giovedì 27 marzo 2014

PRANDELLI CT AZZURRO FINO AL 2016: PUNTO DI PARTENZA PER RILANCIARE IL NOSTRO CALCIO?


E' talmente fiacca e vuota, nel nostro Paese, questa lunga vigilia del Mondiale brasiliano, che persino una notizia come la riconferma di Prandelli in sella alla Nazionale è transitata dalle pagine dei giornali senza colpo ferire, in un clima di sostanziale distacco e indifferenza. Eppure è un evento la cui portata, alla lunga, potrebbe valicare i confini dell'attività azzurra per coinvolgere il futuro dell'intero movimento calcistico nostrano. L'attuale cittì, dunque, guiderà il Club Italia anche nel biennio 2014 - 2016. In un football in cui i contratti firmati dagli allenatori hanno la consistenza della carta velina, legati a filo doppio ai risultati conseguiti nell'immediato più che alla programmazione a lungo termine, la Figc ha scelto, coraggiosamente, di sposare la strategia opposta, di guardare lontano, laddove la scelta di attendere l'esito della Coppa del Mondo avrebbe incontrato di certo più larghi consensi. 
COME SACCHI, MA NON COME DONADONI... - Non è la prima volta, intendiamoci: senza andare troppo indietro nel tempo, ricordiamoci di Arrigo Sacchi, confermato, non proprio a furor di popolo, dall'allora presidente federale Matarrese qualche mese prima di un Europeo '96 al quale, in effetti, ci accostammo da superfavoriti. Solo che la nostra rappresentativa, complici alcuni strafalcioni del vate di Fusignano, venne estromessa al primo turno. Sacchi sedette sulla panchina azzurra ancora per tre partite, alla ripresa autunnale, poi salutò la compagnia lasciando il posto a Cesare Maldini. Insomma, una riconferma un po' affrettata, col senno di poi. Atteggiamento opposto venne tenuto nei confronti del buon Donadoni, circondato da un clima di dilagante scetticismo alla vigilia di Euro 2008 nonostante una qualificazione centrata con autorità in un girone difficile (Francia, Scozia, Ucraina...): contratto in scadenza e vertici federali che pareva non vedessero l'ora di riabbracciare Marcello Lippi; Donadoni fece un Europeo dignitoso, superando a fatica il primo turno (ma in un raggruppamento di ferro con Olanda e, ancora, Francia) e cedendo nei quarti alla Spagna, futura campione di tutto, solo dopo i calci di rigore. Ma Abete e compagnia, senza esitazioni, richiamarono il CT iridato, ed ebbero il giusto castigo così come, purtroppo, lo avemmo anche noi appassionati, costretti ad assistere impotenti al prevedibile scempio sudafricano. 
OLTRE LA NAZIONALE - Insomma, mai una linea operativa univoca, da parte dei nostri padroni del vapore. Eppure, la particolare congiuntura che sta vivendo il pallone tricolore può giustificare quest'ultima scelta. Torniamo dunque al discorso di partenza: qui non si tratta più solo di programmare la futura attività della squadra azzurra fino al torneo continentale in Francia (dove approderemo senza ombra di dubbio: con 24 posti a disposizione, non qualificarsi sarà.... impossibilissimo). La sfida è un'altra, di portata ben più consistente: ridisegnare mentalità, modus operandi, strategie di tutto il movimento calcistico italiano. Limitatamente alle competenze di un allenatore di Nazionale, è ovvio, competenze che però, alla luce di questo rinnovo contrattuale, potranno essere interpretate in maniera più ampia. 
Alle corte: Prandelli dovrà prendere in mano le redini di una riscossa del decadente marchio "Calcioitalia", inteso come prodotto nostrano, come eccellenza del Paese, come bontà "a chilometro zero" di cui le maglie azzurre rappresentano, da sempre, l'immagine più popolare e vincente all'estero. Dovrà spingere, il buon Cesare, affinché si inizi l'opera di rilancio del vivaio locale: da qualche anno, per le convocazioni del commissario tecnico di turno, il campo di scelta è sempre più ridotto, fra organici di A zeppi di stranieri (perlopiù scadenti, non mi stancherò mai di ripeterlo) e giovani che faticano ad emergere, chiusi da veterani più modesti ma più "scafati", e quindi costretti, per non intristire in panca o in tribuna, a cercar gloria (si fa per dire) nelle categorie inferiori. Per le selezioni giovanili il problema, oramai, non si pone nemmeno più: si pesca a piene mani in B e in C.

