commesso chi  ha messo insieme una rosa raffazzonata, disomogenea, male assortita, priva di equilibrio e troppo ricca di scommesse. Per l'ennesima volta, si è lasciato il sicuro per avventurarsi nell'ignoto: si aveva un trainer non trascendentale ma pragmatico come Ballardini; si aveva un Floro Flores reduce dalla miglior stagione della sua carriera, chiusa in doppia cifra, e dietro di lui attaccanti di spessore tecnico e agonistico in grado di crescere ulteriormente, dopo i primi timidi approcci, come Boselli e Paloschi. Si aveva una serie di interpreti di fascia destra di medio e alto livello, da Rafinha a Konko a Tomovic. 

                                             La meteora Pratto; dietro di lui, Granqvist

Ebbene, l'attacco è stato rivoltato come un calzino, lasciando, e già è stata tanta grazia, il povero cireneo Palacio come unico elemento di continuità: al suo fianco, un mediocre italiano, Caracciolo, uomo da bassa Serie A quando va bene, ma solitamente da alta Serie B, un mediocre argentino, il cavallone Pratto, e un oggetto misterioso brasiliano, Zè Eduardo, un craque solo sulla carta. Caracciolo è stato preso in extremis dopo aver inseguito tutta l'estate Gilardino (poi arrivato a gennaio), e nel caso specifico ha fatto cadere le braccia l'atteggiamento di molti tifosi, che nelle loro esternazioni su forum e blog vari consideravano tutto sommato equivalente il valore delle due punte. Pratto è stato rispedito in Sudamerica col mercato invernale, e Zè Eduardo ha indisposto tutti, ma proprio tutti, col suo atteggiamento dentro e fuori del campo: nel 2012, ancora un brasiliano che soffre di saudade, manco fosse l'Eloi dell'83, e che non fa nulla per cercare di ambientarsi. 
STRANIERI A GO GO - Più in generale, un mercato che è stato un azzardo totale: troppi stranieri sconosciuti o quasi, tutti al debutto in Italia se non addirittura in Europa, quindi con colossali problemi di inserimento: alle difficoltà di adattarsi a un nuovo quadro tecnico - tattico, più sofisticato e impegnativo di quello dei campionati di provenienza, in questi casi si aggiungono quelle di inserimento in un Paese e in un tessuto sociale il più delle volte lontani anni luce dai luoghi di provenienza. Questi rischi te li puoi prendere con uno, due giocatori, non con una sfilza di ragazzini spaesati. Così, la rosa è stata rimpolpata coi vari Birsa, Jorquera, Seymour, oltre ai citati Pratto e Zè, mentre si lasciava assurdamente scoperta la citata fascia destra, affidata in chiave arretrata al solo Mesto (che non eccelle come difensore) e più in avanti a un Marco Rossi sempre più appesantito dall'usura di anni di battaglie a tutto campo. 
INFERMERIA DA ALLARME ROSSO - Certo, c'è stata anche sfortuna: un Constant che pareva un acquisto davvero di peso (ma ipervalutato) mai all'altezza della situazione, Veloso atteso giustamente con fiducia alla stagione del riscatto (è pur sempre un nazionale portoghese) ma mostratosi definitivamente inadatto ai ritmi e alla mentalità del nostro calcio, e poi Bovo e Antonelli perennemente rotti. Ma quello degli infortuni è un altro tasto dolente: voglio dire, se ti ritrovi costantemente l'infermeria piena, e se troppi giocatori restano fuori per periodi eccessivamente lunghi, beh, non puoi addebitare tutto solo alla malasorte. Anche in questo senso, ma lo dico da profano senza voler in alcun modo sparare sentenze, può aver inciso una preparazione non adeguata, ma il dubbio che, in sede di ristrutturazione societaria, si debba buttare un occhio anche al settore medico e a quello atletico mi rimane. (1 - Continua). 

