martedì 27 agosto 2013

AMARCORD: IL RITORNO IN TV DI "IL CASO SANREMO", ARBORE E BANFI AL TOP


Domenica scorsa si è conclusa, su Rai Uno, la serie di repliche pomeridiane delle cinque puntate di "Il caso Sanremo - Ex Aspettando Sanremo", squinternato viaggio attraverso quasi quarant'anni di Festival della canzone andato in onda per la prima volta fra gennaio e febbraio 1990, il sabato sera, a mo' di antipasto della rassegna canora vera e propria, quella che, unica volta nella storia, si svolse nel mai troppo rimpianto Palafiori di Arma di Taggia e venne vinta dai Pooh. Val la pena parlarne, del bizzarro show griffato Renzo Arbore - Lino Banfi, innanzitutto per... rendergli giustizia in differita. Già, perché questo gioiellino televisivo, nato quando ancora la Tv italiana sapeva produrre idee non banali e metterle brillantemente in pratica, ha avuto una storia molto strana, direi accidentata: sbocciato fra non poche difficoltà, di cui parleremo tra breve, entrò però rapidamente nel cuore del pubblico, con lusinghieri risultati di audience, e riscosse il plauso quasi incondizionato della critica. Insomma, la situazione ideale perché diventasse uno spettacolo cult, uno di quelli destinati ad essere trasmesso e ritrasmesso fin quasi alla noia, e a fornire materiale in quantità per i programmi - collage sul filo della nostalgia tipo l'attuale "Techetecheté". E invece, negli anni successivi, "Il caso Sanremo" è pressoché scomparso dai teleschermi: non ricordo se, prima di essere "ripescato" in questo agosto 2013, vi siano state precedenti repliche: a memoria direi di no ma, in caso contrario, tali riproposizioni devono esser state assai poche e pure semiclandestine. 
GIOIELLO DIMENTICATO - Un capolavoro catodico messo subito in magazzino e lasciato lì a impolverare. Perché? Semplice dimenticanza, o più probabilmente pigrizia mentale. Fateci caso: coloro che sono preposti alla costruzione delle trasmissioni "di archivio" attingono, in linea di massima, sempre alle stesse fonti, pur prestigiose, tralasciandone completamente altre, e spesso addirittura ripropongono sempre gli stessi filmati, ormai mandati a memoria dagli sconsolati telespettatori. Così, certe gemme preziose finiscono per troppo tempo nel dimenticatoio. Cosa grave in generale, ancor più per un progetto come "Il caso Sanremo", terzo capitolo e sintesi ideale di quella "formula Arbore" che dalla metà degli anni Ottanta sconvolse certi schemi dell'intrattenimento nostrano, incontrando un favore di pubblico fragoroso e inaspettato.
Un percorso iniziato con "Quelli della notte", proseguito con "Indietro tutta" e completatosi con questo "aperitivo sanremese", nel quale si ritrovano in larga parte gli elementi salienti dello stile di scrittura del poliedrico showman pugliese: divertimento sfrenato attraverso una sorta di... caos organizzato, un'allegria "paesana" ma calibrata sui tempi e sulle modalità espressive del piccolo schermo, personaggi - tormentone dalla bizzarra e straripante simpatia, gag semplici ma non scontate eppure godibili, tanta musica, una coralità recitativa in cui tutti hanno un ruolo ben preciso, eppure nulla sembra al proprio posto, in un felice disordine scenico. E poi le sigle di facile presa, anche se, inspiegabilmente, le orecchiabili "Che ne parliamo a fa'" (si veda il video qui sotto) e "E la candela va" non ebbero il successo di vendite di "Ma la notte no" e "Sì, la vita è tutt'un quiz". Misteri del mercato discografico.