                           Perin: uno dei migliori prospetti di una scuola che rischia di inaridirsi

PROGETTO GIOVANI - Ecco, con la recente riconferma Prandelli può, deve assumersi la responsabilità di diventare il vertice, il punto da cui partire per cambiare questo stato di cose, garante e braccio operativo di un rinnovamento profondo: perché inaridimento del vivaio significa progressiva perdita di competitività di tutto il sistema calcio Italia e, di riflesso, della Nazionale, che ne è la più genuina e veritiera espressione. Nel passato, recente e meno recente, l'ex trainer di Parma e Fiorentina ha lanciato spesso messaggi spiazzanti in tal senso: ricordo la particolare convocazione ferragostana post Europeo polacco - ucraino, quando vennero inseriti in gruppo persino giovanissimi come De Sciglio e Perin, con alle spalle pochissime presenze in Serie A: due giocatori, per inciso, che a distanza di due anni troveremo probabilmente nel listone dei 23 per il Brasile. E poi, poche settimane fa, lo stage aperto a tanti ragazzi "imberbi", anche della serie cadetta.
Qualcosa di più di semplici convocazioni sperimentali: personalmente, vi ho ravvisato quasi una velata volontà di dettare la linea, di smuovere la pigrizia mentale di tecnici e dirigenti di club, della serie "se non ci pensate voi a lanciare i giovani, io vi precedo, vi metto di fronte al fatto compiuto, li porto in azzurro anche se con poca esperienza e poi... la palla passa a voi". Questo atteggiamento dovrà diventare una regola, permeare ogni singola mossa del CT da qui in poi: magari partendo anche dalla Coppa del Mondo, visto che, come ho scritto spesso sul blog, la sensazione è che, ultimamente, anche da parte di Prandelli la pazienza nei confronti delle nuove leve non sia stata sempre massima, vedi l'accantonamento di Insigne e Florenzi (quest'ultimo uno dei migliori centrocampisti espressi dal campionato in corso) o la fiducia contingentata a Verratti.
Nell'estate 2012, a Europeo concluso, scrivevo così su "Note d'azzurro", e mi si perdonerà l'autocitazione: "In un momento di crisi come questo, un momento in cui le nostre società hanno perso competitività finanziaria (e conseguentemente sportiva) sul palcoscenico internazionale, l'unica scelta di buonsenso sarebbe quella di un rilancio in grande stile dei settori giovanili, e il loro conseguente sfruttamento per innalzare il valore tecnico delle rappresentative azzurre, in primis la maggiore". Siamo allo stesso punto, e anzi la situazione si è aggravata.
MODELLO TEDESCO - Non si può più rimandare la soluzione del problema, ed è giusto che Prandelli, con le spalle coperte da un contratto blindato, se ne faccia carico per quanto di sua competenza, non limitandosi a sporadiche dichiarazioni ma operando concretamente, magari con l'aiuto di una vera e propria task force che smuova le stagnanti acque del calcio tricolore. Ora ha l'autorità per dettare la linea. Perché nel prossimo biennio dovrebbero giungere a definitiva maturazione i gioiellini lanciata dalla splendida Under 21 2011 - 2013 vicecampione d'Europa: i già citati Florenzi, Insigne e Verratti, ma anche Donati, Marrone, Gabbiadini, Bertolacci, Borini, Fausto Rossi e, perché no, Bianchetti, Regini e Caldirola, mentre sono attese la resurrezione di El Shaarawy e la crescita di Berardi.
Con questi ragazzi, sul breve periodo è assicurato un buon ricambio generazionale e si potrebbe persino puntare al bersaglio grosso all'Europeo parigino, ma: 1) Devono giocare con continuità e ad alti livelli per acquisire esperienza e spessore internazionale; 2) Dopo di loro, rischia di aprirsi un vuoto pauroso se non si comincia a intervenire in profondità. Dopo il fiasco di Sudafrica 2010 si cianciò a lungo di ripartire dal modello tedesco, da quella Germania che, di fronte alla crisi generazionale degli anni Novanta, decise di lavorare sul lungo periodo reinventando il proprio calcio a partire dai settori giovanili, sfornando infine una rappresentativa verde, fresca e altamente competitiva. Ovviamente, nel Paese dei parolai, i proclami restarono tali. Prandelli, novello "CT a lunga scadenza", col suo operato può imprimere la svolta decisiva per uscire dall'impasse. E' un'occasione da non sprecare, forse l'ultima: lo aspetto alla prova. 

venerdì 21 marzo 2014

CALCIOITALIA ALL'ANNO ZERO: DISASTRO EUROPA LEAGUE, NON CI RESTA CHE LA JUVENTUS

                                      Per Pirlo altra punizione "divina": Fiorentina ko

Cadono come mosche. In quella che, negli auspici, doveva essere la stagione del riscatto italiano in Europa League, il contingente nostrano si ritrova già ridotto ai minimi termini. A ottavi di finale completati, ossia quando i giochi veri devono ancora cominciare, resta in corsa solo la Juventus, la cui qualificazione non può oltretutto essere parametro attendibile circa la competitività internazionale dei bianconeri, essendo giunta, e con non poca fatica, ai danni di un'altra compagine tricolore, la Fiorentina. Per il resto, il battaglione dipinto come agguerritissimo è stato polverizzato da una concorrenza tutt'altro che irresistibile, assumendo le patetiche sembianze di una improbabile armata Brancaleone. Fuori già nel turno precedente la Lazio, estromessa (una sconfitta e un pari) dal modestissimo Ludogorets, del quale il Valencia si è poi disfatto senza soverchie difficoltà; fuori, come detto, i viola di Vincenzo Montella, che pure sono considerati i fautori della manovra dal tasso estetico e qualitativo più elevato della nostra Serie A; ultimo della tremenda serie, fuori il Napoli, incapace di venire a capo di un Porto dalle misure tecniche non certo eccezionali. 
SEMPRE PEGGIO - Un disastro, un disastro pressoché assoluto. Da anni cerchiamo pazientemente, nelle pieghe delle competizioni europee per club, un segnale che possa far sperare in un'inversione di tendenza. E i segnali ogni tanto arrivano, per la verità: in Champions League, l'anno scorso, ci fu il discreto percorso della Juventus, arresasi al Bayern nei quarti dopo brillanti affermazioni su Chelsea e Shakthar; e i partenopei di Benitez, sempre nel torneo più importante, pochi mesi fa si sono resi protagonisti di un turno preliminare per certi versi esaltante, ma sfortunatissimo. Ma si è trattato di exploit del tutto effimeri, che sono stati, anzi, il preludio a ulteriori passi indietro. L'Europa League continua ad essere una manifestazione inspiegabilmente ostile ai colori italiani: non ci resta che la Juve, e la Vecchia Signora ha a questo punto il dovere morale di puntare dritta alla finalissima, non solo perché ad ospitarla sarà il suo stadio di casa. Vincere l'ex Uefa, precisiamolo, non basterebbe a cancellare anni e anni di figuracce ed eliminazioni delle nostre spaurite portacolori, ma porrebbe comunque un freno a una caduta che sembra inarrestabile, e potrebbe fungere da esempio per un diverso approccio, nel futuro, a questa competizione. 
LA CRISI PIU' GRAVE - Fiorentina semifinalista nel 2008, eliminata ai rigori dai Rangers di Glasgow: da allora, nessun club italiano si è più spinto così avanti in Europa League. Uno scempio, un'offesa a un palmarés nemmeno tanto datato, che racconta di un football tricolore a lungo dominatore nel torneo, in qualche caso addirittura con finalissime "fratricide". Spesso, negli ultimi anni, son stato io il primo a dire che nel calcio esistono i cicli vincenti e quelli di recessione, che una fase più o meno prolungata di appannamento può capitare a ogni nazione, ma qui si sta esagerando. I tempi si allungano e l'uscita dal tunnel, invece di avvicinarsi, si allontana sempre più. Il calcio italiano è ridotto a provincia dell'Impero europeo: in entrambe le manifestazioni, le semifinali e spesso persino i quarti ci sono negate sistematicamente. E' una crisi più grave di quelle attraversate in altre epoche dal nostro movimento (fine anni Settanta - primi Ottanta, fine anni Novanta - primi Duemila), perché il tempo non gioca a nostro favore:  i tre Paesi guida corrono a ritmi elevatissimi,  e nella classifica Uefa hanno accumulato su di noi dei vantaggi abissali; altre nazioni un tempo in soggezione nei nostri confronti sono ora in crescita continua: una di queste è il Portogallo, e il fatto che il Porto abbia appena eliminato il Napoli è un'ulteriore brutta notizia per il nostro ranking, sempre più esangue. 
E' una crisi grave e pericolosa perché, per quanto causata da fattori in buona parte noti da anni, sembra lasciare indifferenti i padroni del vapore. E, al contrario di quanto accaduto in occasione di altre congiunture a noi sfavorevoli, questa volta i difetti sono endemici e radicalizzati, non facili da estirpare in tempi brevi: la precarietà dell'organizzazione complessiva e della tenuta economica del sistema, lo spazio sempre più esiguo concesso ai giovani del vivaio nazionale, l'impoverimento tecnico degli organici con conseguente calo qualitativo del gioco sono vulnus eliminabili solo attraverso interventi strutturali ed un cammino lungo e doloroso, del quale peraltro non è ancora stato dato il calcio d''inizio.
Non sarebbe nemmeno giusto sorvolare sulla posizione di subalternità economica del nostro calcio nei confronti di Germania, Spagna e Inghilterra, perché in fondo è anche quella una colpa: istituzioni e dirigenti non hanno saputo cogliere i radicali mutamenti di questo sport, mettere mano a strutture organizzative e modalità operative che in breve si sono rivelate obsolete, e i nuovi investitori si sono rivolti altrove, laddove un tempo l'Italia era il Bengodi del pallone. Ma per il momento non parliamone, e pensiamo agli aspetti più strettamente tecnici, prendendo come paradigma proprio il match del canto del cigno napoletano, stante, come detto in apertura, l'inattendibilità del derby italiano Fiorentina - Juve come unità di misura dello spessore internazionale dei nostri club.