mercoledì 16 maggio 2012

RECENSIONI DAL TEATRO: "TI SPOSO MA NON TROPPO" DI PIGNOTTA & AVARO


L'amore al tempo dei social network. Un tema di grande attualità, che tuttavia il mondo dello spettacolo, dal cinema al teatro, dalla tv alla musica, non ha ancora affrontato con tutta l'attenzione che meriterebbe. Un peccato,  perché l'argomento è artisticamente quanto di più allettante possa esserci attualmente in circolazione, in grado di offrire una varietà potenzialmente infinita di spunti narrativi, più o meno seriosi, più o meno comici. E a dimostrarlo ecco una godibilissima pièce teatrale, successo di stagione della compagnia Pignotta e Avaro, "Ti sposo ma non troppo", in scena in questi giorni al San Babila di Milano.
Quella di Gabriele Pignotta e Fabio Avaro (coadiuvati nella circostanza dalle attrici Elena Arvigo e Katia Greco) è una compagnia giovane, "romana de Roma", che propone un teatro brillante, mai noioso, moderno ma in linea con la migliore tradizione della commedia all'italiana, frizzantino... come il vino dei Castelli. Un teatro mai banale, soprattutto.
Tutti ingredienti che si ritrovano nel suddetto spettacolo: il ventunesimo è il secolo in cui si può incontrare l'amore, o comunque si può tentar di "rimorchiare", anche on line, cercando l'anima gemella nel mare a volte amico, a volte ostile della grande rete web. Per qualcuno questa ricerca diventa un'evasione, l'inseguimento di un'ideale alternativa a un ménage di coppia che, nella vita reale, sta segnando il passo. Poi può succedere che chi cerca l'evasione e chi cerca il "rimorchio" si incrocino casualmente in rete: e se poi colei che cerca l'evasione e colui che cerca il rimorchio non sono altro che i due conviventi in crisi nella vita vera, e che si ritrovano su Facebook sotto mentite spoglie (o mentiti nickname, che nella fattispecie è lo stesso), beh, allora ecco l'impalcatura del racconto virare piacevolmente verso il più tradizionale canovaccio della commedia degli equivoci. 
Questo è, essenzialmente, "Ti sposo ma non troppo". I malintesi e le situazioni esilaranti si susseguono a ritmo sostenuto, senza tempi morti: certo, entro pochi anni gli effetti comici basati sugli imbarazzi derivanti dall'ignoranza informatica sono destinati ad attenuarsi, credo, perché Internet, FB e il sopravvalutato Twitter saranno sempre più presenti nella società e in ogni momento della nostra vita; voglio dire che  fra un po' di tempo difficilmente susciterà ancora una grande ilarità il vedere un ragazzone di 35-40 anni, come accade in questo spettacolo, che capisce tutt'altra cosa quando un altro gli intima "chiudi la finestra" riferendosi evidentemente alle "finestre Windows" del pc, o che non riesce proprio a comprendere il significato delle emoticons (o faccine). Ma per il momento funziona, eccome se funziona, così come funziona il crescente ingarbugliamento della vita dei quattro protagonisti, causato dalle loro storie parallele. 
Storie parallele che non sono soltanto quelle nate artificiosamente in rete: proprio il personaggio interpretato da Gabriele Pignotta, il tombeur de femmes che apre lo spettacolo chattando davanti a un monitor, e che quindi sembrerebbe destinato a recitare il ruolo dell'internauta più... internauta della commedia, in realtà  abbandona subito questa veste ultratecnologica per indossare panni più umani; anche lui però, intraprende una doppia vita: giocando sulla sua qualifica (vera) di fisioterapista, e sul fatto di operare nello stesso condominio di un noto psicanalista, si sostituisce a quest'ultimo (in vacanza a Cuba) per "circuire" una graziosa paziente in crisi profonda dopo un matrimonio svanito letteralmente a pochi passi dall'altare (Katia Greco). E via ad altri equivoci e altre scene spassose, per un'idea (quella del... falso psicanalista per amore) già vista, per la verità, nel film "Ex - Amici come prima", nelle sale cinematografiche a fine 2011: in quel caso, i protagonisti furono Ricky Memphis e una Gabriella Pession sorprendente per vis comica. Di chi l'idea originale? Importa poco scoprirlo, visto che in ogni caso questa giovane compagnia la sviluppa con una varietà di temi e soluzioni anche superiore a quanto avveniva nella suddetta pellicola. 
Non solo risate, come detto: i risvolti delle storie via web, in certi casi, servono per portare alla luce delusioni e insoddisfazioni latenti. Nella fattispecie, lo strano incontro su Facebook dei due conviventi (Fabio Avaro ed Elena Arvigo) mette in crisi un rapporto di coppia che stava già mostrando la corda. E si ritorna al punto di partenza: ecco, infatti, come "l'amore ai tempi  dei social network" sia un tema capace di produrre situazioni comicamente paradossali ma anche di indurre a riflessioni amare su come, proprio in questa epoca  di tecnlogia e ultramodernità, un'epoca che dovrebbe favorire la vicinanza e la comunicabilità, l'amore e la convivenza siano diventati qualcosa di estremamente complesso e difficilissimo da gestire. Pignotta e i suoi riescono anche in questo intento: far coesistere e fondere con mirabile equilibrio il piano narrativo agrodolce con quello più liberamente scanzonato. 
Sono bravi, questi quattro giovani: e le due colonne della compagnia, Pignotta e Avaro, posseggono il talento attoriale da "animali da palcoscenico" come pure quello da cabarettisti in formato piccolo schermo, di cui regalano un ampio saggio a spettacolo concluso, con una recita quasi "a braccio" per congedare il pubblico con un sorriso supplementare. Volti freschi e propositivi, avanti anni luce rispetto a tanti imbolsiti presunti talenti della risata nazionale, che varie emittenti tv ci propinano quasi settimanalmente in stanche trasmissioni comiche (che di comico hanno poco o nulla). Un gruppo da continuare a seguire con fiducia.

