mercoledì 22 agosto 2012

LE MIE RECENSIONI: "I MERCENARI 2 - THE EXPENDABLES 2"


Geniale, per certi versi quasi commovente. "I mercenari 2" (titolo originale "The Expendables 2"), diretto da Simon West, è più di un semplice film: è un tributo - kolossal agli "eroi di celluloide" che, negli ultimi trent'anni, hanno costruito il mito del cinema d'azione americano. Da Sylvester Stallone ad Arnold Schwarzenegger, da Dolph "Ivan Drago" Lundgren a Chuck Norris, da Bruce Willis a Jean Claude Van Damme, quest'ultimo il solo cattivo della illustre e nerboruta compagnia: ci sono tutti, o meglio quasi tutti, perché, tiratina d'orecchie per la produzione, non si può architettare un tale progetto senza buttarci dentro, per dire, anche uno come Steven Seagal... 
SATIRA - Certo, la parola tributo si presta in questo caso a più di una interpretazione: perché un'operazione - nostalgia del genere, e un cast di tal fatta, non potevano non implicare anche una chiave di lettura "satirico - umoristica" del filone portato al successo planetario dalle sopra citate "star del muscolo". "I Mercenari 2" è, certo, una summa del genere, ma anche un metterne a nudo gli eccessi per smontarli, senza pudore né ritrosie, e, in una certa qual misura, ridicolizzarli. 
La trama è esile e ridotta all'osso, e non brilla per originalità (ma quando mai sono stati insoliti e imprevedibili, i canovacci narrativi degli action movie d'oltreoceano?): una squadra di mercenari "fisicatissimi", armati fino al collo e non molto inclini al dialogo chiarificatore, è incaricata di recuperare un preziosissimo carico di plutonio, ma deve fare i conti con il sanguinario Jean Claude Van Damme e la sua banda di guerriglieri senza scrupoli, che cercano lo stesso bottino (ma per finalità potenzialmente devastanti per gli equilibri mondiali, ça va sans dire), lo recuperano e uccidono, dopo averlo preso in ostaggio, il membro più giovane della... banda dei buoni (che, ovviamente, era innamoratissimo, desideroso di tornare dalla sua fidanzata e deciso a chiudere la sua esperienza di mercenario alla fine del mese). La missione degli "expendables" diventa così anche una ricerca di vendetta per l'amico e collega brutalmente assassinato. 
PAROLA D'ORDINE: ECCEDERE - Come il duplice obiettivo verrà perseguito da questa simpatica banda di attempati combattenti è fin troppo scontato: sparatorie, sangue, morti, scontri armati e a mani nude di selvaggio furore. Ma non è questo il punto: il bello della pellicola è quell'aria di parodia, di autoironia che la permea dall'inizio alla fine. Sì, fin dai primissimi minuti: si parte infatti con il gruppo di Stallone impegnato in una missione non certo decisiva per gli esiti del film (un po' come i "preludi" dei film di 007, tipo quello con la nostra Maria Grazia Cucinotta, Bond girl per pochi e poco significativi minuti), un "antipasto" in cui il quantitativo di uccisioni, attacchi con mezzi corazzati e aerei, bombardamenti e uso di altre devastanti armi raggiungono immediatamente livelli parossistici. Perché lo scopo degli ideatori della pellicola, il deus ex machina Stallone in primis, è questo, e nemmeno troppo coperto: esagerare fino all'inverosimile, per "canzonare" le costanti narrative dei film d'azione made in USA. 
Ecco dunque i nostri invincibili imbracciare armi di inaudita potenza, mitra e bazooka, e falciare con totale nonchalance chiunque capiti loro a tiro (il sospetto è che nella furia devastatrice vengano spazzati via anche poveri uomini trovatisi a passare lì per caso, ma si sa come vanno le cose negli action movie, una sparatoria tira l'altra e il conteggio delle vittime diventa alla fine un dettaglio trascurabile, di fronte all'immancabile trionfo del bene), oppure impegnarsi in duelli all'arma bianca o esclusivamente fisici in cui mettono in evidenza doti acrobatiche fuori dal comune e si scambiano colpi che la metà, e anche molto meno, basterebbe per distruggere un toro, ma loro no, loro escono fuori dal macello con qualche ammaccatura e pochi rivoli di sangue a solcare i loro corpi scultorei. 
Ed ecco, ancora, la solita bomba da disinnescare coi secondi dell'orologio che scorrono vorticosamente verso il momento fatale, e una quantità di ordigni, proiettili e siluri che non avrebbe a disposizione nemmeno la più grande potenza militare del mondo; poi il sangue, come detto, sangue a ettolitri, e questa è un po' una novità, perché nei film d'azione classici le uccisioni mostrano spesso e volentieri un volto "cruento ma non troppo", mentre qui si sconfina quasi nello splatter (uno dei sicari di Van Damme crivellato di colpi da Stallone fin quasi a ridurlo a poltiglia, con la prece conclusiva del nostro: "Riposa in pezzi"...). 
SMITIZZARE E PARODIARE - E tuttavia anche questo indugiare nel dettaglio crudo rientra a pieno titolo nella mission della sceneggiatura: eccedere, portare oltre i limiti della realtà il modus operandi di questi eroi che "uccidono per il bene comune", esasperarlo per smitizzarlo, per dimostrare come certi film non vadano poi presi troppo sul serio, visto che ancora oggi c'è qualcuno, in ogni parte del mondo, assai insistente nel sostenere la forza malefica di "cattivo esempio" di queste opere oltremodo violente. 
Smitizzare, sì, e in definitiva ridimensionare la portata "simbolica" di questi film: nel mio piccolo, l'ho sempre fatto. Già gli "action" normali sono talmente sopra le righe da non poter non essere guardati con distacco e disincanto, se si ha un minimo di capacità raziocinante. Dopodiché, certo, le menti labili esistono da sempre e sempre esisteranno, e magari trarranno ispirazioni insane anche da pellicole in apparenza ben più innocue. Nel caso de "I mercenari 2", l'eccesso è dunque una cifra stilistica voluta e riconoscibile, che produce un effetto parodistico e sprazzi di comicità tutt'altro che involontaria. E se, fra i vari mostri sacri, Stallone e Willis riescono a conservare un barlume di seriosità, Schwarzy e soprattutto Norris assurgono al ruolo di caricature di loro stessi, un ruolo ben lungi dal depotenziarne l'efficacia nello sviluppo del film. 
Varcare i limiti fino all'assurdo e all'irrealistico, per umanizzare e far sorridere: perché questi miti del cinema forzuto e commerciale sanno non prendersi troppo sul serio, e ciò li rende ancora più grandi. Ecco quindi che "The expendables 2" chiude in qualche modo un ciclo che lascia mille rimpianti: perché prima di vedere una nuova generazione di "eroi armati fino ai denti a difesa dell'umanità" ne passerà di acqua sotto i ponti: come nello sport, i fuoriclasse non nascono tutti i giorni, e nemmeno tutti gli anni. 