                                Benitez: questa volta il suo spessore europeo è stato inutile

LE LACUNE DEL NAPOLI E DEL NOSTRO CALCIO - Il Napoli, dunque: al netto della generosità e dell'impegno mostrati, la partita del San Paolo è stata una specie di piccolo disastro. Il gioco, innanzitutto: lontano parente di quello che gli azzurri avevano sciorinato in certe sfide autunnali di Champions, condite di rapidità, verticalità della manovra, alti ritmi, precisione nel palleggio e sfruttamento delle fasce. Che Higuain e compagni siano in fase involutiva dall'inizio del 2014 è cosa nota, ma non rappresenta un'attenuante: se vuoi far strada in Europa, quello mostrato contro Arsenal e Borussia Dortmund è lo standard di prestazioni a cui al giorno d'oggi devi forzatamente attenerti: se te ne allontani anche solo di poco, sei fregato anche confrontandoti con realtà tecnicamente normali come il Porto (nelle cui file, per dire, decisivo è stato Quaresma, che in Italia trapanò l'acqua non molto tempo fa), perché le squadre italiane non dispongono delle sovrabbondanti risorse di classe delle grandi del Continente: se Higuain non inquadra la porta, se Insigne si batte con operosità ma senza trovare il guizzo del genietto, se Hamsik finisce addirittura ai margini, cosa rimane?  
In Europa, ancor più che in campionato, la cattiveria sotto rete è vitale: il Napoli di ieri sera e di Oporto le sue occasioni le ha avute, alcune anche clamorose, ma solo una ne ha concretizzata, mentre i portoghesi, nel momento topico dell'incontro, ne hanno piazzate due chiudendo i conti. Ancora: la squadra italiana ha retto, sul piano fisico, un'oretta scarsa, poi si è afflosciata, davanti a rivali sempre più ringalluzziti. Prandelli l'aveva detto all'indomani della mortificante (per noi) amichevole di Madrid con la Spagna: il calcio nostrano, in questo momento, sta scontando un preoccupante gap atletico nei confronti di altri movimenti. In Europa i ritmi sono sostenuti, se non sei in grado di reggerli o chiudi i conti prima (e il Napoli poteva farlo) o rischi di lasciarci la ghirba: una condanna senza appello per un football, il nostro, che fino a una decina di anni fa veniva considerato un esempio in tema di preparazione fisica.
Anche il fattore campo, un tempo vanto del pallone nostrano, sta perdendo consistenza: persino in momenti storici in cui i nostri club si trovavano in soggezione qualitativa rispetto ai rivali esteri, giocare in casa ne moltiplicava le risorse e consentiva, qualche volta, di porre rimedio a capitomboli esterni, ora non ci riesce neanche più quello... L'ho già scritto in passato: allo stato delle cose, le squadre italiane non hanno speranze contro gli esponenti dei tre campionati "monstre", mentre con le altre possono vincere così come possono perdere: insomma, non vi son più certezze, la nostra autorevolezza internazionale si è volatilizzata, siamo intrappolati in un limbo di mediocrità in cui una squadra turca, per quanto di primo piano, può spianare il rullo compressore della Serie A per poi uscire negli ottavi di Champions dopo essere stata presa a pallonate dal Chelsea... Triste, molto triste. 
EUROPA LEAGUE SOPPORTATA - Su tutto, permane un problema di mentalità: già dalla laboriosa qualificazione ai danni dello Swansea, il Napoli è parso subire l'Europa League, più che interpretarla come un appuntamento importante: una pausa in attesa di una nuova Champions da vivere, si spera, da protagonisti. Così fosse, è stato un approccio sbagliatissimo: il Napoli non è il Milan, e una caratura europea si costruisce per gradi, passando anche attraverso tappe intermedie.
Giocarsi questa delicata sfida senza Hamsik, per quanto in un momento di scarsa forma, e senza il guastatore Callejon è stato un mezzo suicidio. In nome di che cosa, poi? Un ipotetico secondo posto in campionato sarebbe importante soprattutto per le casse societarie, ma la personalità internazionale, l'abitudine ai confronti europei te le costruisci solo giocandone il più possibile, di questi confronti, sennò rischi di far la fine dell'Udinese, che ogni anno si qualificava per le coppe per poi uscirne quasi sempre subito. Il risultato? Competitività fuori dai confini rimasta ai minimi termini e nessun beneficio per il ranking. Tutto ciò per dire che, in questo particolare momento, tutti dovrebbero capire che una lunga marcia in Coppa sarebbe importante più di un piazzamento in campionato. Dopodiché, attendo sempre che qualcuno mi spieghi la necessità di dover scegliere fra Serie A ed Europa League, laddove all'estero, nei Paesi calcisticamente seri, questo dubbio amletico non se lo pone nessuno: la... figlia della Coppa Uefa è onorata da tutti come è giusto onorarla, negli ultimi anni l'han vinta, fra le altre, il Chelsea (di Benitez), l'Atletico Madrid due volte, il Porto (sic!). Tutti stupidi e noi gli unici furbi, certo. 