VERRATTI E GLI ALTRI: LO SGUARDO DI PRANDELLI VERSO IL FUTURO AZZURRO

                                            Marco Verratti, "fiocco azzurro" a sorpresa

Le pre - convocazioni di Cesare Prandelli in vista di Euro 2012 sono state qualcosa di più di un semplice primo elenco di... "papabili azzurrabili". Forse a qualcuno è sfuggito, ma si è trattato di un passaggio autenticamente epocale per il nostro calcio. Un listone azzurro così spiazzante, rivoluzionario, evocativo di scenari futuri non lo si vedeva da tempo: non fu tale nemmeno quando, invece, tutti si aspettavano un qualcosa di sconvolgente, un taglio radicale col passato, ossia dopo il disastro lippiano di Sudafrica 2010. 
Spiego meglio: con questa "convocatoria" (come si dice in Spagna), Prandelli ha lanciato un messaggio fondamentale, un messaggio che vale in parte per l'ormai prossimo impegno in Polonia ed Ucraina, ma che al contempo lo supera, proiettandosi ben oltre. Il messaggio è che, per il calcio italiano, è davvero giunta l'ora di svoltare, di costruire il futuro. E costruire un futuro degno, per un movimento come il nostro, in flessione tecnica, in crisi finanziaria e del tutto allo sbando sul piano logistico e organizzativo, significa prima di tutto spalancare le porte ai giovani, e farlo davvero, non con contentini e spezzoni di partita, ma costruendo una Nazionale nuova, fresca, piena di benzina verde. 
VOLTI NUOVI PER L'OGGI E PER IL DOMANI - Ecco, nei convocati per lo stage pre - Europeo c'è quella che, nelle intenzioni del cittì e nei voti di tutti, sarà l'ossatura della Nazionale da settembre in poi, quella che dovrà sgomitare in un difficile girone di qualificazione (da molti sottovalutato, ma ne riparleremo) per farsi largo fino a Brasile 2014. Compaiono dunque nomi che si potevano prevedere, come quelli di Ogbonna, già da diverse partite nel giro azzurro, e di Borini, la rivelazione stagionale in Serie A, uno che potrebbe recitare un ruolo di rilievo già nella manifestazione continentale di giugno; ma, al loro fianco, fanno capolino volti che pensavamo di trovare in gruppo solo dopo l'estate: Schelotto e Destro, certo, ma soprattutto il nome più spiazzante, più sorprendente in assoluto. 
VERRATTI, CASO UNICO - E già, perché alzi la mano chi si attendeva la chiamata del pescarese Marco Verratti. Già da qualche anno, la presenza sempre più invasiva di stranieri nei nostri club di A (stranieri in larga parte modesti, non mi stancherò mai di sottolinearlo) ha costretto i selezionatori della rappresentative giovanili a rivolgersi, per la formazione delle loro squadre, al torneo di B, dove spesso e volentieri trovano posto e minuti per giocare i ragazzi italiani chiusi nelle gerarchie interne delle compagini di vertice. Prandelli ha fatto un passo oltre, sdoganando questo forzato modus operandi ed estendendolo anche alla Selezione maggiore. E lo ha fatto sapendo bene che con ciò non arrecherà alcun nocumento alla solidità tecnica del gruppo: perché Verratti milita in cadetteria, certo, ma le cronache raccontano che è già giocatore da grandi palcoscenici. Ne parlano come un possibile nuovo Pirlo, ma a noi questi paragoni scomodi e ingombranti mai sono piaciuti: diciamo che si tratta di un "cervello" del centrocampo con le stimmate del grande, personalità, intelligenza tattica e versatilità, piedi estremamente sensibili, e per ora fermiamoci qui.  
I PRECEDENTI - Scelta comunque rivoluzionaria, si diceva: certo, nel passato più o meno recente altri giocatori "cadetti" hanno provato l'ebbrezza della convocazione in azzurro, ma erano casi diversi e meno "radicali". Ricordiamoci di Collovati, che nell'80-81 giocò in Nazionale e contemporaneamente in B col Milan, ma faceva parte del gruppo di Bearzot già da un paio d'anni; e ancor prima, Fulvio Bernardini avviò la sua selezione post Mondiale '74 convocando una marea di elementi, fra i quali tre militanti in B (Bertuzzo, Pirazzini e Facchi) e persino uno in C (Martelli), ma furono convocazioni un tantino provocatorie, quasi a voler "urlare" in modo clamoroso la necessità di svecchiare un gruppo ancora troppo legato alle stanche glorie di Messico '70; e furono, soprattutto, chiamate che, come era logico, non ebbero seguito.
Ci fu poi il caso degli juventini di Serie B, nel 2006/07, ma quella fu proprio una situazione particolare: sappiamo infatti che quei giocatori si erano ritrovati in seconda divisione a causa di Calciopoli, ma erano campioni d'Italia e del Mondo. E c'è stato, infine, il caso di Ogbonna, che però è entrato nel giro azzurro dopo aver già debuttato nella massima divisione. Calcio di Serie A che invece Verratti non ha ancora mai visto, così come ha solo appena assaggiato la Nazionale Under 21: ecco quindi la portata epocale di una convocazione che segna davvero un punto di svolta per il prosieguo della storia azzurra.