CELEBRAZIONE SCANZONATA - "Il caso Sanremo" andava però oltre la suddetta formula, la completava e la arricchiva, anche perché nasceva con uno scopo ben preciso e, diciamo così, "serio": al divertissement puro si aggiungeva la necessità di celebrare l'evento canoro - catodico per eccellenza, il Festivalone che quell'anno toccava la ragguardevole quota di 40 edizioni. Ma a celebrarlo in maniera istituzionale aveva già pensato, pochi mesi prima, Mike Bongiorno su Canale 5 con "C'era una volta il Festival", spettacolo che vide in lizza, in un vero e proprio concorso, le vecchie glorie della manifestazione a riproporre i loro cavalli di battaglia. Quel geniaccio di Arbore, ovviamente, percorse altre strade: un vero e proprio processo al passato del Festival, ai suoi fatti e soprattutto ai suoi misfatti, con tanto di Corte, giuria popolare, pubblico ministero e avvocati. Ma lo spazio per la nostalgia era comunque garantito dalla presenza, in ogni puntata, di due o più cantanti per ogni decennio fin lì attraversato dalla manifestazione, dai Cinquanta agli Ottanta. 
CANTANTI ASSENTI E PRESENTI - Dicevo delle difficoltà di gestazione: proprio il fatto di arrivare poche settimane dopo la produzione - kolossal di marca Fininvest impedì alla Rai, per motivi di esclusiva con la corazzata berlusconiana, di scritturare molti dei cantanti che avevano preso parte a "C'era una volta il Festival", fra cui plurivincitori sanremesi come Bobby Solo e Iva Zanicchi. Della vicenda si trova una traccia in una delle puntate dello show di Arbore, una traccia leggera ma incisiva, nel segno dell'arguta ironia del duo pugliese mattatore dello show: il buon Renzo elenca una serie di artisti non partecipanti al programma, poi, da buon giudice con tanto di toga, per ciascuno di essi specifica: "Contumace!", e Lino ogni volta aggiunge: "Con... Berlusconi!". Un ostacolo che però non impedi alla trasmissione di Rai Uno di schierare, nelle cinque puntate, oltre quaranta cantanti reduci dai Festival passati: da Carla Boni a Linda Cristian, da Sergio Endrigo a Don Backy, da Antoine a Peppino Di Capri e a Flo Sandon's, fino a Rossana Casale, Raf, Zarrillo, Mia Martini, Eduardo De Crescenzo...
MATTATORI - Creatura bizzarra, questo revival caciarone e fuori dagli schemi, fin dalla scelta del titolo: presentato dalla stampa e dagli stessi protagonisti come "Aspettando Sanremo", già dalla prima puntata mutò ragione sociale e diventò "Il caso Sanremo", in seguito a una trovatina di sicuro impatto: un annuncio di un giornalista del Tg1 che seriosamente comunicò la mancata messa in onda del previsto spettacolo, per lasciar posto a un servizio giornalistico "sui presunti, gravi reati che ne hanno impedito la trasmissione"...
La riuscita dello show si dovette anche, in larga parte, all'intesa perfetta fra Arbore e Lino Banfi, coppia inedita dai tempi comici mirabili e con la battuta sempre in canna. Era ancora il Banfi brillante, ruspante e straripante lasciatoci in eredità dai film scollacciati degli anni Settanta - primi Ottanta, il radicale mutamento di modalità espressive figlio di "Un medico in famiglia" era ancora di là da venire. Quel Banfi era ormai diventato uno dei volti di punta della Rai, dopo la militanza Fininvest, anche se il suo passaggio da una sponda all'altra fece meno rumore rispetto a quelli di personaggi come Corrado, Bongiorno, Carrà, Baudo e il duo Vianello - Mondaini. Lino negli anni precedenti aveva già guidato una discussa "Domenica in", un festival di Saint Vincent e uno show serale assieme ad Heather Parisi ("Stasera Lino"), e nell'autunno precedente era stato protagonista del telefilm "Il vigile urbano".
FEDELISSIMI E GIOVANI RAMPANTI - Al fianco dei due mattatori, nel segno della continuità con i due illustri programmi prima citati, tanti fedelissimi di Arbore: Stefano Palatresi, allora in rampa di lancio come giovane cantante pop raffinato anche grazie al secondo posto fra le Nuove proposte a Sanremo '88, ma in realtà mai del tutto sbocciato in tal senso, poi il prolisso "profeta dell'ovvio" Max Catalano, di recente scomparso, e Arnaldo Santoro, con in più il poliedrico Michele Mirabella nelle vesti di improbabile avvocato; attorno a loro, il solito pubblico pletorico, dai costumi coloratissimi e partecipante attivo di vari momenti dello spettacolo, sempre in linea con la tradizione di "Quelli della notte" e "Indietro tutta".
Non solo: oggi sappiamo che "Il caso Sanremo" fu anche vivaio di future giovani stelline della musica italiana: nel complesso musicale "I campagnoli belli", guidato da Stefano Palatresi, faceva bella mostra di sé la cantante Tiziana Donati, che di lì a poco avremmo imparato a conoscere come Tosca, e più defilato un Sergio Cammariere giocherellone e dalle buffe espressioni facciali, tutt'altro personaggio rispetto al cantante timido e sofisticato che ha raggiunto un discreto successo negli anni Duemila. Insomma, per una volta si può ben dire grazie alla Rai, per aver riportato alla luce questa gemma di una tv che sapeva ancora piacevolmente sorprendere perché poteva ancora contare su animali da palcoscenico ma, soprattutto, su idee brillanti e autori in grado di produrle. Ecco: autori, originalità, voglia di sperimentare, ciò che manca quasi in toto alla televisione d'oggidì. 

lunedì 19 agosto 2013

DOPO SPEZIA - GENOA: NON E' UN PO' PRESTO PER INTONARE IL DE PROFUNDIS ROSSOBLU'?

                                Liverani: un po' presto per crocifiggere lui e il suo Genoa...

