lunedì 26 maggio 2014

FINALE DI CHAMPIONS LEAGUE: ECCO PERCHE' HO DOVUTO "TIFARE" REAL MADRID

                                    Gareth Bale, protagonista della finale Champions 

Giorni, anzi, settimane di articolesse grondanti retorica sulla necessità, quasi il "dovere" di tifare Atletico Madrid, nella finale - derby di Champions League 2013/2014, in quanto esponente di un'idea di calcio ancora a misura d'uomo, di un modo di gestire un club senza scialare coi milioni di euro, in totale controtendenza rispetto alla grandeur economica del Real Madrid. Bene, a parte il fatto che la sociologia spicciola e le lezioncine morali applicate allo sport non mi sono mai piaciute, alla fine il giudice supremo, per fortuna, rimane il campo: e dall'atto conclusivo di quella che fu la Coppa dei Campioni è sempre lecito attendersi prestazioni di livello almeno decente da parte delle due contendenti. Per quanto mi riguarda, se seguo una partita in cui non sono coinvolto emozionalmente, o rimango neutro o mi viene spontaneo parteggiare per coloro che provano quantomeno a onorare il calcio sul piano estetico e tecnico. 
LA VITTORIA DEL CALCIO - Ecco perché, sabato sera, sono stato quasi "costretto" a tifare Real. Perché c'è un limite a tutto, anche alla voglia di celebrare un successo storico per una realtà media (non certo piccola, attenzione) del football europeo. Deve vincere il calcio, alla fine: e  al Da Luz, due giorni fa, il pallone stava invece andando incontro a una colossale Caporetto. Bisogna dire grazie a Sergio Ramos, inatteso eroe di questa chiusura di Champions, già "giustiziere" del Bayern in semifinale: non fosse stato per la sua poderosa inzuccata su corner, al terzo dei cinque minuti di recupero della ripresa, la cosiddetta "coppa dalle grandi orecchie" sarebbe andata a premiare chi non la meritava, lanciando un messaggio "minimalista" che non avrebbe certo aumentato l'appeal di questo sport. E sì, perché è stato un brutto Atletico, quello visto in campo a Lisbona; esauriamo subito il discorso legato alle attenuanti: quelle contingenti, come l'immediato infortunio di Diego Costa (ma qualcuno avrà pur deciso di mandarlo in campo nonostante fosse noto il suo "zoppicante" stato fisico, o no?), e quelle di lungo periodo, e il riferimento è alla rosa ristretta e di qualità non sovrumana con cui la squadra ha dovuto affrontare una stagione mai così carica di impegni, di stress, di sollecitazioni emotive. 
CATENACCIO PURO - Concesse però ai Colchoneros tutte le giustificazioni del caso, rimane la ben povera impressione suscitata dalla squadra di Diego Simeone, che, ricordiamolo, è arrivata a un passo dal centrare il più grande traguardo della sua storia giocando pochi scampoli di un football accettabile ma non trascendentale nella prima frazione, andando in vantaggio col più classico dei gollonzi (comproprietà Godin - Casillas) e poi armando un secondo tempo all'insegna del catenaccio inteso nella sua forma più retriva e deteriore: Gabi e compagni hanno cominciato a rinculare fino ad asserragliarsi nella loro trequarti, con un affanno via via sempre più marcato ed evidente. Merito anche del Real, certo, che aveva le risorse di classe e di atletismo per reagire al rocambolesco svantaggio. Ma i bianchi non erano in una delle loro serate migliori: Cristiano Ronaldo ha girato in folle per lunghi minuti, Benzema semplicemente non è esistito, un centravanti boa vecchia maniera inconsistente quanto a partecipazione alla manovra, piazzato in avanti in attesa di palloni giocabili e puntualmente neutralizzato dalla retroguardia avversaria, al punto da far sorgere seri dubbi sulla sua effettiva consistenza internazionale (attendiamo i Mondiali per conferme o smentite). 
BALE FENOMENO - Anche il team di Ancelotti, tuttavia, ha avuto le sue brave attenuanti: al di là della condizione precaria di CR7,  infatti, si è scoperto una volta di più quanto sia vitale per la manovra "blanca" la presenza del cervello tuttofare Xabi Alonso, malinconicamente relegato in tribuna dalla squalifica, mentre poco comprensibile è stata la rinuncia iniziale a "Ficarra" Marcelo, poi rivelatosi autentico apriscatole della partita nei supplementari assieme a un Di Maria già in forma Mundial, intermittente ma in grado di regalare pregevolezze mai fini a loro stesse. 
Per fortuna e abilità del Real, come detto, ci sono stati un Sergio Ramos sempre più autoritario col passare degli anni, al punto da tentare con frequenza (e successo) l'incursione offensiva, un Bale che sprecherà l'inverosimile ma è un martello pneumatico, un mostro di tecnica, fisico e agonismo le cui percussioni, alla lunga, sono in grado di fiaccare anche la difesa più serrata (e quella dell'Atletico lo era), e ci sono state soprattutto "garra" e fiducia cieca nella rimonta anche quando tutto oramai pareva perduto: armi, queste ultime, di cui di solito si fanno vanto le piccole e medie realtà calcistiche, sintetizzabili con quell'umiltà che invece, ogni tanto, anche i colossi finanziari dell'impero pallonaro riescono a tirare fuori: e quando accade, fatalmente, le gerarchie e la classe superiore tornano a prendere il sopravvento. 
L'ATLETICO SENZA INTENSITA' - Riguardo all'Atletico Madrid, lo si dovesse giudicare solo dall'orrenda prestazione di Lisbona verrebbe fin troppo facile parlare di bluff destinato a durare poco. Probabilmente non sarà così, sia per il grandissimo spessore del trainer (se resterà) sia perché il club ha mostrato grande abilità nello sposare morigeratezza gestionale ad acume tecnico, capacità di sostituire i partenti con elementi magari non quotatissimi ma in grado di garantire affidabilità e rendimento (con conseguente rapida crescita delle loro quotazioni finanziarie). 
Per quanto mi riguarda, ho visto all'opera i biancorossi altre volte, in stagione, e se debbo dirla tutta raramente mi hanno estasiato: per come la vedo io, praticano un gioco tradizionale ma declinato secondo canoni tattici e atletici assolutamente contemporanei. E' una manovra scarna, essenziale, fondata sulla maniacale attenzione alla copertura, sull'equilibrio assoluto fra i reparti, sul dinamismo: uno stile che viene esaltato quando è possibile tenere ritmi di gioco elevatissimi, la cosiddetta intensità: sabato scorso, al Da Luz, i ragazzi di Simeone sono stati "intensi" solo per pochi minuti, poi hanno sposato il primo non prenderle spingendolo fino al limite estremo. Ed è stato giusto che, alla fine, non abbiano vinto i peggiori. 