                                             Mattia Destro, grande stagione a Siena
                                             

PERCHE' SOLO ADESSO - In molti, come detto, si attendevano che Prandelli innovasse profondamente i ranghi già dopo il citato disastro sudafricano. Non ha potuto né voluto farlo: non ha potuto perché, soprattutto nel suo primo anno di gestione, troppo pochi sono stati i giovani capaci di emergere in maniera così prepotente da meritare di esser presi in considerazione; non ha voluto, perché comunque capì che il fallimento mondiale non era stato dovuto alla mediocrità del materiale umano a disposizione di Lippi: c'erano buoni giocatori che non erano in forma (fisica e psicologica) o che vennero stati usati male, ce n'erano altri (giovani e meno giovani) estremamente validi che il precedente tecnico aveva ingiustamente lasciato a casa, e con quelli si poteva cominciare a ricostruire qualcosa di positivo in chiave Europeo, come poi è effettivamente avvenuto.
Ma ora il vento è cambiato: le ultime edizioni di Serie A e Serie B hanno regalato una discreta fioritura di campioncini in sboccio, ed è giusto che ad essi venga subito data la possibilità di accumulare esperienza internazionale, per far sì che non si ripeta ciò che è avvenuto nell'ultimo decennio di calcio italiano, ossia ritrovarsi giocatori di 25 - 26 anni che vengono ancora considerati "promesse" e che si sono intristiti e ingrigiti in anni di panchina e di mancati contatti col football d'oltrefrontiera.
Per tutto questo, quelle di Verratti, Schelotto e Destro non rimarranno convocazioni premio: magari non andranno in Polonia, ma li ritroveremo più avanti, così come ad occhio e croce dovremmo ritrovare El Shaarawy, Astori (se già non farà parte del gruppo per Euro 2012), mentre potrebbero entrare in lizza i vari Bonaventura, Paloschi, Poli, quel Marrone che ha trovato pochissimo spazio nella Juve scudettata, ma che quando è stato chiamato in causa da Conte ha risposto alla grande e, tanto per gradire, ha chiuso la stagione con un gol nel giorno della festa; e ancora, dalla B, Insigne, Immobile, Florenzi, Donati, Capuano.... Tutta gente che deve dimostrare tantissimo, ma alla quale, lo ripetiamo, occorre dar fiducia da subito. Solo così il calcio italiano potrà tornare a fiorire. 