PS: stacco per una settimanella: mi riposo un po', poi si torna a scrivere sul blog. Continuate comunque a passare di qui e a leggere anche i post un po' più vecchi! ;) Buone vacanze, e a presto sentirci. 

giovedì 16 agosto 2012

LA "GIOVINE ITALIA" C'E': PERDE MA PROMETTE

                                  Verratti, uno dei nuovi azzurri visti in campo a Berna

Perdere non fa mai piacere, ma ciò che deve rimanere di questo Ferragosto azzurro è il grande atto di coraggio compiuto da Cesare Prandelli. Nel calcio italiano dell'anno di disgrazia 2012, un calcio che importa selvaggiamente stranieri perlopiù mediocri e mortifica i talenti del vivaio interno con interminabili gavette e lunghi pomeriggi in panchina e in tribuna, il nostro cittì ha indicato in maniera forte e decisa la strada da percorrere per uscire dal tunnel. 
Giovani, giovani, giovani. A maggior ragione in una fase di grave congiuntura economica come quella che stiamo attraversando, e che ha travolto, alfine, anche il pallone nostrano. Se non si torna a puntare sui giovani "fatti in casa" nemmeno quando non ci sono più soldi da spendere, allora vuol dire che il nostro football è arrivato alla frutta. Ed ecco il grande gesto, quasi ... anticonformista, di Prandelli: una Nazionale verdissima per il debutto stagionale di Berna con l'Inghilterra. Dicono che citarsi non sia elegante, ma a me ogni tanto piace: il sottoscritto, molto modestamente, nel suo piccolissimo aveva auspicato e suggerito una soluzione del genere per questo primo passo post Europeo. Andate a rileggervi, se ne avete voglia, il mio "Dossier azzurro" del 5 luglio scorso, e guardate i nomi che avevo fatto per questa convocazione estiva. 
LINEA VERDISSIMA - Ecco, direi che non sono andato troppo distante dalla realtà. Anzi, semmai Cesare si è spinto persino oltre, aprendo le porte della massima rappresentativa a nomi inimmaginabili per me e, penso, per la maggior parte degli addetti ai lavori: mi riferisco al milanista De Sciglio, pochissime presenze l'anno scorso, nella stagione del debutto in A, o a Perin, promettentissimo portierino scuola Genoa che nella massima serie ha giocato una sola gara, nel 2011, e che nell'ultimo campionato di B si è fatto le ossa nel deludente (ma non per suo demerito) Padova. Poi, chiaro, nella scelta della formazione titolare l'allenatore ha preferito optare per un prudente mix fra vecchio e nuovo, puntando sul deja vu soprattutto a centrocampo, ma la volontà di sperimentare, di dare fiducia e minutaggio a volti nuovi, è stata rispettata fino in fondo. 
INGHILTERRA PIU' SQUADRA - Si è perso, dunque, ma poco importa. Fra le due contendenti, l'Inghilterra di Hodgson (sorprendentemente ancora in sella, nonostante la figuraccia di Euro 2012, con la sua selezione aggrappata a un mortificante catenaccio a oltranza) era quella più motivata sul piano della mera ricerca del risultato, per vendicare in minima parte l'eliminazione per mano azzurra di poco meno di due mesi fa, e soprattutto si schierava con un undici meno sperimentale del nostro: erano in campo molti dei "protagonisti" del torneo continentale, da Young a Carroll ai subentrati Lescott, Milner e Defoe, con in più i recuperi di Cahill e Lampard. Logico che, alla fine, risultasse più squadra, anche se la rete del successo è stata, in definitiva, il prodotto combinato di una ingenuità di questa "Giovine Italia", fattasi trovare scoperta mentre cercava con le residue forze di conquistarsi una prestigiosa vittoria, e della classe di Defoe, autore di una imprevedibile prodezza dal limite dell'area. 
DESTRO, OGBONNA E VERRATTI PROMOSSI - Ma in quel momento, ed eravamo oltre la mezz'ora della ripresa, era già un'Italia annacquata e imbruttita dalla solita, straniante girandola di cambi che  è tipica di queste amichevoli. Prima, si era vista una squadra che, seppur a sprazzi, aveva cercato di recitare sulla falsariga del copione mandato a memoria dal team azzurro del biennio 2010-2012: ossia, calcio in velocità, di iniziativa, aggressivo. Fra i nuovi, sono parsi già prontissimi per le sfide delle qualificazioni mondiali Destro e Ogbonna. Il neo romanista ha dato profondità all'azione, ha cercato più volte il tiro e ha sfiorato la segnatura in almeno tre circostanze; il torinista ha mostrato sicurezza, senso della posizione ed efficacia in tutti gli interventi difensivi. Sulla stessa linea metterei Verratti, nonostante il minutaggio ridotto: nello scarso tempo a disposizione, poche giocate semplici e pulite, vena propositiva e anche una rete sfiorata con un tiro in corsa. 
INSISTERE SU ASTORI ED EL SHAARAWY - Hanno incontrato qualche difficoltà in più, ma meritano comunque l'elogio pieno, Astori ed El Shaarawy. Alcune sbavature qua e là per il cagliaritano, ma grande impegno e, alla lunga, discreta attenzione in copertura, con anche un paio di interventi delicatissimi nel cuore dell'area; il "Faraone" (altro prodotto del fertile vivaio genoano) si è dannato l'anima pur essendo chiamato a un compito ingrato: in quanto uomo d'attacco eclettico, con l'inclinazione a fungere da scheggia impazzita sul fronte offensivo, non poteva essere semplicissimo trovare subito la collocazione più idonea ed  efficace in uno scacchiere rivoluzionato, nonché i giusti tempi e automatismi nel rapporto tattico con Destro, ma qualche spunto è arrivato e il talento, seppur ancora grezzo, c'è. Semmai ci sono alcune perplessità su Peluso, che pure ha sfiorato un clamoroso gol con un bell'inserimento in area (ma ha senso puntare su un 28enne, a totale digiuno di esperienza internazionale, come volto nuovo di una Nazionale che vuol guardare al futuro, se oltretutto nel suo ruolo, oltre a Balzaretti, c'è un Criscito che è fra i protagonisti del campionato russo, e la cui esclusione dall'Europeo non è mai stata supportata da motivazioni veramente convincenti, checché ne dicano nel Club Italia?). 
ABATE SU, AQUILANI GIU' - Fra i "vecchi", il più convincente è stato in assoluto Abate, molto intraprendente nel primo tempo, assiduo nella spinta e tempista in difesa, ed è stato moralmente giusto che il trait d'union tra passato e futuro sia stato rappresentato dall'impagabile De Rossi, con il gol, in deviazione di testa su angolo di Diamanti, che aveva dato ai nostri l'illusorio vantaggio. Balzaretti, fra i protagonisti dell'Europeo, è stato costretto a una recita affannosa, per via delle precarie condizioni atletiche: l'ex palermitano è parso sì e no al 30 per cento delle sue effettive potenzialità, forse gli si poteva risparmiare una serata così piena di imbarazzi. 
Continuo a ritenere assai rischioso, in prospettiva, affidare le chiavi del centrocampo, fra gli altri, ai piedi di un Aquilani sempre evanescente e velleitario, oltreché raramente sorretto da una forma fisica all'altezza. Questo ha detto il Ferragosto azzurro, mentre dalla vittoriosa trasferta olandese dell'Under 21, 3 a 0 ai Tulipani, sono giunti altri segnali incoraggianti: il serbatoio nostrano si è nuovamente riempito di benzina verde, sta ai tecnici italiani di club non sprecare questo ben di Dio. Ma con Prandelli che vigila e fa da chioccia, ci sentiamo in mani sicure.