Scrivere del calcio estivo di club rappresenta per me un notevole sforzo, del quale farei volentieri a meno. Considero da sempre le partite di luglio e agosto, siano esse amichevoli o ufficiali, del tutto inattendibili, foriere di indicazioni contraddittorie e aleatorie, quasi sempre destinate ad essere smentite nelle sfide successive, soprattutto in quelle che si disputeranno in autunno, a stagione inoltrata. Dirò di più, e lo scrissi già sul blog tempo fa: per poter dare una valutazione attendibile delle squadre di Serie A occorre aspettare almeno i primi due mesi di campionato; tutto ciò che accade prima è quanto di più precario possa esservi, fra compagini fisicamente ancora imballate e rose da amalgamare, col mercato che si chiude a inizio settembre e con acquisti e cessioni di peso che avvengono spesso proprio negli ultimissimi giorni di trattative. Del resto, lo si è visto ieri sera in Supercoppa quanta affidabilità abbiano le gare della stagione calda: una Juve reduce da una preparazione deludentissima, sul piano dei risultati, ha travolto a domicilio una Lazio che, per contro, non può essere, non sarà sicuramente quella vista all'Olimpico, ossia una compagine di bassa classifica destinata a lottare per la salvezza. 
TRAGEDIA GRECA - Queste le mie remore sul football che si ammira (si fa per dire) in queste settimane. Tuttavia, due righe sull'esordio stagionale del Genoa mi sento di doverle scrivere: non tanto per l'esito negativo (ennesima eliminazione precoce dalla Coppa Italia, non proprio una novità, su questi lidi), quanto per tutto ciò che si è scatenato dopo, nelle file della tifoseria ben più che fra i media locali, tradizionalmente critici nei confronti del sodalizio di Villa Rostan. Basta dare un'occhiata in giro per il web, fra forum e forumini, muri e muretti, commenti ad articoli di giornali e su pagine Facebook. Pianti, tragedie greche, allarmi per una retrocessione già annunciata come probabilissima, Preziosi e Liverani nel mirino. Si potrebbe liquidare il tutto con il semplice invito a prendere la vita, e le cose di sport, più alla leggera, ma un ragionamento più articolato va fatto. 
IL PIU' INSIDIOSO DEGLI ESORDI - Era la prima partita "vera" per il Grifo, lo si è detto, e con la solita "fortuna" che contraddistingue questa squadra, invece di un comodo "galop" con una onesta compagine di terza divisione, magari da affrontare fra le mura amiche, è toccata la gara più insidiosa (tenendo conto delle avversarie che avrebbe potuto offrire il tabellone a questo punto del torneo) e nelle condizioni più ingrate: unica squadra di A, a parte due delle tre neopromosse, il Genoa è stato costretto a giocare in trasferta, e lo ha dovuto fare su uno dei campi a lui più tradizionalmente ostili soprattutto sul piano ambientale. Alla Spezia (e solo alla Spezia, sottolineiamolo) considerano il confronto con i rossoblù (quando si gioca, ossia molto raramente...) un vero e proprio derby. Per gli aquilotti era la partita della vita o giù di lì, per i genovesi il primo test autenticamente duro, ma al contempo un semplice passaggio (importante, certo) nel percorso di rodaggio verso quello che rappresenta l'unico plausibile obiettivo stagionale, ossia un campionato da affrontare con minori tremori rispetto al passato recente. 
Contro una compagine indemoniata, e sospinta da un pubblico che sarebbe di lusso (per numero e sostegno fornito) anche per il torneo di B, il team di Liverani ha tenuto dignitosamente botta, è passato in vantaggio, ha subìto il ritorno dei locali, trovato il pari in extremis, colpito un palo clamoroso; ha manifestato lacune di gioco assolutamente comprensibili a questo punto della stagione (cioè al punto zero virgola uno, ribadiamolo), ma anche qualche fiammata di rilievo e la sensazione che sarebbe bastato davvero pochissimo di più (un impianto di gioco più collaudato, giocatori più brillanti atleticamente) per conquistare l'intera posta. Alla fine della fiera, è uscito imbattuto da un terreno infido assai, perché il match, val la pena sottolinearlo, è terminato 2 a 2, e l'eliminazione è maturata ai rigori, sempre e comunque una lotteria inattendibile, figuriamoci a Ferragosto, con gambe molli e scarsa lucidità mentale. Insomma, mi pare un po' pochino, francamente, per dare la stura alle profezie di sventura, al desiderio insopprimibile di tratteggiare scenari drammatici per una squadra che, è opinione di molti supporters, risulterebbe ulteriormente indebolita rispetto alla già non irresistibile versione di pochi mesi fa. 