martedì 15 maggio 2012

GENOA BRUTTO E CATTIVO, I PRESUNTI MERITI DEL LECCE E IL BUON GIORNALISMO DI CURZIO MALTESE


                            Leccesi felici dopo il pari con la Juve: "prodezza" inutile

Premessa: fin dall'inizio dell'avventura di questo mio blog, non ho mai nascosto la mia simpatia per i colori rossoblù del Genoa. Al Genoa, però, ho dedicato solo lo spazio strettamente indispensabile, perché "Note d'azzurro" non è, non vuole essere un blog "genoano", ma è nato come un luogo  virtuale in cui, quando posso, scrivo le mie opinioni su calcio, musica, cinema, teatro, tv e quant'altro mi capiti di osservare e vivere. Siccome però non tollero le ingiustizie e la disinformazione, non posso sottrarmi alla necessità critica di ristabilire alcune verità sulla disgraziata stagione del Grifone, che peraltro mi riprometto di analizzare nel dettaglio nei prossimi giorni. 
Primo punto: nelle ultime settimane illustri giornalisti e opinionisti della tv pubblica ci hanno propinato, un po' in tutte le salse, un ritornello che francamente ha stufato ben presto, come i più beceri prodotti della musica commerciale: "Il Lecce merita la salvezza più del Genoa", trasformatosi nelle ultime due giornate, quando ormai la permanenza in categoria dei salentini era diventata del tutto improbabile, in un "il Genoa si è salvato solo perché il Lecce ha rallentato". Ora: da giornalisti Rai, ed opinionisti che hanno giocato al calcio come Boniek e Collovati (quest'ultimo, oltretutto, ex genoano), ci si aspetterebbe un'analisi dei fatti calcistici che vada oltre le sensazioni di pancia e le impressioni legate all'ultimo risultato. 
I MOLTO PRESUNTI MERITI DEL LECCE - Il punto è: ma dove mai staranno questi colossali meriti del Lecce? La squadra giallorossa, ricordiamolo, è rimasta in zona retrocessione (ossia nelle ultime tre posizioni della classifica) praticamente per tutta la durata del campionato. Sempre, costantemente, dietro al Genoa, che invece non ha mai occupato nessuno degli ultimi tre posti, nemmeno nel suo periodo più buio, ossia per tre quarti del girone di ritorno. E quest'ultimo è un altro punto esiziale: il campionato va valutato nella sua interezza, fatta di 38 giornate. Dire che il Lecce meriti la salvezza più del Genoa perché per due mesi ha avuto un rendimento elevato vuol dire poco o nulla: se i ragazzi di Cosmi hanno marciato  a ritmi da Uefa  in primavera, nei mesi precedenti avevano fatto sostanzialmente ridere i polli, laddove invece il Grifo, pur senza miracol mostrare (anzi) sul piano del gioco, aveva messo in cascina una cospicua quantità di fieno, di cui si è potuto giustamente avvantaggiare nel momento chiave della stagione.  
Ancora: quando si dice che il Genoa si è salvato solo perché il Lecce ha rallentato, onestà intellettuale e completezza d'informazione vorrebbero che si ricordasse anche che il Lecce è rientrato in corsa perché, in precedenza, a rallentare era stato il Genoa, al quale sarebbe bastato mantenere la modesta media della prima fase della gestione Marino (vittorie in casa e sconfitte fuori) per evitarsi un finale di torneo in affanno. E se il Lecce ha rallentato, forse è perché per qualche settimana ha dovuto correre a perdifiato per colmare l'enorme gap creatosi a suo svantaggio nelle settimane precedenti. E se ha rallentato è anche perché, per certe squadre di modestissima caratura tecnica e dalle mire limitate, è molto più facile inseguire che essere inseguiti, ma quando si è costretti a tirare le somme del lavoro fatto, ad andare al sodo, a concretizzare una propria supposta (molto supposta, come si è visto) superiorità, vengono al pettine i nodi della propria insuperabile mediocrità. 
Dulcis in fundo, quando si perdono quattro delle ultime cinque partite, di cui tre in casa (e due contro formazioni che si giocavano poco o nulla, Parma e Fiorentina), e una fuori contro un Chievo mentalmente già in vacanza, ottenendo un pareggio a Torino per grazia ricevuta da Buffon, e quando comunque anche nei giorni "epici" della rimonta ci si era avvantaggiati di generosi regali da parte della buona sorte (come dimenticare la vittoria in extremis a Catania?); quando accadono tutte queste cose, dicevo, chiudendo il campionato con sei punti di distacco dalla quart'ultima, dove diavolo staranno mai questi colossali meriti salvezza dei leccesi propagandati dalla Rai in primis? Collovati e company, fateci un piacere: ormai la vostra mission, da anni, consiste nell'occuparvi di Milan - Inter - Juve - Napoli - Roma e qualche volta Lazio: continuate a farlo e non avventuratevi in terreni che vi sono ostili. Se invece decidete di dedicarvi anche alle povere realtà "minori", informatevi prima di straparlare. 
CURZIO MALTESE, PRIMA FIRMA A SUA INSAPUTA - Rimanendo nel campo della disinformazione, cosa dire della prodezza di tal Curzio Maltese, sopravvalutatissimo commentatore di prestigiose testate nazionali, uno di quelli a cui vengono offerte collaborazioni di ogni tipo perché basta la sua firma per impreziosire un giornale? Il nostro, chiamato a vergare un articolo su non so quale periodico per esprimersi sui recenti episodi di tensione e violenza che hanno avvelenato il calcio italiano, con un guizzo di fantasia, roba da autentico fuoriclasse della penna, ha scritto che i tifosi genoani protagonisti della gazzarra di Genoa - Siena "sono pronipoti dei genoani che nel 1925, alla stazione di Torino, spararono colpi di pistola ad altezza d'uomo per salutare l'arrivo dei sostenitori del Bologna, rivale nella corsa allo scudetto".  Un caso di cattiva informazione da radiazione dall'Albo, un totale capovolgimento della realtà storica di quei tristi fatti del '25: alla stazione di Torino, a sparare furono i tifosi del Bologna, e fra i genovesi ci fu un ferito. Fatti ampiamente documentati non solo da numerosi libri di storia calcistica, ma anche da articoli di giornale, e di giornali sui quali lo stesso Maltese ha scritto o scrive tuttora. Sarebbe bastato farsi un giro in archivio, anche solo sui vari e ricchissimi archivi on line delle testate in questione. Bell'opinionista davvero: documentarsi prima di dare alle stampe emerite cavolate sarebbe un dovere anche per il più umile scribacchino dell'ultimo gazzettino di provincia, non dico per una prima firma. La quale però, se non ammette il suo errore, continuerà a fare opinione e a favorire la diffusione di notizie prive di fondamento. Chi legge solo la rivista su cui quell'articolo è uscito, senza andare oltre, d'ora in poi sarà convinto che nel '25 i genoani spararono ai bolognesi, perché l'ha detto Maltese. Il potere drammatico e perverso dell'informazione distorta. 
SINDACI EQUIDISTANTI - In chiusura, un saluto al sindaco di Genova, ormai fortunatamente uscente, Marta Vincenzi (ancora pochi giorni): l'anno scorso, giusto di questi tempi, con la Sampdoria pericolosamente a rischio Serie B si mobilitò in grande stile, convocando i blucerchiati a Palazzo Tursi (sede del Comune) e auspicando che Genova non perdesse una delle due squadre che la rappresentavano nella massima serie. Beh, sicuramente sono stato disattento, ma quest'anno, col Genoa che correva il medesimo rischio, non mi pare di aver udito simili voci e assistito a simili iniziative da parte della "quasi ex" sindaca. Ma diciamola tutta: sarebbe molto meglio, soprattutto di questi tempi, che chi fa politica, invece di cercare facili consensi col football, pensasse ai reali bisogni della comunità, ad esempio a mettere in sicurezza quel torrente Fereggiano che un paio di settimane fa veniva dato nuovamente a rischio, dopo l'alluvione del novembre scorso. Ma questa è davvero un'altra triste storia. 