lunedì 17 marzo 2014

GENOA: "IL FUTURO E' UN'IPOTESI", FRA GLORIOSE SCONFITTE E SCENARI SOCIETARI "FLUTTUANTI"

                                             Così Pirlo ha condannato il Genoa 

Genoa - Juventus 0-1. Era da tempo che non mi accadeva di... inalberarmi così per una sconfitta della mia squadra del cuore. L'anno scorso, per dire, vissi la lenta discesa agli inferi dell'orrido grifone di Del Neri con rassegnazione, più che con rabbia. Quasi un olimpico distacco, confortato da una certezza di fondo: era una compagine così scombiccherata, quella, così priva di gioco e di animus pugnandi, che la zona retrocessione le calzava a pennello, e lo scrissi anche qui su "Note d'azzurro". Ieri sera no: la punizione di "Von Karajan" Pirlo, così lo ha definito in radiocronaca diretta Francesco Repice di "Tutto il calcio", è stata una stilettata che brucia, brucia ancora, a quasi ventiquattr'ore di distanza. Da un lato è positivo: significa che il calcio italiano, malato grave, in crisi tecnica e di credibilità internazionale, è ancora in grado di regalare emozioni forti a chi lo vive con passione genuina. Ma prevale comunque l'amaro in bocca, dovuto, oltre al ko, alla constatazione che, a realtà medio - piccole come quella genovese, per cogliere la soddisfazione effimera di bloccare il perfetto ingranaggio bianconero non basta nemmeno giocare un match su standard quasi "europei". 
VOLTARE LE SPALLE ALLA FORTUNA - Mi si dirà: ma l'hai visto lo score stagionale della Vecchia Signora? Come poteva pretendere di far risultato, la squadra undicesima nella stessa classifica, con meno della metà dei punti della capolista? Ebbene, lo score lo conosco benissimo, è impressionante, una cosa mai vista in Italia: ventiquattro vittorie, tre pareggi e una sconfitta, il celebre capitombolo di Firenze maturato non in seguito a una sfida giocata peggio dei viola, ma per un quarto d'ora di follia, uno di quei black out che, alle grandi squadre, capitano giusto una volta all'anno. Ma il ruolino di marcia bianconero, per come si stava svolgendo la sfida di Marassi, aveva assunto un'importanza del tutto relativa: molto semplicemente, il Genoa stava giocando meglio dell'augusto avversario. Agonismo financo sopra le righe, ritmi elevati, brillantezza fisica, manovra di qualità e palle gol: forse solo il Verona, al di fuori del novero delle grandi, era stato in grado di far vedere in tal misura le stelle al team di Conte. 
Però, paradossalmente, non mi va di unirmi al coro di chi grida alla sconfitta ingiusta: fallire un paio di facili occasioni a tu per tu con Buffon e buttargli addirittura fra le braccia il rigore che poteva regalare "La vittoria dell'anno" (un rigore contro la Juve: evento da segnare sul calendario), il successo da raccontare con orgoglio ai nipotini e a chi non c'era, significa semplicemente voltare le spalle alla fortuna, che sembrava davvero disposta a confortare col suo... beneplacito la serata di grazia dell'undici gasperiniano. Il rigore dell'anno affidato a Calaiò, uno che nella rinascita genoana di questo campionato ha recitato, sostanzialmente, il ruolo di comparsa: a ben vedere, basterebbe questa scelta infelicissima a giustificare la resa finale.
PRESTAZIONE RIPETIBILE? - Un'occasione così, contro una Signora stanca, poco lucida, priva di Tevez, con tre quarti di scudetto già in tasca e concentrata più che altro sul ritorno di Europa League, resterà probabilmente irripetibile. Il popolo rossoblù, solitamente ipercritico nei confronti della squadra tanto amata, l'ha presa bene, fin troppo, e ha già inserito questa partita nella galleria dei match storici del Grifone, per qualità e intensità della prestazione. A partire da un assunto elementare e inflazionato: se si gioca così contro la Juve, lo si può fare anche contro le altre, e in quel caso di partite se ne perderanno ben poche. In realtà, come direbbe Enrico Ruggeri, al momento "Il futuro è un'ipotesi" e nulla più, perché sulle "gloriose sconfitte" raramente si costruiscono progetti vincenti e perché nel calcio due più due raramente fa quattro: il calciofilo dimentica presto, ma io, ad esempio, ricordo ancora perfettamente la splendida prestazione del Genoa di De Canio, sempre al Ferraris, contro una Juventus non molto diversa da quella di ieri sera: gol di Immobile, raddoppio mancato un'infinità di volte, primo tempo che poteva terminare tre a zero e partita che invece si concluderà... 1-3. Da quella straordinaria e sfortunata dimostrazione di gioco non sbocciò alcunché: strada facendo, il Genoa si dimostrò una delle realtà meno competitive del torneo, dovette passare attraverso due cambi di allenatore e una rivoluzione d'organico al mercato di gennaio per salvare la ghirba in extremis. 