domenica 12 agosto 2012

CAOS SUPERCOPPA: LA SCHIZOFRENIA DEL CALCIO ITALIANO E IL PROTAGONISMO DEGLI ARBITRI


Si comincia come si era finito, con il calcio italiano che spreca le sue potenzialità tecniche e spettacolari, nonostante tutto ancora di buon livello, bruciandole sull'altare del protagonismo arbitrale e della gazzarra "di default". La Supercoppa italiana, andata in scena ieri a Pechino, è stata tristemente emblematica del momento del nostro football, sul quale, è già certo fin da ora, la bella figura fatta dalla nostra Nazionale agli Europei in Polonia e Ucraina non ha avuto alcun effetto rigenerante o calmante. Anzi... 
SCHIZOFRENIA - Emblematica, Juventus - Napoli in salsa cinese, perché sintesi perfetta della schizofrenia, dello "sdoppiamento di personalità" che affligge il pallone nostrano, inducendolo a mandare tutto regolarmente in vacca. Per tre quarti della sua durata, lo scontro fra scudettati e detentori della Coppitalia è stato quel che si può definire una bella partita, compatibilmente coi limiti imposti dal dover giocare ad alto livello già prima di Ferragosto, quindi con preparazione fisica del tutto approssimativa e coi nuovi arrivati che devono ancora inserirsi alla perfezione nei meccanismi. Gara intensa, agonisticamente tirata, buoni ritmi, emozioni in dose decisamente soddisfacente. 
BELLA PARTITA - Mi ero messo davanti al teleschermo con discreto scetticismo (ciò che ho scritto nel post dell'altroieri sulla mia nausea da sport e soprattutto da calcio, e che potete leggere qui, non era aria fritta), e invece minuto dopo minuto la passione per il football stava riprendendo il sopravvento, di fronte a una sfida godibilissima, per merito di entrambe le contendenti. Una Juve più manovriera, che tentava di tenere pallino e di giocare di più la palla scontando, fatalmente, qualche impaccio nel fluido scorrere delle azioni, per via di meccanismi non ancora oliati; dall'altra parte, un Napoli che accettava di buon grado di lasciare ai più quotati (e oggettivamente più dotati) avversari il compito di fare la partita, agendo più che altro di rimessa e affidandosi a un gioco scarno ed essenziale, pochi passaggi per arrivare in porta, cercando così di ottimizzare al meglio il limitato tempo di possesso palla a disposizione. 
Così agendo, i partenopei trovavano il vantaggio su contropiede micidiale di Cavani, i torinesi pareggiavano con un bel sinistro al volo di Asamoah e ancora il Ciuccio si riportava in testa con una prodezza di Pandev, favorita da un erroraccio di Bonucci (l'ombra del difensore quasi perfetto visto a Euro 2012). E dopo, un florilegio di occasioni da ambo le parti: Cavani due volte, Pirlo, Vucinic (per lui anche un legno) esaltavano il match e sembravano poter trasmettere un'immagine di nuovo vincente del calcio tricolore di club, dopo anni di brutte figure internazionali. Troppo bello per essere vero: irrompevano, sulla scena cinese, dei protagonisti di cui avremmo fatto volentieri a meno, l'arbitro Mazzoleni e i suoi  pletorici collaboratori (fra i quali un nome di "prestigio" come quello di Rizzoli). 
IL PROTAGONISMO DEGLI ARBITRI - Da anni, fra gli addetti ai lavori calcistici della Penisola, circola un luogo comune: "Ce l'hanno tutti con i nostri arbitri, ma alla fine sono fra i migliori in assoluto, a livello mondiale". Ecco, per quanto mi riguarda tale affermazione ha la stessa valenza di quella che recita: "A fine stagione, torti e favori arbitrali si compensano". Ossia zero, zero spaccato, zero assoluto. La classe arbitrale nostrana, da decenni e con poche, lodevoli eccezioni, si dibatte in una mediocrità disarmante. Al di là degli errori in serie, delle carenze tecniche, delle divergenze di valutazione su episodi fra loro identici, da parte di una squadra di giacchette nere che studia e si prepara collettivamente, e che quindi dovrebbe avere un modus operandi univoco, al di là di tutto questo spicca l'autentica mania di protagonismo di molti esponenti del gruppo. In certi Paesi, non solo i tifosi, ma le stesse squadre arrivano spesso allo stadio senza sapere chi arbitrerà. Qui da noi, il direttore di gara ha assunto col passare del tempo un rilievo abnorme, eccessivo, sopra le righe.

                                                     L'arbitro Mazzoleni

QUANDO IL "FISCHIO" INCIDE E DECIDE - L'arbitro è un elemento, superfluo dirlo, imprescindibile per il corretto svolgimento di una partita, ma quando sale in cattedra e finisce addirittura col decidere il risultato finale, beh, diventa un fattore odioso e insopportabile, di cui un movimento calcistico sano dovrebbe necessariamente fare a meno. L'indecoroso spettacolo andato in scena a Pechino ha avuto origine da una serie di decisioni in parte discutibili, in parte eccessive per severità, di Mazzoleni e dei suoi collaboratori. Dal "rigore light" su Vucinic alla doppia espulsione di Zuniga nel momento topico del match, per una serie di infrazioni, se tali erano, non così gravi da giustificare una doppia inferiorità numerica, passando per il rosso a Pandev causa insulto al guardalinee. Il tutto a senso unico, ma il discorso avrebbe avuto identica valenza se ad essere penalizzata fosse stata la Juventus.
SUSCETTIBILITA' - E già: oltre che modesti tecnicamente, i nostri arbitri sono anche spaventosamente suscettibili, pronti a inalberarsi e a sventolare cartellini per qualche parolaccia detta in piena trance agonistica (e oltretutto facendolo a corrente alternata, perché in Italia, senza fare nomi, ci sono calciatori che possono permettersi di gridare di tutto agli arbitri senza venire sanzionati). Non è, vorrei che sia chiaro, una difesa della parolaccia e dell'espressione irriguardosa, sempre condannabile: ma deve esserci una proporzione, una gradazione nella misura della punizione (l'insulto non vale un fallaccio di gioco).
PREMIAZIONE DISERTATA, MA... - Più in generale, non mi è parso di avvertire, ieri in campo, un clima di nervosismo e di cattiveria eccessiva, tale da giustificare un atteggiamento arbitrale così punitivo nei confronti della squadra che, fra l'altro, è stata in vantaggio fin quasi alla fine, e non aveva quindi necessità di alzare i toni agonistici della contesa. E quando, con motivazioni labili, un fischietto lascia una squadra in 9 contro 11, dopo averla già punita con uno di quei rigori che si possono dare o non dare (ma in genere sono più da "no" che da "sì"), beh, è stato lui a decidere il risultato finale, non le prodezze dei campioni in campo. Sinceramente, di fronte a un andazzo sempre più fuori controllo, la diserzione della premiazione da parte del Napoli, per quanto clamorosa e non proprio esempio di sportività, non mi è parsa la cosa più grave dell'happening pechinese. Lo fece anche l'allenatore della Nazionale olandese Happel, al termine della discussa finale mondiale del '78 in Argentina, e nessuno gridò più di tanto allo scandalo. Come per il caso delle maglie di Genoa - Siena, pur esecrabile (ne parlai diffusamente qui), si continua a vedere la pagliuzza e non la trave, ci si sofferma su episodi magari eclatanti ma marginali (le magliette fatte togliere, il "no" alla premiazione) tralasciando i veri, gravi problemi del calcio tricolore. Si discute dei sintomi e non delle malattie vere e proprie. Chiaro che così non se ne esce.
AUTODISTRUZIONE - Insomma, peccato. Nonostante la crisi economica e il depauperamento tecnico, nonostante le picconate alla credibilità del calcio portate da scommessopoli e da illeciti puniti con l'acqua di rose, la gara di ieri stava dimostrando che l'italico pallone avrebbe ancora i mezzi per ritagliarsi un posto al sole. Ma la voglia di autodistruggersi pare davvero più forte di tutto. 

