giovedì 30 ottobre 2014

GENOA - JUVENTUS: VINCE UN GRIFO ALL'ITALIANA. PIU' SERENITA' MA NIENTE ILLUSIONI PER IL FUTURO


Ci crediate o meno, la notte prima di Genoa - Juventus ho sognato il giovane Mandragora titolare del Grifone: una piccola follia tattica che nessun addetto ai lavori avrebbe mai concepito, che nessun "esperto", alla vigilia, avrebbe mai potuto attribuire al pur coraggioso mister Gasperini. Un'annotazione personale di scarsissimo interesse, me ne rendo conto (anche per me, che credo poco o nulla alle premonizioni), ma utile a far capire quanto il match coi bianconeri sia ancora sentitissimo dal popolo rossoblù, quasi alla stregua del derby cittadino, nonostante sia una sfida storicamente destinata a regalare poche soddisfazioni alla squadra più antica d'Italia, alla luce della differenza qualitativa quasi costante fra le due compagini. Ne consegue che, le poche volte in cui l'inattesa gioia arriva, in città è festa grande, con caroselli post gara che nulla hanno da invidiare a quelli che seguono un'affermazione sui cugini blucerchiati. 
GIUSTIZIA - La "gioia" è infine giunta ieri sera, e l'evento ha fatto giustizia di tanti bocconi amari ingoiati nel recente passato al cospetto della Vecchia Signora: sconfitte ingiuste, vuoi per decisioni arbitrali bizzarre (il clamoroso rigore pro Del Piero del 2010 per un fallo commesso ampiamente fuori area) vuoi per le alterne lune di Eupalla, volubile Dea del pallone inventata da Giuan Brera: e la mente va al confronto dell'ultimo campionato, col Genoa superiore alla Juve a Marassi, ma trafitto in extremis da una delle inesorabili punizioni di Pirlo. Oggettivamente, la vittoria sarebbe stata maggiormente meritata in quella circostanza, se non altro per l'atteggiamento propositivo e lo slancio offensivo mostrato dai padroni di casa, capaci di disinnescare, per 89 minuti, la corazzata di Antonio Conte; ma vincere una partita facendo leva soprattutto su di un'ottima impostazione difensiva non è reato, è anzi assolutamente legittimo.
DIFENDERSI E' BELLO - Negli ultimi anni, si è diffusa la convinzione che il vero football sia soltanto quello d'attacco, quello che mira a prevalere sugli avversari segnando un gol in più e non subendone uno in meno, quello giocato sempre e comunque a viso aperto, senza gherminelle tattiche. Beh, sarà senz'altro il modo più affascinante e appagante di interpretare questo sport, ma non l'unico, e in Italia dovremmo saperlo bene: eravamo la patria in cui la capacità di difendersi era diventata un'arte invidiataci da tutto il mondo, e infine largamente imitata anche da Paesi calcisticamente insospettabili. Oggi invece, ci siamo quasi dimenticati di cosa voglia dire coprire, marcare, smontare le trame offensive dei rivali, e fare tutto ciò con pulizia ed efficacia. 
SOLIDITA' E CARATTERE - Onore al Genoa, dunque, che ha battuto i campioni d'Italia attraverso una mirabile gara di contenimento. Ha rischiato ma ha retto anche nei momenti di più acuta sofferenza (quando è entrato l'imprendibile Morata, ad esempio), mostrando solidità, organizzazione, carattere. E ha colpito nel finale con un'azione da manuale del calcio, il lancio preciso di Bertolacci e la giocata da attaccante di razza di Matri, per il tocco sporco ma vincente di Antonini (che non era "in evidente fuorigioco" come ha sentenziato stanotte il cronista del Tg3 regionale: il terzino era, quasi sicuramente, dietro la linea della palla al momento del passaggio del suo compagno di squadra...). E' stata la classica gara in cui è difficile non elogiare tutti, ma alcune figure sono comunque emerse: un Perin ormai all'altezza del dirimpettaio veterano di ieri, quel Buffon di cui presto o tardi prenderà il posto di titolare in azzurro; un Burdisso sicuro e mestierante come ai bei tempi della Roma e come raramente si è visto finora sotto la Lanterna; un Marchese intraprendente al punto di sfiorare la rete con una volée dalla lunga distanza; un Bertolacci sempre più maturo e autorevole nel mezzo; un Matri che sa cogliere l'attimo anche quando gioca a minutaggio ridotto...
I DUE UOMINI DEL MATCH - Ma è chiaro che, senza nulla togliere soprattutto al fenomenale portierino, le grandi figure del match siano state Mandragora e Antonini; ancora non al meglio il golden boy Sturaro, Gasperini ha inserito nella zona nevralgica un altro ragazzino terribile e ne è stato ripagato con una prestazione tutta sostanza, in fase di interdizione. E poi il laterale ex Milan: due settimane fa a spalare il fango dell'alluvione, ieri sera a frenare la corsa scudetto di Madama. Sarà sicuramente azzardato, l'accostamento fra due eventi così lontani nella loro importanza, eppure si parla di cose che sono successe e che sarebbe ipocrita tacere: con Antonini, il calcio ha dimostrato di non essere del tutto estraneo alle tragedie che gli capitano attorno: forzando un po' la mano alla retorica, è stato pertanto giusto che la firma su un successo storico la mettesse proprio lui, professionista esemplare e mai sopra le righe, calciatore "old style" per atteggiamenti e modo di porsi in campo e fuori.