                                  Gasperini: sta costruendo un Genoa nuovo e frizzante

UN GENOA CREDIBILE - Certo, oggi la situazione appare diversa: paragonare questo Genoa a quello dell'anno scorso è, in effetti, eresia pura. Il Genoa 2012/13 era un ensemble senza capo né coda, povero di talento e senza una linea tecnica precisa. Quello di oggi ha ritrovato antiche certezze, una nuova  e fresca credibilità: Gasperini, con grande fatica, pare infine esser riuscito a imporvi il suo marchio di fabbrica. E' una squadra con un'anima, con una filosofia di gioco, col gusto della sfida a viso aperto, senza paura. E' una squadra giovane e molto italiana, e non è poco in questa Serie A così ottusamente esterofila da risultare irritante. 
E' un Grifone, anche, con una forte connotazione azzurra: ad Antonelli e al veterano Gilardino si è aggiunto il ragazzino terribile Perin, mentre Bertolacci continua a crescere e nelle ultime gare sta emergendo, per personalità, precisione e pulizia di gioco, il centrocampista Sturaro, altro prodotto della locale "cantera". E ora, come detto, comincia a riconoscersi l'impronta di Gasperson, la stessa che, nel 2009, portò un Genoa decisamente più dotato, sul piano della classe pura, a un passo da una Champions League che sarebbe stata oltremodo meritata. Tutto questo per dire che, oggi, i presupposti parrebbero diversi rispetto a dodici mesi fa, che quanto visto ier sera potrebbe essere davvero un ponte gettato verso un futuro un tantino più ricco di soddisfazioni. Ma una discreta squadra può diventare una buona squadra (non diciamo grande) se acquista concretezza e, soprattutto, se sa battersi con eguale intensità con colossi e con peones. In altre parole, in prospettiva contano poco le prestazioni di spessore con Juve, o Inter o Fiorentina, se poi viene il braccino come col Chievo, otto giorni fa, o come in un derby ampiamente alla portata. Cattiveria (calcistica) e continuità di gioco e di mentalità, ci vogliono: non è di gloriose sconfitte che si nutrono il palmarés e la storia di un club. E dunque, il luminoso futuro sognato dai supporters è ancora del tutto ipotetico. Comincerà a prender forma già da domenica prossima?
STRAVOLGIMENTI SOCIETARI... FORSE - Ma soprattutto: sarà ancora Preziosi a guidare questo  nuovo corso dai connotati assai poco chiari? Negli ultimi sette giorni, due illustri firme di due prestigiosi quotidiani cittadini hanno suonato incessantemente la grancassa mediatica su un passaggio di proprietà, in casa Genoa, ormai alle porte. Uno di essi aveva parlato addirittura di "ore decisive per la cessione della società" (roba di una settimana fa, ma non aveva specificato il numero di ore, va detto...), annunciando che questo Genoa - Juventus sarebbe stato l'ultimo match vissuto dal Joker come proprietario del club. Non è accaduto, e già questo basterebbe per inserire la notizia nel novero ormai ampio delle bufale calcistiche nazionali, anche sulla scorta delle decise e reiterate smentite della dirigenza. Poi, magari, alla lunga qualcosa si concretizzerà, e me lo auguro sinceramente per gli estensori di questo presunto scoop, "prime firme" la cui credibilità, in caso contrario, subirebbe un colpo che non potrebbe né dovrebbe lasciare indifferenti i lettori. 
Insomma, ci abbiamo fatto il callo. Poi magari chi lancia queste "bombe" (nell'accezione inventata anni fa da Maurizio Mosca e Aldo Biscardi) dice di farlo per il bene del Genoa, salvo sottolineare, nei propri articoli, che, caspiterina, "la fuga di notizie potrebbe aver rovinato le intenzioni degli acquirenti", fuga di notizie da loro stessi alimentata... E neanche si capisce, se si vuole davvero il bene del Genoa favorendo quindi l'arrivo di facoltosi investitori, l'utilità di rigirare continuamente il coltello nella piaga di una situazione finanziaria e debitoria rossoblù che, da mesi, viene descritta come drammatica, con una certa approssimazione nell'affrontare tematiche economiche che richiederebbero competenza e lunga opera di documentazione: roba da "Il Sole 24 ore", insomma, non da pagine sportive di quotidiani locali. Nel recente passato ci sono state società professionistiche di Serie A che si sono viste infliggere punti di penalizzazione in classifica per ritardi nei pagamenti degli stipendi: il Genoa, al momento, ci risulta eroghi regolarmente gli emolumenti, ha investito in un nuovo centro sportivo nella periferia cittadina e ha appena acquisito una nuova sponsorizzazione per la propria casacca. Non naviga nell'oro, insomma, ma credo che siano altri i sodalizi che debbono tremare per il loro futuro. Vedremo come andrà, con la precisazione che, giornalisticamente, questa telenovela mi appassiona quanto un romanzo di  Fabio Volo...

giovedì 6 marzo 2014

VERSO IL MONDIALE: ITALIA, LA GRANDE BRUTTEZZA. AZZURRI UMILIATI DALLA SPAGNA

                           Prandelli pensieroso: poco tempo e tanto da fare per il Mondiale...