venerdì 10 agosto 2012

DOPING, ILLECITI, SENTENZE BLANDE, GIORNALI "PREVEGGENTI": ECCO LA NAUSEA DA SPORT

                                        Guberti: tre anni di squalifica in primo grado

Nausea. Un insopportabile senso di nausea mi avvolge e mi travolge, in questa estate che, pure, pareva averci dato qualche spunto incoraggiante per continuare a credere nello sport. Penso all'ottimo comportamento della Nazionale italiana di calcio agli Europei,  o alla dignitosissima Olimpiade che gli atleti azzurri stanno conducendo, pur fra défaillance inattese (il fallimento pressoché totale del nuoto) e mille difficoltà legate alla crisi politica e organizzativa delle nostre istituzioni sportive. Penso, anche, a quelle promesse di rigore assoluto e inflessibilità, che avrebbero dovuto guidare i giudici nel punire le tante nefandezze venute a galla ultimamente nel mondo del pallone nostrano. 
Ebbene, nel giro di poche settimane, anzi pochi giorni, è tutto svanito. Una serie di episodi e vicende avvilenti hanno fatto esplodere lo schifo per un ambiente, quello dello sport tricolore, che, per quanto mi riguarda, si è bruciato gli ultimi spiccioli di credito che vantava nei miei confronti. Le sentenze emesse oggi dalla giustizia sportiva sono un brutto colpo, uno schiaffo in faccia a chi si sforza ancora di credere sia alla volontà del movimento calcistico di guardarsi dentro e di fare pulizia vera, sia alla sostanziale efficienza dell'apparato giudiziario chiamato a decidere e sanzionare sul torbido che inquina i nostri campionati. 
GUBERTI E SAMP - Spulciando il comunicato emesso in mattinata dalla Figc, contenente le sentenze (di primo grado, sempre bene precisare) del processo che ha avuto i suoi grandi imputati negli juventini Conte, Bonucci e Pepe, una cosa mi colpisce più di altre, per quanto ignorata dalla quasi totalità dei media (anche da quelli genovesi, e qui la faccenda è ancor più grave): Stefano Guberti, centrocampista ed ex grande promessa del nostro football, è stato condannato a tre anni di squalifica per aver messo in atto, assieme ad Andrea Masiello, un tentativo di alterazione della gara Bari - Sampdoria, giocata nell'aprile 2011. Tre anni per illecito sportivo, mica noccioline. Guberti all'epoca militava nelle file della Samp, che, deferita anch'essa per responsabilità oggettiva e responsabilità presunta (in relazione all'illecito imputato a Guberti per la suddetta gara), se l'è cavata con un punto di penalizzazione e 30mila euro di ammenda: in pratica, come punire con 1 euro di multa l'automobilista che passa col rosso. 
La sproporzione fra le due sanzioni (per il calciatore ex blucerchiato carriera quasi finita e comunque compromessa agli alti livelli, per la società ligure un buffetto o quasi) è talmente evidente nella sua abnormità da non dover nemmeno essere spiegata. Lancia però un messaggio importante, e pericolosissimo: punizioni blande per i club in caso di coinvolgimento di loro tesserati in episodi di illecito. Quasi un anticipo del "pensionamento" del principio della responsbilità oggettiva, da più parti e da diversi anni auspicato nell'ambiente. Cosa possa significare tutto questo lo lascio alla libera interpretazione dei lettori: io dico solo che nessuno dovrà permettersi di cadere dal pero se, fra un anno o fra sei mesi, si scoprirà che si continuano a combinare partite in totale allegria e spensieratezza, visto che le sanzioni inflitte alle società sono di questo "terribile" peso. 
LE "GUSTOSE" ANTICIPAZIONI DEI GIORNALI - Ma c'è dell'altro: la sentenza, nei suoi tratti mediaticamente più "appetitosi", ossia relativamente ai tre big bianconeri, era stata in pratica illustrata per filo e per segno dalla Gazzetta dello Sport con due giorni di anticipo. Parere personale, ma spero di essere in buona compagnia, è un fatto di inaudita gravità: che un giornale pubblichi atti giudiziari di condanna o assoluzione prima che lo facciano gli organi deputati è qualcosa che in un Paese civile e democratico non può, non deve assolutamente accadere, un corto circuito agghiacciante nel reale percorso di competenze e di gerarchie. 
Il problema, certo, riguarda chi certe notizie le passa alla stampa, senza nemmeno un piccolo scrupolo di coscienza, senza porsi neanche una domanda sulla liceità etica del proprio comportamento. E' in questo corto circuito che risiede il peccato originale, l'ennesima dimostrazione che molte cose sono da rivedere nel funzionamento della macchina giudiziaria italiana, sportiva e non. Le Procure e i magistrati in cerca di visibilità non sono, purtroppo, solo una invenzione di certa stampa di destra. E le talpe interne sono una delle cose più odiose che possano esistere: stiamo parlando di una fuga di notizie da un tribunale, non da un circolo bocciofilo, con tutto il rispetto...
A parte questo, una sentenza giudiziaria non è come una notizia di calciomercato, signori giornalisti della rosea: l'ultimo colpo del Milan o della Juve lo potete anche anticipare sulle vostre pagine prima che lo annuncino le rispettive società,  ma il provvedimento di un Tribunale no. Un lettore maturo non dovrebbe chiedere una cosa del genere al "suo" giornale: non sono questi gli scoop che fanno crescere la credibilità di un prodotto editoriale. Certo il problema è più complesso, riguarda un certo modo di intendere la professione giornalistica, che sta prendendo una deriva pericolosa in più di una direzione: perché se da una parte ci sono i giornali che anticipano la magistratura (sportiva, in questo caso), dall'altra ci sono le home page di certi quotidiani sportivi che per attirare "clic" si riempiono progressivamente di donne svestite e di gossip. Due aspetti diversi di una triste deviazione dal binario principale della buona informazione. 
SCHWAZER, NE' MASSACRO NE' BUONISMO - Certo, poi anche da universi sportivi più "poveri"  e meno mediatici non è che ci siano arrivati, di recente, esempi molto più edificanti.  Il caso Alex Schwazer è ancora negli occhi e sulla bocca di tutti. Si è già detto quasi tutto quel che si doveva dire, o forse no, sta di fatto che non è mia intenzione partecipare all'indiscriminato "dagli all'untore" degli ultimi giorni. Al contempo, però, guai a cadere nella tentazione del buonismo a tutti i costi, del "povero ragazzo, ha sbagliato come sbagliano tanti, e soprattutto ha avuto il coraggio di ammetterlo". E' vero, tanti atleti che lo hanno preceduto nella triste via crucis del doping (che porta solo guai, sia che ti becchino sia che resti impunito) si sono resi ridicoli negando fino all'inverosimile e inventando scuse puerili e incredibili. Onore dunque ad Alex, ma un dopato resta tale anche se lo ammette, non è che la sua colpa diminuisca. 
Tutti sbagliamo, è vero, e pertanto nessuno, si dice, dovrebbe permettersi di tranciare giudici morali sulla "vittima" del momento (il marciatore azzurro, nella fattispecie). Però, se passasse questo principio sparirebbe il diritto di critica e, senza gli occhi delle persone puntati addosso, ognuno si sentirebbe libero di fare ciò che vuole, anche contro le regole. Ecco, non bisogna avere remore nel dire che Schwazer si è macchiato della colpa peggiore per uno sportivo: doparsi è, collegandosi a un tema affrontato poche righe più su, sullo stesso livello di combinare i risultati delle partite di calcio. Anche se ciò che più mi ha sconvolto, persin più dell'atto agonisticamente fraudolento, è stata la straordinaria dimostrazione di immaturità del ragazzo, un omone in apparenza fatto e finito e invece ancora disperatamente bisognoso di crescere, di formarsi un carattere e una personalità. Evidentemente non sempre lo sport fortifica e rende uomini, anzi. Poi si possono fare altre considerazioni: sul fatto che abbia compiuto il misfatto in totale autonomia o meno, sul fatto che nessuno del settore sapesse alcunché, su come possa essere davvero così pesante e insopportabile la pressione, mediatica e "istituzionale" (cioè da parte del tuo ambiente che ti chiede di vincere, vincere e solo vincere) in uno sport che, per quanto di nobili tradizioni, ha un'eco davvero infinitesimale se paragonato non solo al calcio, ma ad altre discipline come il basket, il volley, il ciclismo, persino la pallanuoto e la scherma. 
ALEX, RIALZATI - Tutto questo si potrebbe dire, ma non se ne uscirebbe più. Io rimango coi miei dubbi e la mia amarezza verso uno sport sempre più lontano dal cuore della gente, mentre ad Alex auguro sinceramente di ritrovarsi, perché comunque lo merita: in questi casi si dice che le forze debba trovarle soprattutto dentro di sé, ma l'aiuto di parenti, amici e fidanzata sarà fondamentale, oltre a un ambiente ovattato e finalmente lontano dalle tensioni di un mondo che per lui, ragazzo fragile, era diventato insostenibile. La vita può, deve ricominciare a 28 anni. 

giovedì 9 agosto 2012

CHE FINE HA FATTO PAGINE 70?