martedì 20 maggio 2014

BEPPE GRILLO A "PORTA A PORTA": EVENTO TELEVISIVO DELL'ANNO, MONDIALI A PARTE. ECCO COM'E' ANDATA


Se l'evento televisivo del 2013 era stato il clamoroso ritorno di Silvio Berlusconi in un talk show di Michele Santoro (ne parlai qui), quello del 2014 (Mondiali di calcio esclusi, ovviamente...), lo si può dire fin da ora, è senz'altro la sorprendente ospitata di Beppe Grillo a "Porta a porta", chez Bruno Vespa. Certo, due eventi per molti aspetti diversi, quasi lontani, eppure accomunabili: sia per il leader di Forza Italia, sia per l'animatore del Movimento 5 Stelle, si è trattato della violazione di tabù apparentemente cristallizzati in eterno: perché Sua Emittenza era da tempo nemico giurato di Santoro, per motivi in larga parte noti, mentre l'ex comico aveva a lungo fatto dell'ostracismo totale alle trasmissioni politiche "generaliste" (di cui quella di Rai Uno è indiscussa capofila: non a caso la chiamano "terza Camera dello Stato")  una sua bandiera, quasi un vanto, comunque un obbligo in partenza imposto anche a tutti i suoi giovani rappresentanti nelle istituzioni. 
GRILLO E BERLUSCONI, DUE MODI DI FARE TV - Nelle due "storiche" circostanze, per entrambi i personaggi l'impatto immediato sul piccolo schermo è stato quello dell'elefante che entra in una cristalleria. Ingombranti, mattatori, accentratori, a tratti persino istrionici. Dopodiché, la costruzione della puntata di "Porta a porta", direi la sua sceneggiatura, ha percorso strade lontanissime dagli stilemi dei dibattiti griffati Santoro. Che i due popolari giornalisti adottino strategie di comunicazione radicalmente diverse è notorio, ma pur sempre di talk show si tratta: uno più "ribelle", l'altro più moderato e "politically correct", ma con la medesima caratteristica di produrre fiumi di parole senza che si approdi ad alcunché di concreto. Quello di ier sera è stato un classico faccia a faccia: Grillo rifugge i format politici pletorici, i motivi li ha più volte spiegati (totale sfiducia nell'informazione italiana di settore), format nei quali invece Berlusconi sguazza, quasi rifiorisce, tornando ad assumere le sembianze da tempo smarrite, quelle di uomo di Stato solido e credibile. Strano: non sono entrambi personaggi di matrice catodica? La differenza fra i due è che l'ex Cavaliere ha dato a tutta la sua esistenza una "scrittura" televisiva, ha vissuto e interpretato l'agone politico come interpretò il suo lavoro per la costruzione dell'impero mediatico fininvestiano. Il genovese no, ha voluto operare un taglio netto col suo passato di vedette del piccolo schermo, ha optato per una politica da vivere tra la gente (concretamente, nelle piazze, o virtualmente, sul suo blog), senza intermediari. 
SI PUO' CAMBIARE IDEA - Perché allora concedersi un passaggio nel salotto tv più nazional - popolar - politico che vi sia? Perché solo gli  stupidi non cambiano idea, e Grillo sarà ruvido, sarà discutibile, sarà visionario, ma non è scemo: per quanto si possa considerare intollerabilmente fazioso il nostro sistema informativo, per giungere al grande pubblico è tuttora necessario piegarsi parzialmente a certe logiche, pur mantenendo certi punti fermi: così Grillo e i "grillini" (termine orribile) vanno in tv ma centellinano le presenze (ultimamente infittitesi, ma non quanto quelle di troppi prezzemolini delle istituzioni) e pongono paletti relativamente alla gestione in studio delle loro ospitate: va detto che in tal modo si assumono senza sfumature il rischio di risultare antipatici, distanti e impopolari, in piena consapevolezza. 
VESPA "ALL'AMERICANA" - Torniamo allo specialissimo "Porta a porta". Si è visto un Vespa insolitamente vivace e puntuto: mi sbaglierò, ma non sempre, in puntate normali e con ospiti habitué della politica televisiva, ha mostrato la medesima capacità di incalzare l'interlocutore, quasi non dandogli respiro: può sembrare blasfemo, ma Santoro e il suo staff non erano riusciti a fare altrettanto con Berlusconi, l'anno scorso. Certo, poi ci sarebbe da discutere sul "come" sia stato operato questo incalzare, ossia richiamandosi spesso e volentieri ad argomentazioni degli avversari politici di Grillo, per muovere obiezioni alle idee del "padre nobile" dei Cinque Stelle. E nonostante questa apparente irriverenza, è stata un'intervista quanto mai istituzionale, nella quale, da parte del padrone di casa, non ho intravisto curiosità e voglia di esplorare nuove vie alla governabilità e alla risoluzione dei problemi del Paese, ma solo un difendere accanitamente principi, convinzioni, capisaldi della vecchia politica. Assolutamente legittimo, per carità, però è stato un manifesto del "vecchio contro nuovo", perché che Grillo sia fautore di una certa nouvelle vague è incontrovertibile: sui contenuti e sulla effettiva realizzabilità di questa nouvelle vague è ampiamente lecito discutere, ma non è questa la sede. 
IL SOLITO GRILLO - Ciò per quanto riguarda il conduttore. E Grillo? Ha fatto.... il Grillo, spiazzando solo chi, in questi anni, non ne ha mai seguito veramente la battaglia politica, affidandosi a sentito dire e a odiosi preconcetti. L'ex comico ha ripetuto ciò che dice nei suoi affollatissimi incontri pubblici: certo spiegarlo davanti a una telecamera, a un giornalista scettico e in tempi rigidamente contingentati non è facile: vi è l'ansia di esplorare più tematiche possibili, si salta di palo in frasca e si conclude poco, ma, onestamente, quale esponente politico ha mai concluso qualcosa  in un talk show, in questi regni dell'inconsistente, spesso urlato dando sulla voce agli altri? Ripeto, qui parlo dell'aspetto mediatico dell'evento: ognuno si sarà fatto la propria idea sulle affermazioni del leader, la mia sensazione è che la trasmissione di ieri non abbia spostato granché: chi conosce il M5S e il suo mentore non ha scoperto alcunché di nuovo e sarà rimasto fermo nelle proprie, granitiche convinzioni, chi non lo conosce difficilmente avrà deciso di votarlo domenica prossima, perché certe questioni sono talmente delicate e complesse, talmente in controtendenza rispetto a ciò che ci siamo abituati a sentire negli ultimi lustri, che occorre tempo e pazienza per sviscerarle, voglia di documentarsi attraverso fonti più ponderose di una puntata di Porta a porta. 
RISCHIOSE REMINISCENZE CABARETTISTICHE - Dicevo prima che, al contrario di Berlusconi, da quando è "sceso in campo" Grillo ha operato una cesura netta col suo passato televisivo. Non col suo passato da comico tout court, però, perché il sacro fuoco della risata non può essere represso: in questo caso lo "show" (ebbene sì) di ieri sera è stato emblematico: in mezzo a discorsi seri e seriosi, ogni tanto facevano capolino l'ammiccamento e la battuta che richiamavano alla mente certi memorabili monologhi in quel di Sanremo o di Fantastico. Il gusto della freddura, della frecciata sarcastica, sono rimasti, ma in un mondo ingessato e gonfio di pregiudizi atavici come quello della politica italiana (comprendendo in questa definizione anche l'informazione politica) è un'arma a doppio taglio, perché si presta a fraintendimenti e doppie interpretazioni sulle quali gli avversari (istituzionali e giornalistici) sanno ricamare alla grande. In tal caso, almeno Vespa si è mostrato superiore di una buona spanna ad altri colleghi, abbozzando e sorridendo alla battuta sulla sua "parentela" (antichissima leggenda metropolitana) con Benito Mussolini. 

SERIE A 2013/14, IL BILANCIO: QUATTRO SQUADRE QUASI "EUROPEE", MA IL DECLINO TECNICO CONTINUA. NON CI RESTA CHE IL MONDIALE...