LE MIE RECENSIONI: "DARK SHADOWS"



Peccato, peccato davvero. Potenzialmente, "Dark Shadows" di Tim Burton aveva tutte le carte in regola per diventare uno dei film dell'anno. L'idea di fondo offriva tutti gli spunti possibili e immaginabili per dare vita a un devastante (in senso buono) cocktail fantasy - horror - storico - comico. Lo sviluppo della sceneggiatura, ahimè, ha fatto sì che tutte le buone  intenzioni rimanessero sulla carta. 
Dietro gli splendidi costumi, la suggestiva ambientazione e l'imponente dispiego di effetti speciali, c'è il vuoto spinto o quasi. La vicenda, si diceva, si prestava benissimo a una lettura su molteplici livelli narrativi; pensiamo alle peripezie del protagonista, Barnabas Collins (Johnny Depp), uomo d'affari settecentesco di successo e di fascino, trasformato in vampiro per vendetta da Angelique, una strega perfida e ammaliatrice che da lui si era vista respinta (Eva Green), sepolto vivo e riportato alla luce della vita a due secoli di distanza, costretto quindi a ricominciare a vivere in un'epoca a lui totalmente ignota e ostile (gli anni Settanta del Novecento, fra capelloni, hippies e musica rock).
La "distorsione spazio - temporale" in cui il personaggio si trova proiettato, per quanto di non eccessiva originalità, è una di quelle soluzioni cinematografiche che maggiormente si presta alla creazione di situazioni equivoche e di esilaranti malintesi. Insomma, una bomba comica ad elevato potenziale alla quale, però, non è stata tolta la spoletta. Ed è colpa gravissima, perché, pur in una pellicola "multigenere" come questa, porre al centro dell'attenzione un canovaccio come quello sopra descritto significa compiere una precisa scelta di campo narrativa, ossia puntare su un deciso "alleggerimento" in chiave ironica del clima da thriller gothic - fantasy che rappresenta comunque il brodo di coltura in cui nasce  e cresce questo film. 
L'alleggerimento comico rimane invece, come detto, solo un tentativo riuscito a metà. Il guaio è che questa latitanza non viene compensata da uno sviluppo più elaborato degli altri piani del racconto filmico. Il crollo e la rinascita dell'impero finanziario dei Collins (fondato sulla pesca) sono tratteggiati senza gran dovizia di particolari, l'altera e disincantata Elizabeth (Michelle Pfeiffer), figura di riferimento della famiglia Collins in disgrazia del ventesimo secolo, rimane in abbozzo, quasi in soggezione al cospetto dei mattatori Depp e Green, nonostante il suo ruolo nella trama sia tutt'altro che trascurabile, mentre del tutto incomprensibile risulta la scelta di non dare sviluppo adeguato al personaggio di Josette (Bella Heathcote), giovane istitutrice chiamata proprio da Elizabeth Collins per prendersi cura del piccolo David, problematico bambino ancora sotto shock per la tragica scomparsa in mare della madre, col cui fantasma egli sostiene di comunicare costantemente.
Josette rappresenta la reincarnazione fisica e spirituale della donna di cui Barnabas si era perdutamente innamorato nel Settecento (scatenando le ire davvero funeste della strega Angelique): irrompe immediatamente sulla scena del film e ben presto la si vede dialogare con lo spirito della bella un tempo amata dal Vampiro protagonista, e, insomma, sembrerebbe una figura assolutamente centrale nello sviluppo della vicenda. Invece, a metà pellicola passa inesorabilmente in secondo piano, per ricomparire in un movimentato finale in cui il suo tormentato amore con Barnabas trova realizzazione in maniera del tutto imprevedibile. Ma il personaggio era così ricco di sfaccettature psicologiche che avrebbe meritato ben altro rilievo e avrebbe potuto far prendere al film una piega assai più originale e spiazzante. 
Insomma, regia e sceneggiatura paiono a tratti... malferme, indecise sulla strada da prendere, irresolute di fronte alla poliedricità di un canovaccio che, effettivamente, è estremamente complesso e multidirezionale ma che, proprio per questo, avrebbe meritato una architettura filmica di maggior spessore, più elaborata e ragionata. Sullo sfondo di tutto, un ritmo che decolla con decisione solo in chiusura, regalando per contro, in precedenza, tempi lenti e un diffuso senso di incompiutezza. Di buono, restano il personaggio di Johnny Depp, efficacemente tratteggiato, anche se, certo con un qualche eccesso critico, si potrebbe dire che il ritratto del vampiro innamorato, e risorto a nuova vita per risollevare le sorti della famiglia, stride un po' con la sua crudeltà di fondo, in certi frangenti totalmente gratuita (che ci azzecca l'uccisione  a sangue freddo dei simpatici e sfasatissimi hippies con cui si era a lungo intrattenuto attorno a un falò, per meglio comprendere il secolo in cui era stato catapultato?); la giovane Carolyn Collins, classica ragazzina anni Settanta (ma anche Ottanta, Novanta e via dicendo...) ribelle, sempre in conflitto con la famiglia, appassionata di musica "caciarona", niente di particolarmente innovativo ma resa da Chloè Grace Moretz in una interpretazione di buonissimo spessore; la figura della svitata psicanalista di famiglia dei Collins, Julia (Helena Bonham Carter), che cerca di carpire a Barnabas il segreto della eterna vita terrena con una pratica medica innovativa e.... molto, molto discutibile; e infine la colonna sonora, che attinge a piene mani dal repertorio rock dell'epoca riservando un ruolo di primo piano all'idolo di Carolyn, quell'Alice Cooper  il cui cameo a metà film sarà stato senz'altro apprezzato dai nostalgici e dai cultori del genere.  