Da una quindicina di giorni, è letteralmente sparito dal web il sito "Pagine 70". Gli internauti nostalgici del "bel tempo che fu", o semplicemente gli amanti del vintage, non possono non esserci transitati almeno una volta: si tratta (trattava?) di un portale dedicato interamente al decennio degli anni Settanta in tutte le sue sfaccettature. Anche se definirlo sito, o portale, è probabilmente riduttivo: chi vi accedeva, si trovava in realtà davanti a un immenso archivio di tutto ciò, futile e meno futile, che poteva riguardare quella decade non più tanto vicina. 
Il periodo compreso fra il 1970 e il 1979 è stato, probabilmente, uno dei più complessi, articolati, intensi, sofferti e ricchi di fermenti in ogni settore della vita del pianeta, e ancor più del nostro Paese. Ebbene, di questo fervore "Pagine 70" si era fatto cantore e testimone, recuperandolo e facendone giungere l'eco fino ai giorni nostri. Nato, se ben ricordo, nell'estate del 2002, il sito era diventato un punto di riferimento soprattutto per i nati nel decennio e per chi, venuto al mondo prima, quel decennio lo aveva vissuto da giovane adulto; ma anche per chi, "ragazzino" degli anni Ottanta, voleva saperne di più su eventi, riti, miti e divi dell'epoca in questione. In breve fu boom di utenti, mentre il portale crebbe rapidamente per qualità e quantità dei contenuti. In esso, lo ripetiamo, tutti gli anni Settanta: gli eventi politici, sociali e sportivi, la musica e la televisione, l'editoria dell'epoca, i giochi e i passatempi, il cibo che si consumava e i capi di abbigliamento alla moda: un autentico museo quotidianamente alimentato dai creatori del sito e dagli utenti. In più, un frequentatissimo forum in cui di tutti i sopracitati argomenti, e di molti altri, si discuteva quotidianamente, in linea di massima con grandissima civiltà. E i ricordi personali, gli aneddoti, le curiosità e le informazioni dal passato postate dagli stessi forumisti contribuivano, nel tempo, ad accrescere l'enorme patrimonio di conoscenza di questa vera e propria "enciclopedia on line" dei seventies. 
L'ideatore del sito, Pino Grimani, indubbiamente un personaggio dotato di grande inventiva, aveva inoltre dato vita a una band "telematica", i P70, la cui attività artistica veniva promossa attraverso le pagine del portale: un complesso musicale "progressive"  formato da persone che mai si sono incontrate "de visu", in contatto solo via telefonica o web, e che suonavano e incidevano ognuno per conto loro la parte di brano di loro competenza, inviando poi via mail il tutto al Grimani che provvedeva all'assemblaggio, con esiti assai apprezzati dalla critica di settore. 
Tutto questo, da un paio di settimane, è sparito. Pagine 70.com, con la sua sterminata banca dati, col suo forum sempre ricco di nuovi spunti di discussione e di riflessione, si è come volatilizzato, da un giorno all'altro. Il sottoscritto, partecipante saltuario al forum, ci era passato un'ultima volta, se la memoria non m'inganna, nel mese di giugno, e nessun cenno aveva trovato a proposito di difficoltà di gestione, di rischi di sopravvivenza, di chiusura imminente (ma può essere stata una mia distrazione, per carità). Proprio per questo, l'improvviso vuoto creatosi nella rete risulta incomprensibile e comunque preoccupante. Così come difficile da capire risulta il fatto che, finora, non pare siano stati in molti a porsi le mie stesse domande sulla fine presunta del portale: cercando coi motori di ricerca, la domanda "che fine ha fatto Pagine 70?" non sembra tormentare gli animi di molti, anzi. 
Per carità, ci sono cose più importanti, ma se venisse a mancare un sito gioiello come Pagine70.com si perderebbe un archivio tematico che ha pochi riscontri nel web, forse nessuno, per mole di informazioni e materiali "stipati" al suo interno. Ecco, solo questo mi premeva dire. Non conoscendo ulteriori dettagli sulla vicenda, mi auguro si tratti solo di un problema temporaneo, di un black out dovuto a motivi tecnici o di server, e che presto, come per incanto, Pagine 70 torni a deliziare gli appassionati, desiderosi di immergersi fra i ricordi di un'epoca fondamentale per la piccola e grande storia dell'Italia e del mondo. 