                          Vidal e Tevez esultano dopo uno dei tanti gol juventini in stagione 

Per fortuna che c'è il Mondiale. E già: non ci resta che attendere Brasile 2014 come una boccata d'aria pura, per lasciarci alle spalle una stagione calcistica nostrana fra le più buie che io ricordi. Dodici mesi fa, in sede di bilancio della Serie A 2012/13, scrissi che, pur in un quadro di diffusa recessione tecnica, non erano stati compiuti ulteriori passi indietro: qualche squadra capace di praticare un buon football si era vista, ed era persino emerso un piccolo drappello di giovani virgulti italiani, a indicare una inversione di tendenza dopo anni di ottuso ostracismo ai prodotti del nostro vivaio. Insomma, pur senza gridare al miracolo, poteva essere una buona base per avviare finalmente una risalita verso livelli qualitativi più consoni alla tradizione del pallone tricolore. 
Ebbene, a malincuore debbo dire che l'auspicio è rimasto lettera morta. Il massimo campionato 2013/14 va in archivio lasciandoci in bocca l'amaro sapore di un'involuzione ulteriormente accentuatasi, ancora più grave se si pensa alle stuzzicanti premesse estive del torneo. Ricordate? Nell'ex torneo più bello del mondo avevano nuovamente fatto capolino alcuni top player di fuorivia, gente come Higuain, Mario Gomez, Tevez e persino Llorente, inizialmente sottovalutato. Non molto, ma un piccola iniezione di classe che pareva poter un po' risollevare le sorti dell'italico spettacolo calcistico. 
A QUANDO LE 18 SQUADRE? - Non è accaduto, e ci si sente francamente impotenti, soprattutto per la cecità delle istituzioni sportive di fronte a una crisi che appare senza uscita, se è vero che l'annata di club appena archiviata ha segnato pure l'inaccettabile sorpasso nel ranking UEFA da parte del Portogallo, cioè di un Paese che fino a un lustro fa aveva sempre patito una atavica soggezione nei nostri confronti. Solo oggi si è registrata la prima, timida apertura del presidente di Lega Beretta a un ripensamento degli organici dei campionati. Perché la riduzione della Serie A almeno a 18 squadre è ormai un provvedimento non più rinviabile: troppe partite senza senso, troppe compagini che tirano i remi in barca una volta raggiunta la salvezza, offrendo prestazioni da bollino rosso. Ma soprattutto un livello tecnico complessivo tendente sempre più al ribasso: sia detto senza offesa per nessuno, ma squadre come Bologna e Livorno non dovrebbero aver diritto di cittadinanza nella Serie A di una grande potenza pallonara: talmente povere di talento che, allo stato delle cose, faticherebbero a trovar gloria persino in cadetteria. Così come non è molto consolante che un'Inter in una delle versioni più dimesse della sua storia, con tanti campioni al capolinea e una marea di mezze figure, sia riuscita ad issarsi fino al quinto posto, giungendo addirittura a minacciare il quarto della Fiorentina. 
STANDARD EUROPEI - Per carità, non tutto è da buttare: le prime quattro classificate hanno sostanzialmente onorato il football, non ci hanno fatti vergognare di essere calciofili italiani. Juventus, Roma, Napoli e Fiorentina, con le dovute differenze di impostazione, praticano un gioco di buona fattura, gradevole esteticamente ma al contempo efficace: un calcio, soprattutto, vicino ai canoni internazionali più in voga. Sono le squadre che più di altre stanno lavorando per colmare il gap che ci separa dalle migliori espressioni europee, attraverso un'organizzazione tattica moderna e versatile, ritmi elevati, costante iniziativa, giocatori eclettici. Magari i campioni bianconeri un po' meno delle tre damigelle d'onore: perché alcuni "mostri sacri" si avvicinano al passo d'addio, per raggiunti limiti di età, e lo stesso Conte ha tergiversato fino a ieri prima di firmare la conferma, roso dal dubbio che con quel gruppo sia impossibile fare di più, e che rinnovarlo con gente di spessore non sarà facile, visti i chiari di luna finanziari. 
DIFFUSA MEDIOCRITA' - Dietro queste dignitosissime espressioni tecniche, però, si è visto il nulla o quasi: detto dell'Inter formato minimalista, nessuna delle cinque squadre in lizza fin quasi alla fine per l'ultimo posto in Europa League, ad eccezione del Parma, ha mostrato particolari luminarie, solidità complessiva ed equilibrio, e il fatto che fra queste cinque vi fosse il Milan peggiore degli ultimi vent'anni è un'ulteriore testimonianza delle generale modestia di questo torneo. Sul fondo, poi, un pianto: quota di sopravvivenza bassissima, nessuna matricola in grado di opporsi efficacemente ai colossi di vertice, che contro di loro han fatto bottino pieno o quasi, una lunga gara a ciapanò che ha inevitabilmente premiato il Sassuolo, l'unico club che, per organico, avrebbe avuto persino i mezzi per mettersi al riparo con ben altro anticipo. E poi, tutta la terra di mezzo, i "senza obiettivi" di cui si è detto, e che annacquano le ultime giornate col loro tirare a campare in attesa della nuova stagione.  Insomma, un'edizione della Serie A destinata a lasciare poche tracce nella memoria collettiva. Chiuso il quadro generale, mi limito dunque a qualche "pennellata" critica, mettendo in fila squadre e personaggi più significativi.

                                 Immobile: capocannoniere e potenziale "uomo mundial" 

JUVENTUS - Merita l'elogio pieno per il tris consecutivo, impresa di assoluto rilievo anche in un torneo svalutato come il nostro, ma accostarla ad altri squadroni del passato sa di bestemmia, e lasciamo stare il formidabile quinquennio 1930 - 1935, per favore. Se il metro più attendibile per valutare l'autentico valore del nostro football è il rendimento internazionale (e lo è), il team di Conte è rimasto più o meno sui livelli dell'anno passato (eliminato ai quarti di Champions nel 2013, fuori in semifinale di EL poche settimane fa). Se in un contesto interno di pieno decadimento aggiungi al tuo arco frecce puntute come Tevez e Llorente, è chiaro che per avversari già modesti non ci sia più partita. Ma, come detto sopra, il trionfo è in parte ingannevole e nasconde tremori da fine impero: difficile che la Juve di Buffon, Barzagli e Pirlo possa inseguire obiettivi europei, c'è da mettere a punto un nuovo progetto e la ripartenza potrebbe essere più difficile di quanto si pensi. 
FIORENTINA - Montella chiede rinforzi perché teme che questa squadra abbia dato fondo a tutte le proprie risorse, eppure è una compagine che ha dovuto correre ad handicap. Il cammino 2013/14 era stato costruito su fondamenta ben precise, ossia il duo d'attacco Gomez - Rossi: il primo non si è praticamente visto, il secondo, dopo un girone di andata da fromboliere, è stato cancellato da un altro grave infortunio, prima di ricomparire nelle ultime tre giornate, a giochi fatti, più che altro per mettere minuti nelle gambe in vista di un Mondiale non più chimerico. Che Viola sarebbe stata, con i due a dialogare là davanti? Fra un Borja Valero sempre più anima della squadra, costruttore e finalizzatore, un Pasqual che si è ripreso la Nazionale a cui, ai tempi di Lippi, pareva predestinato, e un Cuadrado in forma... iridata (uno dei pochi fuoriclasse espressi dal torneo), mi piace segnalare il piccolo ma significativo contributo (anche di gol) portato da Joaquin, ex grande promessa del calcio spagnolo quando ancora la Roja era lontana dal dominare il globo. 
PARMA - Nella lunga e affollata rincorsa all'Europa League, ha vinto alla fine la compagine più meritevole perché più continua, solida, ricca di talento puro (ben distribuito in ogni zona del campo), capace di abbinare praticità e una discreta dose di spettacolo. Cassani ritrovato, Paletta entrato a furor di popolo nel giro azzurro, Parolo formidabile centrocampista moderno, capace di correre e tessere gioco, di impostare e di concludere, Cassano ancora in grado di regalare lampi accecanti. 
VERONA - Un ritorno alla ribalta da applausi, dopo anni nelle retrovie calcistiche nazionali. Girone di andata a ritmi forsennati, poi un netto calo (coinciso con la cessione del regista Jorginho, futuro nazionale italiano: solo un caso?) e una parziale ripresa in dirittura d'arrivo. Toni ha spremuto probabilmente le ultime stille di talento e di reti dal suo bagaglio di campione, allettato anche da una prospettiva mondiale che per alcuni mesi è parsa più di un sogno, Iturbe è un fantasista vecchio stampo, di quelli capaci di "far venire giù lo stadio" con giocate in punta di fioretto, Cacciatore si è scoperto difensore fra i più efficaci a livello nazionale, l'eclettico Romulo punta la prua verso Brasile 2014.
MILAN - Temporada fallimentare, e non può bastare l'impennata finale con Seedorf in panchina (impennata più di risultati che di gioco) a cancellare le tante brutture viste prima. Difesa non all'altezza e lo si sapeva, ma rendimento inaccettabile di molti big anche negli altri reparti. Montolivo sottotraccia, dopo una stagione piuttosto brillante, Honda non pervenuto, Balotelli a tratti indisponente, eppure spesso decisivo in zona gol, a far capire fin dove potrebbe arrivare, questo gigante perennemente imbronciato e in guerra col mondo, se solo riuscisse a limare un tantino il suo carattere e ad avviare una maturazione non più differibile. Nel corso dell'ultima giornata, col Toro sotto a Firenze e il Parma che non riusciva a sbloccare contro il retrocesso Livorno, i rossoneri parevano addirittura poter agganciare in extremis il treno europeo, ma sarebbe stato francamente troppo. 
GENOA - Opinione strettamente personale, non raggiunge la sufficienza perché, dopo aver regalato alcune prestazioni di buonissima grana (su tutte il successo sull'Inter, il pirotecnico pari di Firenze e la sfortunata gara con la Juve), ha troppo presto tirato i remi in barca, addirittura quando la salvezza non era ancora stata matematicamente raggiunta. In tal modo ha offerto spettacoli desolanti e perso il derby della supremazia cittadina che, ad un certo punto, pareva avere saldamente fra le mani, e che comunque era alla portata, sulla scorta di una caratura complessivamente superiore ai blucerchiati. Ultimi due mesi da 4 in pagella, che fanno media col 7 abbondante del resto del campionato: 5,5 e ringraziare. Purtroppo, al momento, la Serie A non dura solo trenta giornate, e va onorata fino alla fine.  
SASSUOLO - Una... battaglia personale vinta, quella che ho combattuto per i neroverdi fin da questa estate e ancor più dopo il mercato di gennaio, dal quale il club di Squinzi era uscito enormemente potenziato, avendo aggiunto classe ed esperienza a un telaio già tutt'altro che disprezzabile. Non fosse stato per la sciagurata parentesi Malesani, ormai non più adatto ad allenare ad alto livello, la salvezza sarebbe probabilmente arrivata prima. E' una squadra ricca di mezzi tecnici ed economici, che già fin da ora si candida a mina vagante del prossimo torneo. E se Berardi trova continuità, può rischiarare il nuvoloso orizzonte del calcio nostrano: ha guizzi da fuoriclasse vero.
I MIEI UOMINI PIU' - Chiudo con i miei personaggi copertina, escludendo a priori quelli già strombazzatissimi da stampa e tv. Perin e Scuffet, la reattività e la calma olimpica, portieri azzurri del futuro; Bonucci, difensore che spinge, costruisce e segna; Parolo, uomo - squadra di cui ho già scritto sopra; Florenzi, giocatore universale, moderno, tuttofare, capace di coprire, attaccare e segnare: Prandelli, perché l'hai lasciato a casa? Callejon e Mertens, formidabili guastatori - incursori dalla strepitosa prolificità sotto porta, decisivi nella... carica dei 104 gol napoletani in stagione; il capocannoniere Immobile, attaccante vecchio stampo, uno che vive solo per il gol e che cerca la porta appena intravede uno spiraglio, riflessi fulminei, opportunismo, fiuto per il fondo della rete. Ed è anche in stato di grazia, uno di quei giocatori che vanno assolutamente portati al Mondiale, come jolly dell'ultimo momento, specialità tutta italiana.  