giovedì 3 maggio 2012

VERSO EURO 2012: QUALI SARANNO I CONVOCATI DI PRANDELLI?



Mentre sta spegnendosi nella tristezza una delle più squallide edizioni della Serie A, inquinata da veleni di ogni tipo, funestata da violenza, tensioni, scandali e quant'altro, con classifiche sub judice per via delle inchieste in corso, attendiamo come una boccata di ossigeno le prove della nostra Nazionale a Euro 2012, nella speranza che gli azzurri possano contribuire a dare una ripulita alla compromessa immagine internazionale del nostro calcio. Manca poco più di un mese all'evento, cerchiamo allora di... anticipare le mosse del CT Prandelli, azzardando qualche pronostico sui magnifici ventitré che saranno chiamati a difendere i colori italiani.
PORTIERI - Qui le scelte paiono già abbastanza delineate. Nonostante la paperissima col Lecce, roba da torneo amatoriale, Buffon rimane il numero uno indiscusso, anche se, complici gli infortuni e gli anni che passano, le prodezze da "miglior guardiano al mondo" sono ormai un ricordo. Dietro di lui c'è De Sanctis, affidabile dodicesimo, mentre il terzo a rigor di logica dovrebbe essere Sirigu, protagonista di un'ottima stagione nelle file del Paris Saint Germain e quindi arricchito anche da un'importante esperienza all'estero in una squadra di caratura internazionale. Marchetti, dopo l'anno di pausa forzata, è tornato ai livelli pre Sudafrica 2010 e ha tolto molte castagne dal fuoco alla Lazio, Viviano ha recuperato prima del previsto dal grave infortunio di inizio stagione e, passato al Palermo, a sprazzi ha fatto balenare le doti che gli avevano consentito di inserirsi con merito nel giro azzurro, ma per entrambi il tentativo di ritorno nel gruppo è rimandato alle qualificazioni mondiali. 
DIFENSORI - A destra Maggio, da anni uno dei migliori esterni europei per continuità di rendimento, pilastro del Napoli (non reclamizzato come il famoso trio delle meraviglie dell'attacco partenopeo), dovrà guardarsi dalla concorrenza dello straripante Abate, che col Milan ha trovato la stagione della consacrazione; a sinistra, nel biennio di eliminatorie continentali si è ottimamente distinto Balzaretti, inesauribile sul piano fisico e continuo in fase di spinta, ma il campionato russo dovrebbe restituire a Prandelli un Criscito (scudettato con lo Zenit San Pietroburgo) più maturo e determinato del ragazzino troppo spesso timido visto all'opera nel suo primo scorcio di carriera azzurra.
Al centro si dovrebbe partire con Ranocchia, che rimane il più talentuoso della nuova generazione di difensori italiani, anche se ha pagato con un brusco calo di rendimento la deludente stagione dell'Inter, e con Chiellini, che in mezzo rimane sempre una garanzia mentre ha perso l'abitudine a giostrare sulla fascia mancina. Dietro di loro, tre giocatori che si contendono verosimilmente due posti: Bonucci sembrava in ribasso, ma nella parte finale della stagione si è ripreso e ha ritrovato anche la micidiale efficacia sotto porta; c'è Barzagli che è tornato ai fasti palermitani, pedina imprevedibilmente fondamentale per la Juve, ma c'è anche l'emergente Ogbonna, perfettamente a proprio agio nel debutto di Genova contro gli States. Difficile dire chi la spunterà, ma il giovane torinista noi non lo lasceremmo a casa, può diventare un cardine del prossimo biennio e cominciare a fare esperienza all'Europeo non potrà che fargli bene. Non ci sarà spazio per Astori, ma rimane un buon prospetto: se tutto va bene, se ne riparlerà dopo l'estate.