martedì 7 agosto 2012

"E STATE CON NOI IN TV": PER PAOLO LIMITI IL TEMPO (TELEVISIVO) SI E' FERMATO AGLI ANNI '90

                                                Paolo Limiti con Floradora

Dal lunedì al venerdì, a mezzogiorno, su Rai Uno, si apre una sorta di varco spazio - temporale, una porta sul passato che proietta il telespettatore direttamente nel bel mezzo degli anni Novanta. Ricordate? Erano i tempi in cui Paolo Limiti impazzava sugli schermi della televisione di Stato con il suo "Ci vediamo in tv": per la verità il programma assunse varie denominazioni nel corso della sua esistenza, ma quello citato è il titolo rimasto più famoso. 
Ebbene: Paolo Limiti è tornato. E già il fatto sarebbe abbastanza triste di suo, perché si continuano a ripescare personaggi avanti con gli anni e fin troppo sfruttati e utilizzati, ad un'età in cui qualsiasi persona senza problemi finanziari dovrebbe, ragionevolmente, lasciare spazio ai giovani e godersi una serena pensione, al di là degli indiscutibili meriti professionali (e le stesse riflessioni le facevo, giorni fa, a proposito dell'adorato Bruno Pizzul, ricomparso su La7 a fare la telecronaca di un preliminare di Europa League). Poi, succede che a queste "glorie catodiche" venga affidata, addirittura, la conduzione di trasmissioni in un periodo dell'anno, la stagione estiva, che dovrebbe essere quello ideale per attuare sperimentazioni, testare nuovi format, lanciare talenti in erba e valorizzare le idee di nuovi autori interni, ossia al di fuori del giro delle multinazionali che esportano i loro programmi in tutto il mondo (già, ma queste idee e questi nuovi autori esistono? Comincio a nutrire seri dubbi...). Ma il fatto è che Limiti è tornato riproponendo, in pratica, la stessa trasmissione del 1996 e dintorni. 
OGGI COME IERI - "Ci vediamo in tv" è diventato, circa tre lustri dopo, "E state con noi in tv", e già il titolo non brilla per fantasia: però è emblematico della continuità, della simbiosi assoluta che il "nuovo" contenitore ha voluto creare col suo antico predecessore. Formula e contenuti sono sostanzialmente gli stessi, come se quindici anni fossero passati invano, come se il tempo si sia fermato, come se il ricambio di personaggi non sia mai avvenuto, come se fosse logico riproporre tematiche e canovacci spettacolari (?) che già mostravano la corda all'epoca del massimo splendore "Limitiano". Sia chiara una cosa: qui non siamo nel campo del vintage, non c'entra quel filone nostalgia che sul piccolo schermo funziona ancora, se ben confezionato (vedi l'esempio de "I migliori anni", che tuttavia si sta anch'esso logorando nella ripetitività, nella riproposizione ad libitum dello stesso "schema narrativo"). No, qui siamo oltre: siamo alla "nostalgia della nostalgia", al "Re-revival". Oggi come quindici anni fa, ecco scorrere davanti ai nostri occhi gli stessi ricordi e aneddoti, gli stessi personaggi, le stesse datatissime canzoni di allora. 
CONSERVATORISMO - Limiti e il suo programma sono invecchiati insieme, e si rivolgono allo stesso pubblico di allora, già attempato all'epoca e oggi incanutito: il che non è un male in sé per sé, ma nemmeno un bene assoluto. In primis, perché in tale maniera Rai Uno abdica totalmente al suo ruolo di emittente generalista, indirizzandosi risolutamente verso il più elevato target di età; in seconda battuta, opera questa scelta in maniera ultraconservatrice, rimanendo ferma, continuando insistentemente a guardare allo stesso passato di sempre, un passato sempre più lontano, non aprendo alcuno spiraglio a qualcosa che sia un po' meno impolverato, un po' meno "immobilista", un po' meno "rimpianto" e un po' più "speranza". E' un andazzo, intendiamoci, che si riscontra anche in altre produzioni dell'emittente, in fasce orarie ben più significative, ma che in questo spaccato pre - prandiale trova, parere mio, la sua sublimazione.
Paolo Limiti è poco più giovane di Pippo Baudo: ma quanta differenza, fra i due! Certo, anche l'anchorman siciliano con gli anni ha accentuato il suo carattere artistico tradizionalista, declinandolo però in maniera diversa, orientandosi verso una valorizzazione degli schemi spettacolari e televisivi del varietà, quelli che hanno decretato il più grande successo di pubblico alla Rai negli anni d'oro, ma non rifuggendo le sperimentazioni (come dimenticare la sua avventura pomeridiana su Rai Tre, a fine anni Novanta, con "Novecento - Giorno dopo giorno"?) e, soprattutto, scandagliando sempre i vari vivai settoriali di sua competenza (televisione e musica) alla ricerca di nuovi e giovani talenti.
LE FACCE DI SEMPRE - Limiti, invece, nel 2012 si ripresenta in tv con tutto il suo gruppo di lavoro dei vecchi tempi: da Giovanna Nocetti (ora promossa a direttrice d'orchestra) a Gilda Giuliani e Stefania Cento (con l'immancabile brano "Evviva il mio papà", tormentone limitiano anni Novanta), dal cane - pupazzo Floradora all'imitatore Gigi Vigliani, uno che non ricordo di aver mai visto in azione al di fuori dei programmi del suo mentore (e in effetti mancava da anni dai teleschermi, perlomeno io non ho memoria di sue recenti performance di rilievo); e mi è parso perfino di rivedere Edoardo Agnelli, cantante di buone doti vocali e fisicamente prestante (diciamo pure: un belloccio), ma di scarso successo commerciale, anche lui un membro fisso della "Compagnia Limiti". Intendiamoci, non è in discussione il valore professionale dei suddetti (della Giuliani, ad esempio, ho grandissima stima), ma la riproposizione di un format e di una struttura davvero fuori tempo.
E sì, perché anche le tematiche sono oltremodo malinconiche: siamo ai livelli del salotto da terza età che evoca antichi momenti gloriosi col classico tono da "quelli sì  che erano tempi, e non torneranno mai più!"; c'è la consueta ricostruzione della vita di Marilyn Monroe, in forma di docufiction alla buona in cui, ovviamente, il ruolo della leggendaria attrice è affidato  alla più recente sosia di Marilyn, quella Justine Mattera lanciata nell'olimpo televisivo proprio da Limiti. Ci sono le vecchie canzoni con sottotitoli alla karaoke, i minishow degli imitatori col consueto pout pourri di voci che si passano parola sullo "slancio" di battute di scarsa efficacia, una modalità recitativa che già risultava irritante negli anni Ottanta e che poteva al limite andar bene in quelle trasmissioni - concorso che cercavano di lanciare giovani imitatori (ricordate? C'era un periodo in cui pareva che tutti gli italiani volessero diventare novelli Gigi Sabani, e io che non riuscivo ad imitare nemmeno Mike Bongiorno e Celentano mi sentivo quasi un "diverso"...). 
FARGO E MARTORELLA DA SALVARE - Ancora: c'è una indefinibile rubrica "di consigli e curiosità" gestita da tal Nancy Squitieri, rubrica che contempla anche talune temerarie incursioni nel campo dei suggerimenti giuridici. E poi ci sono pure i giovani, certo: soprattutto giovani cantanti al femminile, dalla bellezza standardizzata e alle prese con repertori musicali ultradatati. Ho visto momenti di autentico trash involontario: la rievocazione in divisa dei canti militari, o una tristissima esibizione di un gruppo di ragazze in bikini che, guardandosi intorno spaesate e con movenze impacciatissime, mimavano una vecchia (ma va?) canzone di Richard Anthony immerse in una coreografia "impreziosita" da rudimentali effetti speciali. Questo lo spartano, per mezzi e per idee, scenario del mezzodì della tv di Stato. Per fortuna, qualche sprazzo degno di nota c'è, come il ripescaggio di voci e volti dimenticati ingiustamente dai grandi media, su tutte la raffinata cantante Irene Fargo e la bravissima imitatrice Gianna Martorella. 
NOSTALGISMO FINE A SE STESSO - Ripetiamo: il problema non è lo sfruttamento del filone nostalgia, o la rivisitazione del passato glorioso del mondo dello showbiz. Il problema è rendere questi filoni, nobilissimi e potenzialmente ancora produttivi in termini di qualità, televisivamente indigeribili, affidandoli a canovacci, ritmi, modalità spettacolari e personaggi rimasti fermi a quasi due decenni fa, il che, a livello catodico, equivale a dire quasi un secolo. La nostalgia del passato può essere offerta in confezione gradevolmente moderna: senza arrivare a scomodare "Anima mia", trasmissione del tutto fuori degli schemi e avanti anni luce rispetto al periodo di messa in onda, persino "Cocktail d'amore", che pure risale all'ormai lontano 2002, aveva una struttura più agile, frizzante, non conservatrice. "E state con noi in tv" è, invece, solo un rinchiudersi nel nostalgismo fine a se stesso, un rifiuto del tempo che passa. E, last but not least, il sintomo di una pericolosa latitanza di fantasia. 

venerdì 3 agosto 2012

VERSO SANREMO 2013 - RIVOLUZIONE: I BIG CON DUE BRANI IN GARA


Primi spifferi estivi sul Sanremo prossimo venturo. Che sarà diverso, molto diverso dagli ultimi, e non potrebbe essere altrimenti, perché il ritorno di Fabio Fazio sulla tolda di comando rappresenta una di quelle rivoluzioni che, periodicamente, sconvolgono il Festivalone: l'ultima, prima di quella in atto, fu nel 2009, con l'avvento al timone di Gianmarco Mazzi, il cui quadriennio di gestione (del quale avevo cercato di tracciare un bilancio qui e qui) ha mantenuto una "linea editoriale" piuttosto costante nel tempo, pur con qualche aggiustamento, al di là dell'alternarsi di presentatori sul palco dell'Ariston, da Bonolis alla Clerici al... doppio Morandi. 
Si cambia, dunque, e del resto una ventata di novità è sempre auspicabile per una manifestazione dell'importanza di Sanremo, che ha l'esigenza di sperimentare, trovare sempre qualcosa di nuovo per mantenere vivo l'interesse di un pubblico televisivo oggi assai più volubile e severo che in passato (severo soprattutto nei confronti di un totem mediatico come quello sanremese, al quale non viene mai perdonato un eccessivo legame con la tradizione, con stilemi canori e... catodici a detta di molti troppo vetusti e sorpassati, nonostante lo svecchiamento operato nel citato quadriennio Mazzi sia stato massiccio ed evidente); una manifestazione che deve oltretutto misurarsi con le esigenze di un'industria discografica in crisi ma al contempo in costante evoluzione. 
FRA PASSATO E FUTURO - Sarà, da quel che si apprende, un Sanremo a metà strada fra tradizione e futuribilità. Il ritorno al passato è rappresentato dalla cancellazione delle eliminatorie per i Big: giusto così, è la formula che, dopo un paio di tentativi negli anni Settanta ('74 e '76), ossia nel pieno della crisi del Festival, due patron storici, Gianni Ravera prima e Pippo Baudo poi, hanno portato avanti a partire dagli "eighties" con convinzione, facendone uno dei cardini della rassegna, con viva soddisfazione di tutti. Inutile girarci attorno: ai grandi della canzone la sfida col coltello fra i denti mai è piaciuta, loro preferiscono vivere l'avventura in Riviera come una formidabile occasione promozionale. Ecco invece la grande novità,  lo sguardo lanciato verso il futuro: ogni big porterà in gara non uno, ma due brani; uno di questi verrà eliminato nel corso delle prime serate, quello più gradito dal pubblico resterà in lizza fino alla finalissima. 
DUE BRANI A TESTA - Due canzoni in lizza per ognuno: non era mai accaduto nel Sanremo "moderno". Nella fase iniziale della sua esistenza, il Festival schierava spesso e volentieri pochi cantanti, ai quali venivano affidate due o anche più composizioni (Nilla Pizzi nel '52 fu prima, seconda e terza!): ma, va detto, erano altri tempi, nel senso che era un Festival più povero, aveva una filosofia diversa, era meno legato alle esasperate logiche commerciali che hanno cominciato a dominare la scena a partire dagli anni Sessanta. Insomma, il 2013 porterà un cambiamento autenticamente epocale: la regola "ad ogni cantante un solo brano" era uno dei pilastri apparentemente incrollabili del Festival: persino il vincolo del requisito dell'inedito, a parer mio una delle principali chiavi del duraturo successo del Sanremone, negli ultimi anni è stato allentato, con i pezzi dei giovani diffusi con qualche settimana di anticipo; ma la pluralità delle opere proposte da un singolo artista pareva cosa del tutto fuori discussione, nemmeno da prendere in considerazione. E invece... 
Messa così, può essere una cosa buona: un modo per venire il più possibile incontro alle esigenze dei cantanti, soprattutto di quelli che hanno sempre visto con scarsa simpatia la partecipazione alla kermesse o che, se ci andavano, lo facevano di malavoglia, quasi obtorto collo, e vivendola con uno stress decisamente sopra le righe. Più in generale, per i cantanti di oggi la presentazione di un solo pezzo è stata sempre considerata una limitazione delle proprie capacità espressive e poetiche e, più prosaicamente, un grosso ostacolo alla realizzazione di una ottimale promozione dell'album in uscita: facendo ascoltare al pubblico in anteprima un'unica canzone, l'effetto vetrina risulta meno efficace di quanto loro auspicherebbero. 
SVOLTA EPOCALE - Chiedere ai Big di presentarsi in concorso con due composizioni significa operare una svolta concettualmente radicale per l'essenza stessa di Sanremo: è uno stimolo alla creatività, un incoraggiamento a proporre opere più "sostanziose" anche se pur sempre più o meno di facile impatto: lo... sconvolgimento storico sta pure nel fatto che una tale clausola restringerà fatalmente il campo dei potenziali aspiranti a un posto tra i big, tagliando fuori tutti coloro che hanno sempre preferito puntare sul semplice singolo da lanciare: una... fauna musicale, quella di quest'ultima categoria, per la verità in costante contrazione sulle sponde sanremesi; oramai quasi tutti coloro che tentano la fortuna all'Ariston cercano di farlo avendo un album pronto o, in alternativa, ristampando il cd uscito pochi mesi prima aggiungendovi il brano in concorso quale "bonus track" (col nuovo corso, le "tracce" da aggiungere all'incisione sarebbero due invece che una, poco cambierebbe). La generazione dei cantanti, diciamo così, "da 45 giri" è in buona parte tramontata con gli ultimi Festival baudiani (che in effetti, anche se qualcuno di essi particolarmente ben riuscito, sembravano dei piacevoli "residuati" di un'epoca discografica ormai obsoleta): il nuovo format anticipato in questi giorni da Fazio cerca semplicemente di avvicinare ulteriormente il carrozzone festivaliero alla realtà musicale odierna. 