domenica 18 maggio 2014

LE MIE RECENSIONI: CON "LOCKE" NASCE L'ONE MAN FILM. CAPOLAVORO DA OSCAR

                                             Tom Hardy in una scena del film

Originalità, genio e coraggio, tanto coraggio. Sì, questi pochi  ingredienti possono bastare per creare un film potenzialmente da Oscar, come "Locke" di Steven Knight. Una delle pellicole più spiazzanti e anticonvenzionali, e nel contempo brillanti e intense, che mi sia mai capitato di vedere. Opera minimalista, realizzata con pochi mezzi (relativamente: stiamo pur sempre parlando di cinema ad alto livello). Dimenticate allestimenti ultratecnologici, effettoni (ed effettacci) speciali, cast colmi di star del grande schermo: qui siamo agli antipodi, siamo a un incredibile "one man film". 
ONE MAN FILM - Proprio così: "Locke" azzarda la scommessa delle scommesse, ripudiando quasi tutti i caratteri standard della classica produzione cinematografica. Un uomo solo, l'Ivan Locke del titolo, un'automobile da guidare, un'autostrada e un viaggio attraverso una fredda notte britannica, un viaggio che sembra non finire mai, pieno di tormenti, ma senza rimorsi. Quell'uomo si è appena sconvolto la vita, eppure la sua traversata su quattro ruote non è una fuga, tutt'altro: è anzi un cocciuto andare incontro alle proprie gravi responsabilità, con relative conseguenze. Un film - non film, si diceva, se pensiamo a tutte le convenzioni del mondo di celluloide: un solo attore (Tom Hardy), una sola "location" (l'automobile): scherzando, ma fino a un certo punto, verrebbe da dire che, se avesse potuto, il regista avrebbe persino fatto ricorso a un'unica macchina da presa. Sarebbe stato davvero troppo, per uno spettatore già scioccato da un'opera così fuori dagli schemi, certo ne sarebbe risultato un prodotto più appesantito e difficilmente digeribile, eppure l'essenza, l'anima della vicenda avrebbero mantenuto intatto il loro significato. 
VITA SCONVOLTA - Locke, dunque: padre di famiglia e impiegato in un'azienda edile in cui occupa un ruolo di alto livello, abbandona il lavoro alla vigilia della commessa più importante della sua carriera (una colossale colata di calcestruzzo per la costruzione di un palazzo). Corre verso Londra, al capezzale di Bethan, l'amante di una sola notte, conosciuta per caso, vista probabilmente un'unica volta, e in quella circostanza da lui messa incinta. Ha deciso di tenere il bambino, la ragazza, e Ivan molla tutto per starle vicino nel momento in cui lo darà alla luce.
Chilometro dopo chilometro, prende forma il dramma di un uomo, che vive il suo precipizio esistenziale con dignità estrema: ci sono solo lui, la sua vettura e il suo telefono cellulare, l'altro vero protagonista. Una miriade di telefonate, lungo il tragitto: con la ragazza in preda all'ansia del parto, con la famiglia, i suoi ragazzi che implorano la presenza del padre per assistere insieme alla trasmissione televisiva di un importante incontro di football, e la moglie costretta a sbattere contro il muro della confessione di Ivan, un tradimento inatteso e dagli sviluppi per lei inconcepibili e inaccettabili. E poi le telefonate di lavoro: è stato licenziato per il suo colpo di testa, Ivan, ma continua a coordinare i colleghi affinché conducano in porto felicemente, pur senza di lui, il progetto al quale han dedicato tante energie.
INTENSO E DRAMMATICO - Locke, l'automobile, il telefono: e poi solo voci senza volto, le voci dei parenti, dei colleghi, della donna incinta di suo figlio. Struttura ridotta all'osso, pochi elementi da cui prende forma un capolavoro. Una lezione per chi insegue il gigantismo: qualche buona idea e un canovaccio narrativo solido, ben congegnato, possono regalare un'ora e mezza intensa, mozzafiato, drammatica, senza cali di tensione, con la giusta dose di suspense, anche in un contesto così scarno, essenziale. Ma non è solo una invenzione cinematografica: l'one man film era, a ben pensarci, quasi una necessità fisiologica per quest'opera. Nessun'altra forma di racconto avrebbe potuto rendere con tale efficacia il calvario del protagonista. Perché è purtroppo frequente che ci si ritrovi soli nei momenti più difficili, quelli in cui bisogna fare i conti col passato, azzerare tutto e ripartire, dare spiegazioni agli altri e a te stesso: le motivazioni per venirne fuori vincente, o un po' meno perdente, le trovi solo dentro di te, e allora era giusto che Ivan fosse solo, irrimediabilmente solo davanti alla cinepresa, coi suoi guai e i suoi pensieri. 
MORALE? - Non si può nemmeno dire che questa pellicola voglia imporre una propria morale. Certo, viene mostrato un uomo che accetta il carico delle proprie colpe, e tutti dovrebbero fare come lui in un mondo perfetto. Ma Locke è talmente rigoroso nel voler rispettare (tardivamente?) una assoluta moralità di comportamenti, da risultare irreale. L'essere umano è fallace per natura, e, per quanto onesto con se stesso sia, difficilmente accetta di andare oltre il riconoscimento dei propri sbagli spingendosi addirittura fino all'autodistruzione.
Locke no: lui non cerca compromessi, scappatoie o soluzioni diplomatiche, offre le sue amare verità con rude crudezza, sposa una potenziale rovina personale (la dissoluzione di una famiglia, la perdita di un lavoro sicuro e ben remunerato) pur di sgravarsi la coscienza. E proprio questo sentirsi a posto con se stesso lo porta a vivere il suo dramma con pacatezza perlomeno apparente. Un modello troppo alto, forse, ma sicuramente ammirevole: la perfezione di un uomo imperfetto, diremmo, tale da farci vergognare tutti per le nostre debolezze, le nostre ipocrisie, e fornirci almeno uno spunto di riflessione. Rimane la struggente bellezza di un film di grande interiorità: un film difficile perché per la cinepresa è sempre un'impresa scavare nella psiche, nei meandri emozionali, e renderli con efficacia sullo schermo. Knight e il suo "braccio armato" Hardy ci riescono, coniugando questa resa dei conti interiore con l'azione, per una trama tesa e avvincente. A questo punto non è peregrino pensare che "Locke" possa aver lanciato un nuovo filone. Ci attendono anni di imitazioni più o meno riuscite? 

martedì 13 maggio 2014

MONDIALI 2014, IL LISTONE AZZURRO DEI TRENTA: PEPITO ROSSI SI', GILARDINO NO. QUELL'ANTICO PENTIMENTO DI POZZO E IL CODICE ETICO SENZA SENSO