Spagna - Italia di ieri sera va ad arricchire la già abbondante collezione di "amichevoli horror" che, praticamente da sempre e con poche eccezioni, caratterizzano le vigilie mondiali azzurre. Dal test match con la Jugoslavia a Roma prima di Argentina '78, uno 0 a 0 con "generose" dosi di fischi per i nostri, alla resa parigina con la Francia di Platini nel febbraio '82, quattro mesi prima della gloriosa avventura spagnola; dal ko napoletano contro gli stessi francesi nel febbraio '94, in una serata all'insegna del non gioco nostrano, a quello in Repubblica Ceca nel maggio 2002, presagio nefasto dell'amara esperienza nippo - coreana. Seguo la Nazionale da quasi trent'anni, e oramai ci ho fatto il callo, a queste dimostrazioni di... impotenza pre iridata dei nostri baldi rappresentanti. Però non mi rassegno: otto anni fa, giusto di questi tempi, lo scintillante 4 a 1 rifilato alla Germania in quel di Firenze dimostrò che è possibile, nel bel mezzo della stagione di club, interpretare una gara senza punti in palio col piglio giusto, perché le fondamenta di una buona Coppa del Mondo vanno gettate con largo anticipo e anche perché "vincere aiuta a vincere", mentre questa pallida Italia non fa bottino pieno da sei mesi e cinque partite, non proprio il massimo per approcciarsi a Brasile 2014. 
ITALIETTA - Ecco, magari non si pretendeva una vittoria azzurra al Vicente Calderon, ma qualcosa di più del vuoto pneumatico messo in mostra sì. L'ultimo confronto vero con la Spagna, quello della Confederations Cup nel giugno scorso, aveva dimostrato che le distanze fra le due rappresentative si erano un tantino accorciate. La sfida di poche ore fa non poteva fornire altri ragguagli in tal senso, soprattutto perché Prandelli l'ha affrontata con una formazione che, sicuramente, non sarà quella titolare destinata a esordire al Mundial (e meno male). Ciò non toglie che il complesso messo in campo avesse il dovere tecnico e morale di dare di più. 
I novanta minuti di Madrid hanno mostrato al mondo intero un'Italia piccola piccola: costantemente in sofferenza di fronte alle folate offensive iberiche, incapace di sfoderare manovre e palleggio efficaci a centrocampo, evanescente o quasi in attacco, a parte un paio di soluzioni estemporanee dovute all'estro dei singoli: il palo di Cerci in apertura al culmine di un'azione personale del torinista, e il bel sinistro alto di poco di Osvaldo su splendido assist di tacco di Marchisio. Poi il nulla, fino a un tentativo di Immobile a una manciata di minuti dal termine. Nel mezzo, tanta Spagna, una Spagna che ci ha inflitto una lezione per certi versi anche più umiliante di quella di Kiev 2012: perché ha disposto del nostro undici in scioltezza, quasi in souplesse, e avrebbe potuto ottenere un altro largo punteggio se non avesse sprecato l'impossibile in fase conclusiva: clamorosi soprattutto gli errori di Fabregas e David Silva, per il resto Buffon ci ha messo tre pezze provvidenziali ma ha anche "ciccato" l'intervento sulla botta decisiva di Pedro. 
PALETTA E POCO ALTRO - E' parso un confronto fra una big e una rappresentativa di calibro medio - basso, e ciò è inaccettabile, anche per una sfida amichevole. Impotenza e vacuità tattica: non una trama degna di tal nome; imprecisione a go go in ogni fase del gioco, con errori di misura nei passaggi quasi da bassa Serie A, tanto che persino il subentrante Pirlo si è ben presto intristito in un contesto tecnico desolante; spinta sulle fasce inesistente. Un pianto, nel quale è fin troppo facile individuare i pochi da salvare: diciamo in primis Paletta, che ha fatto il difensore vecchio stampo, bravo a francobollare, spietato nell'anticipo, il che però non ha impedito alla nostra retroguardia di ballare costantemente (d'accordo, zero protezione da parte del centrocampo) e di incassare un gol risultato alla fine decisivo. 
Di certo, con l'italo - argentino, si è scoperto un buon ricambio per un reparto i cui titolari, Barzagli, Bonucci e Chiellini, se in forma e ben sostenuti dal collettivo garantiscono comunque già adeguata copertura. Meritevole di segnalazione anche il buon rientro di De Sciglio, attento dietro e determinato nel tentare di appoggiare una manovra offensiva quasi inesistente (ma non certo per colpa sua); e infine, come detto, qualche buona accelerazione di Cerci, che ha brillato solo a sprazzi ma che è uno che sa saltare l'uomo, merce sempre più rara, ahimé, nel nostro calcio. 
FISICAMENTE A TERRA, PERCHE'? - Non basta, non può bastare, per quello che era l'ultimo test prima delle convocazioni per il Mondiale brasiliano. "Il divario fra le due squadre è stato soprattutto fisico, in questo momento loro stanno meglio", ha più o meno detto Prandelli a caldo. Ma ha senso, tutto questo? Ha senso che i giocatori di due Paesi calcisticamente avanzati, nel momento clou delle rispettive stagioni agonistiche di club, si trovino in condizioni atletiche così lontane fra di loro? No, e del resto appena dodici mesi fa eravamo qui a glorificare un'altra amichevole dei nostri, di segno totalmente opposto, quel 2 a 2 col Brasile conquistato da un Club Italia fisicamente pimpante e voglioso di far gioco, al punto da averci fatto credere che avesse imboccato la strada della definitiva maturazione.