                                          Lodi, califfo del centrocampo del Grifo

SQUADRA MIGLIORATA - Io non la penso così, e l'ho già scritto qui. Limitatamente ai 12 - 13 titolari, questo è un Genoa nettamente superiore a quello che ha colto la salvezza con un turno di anticipo sulla fine dell'ultimo torneo. Ha due nazionali azzurri, Antonelli e Gilardino,  e un Lodi che per doti tecniche, tattiche e di personalità, nonché per continuità di rendimento nelle ultime due annate, potrebbe diventarlo senza scandalo; ha due giovani fra i più promettenti del vivaio nostrano, Perin e Bertolacci, e due centrali di difesa, Portanova e Manfredini, non più di primo pelo ma che fino al maggio scorso il loro l'han fatto alla grande,  e da sempre sono abituati a lottare nei bassifondi, senza paura e con profitto. Ecco, se l'obiettivo stagionale è la tranquillità, non so quali altri club della cosiddetta "parte destra della graduatoria" possano vantare in rosa simili califfi. 
Le lacune ci sono, è verissimo, e io stesso lo avevo sottolineato nel post sopra linkato. In estrema sintesi, rosa ridotta troppo all'osso e mancanza di alternative valide in avanti e soprattutto in terza linea, a maggior ragione adesso dopo la cessione di Granqvist (peraltro nell'aria da tempo). Bisogna rimpolpare il roster, la società è la prima ad esserne consapevole. Le si rimprovera di essersi fermata sul mercato, dopo un avvio del tutto incoraggiante. Vero, mister Liverani ha spiegato chiaramente da tempo ciò che manca ma finora nulla di concreto si è visto: però, francamente, quante altre squadre di A hanno messo a segno colpi fondamentali nell'ultimo mese? Da anni, ormai, i tasselli decisivi vengono inseriti negli ultimi giorni di campagna acquisti, è così per tutti, persino una grande come il Napoli  non ha ancora completato il gruppo e sta inseguendo da giorni big come Astori e Matri. Pazienza ci vuole, a maggior ragione se si è consapevoli delle difficoltà autentiche che ha attraversato negli ultimi mesi il gruppo Preziosi, con inevitabili ricadute sulla gestione del Genoa. 
INCORAGGIARE, NON DEMOLIRE - Per tutto questo, farsi il sangue marcio per una gara "non vinta" ma anche "non persa" (mi si perdoni il gergo vagamente elettorale, ma le cose stanno così....)  a metà agosto o giù di lì è francamente eccessivo, e gettare acqua sul fuoco in questa fase mi sembra non solo necessario, ma doveroso. La tifoseria del Genoa è una delle più passionali, ma spesso questa passione la gestisce troppo "di pancia" e con una perniciosa tendenza a vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto, rendendola in definitiva deleteria e creando una pressione negativa su una squadra che oltretutto, quest'anno, si presenta al via giovane, rinnovata, affidata a un trainer bravo ma a corto di esperienza, e che quindi mai come oggi avrebbe solo bisogno di sostegno pieno e incondizionato, non di malumori e feroci critiche ai primi e comprensibili inciampi. 
Poi, certo, le antenne van tenute sempre drizzate: ho rilevato come Gilardino possa e debba rappresentare uno dei punti cardine per il Genoa prossimo venturo, e invece dopo la cessione di Osvaldo da parte della Roma cominciano a circolare le vecchie voci su "giri di centravanti", scambi con Borriello, eccetera. Sul punto ho già detto come la penso e non ci ritorno sopra, se non per ribadire che attorno a una figura essenziale come la punta della Nazionale dovrebbe esserci una blindatura totale, e invece si continuano a lasciare porte colpevolmente aperte; allo stesso modo, occorre sciogliere il nodo Matuzalem, elemento di cui questa squadra ha assolutamente necessità. Ecco, su questi punti comprendo le preoccupazioni, ma, insomma, vedremo come andrà: fare processi preventivi, dopo un vistoso cambiamento di politica societaria (più programmazione e meno improvvisazione) e alla luce delle oggettive difficoltà finanziarie in cui il club si deve muovere, è davvero pretestuoso. E' il momento degli incoraggiamenti e, casomai, delle critiche costruttive, per demolire e attaccare ci sarà tempo (ma speriamo non ve ne sia bisogno). 