                                         Rossi: ha ritrovato il campo, il gol e l'azzurro

Questa storia dei trenta pre convocati in vista del Mondiale non sarebbe andata giù al grande Vittorio Pozzo. Il Commissario Unico due volte iridato, colui al quale il calcio italiano non è mai stato in grado di intitolare neppure uno stadio, adottò un criterio in tutto e per tutto simile a quello oggi codificato dalla FIFA, per la selezione degli azzurri che avrebbero dovuto partecipare alla Coppa del Mondo del 1934: scrematura progressiva di un gruppo allargato di giocatori, che a poche settimane dall'inizio del torneo giunse a quota trenta elementi, per l'appunto, per poi essere definitivamente ridotto a ventidue (tanti, allora e per molto tempo ancora, potevano essere i convocati per la fase finale della kermesse). Procedura di cui Pozzo si pentì amaramente, per ragioni tecniche e umane: si crearono tensioni eccessive, aspettative esagerate in certi atleti e attorno ad essi, inevitabili musi lunghi fra gli esclusi, e un clima di incertezza generale, con conseguente logorio mentale, in chi, a pochi giorni dall'evento, ancora non sapeva se vi avrebbe partecipato o meno. Poi le cose andarono benissimo (Italia campione del mondo), ma l'allenatore si ripromise di non ricorrere più a un sistema del genere. 
NO DIAMANTI, NO FLORENZI - Ottant'anni dopo, siamo qui a parlare delle stesse cose. Abbiamo il maxi listone dei trenta (più uno: Mirante per eventuale emergenza portieri) per Brasile 2014, per i ventitrè definitivi occorrerà aspettare fino al 2 giugno. Certo, restare sulla corda fino alla fine può essere un bene, soprattutto per i più giovani, ma la fragile psicologia dei calciatori ha in linea di massima bisogno di certezze, come detto sopra. Convocazioni con poche sorprese, quelle di Cesare Prandelli: perché che Diamanti si fosse giocato ogni chance di partecipare all'avventura era chiaro fin dalla sua partenza per la Cina.
Personalmente, me ne farò una ragione: buon giocatore, Alino, ma non propriamente il campione di statura internazionale che sarebbe servito al Club Italia per fare il salto di qualità, e del resto il suo curriculum azzurro parla chiaro: qualche buona prestazione (con il picco a Euro 2012, match con l'Inghilterra) ma mai i guizzi sovente sciorinati nel più abbordabile contesto della Serie A nostrana. Allo stesso modo, era nell'aria l'esclusione di Florenzi, e qui francamente una ragione non riesco a farmela: fra i migliori giovani emersi nelle ultime due stagioni, protagonista di buon livello nell'ottima annata giallorossa, centrocampista tuttofare con ottimi tempi di inserimento sotto rete, positivo anche in recenti apparizioni in rappresentativa. Pensare che l'avrei visto addirittura fra i possibili undici titolari...
IL RETAGGIO DELLA CONFEDERATIONS - Spero, e credo, che le scelte del trainer siano state una diretta conseguenza degli stage di qualche settimana fa, durante i quali fu monitorata con attenzione la condizione atletica dei prescelti, e venne fatto capire che lo stato fisico in prossimità della Coppa del Mondo avrebbe avuto un ruolo chiave per le convocazioni definitive, anche più che per edizioni precedenti del torneo: la sensazione, in tal senso, è che lo staff azzurro abbia fatto tesoro della traumatica esperienza del 2013 in Confederations, quando portammo in Brasile una Nazionale sfiatata, quasi sempre in riserva, tanto che il terzo posto finale ebbe quasi del miracoloso. 
Una valutazione di questo genere è l'unica che possa dare un senso alla cancellazione, dall'orizzonte azzurro, del citato Florenzi, dello sfortunatissimo Criscito (già privato ingiustamente dell'Europeo, due anni fa) o, per dire, di Gilardino. Lo stagionato bomber può aver pagato il calo netto accusato dal Genoa negli ultimi mesi e la conseguente diminuzione della sua prolificità sotto rete (quattro gol nelle ultime tredici gare), nonché qualche rigore sbagliato di troppo (al Mundial servono uomini glaciali dagli undici metri...), ma il Gila si è dovuto sbattere in un contesto tattico ingrato, in pratica unica punta a tenere testa alle retroguardie avversarie, un lavoro immane che gli ha prosciugato le energie. Aveva comunque tempo per rientrare in forma, e la sua esperienza (sarebbe stato il suo terzo e, presumibilmente, ultimo Mondiale) avrebbe fatto comodo, per tacere del peso decisivo avuto in fase di qualificazione, col preziosissimo gol - vittoria realizzato alla Bulgaria. Peccato. 
PEPITO C'E'! - In attacco non dovrebbero esserci comunque problemi: di Balotelli, imprescindibile sotto ogni punto di vista, parleremo diffusamente avvicinandoci al torneo, e al suo fianco ci sono i giovani virgulti Immobile, Insigne (rivitalizzato da un finale di stagione sugli scudi) e Destro, il quale peraltro potrebbe lasciare il posto a Giuseppe Rossi. Su Pepito tanto si è scritto, ma alla fine solo un argomento varrà: se i medici, quelli della Nazionale e soprattutto quelli che lo hanno curato in questi mesi, scioglieranno ogni dubbio e ogni timore sulla sua tenuta fisica, sulla ripresa, sul rischio di ricadute, allora non potrà non far parte della spedizione, rimanendo a tutt'oggi il partner più attendibile del Mario non più Super, di cui costituisce ideale completamento. In caso contrario, meglio stia a casa a completare il recupero lontano dagli stress brasiliani. 

                                    Gilardino: non è entrato fra i trenta di Prandelli

LACUNE IN RETROGUARDIA - Nessuna sorpresa al centro, dove pure han rischiato grosso Montolivo e soprattutto Marchisio, reduci da una stagione in chiaroscuro, mentre è meritatissima la promozione di Parolo, splendido califfo di quel Parma che, domenica, potrebbe acciuffare una meritata qualificazione europea: non mi stupirei di vederlo anche nel gruppo dei ventitré eletti. Detto che andrà in Brasile con pieno merito Perin (il ballottaggio con Scuffet non ci sarebbe mai dovuto essere, poche partite di spessore del friulano non possono esser messe sullo stesso piano di un intero campionato ad alto rendimento del grifoncino), i problemi sono dietro, soprattutto a sinistra e al centro: a sinistra si punterà tutto su un De Sciglio non sempre convincente in stagione, ma talento purissimo (fu tra i migliori azzurri in Confederations, dodici mesi fa) col solo Pasqual a fargli da chioccia, mentre ci si è dimenticati di Criscito e Antonelli, quest'ultimo inspiegabilmente già da mesi sparito dai radar del cittì. Insomma, fascia mancina un po' sguarnita, mentre al centro, fra un Paletta che ha cominciato a perder colpi proprio dopo l'approdo in azzurro e un Ranocchia in crescita, non c'è comunque molto da stare allegri e ci si aggrappa pur sempre al trio Juve Barzagli, Bonucci (titolari in pectore) e Chiellini. 
IL FALLIMENTO DEL CODICE ETICO - Già, Chiellini, pietra dello scandalo delle ultime ore, per via della gomitata con maxi squalifica in campionato. Perché alla fine, in fondo, ha pure ragione chi sottolinea che non si possa sacrificare uno dei nostri migliori difensori, oltretutto veterano azzurro, sull'altare di remore morali legate a una semplice scorrettezza di gioco. Ma allora che si dica, una volta per tutte, che il codice etico ha sostanzialmente fallito. Concepito in maniera tale da lasciare eccessiva discrezionalità decisionale al commissario tecnico, e da prestare il fianco a critiche continue e inevitabili per tutti i distinguo di questi anni, per quanto operati in buona fede. Ha fallito anche perché le punizioni, che nel corso del tempo ci sono pur state per i "ribelli",  non sono servite a calmare i bollenti spiriti di nessuno. Lo stesso difensore juventino, De Rossi e Balotelli conservano il loro carattere fumantino, ma, sia pur con diverso peso e diverse sfumature, sono dei pilastri di questa nostra Italia, le loro mattane (finché, ripeto, rimangono mattane di gioco) non possono tenerli lontani dal Brasile. 
Come scrisse qualche anno fa Adalberto Bortolotti, prima firma del Guerin Sportivo, per un caso analogo, "alla Nazionale servono i gol, non le buone maniere". Scarno e cinico, ma vero, in fondo. Il rischio di rimanere in dieci o in nove durante i Mondiali per qualche intemperanza dei nostri? Confido che Prandelli e gli elementi più "pacati" del suo gruppo sappiano catechizzare a dovere i discoli, i quali dal canto loro dovranno capire da soli (sono adulti e vaccinati) di essere di fronte all'appuntamento della vita, e di non poterlo sprecare per qualche gratuito colpo di testa.
Per cambiare davvero l'andazzo bisognerebbe cambiare dalle fondamenta la mentalità del sistema calcio italiano, educare i calciatori fin dall'inizio del loro percorso, fin dall'età dei Pulcini. Nel frattempo, le regole ci sono già: le squalifiche, le multe in denaro e i codici comportamentali e di educazione all'interno dello spogliatoio. Oppure esempi, ma esempi veri: il codice etico e i suoi cavilli potrebbero essere serenamente sostituiti con il video qui sotto, da mandare a memoria; un minuto scarso più che sufficiente per far capire ai nostri "mattocchi" un po' maleducati cosa il tifoso sano si aspetta dal calcio e dai suoi protagonisti. A proposito: grazie, Samaras. 