                                          Marchisio, punto fermo del centrocampo azzurro

CENTROCAMPISTI - Gli intoccabili sono Pirlo (fenomenale la sua stagione juventina, la speranza è che non arrivi in Polonia eccessivamente spremuto), lo straripante Marchisio, prototipo del centrocampista moderno, dinamico, di buon fisica e ottima tecnica, generoso e abilissimo negli inserimenti, e un Montolivo che, nel tormentato torneo della Fiorentina, ha mostrato una personalità in crescendo, e nel ciclo azzurro di Prandelli ha raramente deluso. L'uomo nuovo è Nocerino, motorino inesauribile, uomo di quantità ma, quest'anno, anche formidabile realizzatore: impossibile rinunciarvi. Ci sarà spazio per Thiago Motta, pedina tattica di grande utilità, e per De Rossi, che se in forma e mentalmente libero può ritrovare le sue migliori misure.  Difficile, anche se non impossibile, possa trovare un angolino Aquiliani, che pure nelle sue presenze in azzurro non ha mai demeritato: la sua stagione milanista è stata tutto sommato discreta, d'accordo, ma ancora una volta ha mancato l'appuntamento col salto di qualità che, pure, i suoi mezzi tecnici gli consentirebbero. Non ci sembra abbia attualmente le potenzialità per incidere in una grande competizione come l'Europeo. Crede ancora nella convocazione Mauri, che pur fra mille triboli (infortuni e voci sul calcioscommesse) ha forse disputato il suo miglior campionato, condito di assist e gol.

                                             Il giovane Borini, rivelazione stagionale
                                             
ATTACCANTI - Gravissimo il forfait di Giuseppe Rossi, uno dei pochi giocatori in grado di dare alla manovra offensiva la classica marcia in più, oltretutto dall'alto di una già considerevole esperienza internazionale. Recuperato invece Cassano, il quale peraltro, una volta superato brillantemente il serio problema cardiaco, si trova davanti all'ultimo bivio della sua carriera: vista anche l'età non più verdissima, o svolta adesso, diventando finalmente decisivo e risolutivo (cosa che mai gli è successa, agli alti livelli), o mai più.
Stante l'indisponibilità di Pepito, e per scongiurare il rischio di doversi affidare solo alle mutevoli lune del barese, la speranza è che Prandelli non si lasci prendere troppo la mano dal "codice etico" rinunciando alla  convocazione di Balotelli, che, fra mattane e comportamenti da immaturo (peraltro sovente ingigantiti ad arte dai media), resta il nostro terminale offensivo potenzialmente più devastante: fisico che spacca, personalità in rilievo e colpi di classe e di istinto in grado di sbloccare le partite più spinose. Ad occhio e croce, dovrebbe rivelarsi assai utile lo splendido Giovinco, fantasista - fromboliere, protagonista di un'annata monstre che lo ha visto trascinatore del Parma, balzato soprattutto grazie a lui a livelli di rendimento impensabili, visti gli evidenti limiti tecnici della squadra gialloblù. E Pazzini? Ha sempre fatto parte del progetto prandelliano, ma la sua stagione è stata al limite dell'imbarazzante: nonostante ciò, sarebbe oltremodo sorprendente vederlo fuori dal listone dei ventitré.
Mentre pare prematuramente tramontata la stella di Osvaldo, l'uomo dell'ultima ora sarà quasi sicuramente Fabio Borini, la più grande rivelazione della Serie A 2011/12, fattosi trovare prontissimo al primo vero impatto col calcio che conta e assai positivo anche al primo assaggio di Nazionale, nell'amichevole di Marassi con gli americani. Non ci stupiremmo di vederlo addirittura schierato titolare, se non in avvio di torneo quantomeno nel prosieguo. Rimarrebbe un posto a disposizione, sempre che Prandelli non decida invece di allargare la schiera dei difensori e dei centrocampisti: se lo giocheranno, crediamo, Matri, spesso chiamato dal cittì ma declinante nella Juve del girone di ritorno, e l'impagabile Di Natale, cannoniere di classe e spaventosa efficacia, il quale peraltro non ha partecipato alle qualificazioni europee ("Lo conosco bene, so quanto vale", la spiegazione standard del tecnico per giustificarne le mancate convocazioni nel biennio) e inoltre, nei precedenti grandi tornei a cui ha preso parte (Euro 2008 e Sudafrica 2010), ha mostrato di non avere grandissimo spessore internazionale, quanto a personalità ed efficacia. E tuttavia, per quello che sta continuando a fare in patria un'ultima chance la meriterebbe. Staremo a vedere...