venerdì 16 agosto 2013

ITALIA - ARGENTINA, OVVERO UN'OCCASIONE SPRECATA

                                         De Rossi: meglio nel mezzo che in difesa

E' consentito un pizzico di (innocua) cattiveria nel mare di buonismo che ha avvolto i giorni di Italia - Argentina? Ecco, lasciatemelo dire: la settimana azzurra così com'è stata concepita, all'insegna di celebrazioni, udienze e benedizioni papali, ulivi piantati nel bel mezzo del prato dell'Olimpico e quant'altro, non ha rappresentato il modo migliore di approcciarsi a un test potenzialmente probante come quello contro la Selecciòn di Sabella. Del resto era prevedibile: i più "anziani" ricorderanno l'amichevole con la Svizzera dell'ottobre 1982, sempre  a Roma, pochi mesi dopo il trionfo Mundial. Anche all'epoca, nei giorni precedenti, grandi feste, la visita al Quirinale per il saluto di Pertini, premiazioni, medaglie: poi, al momento di scendere in campo, squadra svuotata e fuori fase, con la testa altrove perché fino a quel momento a tutto aveva pensato fuorché all'impegno agonistico, e puntuale figuraccia, ossia sconfitta interna alla prima uscita dopo l'impresa spagnola. 
Siamo dunque davanti all'ennesima occasione persa: si affrontava una delle rappresentative più competitive del momento (fanno testo la classifica Fifa, la qualificazione mondiale quasi raggiunta e il tasso di classe elevatissimo), opportunità unica per crescere, acquisire personalità internazionale, sperimentare uomini nuovi e alternative tattiche. Ma non c'erano la testa, la concentrazione necessarie, lo spirito per fare tutto questo, o almeno provarci: inevitabile, quando a una partita vengono attribuiti significati extracalcistici così profondi (ed encomiabili, per carità), tali da far passare in secondo piano, se non annullare, il contenuto tecnico della sfida. 
COME IL GIUBILEO DEL 2000 - Chiariamo: nulla di male (anzi) nel desiderio di omaggiare il nuovo, acclamatissimo Pontefice, abbinando all'occasione un colossale spot per la fratellanza e per una interpretazione più umana e meno affaristica dello sport professionistico; ma se lo scopo era questo, sarebbe bastato allestire un match - esibizione come quello dell'ottobre 2000, in occasione del Giubileo, fra la Nazionale di Trapattoni e una All Stars di stranieri del nostro campionato: un incontro a carattere accademico, dal tasso agonistico pressoché nullo e senza uno straccio di emozione, senza falli e senza palle gol. Se invece si mette in calendario, ad aprire la stagione che condurrà alla Coppa del Mondo, un'amichevole di tale spessore, è delittuoso non sfruttarla adeguatamente. Liquidiamo subito il discorso relativo alla preparazione ancora approssimativa dei nostri: valeva anche per i biancocelesti, che sono invece parsi di un altro pianeta. Ma il divario di valori fra Italia e Argentina non è quello visto all'Olimpico romano, anzi, azzardo e dico che al momento attuale il divario non esiste proprio, i sudamericani non sono più forti degli italiani, lo testimoniano il rendimento medio e i risultati colti dall'Azzurra negli anni di gestione prandelliana. 
LO SPIRITO DI DUE ANNI FA - Più che altro, mercoledì scorso è balzata agli occhi la differenza con un'altra amichevole ferragostana, quella con la Spagna a Bari, due anni fa. Una splendida prestazione di Montolivo e compagni, coronata da un meritato e prestigioso successo. Si respirava un'aria inebriante, attorno a quella Nazionale: l'aria frizzante e vitale che accompagna le giovani squadre in sboccio, protese al raggiungimento di traguardi importanti. Era un'Italia che stava diventando grande, dopo gli impacci delle prime uscite ufficiali post Sudafrica, che stava acquisendo uno status internazionale di tutto rispetto, che ai risultati aveva imparato ad abbinare un gioco di buona qualità e uno spirito sbarazzino nell'affrontare anche gli impegni più duri. A dimostrazione del fatto che certe amichevoli non sono inattendibili, se affrontate con l'atteggiamento giusto, gli incoraggianti segnali emersi in quella notte pugliese vennero poi confermati nelle sfide ufficiali, in un crescendo che portò la nostra selezione a uno splendido e inatteso secondo posto a Euro 2012. 
Oggi, due anni dopo, quel clima di fiducia e di speranza, quella tensione al miglioramento continuo, non si percepiscono più, o comunque sono molto annacquati. Spiace dirlo, ma le sensazioni trasmesse dall'incontro di due giorni fa sono le stesse lasciate da buona parte delle sfide azzurre della stagione post Europei: la Nazionale, una volta riconquistato un buono standard di prestigio mondiale, pare essersi fermata, non riesce a compiere l'ultimo passo verso l'acquisizione di una dimensione da "grande squadra". Vivacchia, certo più che dignitosamente, sui livelli faticosamente raggiunti nel. primo biennio, e da lì non sembra più in grado di spostarsi. Lo testimonia il fatto che da un anno denunciamo gli stessi limiti, le stesse défaillance di una compagine che non ha ancora trovato una inquadratura tattica stabile, che continua a concedere troppo in difesa e che in avanti non riesce a concretizzare in proporzione alla mole di gioco creata, mancando drammaticamente di killer instinct, soprattutto al cospetto dei colossi del football planetario. E ciò fa rabbia, perché il gruppo di Prandelli ha dimostrato, anche dopo Kiev, che i mezzi tecnici e mentali per compiere il definitivo salto di qualità li avrebbe eccome, basti pensare  alle prestazioni di marzo contro il Brasile e di giugno in Confederations con la Spagna. Per tutto il resto, la stagione 2012/13 ha regalato un tran tran accettabile (le sfide mondiali contro Armenia e Danimarca, l'esordio brasiliano contro il Messico) e tanti, troppi appuntamenti che hanno fatto arrossire, pur venendo confortati da risultati positivi (i due incontri con Malta, quello in Repubblica Ceca, la fortunosa affermazione sul Giappone...). 