lunedì 12 maggio 2014

EUROVISION SONG CONTEST 2014: IL TRIONFO DI CONCHITA WURST IN UN'EDIZIONE NON MEMORABILE. EMMA MARRONE, DELUSIONE IMMERITATA


Non è stata una delle migliori edizioni dell'Eurovision Song Contest, quella chiusasi sabato notte a Copenaghen. Sollevando il velo del chiassoso glamour, dell'entusiasmo popolare (ma molto costruito, sensazione "a pelle") in stile Mondiali di calcio, della scenografia ultratecnologica e ricca di effettoni, emerge una manifestazione la cui proposta musicale si è assestata su un livello di sostanziale mediocrità. Aurea, se vogliamo, ma pur sempre mediocrità. Sono discorsi triti e ritriti, a proposito del vecchio Eurofestival: il rischio è sempre quello di risultare ripetitivi e magari troppo cattivi, in sede di bilancio, ma a ben vedere questa kermesse, ultracelebrata e costantemente premiata da un'audience oceanica, è ormai cristallizzata su un canovaccio canzonettistico non esaltante che si ripete stancamente da tanto, troppo tempo. Ben più immutabile del tanto criticato Festival di Sanremo, che per noi italiani rappresenta pur sempre un termine di paragone inevitabile. 
UNO SHOW BEN COSTRUITO - Come architettura generale dello spettacolo, certo, l'ESC rimane un modello, per la tv italiana e per lo stesso Sanremone, questo va riconosciuto con assoluta onestà critica. In tutta Europa continua a funzionare perfettamente una manifestazione che propone, nel suo atto conclusivo, la bellezza di ventisei canzoni a tamburo battente, con pochissime intrusioni dei presentatori e con nessun elemento estraneo alla linea editoriale dello show, fatto salvo qualche extra fra la fine delle esibizioni dei concorrenti e l'inizio delle votazioni: in pratica, lo schema sanremese così com'era concepito fino agli anni Ottanta. Funziona ovunque, si diceva, mentre da noi, non si sa perché, la principale gara canora della penisola è stata ridotta ai minimi termini, in fatto di canzoni in concorso, per diluirsi però in ore e ore di inutili dirette televisive, fra tempi dilatati, padroni di casa protagonisti, pubblicità invasiva e ospitate di personaggi che con la musica non c'entrano alcunché. E' così da anni, ogni volta lo sottolineiamo ma la situazione, in casa Rai, non cambia. Speriamo in Carlo Conti, senza farci soverchie illusioni. 
MENO VINTAGE, PIU' APPIATTIMENTO - Il discorso, però, cambia, cambia radicalmente allorquando si deve analizzare la qualità del repertorio musicale proposto dalla manifestazione continentale. Rispetto all'anno passato, a Copenaghen 2014 ho percepito meno "vecchiume" canoro, minori richiami a certi generi che andavano tanto di moda negli Ottanta e nei Novanta ma che, proposti nel terzo millennio, suonano francamente anacronistici. Un pizzico di contemporaneità in più dunque, ma il prezzo pagato a questa "modernizzazione" è stato un ulteriore appiattimento, un'omologazione generalizzata. A svuotare di significato una rassegna come l'ESC è soprattutto il ricorso diffuso alla lingua inglese, da parte di tutti o quasi, laddove invece questa gara dovrebbe avere, fra i suoi doveri, quello di valorizzare ed esaltare le diversità linguistiche e stilistiche. 
INCONSISTENZA - Quanto al livello medio dei brani, come già sottolineato, l'edizione è stata tutt'altro che memorabile.  Le solite rimasticature, le solite atmosfere solenni "Titanic Style" che, non si capisce perché, affascinano tanto il pubblico dell'Eurofestival, ma soprattutto una generalizzata inconsistenza. Ho sempre scritto che la leggerezza fa bene alla canzone pop, rendendola digeribile e dandole quel quid per fissarsi nelle teste e nei cuori di chi ascolta, ma a Copenaghen si è andati oltre: talmente leggeri, certi pezzi, da correre il serio rischio di dissolversi nell'etere nell'arco di pochi giorni, una apparente orecchiabilità che in realtà è totale assenza di peso specifico: una tessitura musicale modesta che, credo, getterà ben presto nel dimenticatoio molte di queste proposte. 
CONCHITA WURST, BUONA MA NON ECCELSA - Nessuno, insomma, ha fatto gridare al miracolo. Nemmeno il vincitore, la drag queen austriaca Conchita Wurst: metto al bando il buonismo e dico che è stata una vittoria più di immagine che di sostanza canora, senza entrare nel merito, ci mancherebbe altro, del percorso personale del ragazzo: è una considerazione meramente tecnica, la mia, e solo di questo si dovrebbe parlare in occasione di un evento come l'ESC. Il suo pezzo, "Rise like a Phoenix", ha toni epici da colonna sonora di film thriller, un buon crescendo emozionale, è esaltato da una voce indubbiamente rimarchevole e senza cedimenti, ma lascia la sensazione di essere, più che altro, un esercizio di stile fine a se stesso, piuttosto convenzionale, un'opera di discreta fattura ma che non si ricorderà facilmente fra qualche annetto. Nulla di trascendentale, insomma, grosso modo, tanto per dire, non molto superiore al brano della sammarinese Valentina Monetta, "Maybe", classico melodico di discreta fattura, ben interpretato (anche con un accenno di recitato) ma non particolarmente brillante. 

                                         Conchita Wurst, il vincitore dell'Esc 2014

ATMOSFERE DEL PASSATO - Fra le prime classificate, la miglior proposta mi è parsa quella del duo olandese The common Linnets, eredi di Mouth and McNeal (ve li ricordate?), una "Calm after storm" essenziale nell'arrangiamento (chitarra in primo piano) e con un buon impasto vocale, anche se palese era il tributo a un classicissimo come "Every Breath you take" dei Police, peraltro una notevole somiglianza e nulla più. Del resto, di cose "orecchiate" in passato ve ne sono sempre tante, troppe, all'Eurovision Song Contest. Del costante tributo alle atmosfere "Titanic" ho già detto, ma certo i padroni di casa danesi hanno esagerato, dato che "Cliche love song" di Basim ricorda francamente troppo da vicino "You to me are everything" dei Real thing, già efficacemente coverizzata da Marina Rei nel lontano 1997 ("Primavera"). A ripescare massicciamente in generi musicali di moda qualche lustro fa sono stati, fra i finalisti, solo l'ucraina Mariya Yaremchuck con Tick Tock, tipico pezzo da Eurofestival, motivetto semplice e accattivante, vagamente stile Spice Girls, e la coppia romena Paula Seling e Ovi con "Miracle", duetto vecchio stampo con ampi richiami alla dance anni Novanta. 
I MENO BANALI - Come sempre, le giurie europee hanno tenuto nelle retrovie le proposte un tantinello più ardite e meno banali nella costruzione: la moderna "Hunter of stars" dello svizzero Sebalter, con tanto di assolo di violino e fischiettata, "Cheesecake" del Bielorusso Teo, ritmata, trascinante, dalla buona tessitura musicale, il bell'ensemble corale dei maltesi Firelight in "Coming home", con audaci e azzeccate spruzzate di country, persino la marcetta un po' folk delle tedesche Elaiza ("Is it right"), con l'azzeccato accompagnamento della fisarmonica. In un contesto non entusiasmante, la migliore proposta è stata forse quella del norvegese Carl Espen, una "Silent storm" minimalista, su un suggestivo tappeto sonoro di violini e piano, un lento intenso e struggente sostenuto da una voce possente ed eclettica. Agli antipodi il divertissement offerto dalla Polonia: "My Slowianie" di Donatan e Cleo è un brano fuori dagli schemi ma non piegato ad alcuna omologazione, in parte fedele alla tradizione locale, ammiccante e pruriginoso quanto la sinuosa e scollacciata "bella lavanderina" che ha accompagnato l'esibizione. Un espediente coreografico di certo furbo ma tutto sommato in linea con la canzone, quindi non gratuito come altre scelte, dall'uomo criceto dell'Ucraina all'improbabile tastiera rotonda dei romeni. 
I GRECI ED EMMA SOTTOSTIMATI - Meritevoli di un piazzamento di rilievo sarebbero stati anche i greci Frealy Fortune feat. RiskyKidd, se non altro perché la loro "Rise up" è parsa la canzone più contemporanea, per l'arrangiamento e per il ricorso (non invasivo) al rap tanto di moda in questi anni. Ma era un buon pezzo "anni Dieci" anche "La mia città" di Emma, la cui sonora bocciatura ha sorpreso un po' tutti. Opera più in linea con gli stilemi eurofestivalieri rispetto alle più sofisticate proposte di Gualazzi, Zilli e Mengoni degli anni precedenti, però non banale, non scontata, non "demodé". E l'esibizione dell'artista, per quanto a tratti sopra le righe, mi era parsa nel complesso convincente, grintosa, trascinante, e il look "da imperatrice" audace ma non volgare. Cosa non ha funzionato? Difficile dirlo: forse il gusto complessivo non raffinatissimo dei votanti, di cui ho già fatto cenno qui e ampiamente discusso negli anni scorsi, e il consueto gioco di alleanze e votazioni incrociate da cui, stranamente, l'Italia è stata messa quasi totalmente fuori, con la magra soddisfazione che i pochi voti racimolati, e utili per il 21esimo posto finale, sono stati tutti frutto di una valutazione meramente artistica. 
MA PERCHE' TWITTER? - La trasmissione tv in Italia, se da una parte si è avvalsa della discreta ed efficace conduzione del collaudato duo Linus - Nicola Savino, dall'altra ha avuto il suo punto debole nell'eccessiva importanza attribuita al sopravvalutatissimo Twitter. Mentre lo spettacolo di Copenaghen avanzava tra alti e bassi, sullo schermo di Rai Due scorrevano tweet inutili: una sconfortante galleria di gente che si crede spiritosa facendo battute che non farebbero ridere nessuno, di altri che si credono arguti ma non sanno cosa sia l'arguzia autentica, per finire con quelli che imploravano di vedersi pubblicato almeno un Tweet (sob!), sorvolando su Fiorello che ci premurava di farci sapere che "ho registrato l'esibizione di Emma, me la vedo dopo". Salvateci da questo social network, per piacere. 