                          Alessandra Amoroso: Sanremo darà ancora spazio ai "figli dei talent"? 

La controindicazione di una tale formula risiede nel rischio di creare un cast elitario: sembra un sistema studiato apposta per avvicinare il cantautorato nobile tanto caro al conduttore di "Vieni via con me", il che non è male, ma occorre non esagerare, così come in certe edizioni recenti si è esagerato con lo spazio concesso ai ragazzi dei talent show. Il Sanremo ideale è quello "ecumenico", equilibrato, che apre a tutte le tendenze, dai cantautori da "concept album"  agli artisti più a loro agio nel proporre il singolo da rotazione radiofonica "a mille"; dalle composizioni raffinate a quelle più... biecamente commerciali. E' la cifra stilistica del festivalone, che è stata variamente declinata negli anni, ma che, se sapientemente dosata, garantisce ancora il successo. E se, come in molti temono, verrà gettato a mare il carico di giovani usciti dai talent, negli ultimi anni mattatori sulle scene rivierasche, l'errore sarebbe grosso: certo, al bando gli eccessi, ma le migliori espressioni di questi moderni vivai canzonettistici (penso a gente come Noemi, Marco Mengoni, Alessandra Amoroso) devono essere "salvate" da una eventuale "epurazione" (che, peraltro, finora rappresenta  solo un processo alle intenzioni di Fazio), sia per qualità artistica sia per il bacino d'utenza che garantiscono, e che ha avuto un peso enorme nel rilancio del festival nella versione "Mazzi". 
IL PRECEDENTE DI SAINT VINCENT '87 - Rimane da rilevare come anche ciò che pare ultra-nuovo e ultra-rivoluzionario non sia in realtà tale. La  mia memoria storica, particolarmente forte in tema di concorsi canori nostrani, mi suggerisce che una formula simile a quella in rampa di lancio per Sanremo 2013 fu adottata da Marco Ravera, figlio di Gianni, per Saint Vincent Estate 1987: i 20 Big in gara portarono ciascuno tre brani (uno per ogni sera) tratti dal loro LP di fresca uscita, e vennero assegnati due premi: al miglior album e alla "canzone dell'estate", che veniva scelta fra i pezzi presentati nel corso della finalissima (per la cronaca, Luca Barbarossa primeggiò in entrambe le graduatorie). Non fu un successone, se è vero che il format venne subito abbandonato: ma anche in questo caso si può dire che fossero altri tempi, quella era davvero l'epoca dei 45 giri, del lancio del singolo da "one shot", di quando con un solo e semplice brano, se ben confezionato, potevi tirare avanti per mesi e mesi. In quegli anni, nelle gare di musica leggera, da Sanremo all'ex Disco per l'estate, presentare un solo pezzo era considerato ovvio e scontato, un cambiamento come quello tentato nell'87 difficilmente poteva essere digerito ai tempi del playback, dei festival straripanti di cantanti, della canzone a consumo rapido. Fra qualche mese, la risposta del pubblico dovrebbe essere decisamente migliore. 

mercoledì 1 agosto 2012

GENOA IN VENDITA, LO MONACO VIA: PREZIOSI, CI FACCIA CAPIRE...