                                            Osvaldo: molto fumo e poco arrosto

IL TEMPO STRINGE - Il gala con l'Argentina non ha fatto altro che inserirsi in questo trend piatto e inquietante. Sì, inquietante, perché il piccolo cabotaggio di cui sopra potrebbe anche bastare nel settembre di fuoco che attende i nostri, ma non ci giureremmo fino in fondo: la qualificazione  a Brasile 2014 è ancora da conquistare, e Bulgaria e Repubblica Ceca ci han già fatto soffrire nei match di andata. Ma anche ammesso che si riuscisse a "scollinare" con successo questo duplice impegno (e io credo di sì, a scanso di equivoci), dopo ci vorrà qualcosa di più, e il tempo per limare i limiti congeniti di questa nostra rappresentativa, bella ma a volte un po' troppo leggerina, comincia ad assottigliarsi. Ecco perché, e ritorniamo al punto di partenza, appuntamenti di sostanza come quello dell'Olimpico si dovrebbero ben altrimenti sfruttare, al di là del loro significato simbolico. 
I DUBBI SU DE ROSSI E VERRATTI - Peccato, perché gli spunti di interesse non mancavano, in primis il ricorso a De Rossi come centrale in una difesa a quattro e le chiavi del centrocampo di fatto consegnate a Verratti. Gli esiti non sono stati esaltanti: il romanista ha offerto buoni spunti individuali, ma il rendimento collettivo del reparto non è parso affatto beneficiare della sua presenza, anzi. Il buon Daniele può tornare utile, in posizione arretrata, solo come perno di una terza linea a tre, nel quale può fungere tatticamente da centromediano metodista all'antica o da libero moderno come poteva essere il compianto Scirea, altrimenti è meglio restituirlo alla zona nevralgica, dove in azzurro è spesso un'iraddiddio, visto che la difesa può contare su interpreti testuali del ruolo di sicuro affidamento, dai titolari Barzagli, Bonucci e Chiellini (per quanto quest'ultimo viva sempre sul confine fra pulizia di gioco e fallosità, e non rappresenti pertanto il massimo della sicurezza) agli attuali rincalzi Ogbonna, Astori e Ranocchia. 
Capitolo Verratti, un "beniamino" di questo blog: su Note d'azzurro ne ho sempre sottolineato il talento e l'importanza per il futuro del Club Italia, in qualità di maggiore indiziato a prendere in mano le redini del centrocampo nell'ormai imminente "dopo Pirlo". Con onestà, debbo però sottolineare che finora, con la  maglia della Maggiore, il giovanotto del PSG non ha mai convinto appieno, e quella con l'Argentina è stata forse la sua prova peggiore, soprattutto per timidezza tattica: Montolivo, per dire, pur non brillando ha fatto meglio di lui, con alcuni spunti degni di nota in copertura e in fase di impostazione. Insomma, è vero che Verratti finora di spazi non ne ha avuti moltissimi, ma è anche doveroso attendersi da lui, in questa stagione, una decisa impennata di personalità e di rendimento. Quella che ha già manifestato Insigne, con un atteggiamento propositivo e intraprendente e un gol che ne sintetizza la sua sicurezza da veterano, in uno scampolo di partita che ne ha certificato l'imprescindibilità per la Nazionale di oggi e di domani. 
ANTONELLI DA RIVEDERE - Sul resto, poco da dire: Antonelli è cresciuto strada facendo, sfiorando anche il gol del pari in un finale in cui peraltro tutta la squadra italiana ha preso a girare a ritmi accettabili, ma in precedenza aveva... brillato per scarsa incisività e approssimazione di tocco. Merita comunque un'altra chance. Centrocampo in soggezione costante, e prima linea che dovrà lavorare molto per ovviare alla doppia assenza, a Palermo con la Bulgaria, di Balotelli e Osvaldo: peraltro l'italo - argentino, rientrato come previsto nel giro azzurro (qualcuno aveva sostenuto che la sua esclusione punitiva dalla Confederations Cup ne avrebbe sancito l'addio definitivo al Club Italia), ha fatto molto fumo e poco arrosto, riuscendo raramente a liberarsi per il tiro. Sempre più urgente il recupero psicologico di El Shaarawy, mentre attendiamo da questa annata pre Mundial anche il decollo definitivo di Borini e di Destro e il rilancio in grande stile di Pepito Rossi. La splendida prova di Marchetti, infine, alimenta un interrogativo già più volte posto su queste pagine: perché dare così poco spazio ai "secondi" di Buffon, che avrebbero bisogno di fiducia e di minutaggio internazionale per essere  pronti alla bisogna in caso di malaugurate flessioni o forfait del titolarissimo? 