                                  Verratti: lui e altri giovani meriterebbero più fiducia

TEST UTILE - Non mi si venga a dire, però, che quella con la Spagna è stata un'amichevole "inutile e forse dannosa", come si poteva leggere ieri sul sito - blog del glorioso Guerin Sportivo. Prima di un Mondiale (o di un Europeo) ogni amichevole è fondamentale, perché aggiunge sempre qualcosa, anche quando sembra aver solo tolto: quest'ultima ha fatto venir meno qualche incrollabile certezza del nostro gruppo, perché perdere e subire una lezione di gioco così pesante non fa bene all'autostima;  il discorso ritorna, ancora una volta, a quel trionfale Italia - Germania del 2006 e all'importanza che ebbe (assieme alla precedente vittoria in terra olandese) per far crescere personalità internazionale e voglia di ben figurare della truppa lippiana. Ma, mettiamola così, è meglio avere consapevolezza dei propri limiti e cercare di correggerli piuttosto che andare avanti con false certezze che del resto, nei quasi due anni post Europeo, si sono spesso scontrate con la dura realtà dei fatti.
FLORENZI, INSIGNE E VERRATTI, ALTRO CHE THIAGO MOTTA... - E cosa ha aggiunto invece, Spagna - Italia, al bagaglio di esperienze azzurre? In primis la solare evidenza che senza De Rossi, Pirlo e Balotelli (ma aggiungiamoci anche il Bonucci spesso autoritario in rappresentativa) questa squadra perde una larghissima percentuale delle proprie potenzialità; in seconda battuta, la constatazione di quanto sia doveroso discutere sull'effettiva utilità, per la Nazionale, della presenza in campo di Thiago Motta, il cui contributo è quasi sempre impalpabile. Rimane anche l'amarezza nell'osservare una prudenza sempre più marcata, da parte di Prandelli, nel ricorso ai giovani.
"Spazio alla linea verde" era stata la filosofia del primo biennio del cittì, mentre ora che sarebbe il momento di alzare il tiro dello svecchiamento, di puntare ancor più la prua verso l'avvenire, di sfidare un calcio italiano sempre più rivolto agli stranieri e ai "grandi vecchi", ecco che Destro e Immobile vengono gettati nella mischia quando ormai raddrizzare la partita era pura utopia, Verratti e Insigne rimangono malinconicamente ai margini, Florenzi (fra i migliori centrocampisti della Serie A) non figura nemmeno nella lista dei convocati. E' una Nazionale che, dopo gli slanci del periodo 2010-2012, sembra essersi convertita al piccolo cabotaggio, ho scritto spesso nei mesi scorsi, e lo dimostra anche questo atteggiamento oltremodo sparagnino, il puntare su soldatini senza lampi come Thiago  o su esperti oriundi come Paletta, mostrando nei confronti dei suddetti ragazzini terribili la poca pazienza che viene spesso (e giustamente) rimproverata ai tecnici dl club. 

domenica 2 marzo 2014

L'ITALIA DI PRANDELLI VERSO BRASILE 2014: IL PUNTO SUGLI "AZZURRABILI" PRIMA DEL TEST CON LA SPAGNA

                              Azzurri esultanti: speriamo di vederli così anche in Brasile...

Poco più di tre mesi a Brasile 2014, ma in Italia l'attesa è ancora fiacca, il termometro della febbre Mundial quasi sotto zero... Media e tifosi concentrati sulle miserie del nostro campionato, sulle curve vuote e sulla barbarie di cori e striscioni, sulla modestia della classe arbitrale e sull'abbassamento del livello qualitativo del nostro movimento calcistico (c'è chi ha stentato persino nei sedicesimi di Europa League, e anzi la Lazio ha già salutato la compagnia...). In altri tempi, in epoche che paiono ormai lontanissime, in questo periodo dell'anno già fervevano le "grandi manovre iridate", fra amichevoli azzurre, analisi, pronostici e studio delle avversarie. La Nazionale di casa nostra, invece, arriverà al ritiro premondiale sulla scorta del solo incontro di mercoledì prossimo contro la Spagna. Ben altre cure, ben altre attenzioni meriterebbe il "laboratorio Prandelli" in vista dell'appuntamento più importante: qui su "Note d'azzurro", del resto, abbiamo trascorso il 2013 a sottolineare, anche crudamente, i limiti e i difetti, per certi versi inattesi, emersi dal tessuto della nostra rappresentativa. Limiti e difetti alla cui risoluzione tutti avrebbero dovuto lavorare con maggiore intensità: la Federazione cercando di mettere a disposizione del cittì almeno un'amichevole in più, la grande stampa cercando di analizzare, suggerire, stimolare. 
Nulla di tutto questo (a parte il lodevole aggiornamento settimanale degli azzurrabili allestito dal Corriere della sera, peraltro con alcune imperdonabili dimenticanze), e allora, nel nostro piccolissimo, ci pensiamo noi a dare il via alla lunga vigilia iridata. Fra poche ore Prandelli diramerà la lista dei convocati per l'incontro coi campioni del mondo e d'Europa in carica, e l'occasione è ghiotta per cercare di mettere a fuoco speranze e prospettive degli aspiranti a un posto fra i 23 "mundialisti". In soldoni: chi staccherà il biglietto per il Sudamerica? 
PORTIERI - Il trio Buffon - Sirigu - Marchetti pareva inattaccabile. Invece, ferma restando la saldissima posizione dei primi due, negli ultimi mesi l'estremo difensore laziale si è trovato, suo malgrado, al centro di un caso che rischia seriamente di metterne a repentaglio il viaggio in Brasile: i problemi fisici e la lontananza dal campo, le voci su dissidi contrattuali con la Lazio (smentite con forza dal suo procuratore), Berisha titolare e il rientro in squadra, non propriamente memorabile, in occasione della sfida maledetta col Ludogorets, che ha fatto svanire i sogni europei dei biancocelesti. Insomma, ora come ora non scommetterei su Marchetti terzo portiere, anche perché, in contemporanea al suo appannamento, è sorto l'astro di Perin, che ha portato punti in dote al Genoa sulle ali di una serie di prestazioni di altissimo livello, condite di prodezze, reattività e personalità in rilievo. C'è chi ha parlato addirittura di Scuffet, ma per il baby dell'Udinese, nonostante l'eccellente approccio con la Serie A, pare davvero troppo presto. 
DIFENSORI - Partiamo dagli intoccabili: il trio juventino Barzagli - Bonucci - Chiellini, poi il laterale destro Maggio, un uomo su cui Prandelli punta a occhi chiusi, nonostante certi sbalzi di rendimento recenti col Napoli. Per il resto, c'è da lavorare assai sul reparto più fragile del complesso. Abate e De Sciglio hanno quasi sempre fatto bene in rappresentativa, ma anche loro stanno risentendo della tempestosa stagione milanista. Però dovrebbero rientrare nei piani del trainer, mentre il secondo posto da esterno sinistro basso è una lotta a due fra Antonelli e Criscito, col genoano che in questa seconda parte di torneo sta cancellando molti dubbi sul suo effettivo valore, con prestazioni all'insegna della concretezza e dell'intraprendenza negli sganciamenti. 
Più complesso il discorso centrali: Astori, come al solito, sta alternando prestazioni buone ad altre dimenticabili, Ranocchia si è intristito fra prove poco convincenti e tanta panchina; il Corriere della sera sta premendo parecchio per una convocazione dell'oriundo Paletta, che si sta ben comportando ma il cui utilizzo avrebbe il sapore di soluzione di emergenza e di scarsa prospettiva. Tanto varrebbe, allora, ricorrere alle doti camaleontiche di De Rossi, che in azzurro, lo ha spesso dimostrato anche in gare assai delicate, può arretrare e fungere da barriera difensiva senza accusare eccessivi scompensi. In tal modo, ci sarebbe a disposizione un posto in più per i centrocampisti. 