martedì 6 maggio 2014

PALERMO: RITORNO IN A DA DOMINATORE ASSOLUTO. MEGLIO DI TANTE "NOBILI DECADUTE" DEL PASSATO

                                Palermitani esultanti: scena abituale in questo torneo

Nel sabato nero del calcio italiano, un raggio di sole c'è comunque stato, luminosissimo come solo sa essere il sole della Sicilia. Palermo di nuovo in Serie A, dopo appena dodici mesi di purgatorio. Parlare di cavalcata trionfale è persino riduttivo: i rosanero hanno centrato la promozione matematica con cinque turni di anticipo. Il dato statistico è di assoluto rilievo, tale da assumere contorni calcisticamente leggendari. Basti pensare che nessuna delle big del nostro football precipitate occasionalmente in seconda serie negli ultimi decenni, e immediatamente risalite, era riuscita ad archiviare la pratica con tale sollecitudine: non il Milan del doppio capitombolo in cadetteria nei primi anni Ottanta (promozione con un solo turno d'anticipo nel 1981, con tre nel 1983), non il Torino del 1990 (quattro turni di anticipo), non la Fiorentina di Batistuta, inopinatamente retrocessa al termine della stagione 1992/93 pur avendo una rosa da primissime posizioni (poi promossa quattro giornate prima della conclusione), nemmeno la stratosferica Juventus del 2007 (anno primo post Calciopoli), che dovette attendere il quartultimo turno per stappare lo champagne e sancire la fine del suo breve incubo. 
QUASI COME L'ASCOLI '78 - Storicamente, il termine di paragone più pertinente con questo Palermo dei record non è una "grande", bensì una di quelle "piccole" società che, per diversi lustri, hanno onorato il nostro calcio ai più alti livelli, matricole terribili contro cui i colossi metropolitani spesso e volentieri arrancavano e perdevano punti preziosi: parlo dell'Ascoli, la cui prodezza del torneo 1977/78 permane ineguagliata e chissà quanto tempo ancora resisterà: salì in A quando ancora mancavano sette giornate al termine del campionato, per poi chiudere con la bellezza di 61 punti (all'epoca ne venivano assegnati due a vittoria) in 38 partite. 
VERDETTO NON SCONTATO - Rosanero uber alles, dunque. La svolta è arrivata negli ultimi due mesi. A inizio febbraio, dopo lo scontro diretto in Toscana, il Palermo aveva due soli punti di vantaggio sull'Empoli, sua rivale più credibile: nelle undici giornate successive, i siciliani hanno conquistato altre quattordici lunghezze, frutto di un'accelerazione bruciante (han fatto la differenza importantissime vittorie esterne a Varese, Pescara, Trapani, Latina e infine Novara) unita, va detto, al contemporaneo calo di Maccarone e compagni, incappati in qualche passo falso di troppo.
Tuttavia il trionfo non era scontato, sebbene la rosa allestita da Zamparini sia, obiettivamente, la più qualitativa fra le ventidue in lizza nella B tuttora in corso. Non era scontato essenzialmente per due motivi: risalire subito dalla cadetteria dopo la discesa non è storicamente facile, a meno di non essere uno dei colossi di cui sopra o, di converso, una di quelle compagini abituate ai saliscendi (lo stesso Empoli, o ancor meglio il Lecce e il Brescia di qualche anno fa). Lungo è l'elenco delle nobili decadute, cioè società la cui gloria è legata ad allori ormai lontani, che hanno dovuto patire le pene dell'inferno prima di uscire dalle sabbie mobili: l'ultima volta il Genoa ha rincorso l'obiettivo per dodici anni, la Sampdoria fra la fine dei Novanta e l'inizio dei Duemila dovette attendere quattro stagioni, il Bologna precipitò per la prima volta nell'82 e tornò in A nell'88, poi ricadde nel '91 e fu di nuovo un lungo e accidentato cammino fino al '96, in entrambi i casi con dolorosissime parentesi in terza divisione. 
Non solo: spesso essere i più attrezzati in fatto di classe diventa paradossalmente un ostacolo. Ricordo ancora la Sampdoria "miliardaria" del 1982, una compagine che in B sembrava francamente fuori contesto, zeppa com'era di elementi di categoria superiore: eppure soffrì maledettamente, e conquistò la promozione solo a un turno dalla fine, questo perché i piedi buoni trovano terreno maggiormente fertile nella massima divisione, mentre la B è una brutta bestia: è un torneo giocato più sull'agonismo che in punta di fioretto, ed è soprattutto una interminabile gara di resistenza, richiede carattere d'acciaio, nervi saldi e sangue freddo, doti che non sempre vanno a braccetto con le qualità tecniche. In 42 giornate possono esserci alti e bassi, sbalzi di rendimento, piccole crisi di risultati: saperle gestire senza drammi è fondamentale per mantenersi in linea di galleggiamento, ed è uno dei motivi per i quali le piccole realtà, con bacini d'utenza limitati e scarsa pressione mediatica alle spalle, riescono sovente ad emergere con più facilità. 
ANNO ZERO - Ecco perché quello del Palermo è un trionfo con tutti i crismi dell'impresa: la retrocessione del maggio scorso era stata oggettivamente traumatica. Per anni i rosanero erano stati una delle migliori realtà nuove del calcio tricolore, quasi una "grande" di fresco conio, più volte in lotta per piazzamenti europei, capace di lanciare in orbita giocatori giunti poi a frequentare le grandi ribalte internazionali, da Toni a Cavani. Certo, vi era stato un progressivo depauperamento tecnico, che raggiunse il culmine nell'estate 2012, ma un mercato invernale di notevole spessore pareva aver messo una pezza a una stagione nata male: i vari Sorrentino, Dossena, Boselli e Formica non riuscirono però a dare la svolta. Nonostante una discreta accelerazione nella fase centrale del girone di ritorno, culminata nei successi su Roma e Inter, un netto calo finale (quattro ko consecutivi) e il lento risalire la corrente da parte del Genoa portarono all'amaro declassamento. 