giovedì 8 agosto 2013

RECENSIONI LETTERARIE: "DALLO SCUDETTO AD "AUSCHWITZ" DI MATTEO MARANI


"Dallo scudetto ad Auschwitz" è, prima di ogni altra cosa, un grande e doveroso atto di giustizia. Giustizia, ampiamente postuma purtroppo, nei confronti di un uomo che avrebbe dovuto rappresentare un mito assoluto, un totem del calcio italiano, e che invece per decenni è stato letteralmente dimenticato, imperdonabilmente avvolto da un colpevole oblio. Riportando alla luce la tragica vicenda terrena di Arpad Weisz e della sua famiglia, il libro di Matteo Marani, giovane direttore del Guerin Sportivo, salda uno dei tanti debiti dell'ondivaga memoria storica del nostro Paese, piena di scheletri nell'armadio in quanto mai in grado di fare definitivamente, coraggiosamente i conti con i più scomodi fantasmi del passato, in primis quelli del fascismo e di tutte le sue nefandezze. 
LA STORIA - Chi è stato Arpad Weisz? Semplicemente, uno dei più grandi allenatori del football italiano d'anteguerra, direi sullo stesso piano di Carlo Carcano e del longevo inglese Garbutt, considerando l'immenso Vittorio Pozzo fuori categoria: forse il più importante di tutti, per la sua spinta innovativa in tema di tattica e di preparazione dei giocatori. Un trainer di altissimo spessore, scopritore di Giuseppe Meazza e capace di vincere tre scudetti, uno con l'Ambrosiana - Inter e due col Bologna; alla guida dei felsinei centrò anche un traguardo internazionale che all'epoca ebbe grandissima eco, il Trofeo dell'Esposizione di Parigi nel 1937, conquistato battendo in finale gli inglesi del Chelsea (e in quel periodo, gli appassionati lo sanno, gli inglesi erano considerati i maestri del pallone, talmente convinti della loro superiorità che la Nazionale coi tre leoni sul petto manco si degnava di prendere parte ai Campionati del Mondo). 
Un mostro sacro della panchina, dunque. Tuttavia, come ebbe a dire anni dopo Enzo Biagi (frase riportata sulla copertina del libro di Marani), "era molto bravo ma anche ebreo, e chi sa com'è finito". E già: nel 1938, Mussolini imbarcò l'Italia nella vergognosa avventura di un orrido antisemitismo "per decreto", con conseguenti leggi razziali ispirate alla dottrina malata della Germania nazista. Weisz, ebreo ungherese, si trovò all'improvviso sbattuto dagli altari alla polvere, con la sua deliziosa famigliola: la moglie Elena e i due figli, la piccola Clara e Roberto, il più grandicello. Arpad messo al bando dal calcio italiano, lui e i suoi cari messi alla porta dallo Stato fascista e razzista italiano, costretti a lasciare la penisola per un doloroso pellegrinaggio europeo, alla ricerca di posti in cui l'allenatore potesse continuare a lavorare e garantire a tutti e quattro un'esistenza dignitosa. 
Prima un breve soggiorno a Parigi, poi la sfortunata scelta dell'Olanda proprio poco prima dell'invasione nazista, con tutto ciò che ne conseguì in materia di "soluzione finale ebraica". Nella terra dei tulipani Arpad riuscì a compiere un autentico miracolo calcistico, portando il modesto Dordrecht dalla zona retrocessione a fasti di classifica in seguito mai più assaporati, ma la follia hitleriana presto lo raggiunse anche lassù: nell'agosto del '42 le SS bussarono alla porta dei Weisz e li deportarono in un campo "di passaggio" olandese, Westerbork. Di lì ad Auschwitz il passo fu breve: per i bambini e la donna significò morte immediata in camera a gas, mentre l'ex trainer, fisicamente integro per via della sua vita da atleta (prima di sedersi in panchina fu anche giocatore di alto livello) e quindi ancora "utile" alla causa tedesca, venne trasferito a Cosel, "sottocampo" di lavoro, dove resse fino al gennaio '44, quando si spense, ormai minato dagli stenti e svuotato nell'anima dall'orrore del lager e dalla sua tragedia familiare, senza più alcuna ragione che lo tenesse legato a una esistenza terrena.
ORRORE ORDINARIO - La vicenda di Weisz e del suo nucleo familiare non è, in sé, particolarmente "straordinaria", riferendo questo termine al contesto storico in cui essa maturò. Anni in cui la civiltà umana era precipitata in un abisso di ottusità, orrore e abominio, un nuovo Medioevo che pare incredibile possa essersi materializzato nel ventesimo secolo, il secolo del progresso per eccellenza. Anni in cui, in larga parte dell'Europa, le vite di persone considerate "diverse" divennero improvvisamente di nessun valore, appese a un filo sottilissimo e fragile, e poteva accadere di essere svegliati la mattina presto da un drappello di soldati nazisti ed essere strappati alla normalità quotidiana per venire precipitati nella realtà allucinante dei campi di concentramento e di sterminio, anticamere più o meno brevi della morte. La sorte dei Weisz fu quella di milioni di altre persone. Forse altri, come lui, furono dimenticati per anni, ma probabilmente, fra le vittime di questa rimozione, il "mister" è la più eccellente. 
RIMOZIONE - Ecco quindi che "Dallo scudetto ad Auschwitz" riapre non una, ma due ferite. Quella dello straziante calvario dei Weisz e quella della memoria tradita. Certo, la "cancellazione storiografica" di Arpad, della sua parabola umana e professionale, di ciò che rappresentò per il calcio e per l'Italia può essere stata una semplice dimenticanza, come lo stesso autore del libro ipotizza. E forse non ci sarebbe nemmeno da sorprendersi, visto il livello del giornalismo nostrano, andato peggiorando in maniera esponenziale dal dopoguerra in poi. Ancora oggi, nonostante Marani abbia squarciato il velo del silenzio, sono convinto che la grandissima maggioranza dei giovani giornalisti sportivi del nostro Paese non abbia la minima idea di chi sia stato Weisz. Per la verità, alla dimenticanza io non credo. Non stiamo parlando di un uomo qualunque, ma, lo ripetiamo, di uno dei simboli, simboli vincenti, del calcio italiano degli anni Trenta, ossia del periodo migliore del nostro football, sul piano dei risultati, dell'impatto mediatico, dei continui progressi tecnici, tattici, organizzativi e logistici. Un'icona in carne e ossa volatilizzatasi all'improvviso, passata direttamente dalla panchina del Bologna (dopo una vittoria, 2 a 0 alla Lazio...) all'oblio, nel tardo autunno del 1938.