                                   
Trovare una definizione unica e caratterizzante per l'Enrico Preziosi dirigente (sull'uomo non è lecito sindacare per chi non lo conosca a fondo) è oltremodo difficile, quasi impossibile. "Volubile" è l'aggettivo più calzante che mi viene in mente, alla luce della gestione quantomeno "ondivaga" della società Genoa nell'ultimo anno e mezzo. Certo, volubili sono anche certi tifosi, ai quali è bastata una intervista (che in realtà era più un monologo...) rilasciata ieri sera a una emittente locale genovese per tornare a sostenere l'amato "Prez", dopo che, nei giorni precedenti, in molti gliel'avevano giurata, promettendogli una stagione gonfia di contestazioni. Mutevoli umori del "tifosopiteco", detto simpaticamente: volubilità, per l'appunto. 
Quando può parlare a ruota libera, senza essere insidiato da domande puntute e "cattive" dell'intervistatore di turno (e di interviste "aggressive" nel giornalismo italiano se ne vedono poche, il problema è sistemico e non contingente), l'intervistato appare sovente più convincente e ragionevole di quanto in realtà sia. Ma la ragionevolezza, la lucidità, il sano realismo sfoderati nella circostanza dal Joker non possono mascherare quello che era, e rimane, un clamoroso autogol, uno dei peggiori nella storia recente del Grifone: il divorzio fulmineo da Pietro Lo Monaco. 
NEMMENO DUE MESI - Meno di due mesi fa, pubblicai sul blog un post dal titolo "Il nuovo Genoa: ciò che si chiede a Lo Monaco" (lo potete leggere qui): in esso, sottolineavo senza mezzi termini la positività e l'importanza "esplosiva", a breve, medio e lungo termine, dell'approdo in casa rossoblù del dirigente ex Catania. Uno degli uomini di calcio più capaci e apprezzati della Penisola, una vera volpe del mercato (con particolare predilezione per quello sudamericano): ma, soprattutto, un uomo "di polso", in grado di dare finalmente una direzione stabile alla rotta di un Genoa che, nelle ultime due stagioni (segnatamente dopo il fallimento della costosissima campagna di mercato estiva 2010) aveva smarrito la trebisonda, navigando a vista, senza un progetto tecnico preciso, con allenatori cambiati vorticosamente e un andirivieni di giocatori talmente massiccio da far girare la testa, con i migliori della rosa sempre in vetrina a disposizione del miglior offerente e l'arrivo sempre più numeroso di modesti e inaffidabili pedatori d'oltrefrontiera, con tanti saluti alla caratura tecnica e all'identità tattica del team. 
CLUB DA RIORGANIZZARE - Ecco, con Lo Monaco in plancia di comando tutto ciò sarebbe dovuto finire o quantomeno attenuarsi fortemente, complice il tanto sbandierato passo indietro di un Preziosi deciso a prendersi una pausa di riflessione, dopo una stagione altamente negativa e dopo il fattaccio di  Genoa - Siena. Un Lo Monaco quasi plenipotenziario ed energico nella gestione di "casa Genoa" sarebbe stato un evidente toccasana, in grado di rigenerare strutture e morale all'interno del club e di garantire al sodalizio calcistico più antico d'Italia un futuro più equilibrato. Con queste motivazioni Lo Monaco pareva esser stato preso, e il suo ingresso sulla scena genoana, certo non con i piedi di piombo, confortava la speranza nella nascita di un nuovo Grifo, magari non scintillante come quello gestito sul campo dagli impagabili Gasperini e Fabrizio Preziosi (un dirigente che non verrà mai abbastanza rimpianto) ma di certo autorevole e non più porto di mare e "passerella" per giovani in rampa di lancio. 
OCCASIONE PERDUTA - Per tutto questo, il Joker non doveva assolutamente lasciarsi sfuggire il signor Lo Monaco. Perdere un dirigente così, nel bel mezzo della preparazione, a mercato ancora da ultimare, significa fare cento passi indietro quando se ne potevano fare cento in avanti: De Canio cerca di tenere l'attenzione concentrata sul campo, di creare una campana di vetro attorno alla truppa, ma un divorzio del genere non potrà non causare traumi, sbandamenti, vuoti organizzativi in una compagine societaria e tecnica che stava cercando faticosamente di ritrovarsi, di ricostruirsi dopo una stagione da incubo. 
Il Genoa aveva necessità di essere rivoltato come un calzino, per tornare a intravedere non dico un progetto calcistico vero e proprio (che nella squattrinata Serie A attuale non ha quasi più nessuno, forse solo la Roma degli americani) ma una linea tecnica e operativa plausibile e non mutevole un mese sì e un mese no; ne aveva necessità anche per avvicinarsi a molti tifosi certo contenti della lunga permanenza nella massima categoria, e ci mancherebbe pure, ma altrettanto certamente disorientati da anni di campagne di mercato condotte senza il necessario rigore tattico, dai giocatori che arrivavano ad agosto e a gennaio andavano via, da dichiarazioni presidenziali evitabili e discutibili (come il dire, in pieno inverno, "non vedo l'ora che questo campionato finisca": davvero un bel modo per caricare il gruppo). 
Il Genoa, nessuno me lo toglierà dalla testa, aveva un bisogno feroce, quasi disperato di uno come Lo Monaco, che non è un dio sceso in terra,  ma semplicemente l'uomo giusto al posto giusto come lo fu lo stesso Prez nel 2003. E qui torniamo all'intervista di ieri sera: dire che il divorzio si sia consumato per divergenze sulla gestione della società ("Avevamo visioni diverse - ha sostenuto il patron in tv - Lui voleva perseguire un progetto sportivo, io voglio mettere a posto il Genoa per poterlo cedere") ha dell'incredibile, posto in questi termini, e nemmeno una dichiarazione congiunta dei due inneggiante alla pace, all'armonia, al "ci siamo separati ma ci stimiamo ancora profondamente", potrà farmi cambiare idea.

                               Lo Monaco - Genoa: un addio consumatosi troppo in fretta

DIVERGENZE - Sì, perché questo fraintendimento è veramente abnorme, pazzesco: non c'era in ballo una "quisquilia", un dettaglio organizzativo come tanti, ma la vera e propria filosofia a cui si sarebbe dovuta improntare la gestione societaria nell'ottica di un prossimo cambio di proprietà. Una cosa epocale, uno di quei passaggi che incidono profondamente sulla vita e sulla storia di un'azienda. Ergo, un concetto sul quale non sono ammissibili fraintendimenti: sono questioni che vanno chiarite subito, non quando il nuovo collaboratore è al lavoro da due mesi. 
Non è una vicenda che si possa liquidare con l'amara leggerezza mostrata da Preziosi: o c'è stato un deficit di comunicazione interno agghiacciante per quanto è stato clamoroso, oppure, se invece i compiti attribuiti a Lo Monaco erano stati chiari a tutti fin dal principio, forse l'ex catanese ha esagerato e allora bisognerebbe ricalibrarne al ribasso l'ottima fama che lo accompagna nel mondo del pallone. Sapere come effettivamente siano andate le cose non è aspetto di secondaria importanza. E comunque, il modo in cui si stava muovendo Lo Monaco era davvero così in contrasto con la volontà presidenziale di far quadrare i conti per poi passare la mano? Io non ho avuto questa sensazione: riorganizzare lo staff facendo chiarezza sui ruoli, chiedere rispetto mediatico per i colori rossoblù (ultimamente sbertucciati ben al di là dei demeriti), dichiarare incedibili non più di due o tre giocatori di spessore quando comunque c'era e c'è la possibilità di far cassa con altri, battere vie di mercato più logiche e razionali di quelle degli ultimi dodici mesi: cosa c'era di sconveniente in tutto ciò? 
PREZIOSI STUFO - Preziosi è stufo del Genoa e del calcio, e vuole vendere, però nel contempo torna sulla tolda di comando con pieni poteri a dettare la linea. Boh. Cioè, benissimo, il Genoa è suo, e, a parte l'ultimo anno e mezzo, i risultati sono totalmente dalla sua parte, e il bilancio della sua gestione non può non essere considerato attivo:  la promozione in A conquistata in una B con la Juventus Mondiale e il Napoli; il quarto posto ex aequo con la Fiorentina, dopo aver mostrato il miglior calcio d'Italia; l'Europa League conclusa dignitosamente ai gironi dopo una sfida quasi alla pari col Valencia di David Villa; i cinque derby vinti in quattro anni e la conseguente riconquista della leadership cittadina; i conti finanziari in ordine; la parte sinistra della classifica quasi costantemente mantenuta, con la pericolosa eccezione del 2012; il lancio e rilancio di tanti giocatori di alto profilo, da Milito a Thiago Motta, da Ferrari a Palacio; la restituzione alla società di una credibilità interna e internazionale dopo anni con le pezze al sedere. Ma è altrettanto incontestabile che ultimamente il patron non sia stato né sereno, né lucido nel programmare le strategie del club: ci consenta di dire che questi ripensamenti, questi misunderstanding su questioni vitali, non possono non lasciare disorientata la piazza. E non parlo di quei genialoidi che fin dal 2005 sono suoi irriducibili contestatori anche a dispetto dell'evidenza, e che ora ovviamente godono nel dire: "Avete visto? Lo dicevo io che ci avrebbe mollati per strada, prima o poi"; sì', grazie, solo che voi lo dite da quasi dieci anni, della serie "io continuo a ripetere che pioverà, tanto prima o poi qualche goccia dovrà pur cadere"...): parlo dei tifosi normali, quelli che non studiano contestazioni durante la settimana, ma che vorrebbero solo andare allo stadio a mente sgombra, trovando un Genoa competitivo e guidato dai vertici con mano salda. 
Nell'ultimo anno entrambe queste cose sono mancate, e aprire la stagione del desiderato riscatto sul campo con dichiarazioni di nausea, di distacco, di demotivazione, in certi passaggi addirittura ostili ("Solo l'idea di correre come una volta sotto la gradinata mi fa rabbrividire": Presidente, le torture sono altre...), e con gli stravolgimenti organizzativi di cui si è detto, beh, non è il massimo della vita, ne converrà. Si può benissimo cercare un compratore, ma con discrezione. Perché nel mondo d'oggi, e ancor più marcatamente nel mondo del football, saper comunicare è tutto. Lo Monaco ci riusciva, magari indulgendo talvolta alla retorica, ma tutto fa brodo. Ecco: se vogliamo proprio dire un terreno sul quale Preziosi, nella sua quasi decennale presidenza grifonesca, ha clamorosamente fallito, è quello della comunicazione.