                                         Insigne: si può rinunciare al suo talento? 

CENTROCAMPISTI - In effetti, al contrario della penuria in terza linea, per la zona nevralgica le alternative non mancano. Sicuri del posto sono il citato romanista e, ovviamente, Pirlo. Per tutti gli altri sono necessari vari distinguo: Montolivo, ad esempio, è stato un pilastro della ricostruzione prandelliana, ma nel disastrato Milan di questi tempi ha perso brillantezza ed efficacia. Alla fine dovrebbe comunque far parte del progetto, mentre le medesime certezze non le ho per un altro perno dell'ultimo triennio azzurro, Marchisio, che nella Juve non è più da tempo un intoccabile. Nel frattempo è sorto l'astro del dinamico ed eclettico Florenzi, mentre in Francia Verratti continua a oscillare fra promesse di esplosione e momentanei ridimensionamenti. Un talento che fatica a uscire dal bozzolo, ma sul quale il commissario tecnico punta molto. 
Poi ci sono un Thiago Motta e un Aquilani che nei club il loro lo fanno sempre ma  in Nazionale non sono mai andati al di là dell'onesto compitino, un Parolo che è un perno del brillante Parma 2014 e che nel recente ritorno in maglia azzurra, con la Nigeria, ha convinto per continuità, determinazione, presenza nel vivo della manovra, un po' meno per la precisione sotto porta. Sarà lotta durissima, contando che difficilmente si potrà rinunciare a Candreva e Giaccherini, costantemente fra i migliori nelle ultime uscite in rappresentativa (e il primo ormai leader assoluto della Lazio ballerina di quest'anno). E Diamanti? L'abbandono del palcoscenico della A per le incognite cinesi potrebbe danneggiarlo, e non poco, a meno che non abbia ricevuto granitiche garanzie da Prandelli: ma, con tutto il rispetto per Alino, eventuali garanzie andrebbero date a chi comunque, in tutti questi anni, è risultato fondamentale e decisivo, sotto tutti i punti di vista, per la buona riuscita del "Progetto Italia", e Diamanti mi pare non abbia i requisiti per rientrare in questa ipotetica lista di "imprescindibili". 
ATTACCANTI - Situazione ingarbugliata anche in prima linea. Che questa Italia punti tantissimo su Balotelli non è un mistero, ma proprio alla vigilia del Mundial Supermario è incappato in una annata di, diciamo così, scarsa ispirazione, fra cali di rendimento e crisi nervose (il pianto di Napoli). Non è, insomma, il "quasi fuoriclasse" che l'anno scorso ha trascinato i rossoneri in Champions League, ha persino cominciato a sbagliare dal dischetto, specialità in cui era fra i primi del pianeta... Visto che ci sarà in ogni caso, occorrerà rivitalizzarlo per benino, e importante sarà la scelta dei partner: si era puntato molto su Giuseppe Rossi, e giustamente Prandelli lo attenderà fino all'ultimo giorno utile, come Bearzot fece nell'82 con Bettega, sperando che il finale sia diverso... 
Gilardino, sempre "sul pezzo" nel Genoa, decisivo nelle qualificazioni col gol alla Bulgaria, veterano del gruppo, ha un biglietto garantito, mentre per il resto è nebbia: Insigne sta vivendo una stagione contraddittoria, non sempre Benitez gli ha dato spazio, ma i suoi guizzi e la sua inventiva non andrebbero trascurati, anche ricordando le buone prestazioni azzurre dell'autunno scorso. Impossibile rinunciare a Cerci, l'anima e il trascinatore del bel Torino di questo campionato, benché finora Prandelli gli abbia regalato solo spiccioli di gloria. Potrebbe esserci un posticino anche per un esponente della nouvelle vague da scegliere fra Immobile, Berardi e Destro: il primo sta mostrando più continuità sul lungo periodo, il secondo ha offerto lampi accecanti nella prima parte del torneo, raggiungendo il culmine col poker all'ultimo Milan di Allegri, poi è parzialmente rientrato nei ranghi, coinvolto nel caos tecnico del Sassuolo. Ma la stoffa c'è, la classe è di grana purissima, e un bel finale di campionato potrebbe rilanciarne le quotazioni. Il romanista, infine, è tornato alla grande dopo il lungo stop, mostrandosi inesorabile sotto porta. Difficile la posizione di Osvaldo: dopo la negativa esperienza britannica, rischia grosso in una Juve che gli propone una concorrenza interna terribile, ma le prime uscite sono state confortanti e dalla sua c'è un ruolino di marcia azzurro tutt'altro che disprezzabile. 
I "JOLLY": CASSANO E TONI - Su tutti, l'incognita Cassano, giunto all'ennesima resurrezione. Insegue con piglio da campione autentico (quale non sempre ha dimostrato di essere...) la prima Coppa del mondo in carriera e, in fondo, a Euro 2012 si era ben comportato pur arrivando da mesi di sofferenza vera, per via dell'intervento al cuore. Bisogna vedere se Prandelli, già alle prese con la difficile gestione di Balotelli, avrà ancora tempo e voglia di tenere a bada un altro "bad boy". Infine, Toni: sono profondamente convinto, magari sbagliandomi, che la sua stagione monstre sia anche frutto dell'abbassamento del livello medio della Serie A, che consente a grandi vecchi dall'intatto talento di furoreggiare anche in età avanzata, come sta capitando pure a Kakà, a Totti, a Di Natale... Però che l'ex Bayern sia in stato di grazia è un fatto, ed è uno che di Mondiali se ne intende. Chissà...