CATTIVA COSCIENZA ITALIANA - Possibile che dopo la guerra nessuno si sia più ricordato di lui, nessuno si sia preso la briga di cercarlo, o di cercare notizie sulla sua sorte? Giornalisti, ex colleghi, ex calciatori e dirigenti del suo tempo? No, ragionevolmente non è possibile. E allora torniamo al discorso di partenza, alla cattiva coscienza di un Paese che non riesce a chiudere i conti col suo passato più scomodo perché quel passato non ha mai avuto il coraggio di prenderlo veramente di petto, con un'autocritica onesta e priva di pregiudizi ideologici: ancora oggi si continuano a fare distinguo fra fascismo "buono" e fascismo "cattivo", si tollerano rigurgiti nostalgici, eccessi di intolleranza, spesso in nome di un malinteso diritto di espressione del proprio pensiero.
Questo atteggiamento ambiguo, ambivalente, va a braccetto con i sensi di colpa e con la conseguente ritrosia a parlare di argomenti dolorosi come questo, una macchia ignominiosa per lo Stato e per il movimento sportivo italiani dell'epoca. Oppure, per contro, troppe volte si è voluto liquidare sbrigativamente tutto ciò che ha avuto a che fare col Ventennio, facendo di ogni erba un fascio: tutto nella spazzatura, tutto nel dimenticatoio, anche le cose positive, e quindi anche gli eroi del pallone come Weisz. Del resto persino il mitico Vittorio Pozzo, pur essendo ancora ben presente nella memoria di tutti gli appassionati, dopo la sua scomparsa non è mai stato adeguatamente omaggiato come sarebbe stato doveroso: l'Italia non è stata capace nemmeno di intitolargli uno stadio, il minimo dovuto a un uomo senza la cui opera, probabilmente, il mito planetario del calcio tricolore non esisterebbe.
WEISZ, IL CALCIO E IL PAESE DELL'EPOCA - Onore dunque  a Marani, che ha riportato alla luce la storia di Weisz, la sua mirabolante traiettoria calcistica e la sua tragedia personale. Lo ha fatto con delicatezza e sensibilità, con rigore assoluto nelle ricostruzioni, laddove è stato possibile, e "romanzando" quelle parti di vita non documentabili attraverso testimonianze dirette, carte ufficiali, materiale d'epoca, ma facendolo con grande verosimiglianza e senza indugiare in eccessi di fantasia che sarebbero stati del tutto fuori luogo, trattandosi di una storia autentica e amarissima. Nel libro c'è Weisz con la sua vita dentro e fuori del campo, ma c'è anche, con brevi ed efficaci pennellate, il calcio dell'epoca, già fenomeno di massa eppure in una dimensione ancora a misura d'uomo. E c'è, sullo sfondo, il ritratto di una nazione che si sforza di conservare un minimo di normalità, ma cammina a grandi passi verso l'abisso.
ANNULLAMENTO DEL NEMICO - Questa trasformazione dell'Italia emerge chiaramente dal trattamento riservato a Weisz non solo dallo Stato, dalle istituzioni, ma dalla comunità sportiva: l'allenatore si ritrova emarginato di punto in bianco nell'indifferenza del suo mondo. I giornali specializzati, che lo avevano esaltato e della cui collaborazione si erano spesso avvalsi, ne liquidano in poche righe l'allontanamento dal Bologna. Di Weisz improvvisamente non si parla più: come non fosse mai esistito. L'annullamento dei "nemici", psicologico prima ancora che fisico: uno degli obiettivi dei totalitarismi, nel caso specifico centrato in pieno. Un'indifferenza forzata, quella della comunità, perché guai a dire cose sgradite al Duce e ai suoi, ma non per questo più accettabile e meno disumana. Pagina dopo pagina, si percepisce l'atmosfera di libertà negata che gravava sul paese: libertà negata ai perseguitati ma anche a chi rimaneva a casa, "libero" in apparenza, ma privato degli affetti più cari e senza nemmeno la possibilità di dare aiuto concreto, o anche solo solidarietà, a chi dalle persecuzioni veniva colpito.
GIORNALISMO VERO - La postfazione del libro illustra nei dettagli il percorso compiuto da Marani per ricostruire la vicenda del coach ungherese: interviste ai colleghi olandesi dell'epoca ancora viventi, ricerca di documentazione ufficiale (certificati anagrafici e simili) presso scuole, prefetture e altre istituzioni, i contatti con le associazioni che tengono in vita il ricordo dell'Olocausto e ne conservano le testimonianze. Che sorpresa: documenti, ricordi personali, date precise... C'era tutto, bastava cercare bene. Bastava fare il lavoro del giornalista vero, ciò che oggi in Italia sono rimasti in pochi a saper svolgere. E bastava farlo senza pregiudizi e senza remore verso un passato che molti vorrebbero dimenticare, ma che dimenticare non si può. Matteo Marani ha fatto tutto questo: è una mosca bianca, e merita quindi un plauso incondizionato.