                                   Belotti, una delle più belle sorprese della stagione

MISTER PROMOZIONE - L'ambiente, caldo ma mai sopra le righe, ha saputo creare attorno alla squadra l'atmosfera giusta, senza cedere alla sfiducia. Zamparini, creatore del miracolo Palermo ma anche scheggia impazzita nella gestione della squadra, lasciata troppo spesso in preda a continui stravolgimenti di guida tecnica, ha tenuto saldo il timone, lasciandosi alle spalle in tempo utile l'esperimento Gattuso (troppo acerbo per gestire una situazione così delicata, in una piazza così esigente) e ha compiuto la scelta più realistica, puntando su uno di quegli specialisti di promozioni che ogni tanto compaiono nel firmamento del calcio tricolore: ci fu il tempo di Gigi Simoni e Nedo Sonetti, poi giunse Walter Novellino, mentre questi sono gli anni di Giuseppe Iachini, uomo dal carattere ruvido come del resto era quando calcava i campi da giocatore (mediano interdittore fra i più rocciosi e generosi, premiato financo con un'Olimpiade, a Seul nel 1988) e trainer fra i più pragmatici. 
SOLIDITA' - La squadra che ha plasmato è un piccolo capolavoro: solida soprattutto, talmente solida da far fruttare una messe di gol sicuramente cospicua ma non strabocchevole (al momento 56 segnature, poco più di Crotone e Trapani ma meno del Modena, per dire). Sorrentino e Munoz hanno riscattato il precedente campionato in chiaroscuro blindando la retroguardia, Eros Pisano, chiusa la grigia esperienza genoana, si è riappropriato delle misure che ne avevano fatto uno dei laterali di spinta più efficaci della cadetteria, ben bilanciato da Daprelà, altro esterno dal rendimento costante. Nel mezzo, Bolzoni ha finalmente rotto gli indugi, mostrandosi centrocampista di personalità, spessore agonistico e buone geometrie, talmente sicuro dei propri mezzi da tentare frequenti incursioni offensive, spesso baciate dal successo; il tutto, mentre Di Gennaro, fra mille difficoltà, ha saputo regalare scampoli di buon calcio (ma ha i mezzi per poter dare di più) e Verre ha cominciato a uscire dal bozzolo, facendo balenare le sue notevoli doti di fantasia e visione di gioco. Discorso a parte per Barreto, una sicurezza, elemento cardine della manovra, soprattutto nelle vesti di ispiratore dell'attacco.
ATTACCO DALLE MILLE FRECCE - Già, l'attacco. In avanti, come detto, in molti hanno dato il loro contributo: Hernandez si è confermato bomber da Serie A, ma le notizie più belle sono arrivate dal giovane Belotti, pienamente convincente alla sua prima vera esperienza nel football d'alto livello, e da Lafferty, puntuale sotto rete come un orologio svizzero, scommessa straniera azzeccatissima. E anche Vazquez ha saputo ritagliarsi spiccioli di gloria, movimentando il fronte offensivo coi suoi guizzi e apponendo infine, in quel di Novara, il sigillo sul ritorno nella massima categoria.  

domenica 4 maggio 2014

LA COPPA ITALIA INSANGUINATA: GLI INCIDENTI DI ROMA SPECCHIO DI UN PAESE IMPAZZITO

                                             Il Napoli e la sua Coppa "sporcata"

Ieri sera, a Roma, è morto un altro pezzo di calcio italiano. Quanto sia effettivamente rimasto del nostro povero pallone, dopo lo scempio pre Napoli - Fiorentina, è difficile dirlo: moralmente siamo già al cumulo di macerie, ma la realtà racconta cose se possibile ancor più terribili. Perché quando sembra di esser giunti sul fondo e di poter cominciare la risalita, ecco invece che si scava, si scava sempre. E' un tunnel senza uscita, il calcio tricolore, un macabro teatrino che non conosce la vergogna. Siamo arrivati ai colpi d'arma da fuoco, ma francamente non c'è quasi più la forza di provare schifo, imbarazzo e disgusto. Rimane lo sgomento, uno sgomento dettato dal fatto che tutto fosse prevedibile; prevedibile non che avvenisse proprio in questa circostanza, sia chiaro: ma che prima o poi sarebbe successo, era scritto. Il nostro football, da questo punto di vista, è un libro aperto, ma a quanto pare nessuno è in grado di leggerlo. 
Spari a parte, film già visto non so più quante volte, nelle nostre desolate lande pallonare: capipopolo abbarbicati su grate e recinzioni a guidare truppe irreggimentate di pseudotifosi; altri capipopolo che parlamentano con calciatori "esprimendo la loro opinione" (diciamo così, va) sull'opportunità  o meno di dare inizio a una gara. Sempre le stesse facce (nella squallida vicenda è coinvolto anche il tizio che, giusto dieci anni fa,  ottenne la sospensione di un derby di Roma perché circolò la notizia che un bimbo fosse stato ucciso da una camionetta della polizia, e a nulla valsero le rassicurazioni delle forze dell''ordine), sempre le stesse dinamiche.
Rivalità ottuse e medievali, linguaggi da guerriglia, attacchi e vendette fra bande ultras, che si muovono alla stregua di delinquenti comuni. "Una cosa senza precedenti, mai vista in Italia, impossibile da prevedere", dice il questore romano. Vero solo in minima parte, perché l'episodio che ha dato il là a una delle notti più folli del football italiano, per quanto eccezionale, è diretta conseguenza di anni e anni di lassismo, di un atteggiamento di inaccettabile debolezza (da parte dello Stato e dei vertici del calcio) nei confronti di un fenomeno altrove contrastato con ben altra decisione. Gli ultras dettano legge, dentro gli stadi, nei dintorni di essi e persino a chilometri di distanza, nel giorno della partita. E le istituzioni, politiche e sportive, si indignano a parole e lasciano tutto com'è, o quasi.
Del resto, di che ci si stupisce? I fattacci di ier sera sono lo specchio più fedele di ciò che è diventato il nostro Paese. Un Paese che ha imparato a convivere col malcostume, la disonestà, la delinquenza, a causa di maglie giudiziarie larghissime, di un regresso culturale senza precedenti (del quale i fischi all'inno di Mameli sono solo l'esempio più fresco), di una politica sempre più immorale. Un Paese che non sa più cosa voglia dire "punire chi sbaglia", un Paese in cui una seconda, terza, quarta possibilità viene offerta a tanti, troppi furfanti. Un Paese in cui un pregiudicato può fare campagna elettorale attraverso una debordante onnipresenza televisiva e avere un ruolo di primo piano nei più alti giochi di potere (leggasi patto del Nazareno), in cui un sindacato di polizia applaude e solidarizza con "colleghi" condannati per omicidio, in cui in uno stadio si fanno entrare personaggi che indossano magliette inneggianti ad altri condannati per omicidio (caso Raciti). Il tutto sotto gli occhi di autorità ingessate, sedute comodamente in tribuna: la sfida più sfacciata, più sguaiata, vinta in partenza perché oggi viviamo in un totale impazzimento; si è smarrita la coscienza civile, non vi sono più esempi di decenza che arrivino dall'alto. Uno Stato meno autorevole e quindi meno sicuro, in cui 60mila persone finiscono ostaggio di pochi loschi figuri dal potere sconfinato. Succedeva dieci anni fa, si è detto, e succede oggi. E' dunque lecito affermare che per arginare il fenomeno sia stato fatto poco, e quel poco lo si è fatto male?  
Da questo orrido brodo di coltura non possono che scaturire serate come quella che ha lordato la Coppetta Italia 2014. Nulla cambierà, nel Paese dei mille distinguo e dei "ma anche". Lo ha già fatto capire Abete, che ha parlato di "calcio vittima della situazione", lo aveva anticipato Pietro Grasso scrivendo su Twitter "non sono tifosi, ma solo delinquenti", e aggiungendo a bocce ferme "sono stato più volte in procinto di abbandonare lo stadio" (e perché non l'hai fatto, di grazia? Non posseggono nemmeno più la forza del gesto esemplare, questi nostri baldi rappresentanti). E' vero, sono delinquenti, ma hanno invaso da lustri le nostre gradinate, hanno monopolizzato il tifo: la favoletta delle poche decine di mele marce, di gente estranea al calcio, non attacca più. 
Ma, si diceva, nulla cambierà: perché l'Italia non è più in grado di prendere decisioni forti e ultimative, come invece sarebbe necessario. I pilastri dai quali partire, dal mio punto di vista, li scrivo da una vita, o perlomeno da quando è attivo questo blog: azzeramento dei vertici calcistici, quindi di Federcalcio e Lega, le cui strategie si sono dimostrate fallimentari sotto tutti i punti di vista (gestione della sicurezza del pianeta calcio, ma anche salvaguardia della competitività tecnica del movimento) e scioglimento d'autorità dei gruppi ultras. Tutti, indistintamente, perché quando si arriva alle situazioni di emergenza è impossibile fare la cernita dei buoni e dei cattivi: chi ama il football e non vuole menare le mani continuerà ad andare allo stadio pur non facendo parte di nessuna tifoseria organizzata, chi invece nel pallone trovava solo un pretesto andrà a delinquere fuori e verrà perseguito come si perseguono i malviventi in ogni Paese civile. E chi si è allontanato dagli impianti per paura di questi ceffi vi farà, lentamente, ritorno.