                                                  Perin: sempre sugli scudi
                                 
IL FUTURO - Che peso possa avere un'impresa del genere sul prosieguo del campionato rossoblù non è facile prevederlo. Personalmente, eviterei di farmi soverchie illusioni: il valore della squadra è evidente, ed è tale da consentirle una navigazione al riparo dai marosi: il classico torneo "tranquillo e con qualche soddisfazione", come dicevano i giornalisti di un tempo. Battere la capolista può dare slancio ma anche portare a sopravvalutarsi, un rischio concretissimo, quest'ultimo, conoscendo la storica umoralità del sodalizio rossoblù e dei suoi "seguaci" sugli spalti. A tal proposito, tanto si è ricamato sullo sfogo di Gasperini dopo il passo falso con l'Empoli: una partita sottotono di Matri e compagni, certo, ma anche una vittoria, ricordiamolo, trasformatasi in pareggio per via di un gol di mano convalidato ai toscani. Il mister, evidentemente, sentì qualcosa di poco carino nei confronti suoi e dei suoi ragazzi, e ritenne giusto portarlo a conoscenza della pubblica opinione: sbagliò forse solo i tempi, perché pochi giorni dopo la tragedia che aveva colpito la città era forse il caso di tenere bassi i toni. 
Però è un fatto che attorno al Genoa ci sia sovente un clima eccessivamente ipercritico (con alcune testate locali, cartacee e televisive, in prima fila), così come è innegabile che larghe fasce di tifo non perdonino nulla a giocatori giovani o appena arrivati, anche di elevato valore, mentre si mostrino iperprotettivi con mezze figure prive di talento. Gasp chiedeva solo equilibrio e maggior affetto: dopo la sua paternale sono arrivati due successi consecutivi, quindi almeno all'interno dello spogliatoio il trainer ha ottenuto i risultati che si prefiggeva, rinsaldare il gruppo e dargli la giusta carica agonistica. E' presto per parlare di "effetto Bagnoli", con riferimento al simile sfogo (forse anche più duro) che il mago della Bovisa regalò ai microfoni alla  vigilia del derby del novembre 1990, una partita che, per un breve periodo, cambiò in meglio la storia del Grifone. Altri tempi, altri valori (del Genoa, più forte di quello attuale, e della Serie A, incommensuraiblmente più competitiva rispetto a oggi), ma la nuova compattezza e la consapevolezza createsi in queste settimane sono patrimoni che non vanno dispersi. La vera sfida per il club rossoblù è questa, dopo l'apoteosi di poche ore fa. 

domenica 26 ottobre 2014

LE MIE RECENSIONI: "TUTTO MOLTO BELLO", ANZI... TUTTO MOLTO BRUTTO


Vedere arrivare nelle sale una pellicola come "Tutto molto bello", di e con Paolo Ruffini, mette addosso una tristezza indicibile, quasi un senso di rabbia. Con un'unica consolazione: il cinema italiano contemporaneo non è questo, no davvero. E però, dopo la visione di un simile capolavoro al contrario, una serie di domande non possono non affollarsi nella mente. Eccone alcune: quale capacità di autocritica possiede chi, una volta ultimata la lavorazione di un siffatto prodotto, non si rende conto che c'è qualcosina che non va (eufemismo), e che forse sarebbe meglio ragionarci ancora un attimo prima di metterlo in circolazione? Il riferimento non è solo agli ideatori, ma va esteso anche a chi dovrebbe vigilare sulla qualità delle opere filmiche. Ancora: cosa può aver spinto un'attrice vera, talentuosa e in forte ascesa come la deliziosa Chiara Francini a gettarsi in un'avventura simile, che non fa certo curriculum e che, anzi, lo appesantisce in termini negativi? E infine non un interrogativo, ma una constatazione: il cinema è un'arte di altissima nobiltà, le cui porte dovrebbero essere sbarrate a chi non sa recitare e ai comici che non fanno ridere. 
Qui non si tratta di discutere di registri alti e di registri bassi: le commediole ultraleggere, se vogliamo con un tocco di trash (che non è un termine necessariamente negativo), esistono fin dalla notte dei tempi. Solo che bisogna saperle costruire, mentre "Tutto molto bello" fallisce miseramente l'obiettivo. Inevitabile, quando ci si affida a un cast di modestissimo spessore: sul fatto che Frank Matano, uno dei falsi miti creati artificiosamente dai media dell'era digitale, sia un attore di buon livello, sono leciti dubbi in quantità; altrettanti, se non di più, sullo spessore comico di Gianluca Fubelli e Angelo Pintus: personaggi simbolo di Colorado, del resto, ossia  di uno show tv che dovrebbe suscitare ilarità ma che nove volte su dieci non riesce nell'intento, simbolo del decadimento del cabaret nostrano. Un trio irritante, nel modo di recitare come in quello di porgere le mediocri battute affidate loro dal copione. La storia, in sé, non sarebbe neppure banale: un impeccabile impiegato (Ruffini) alle prese con la prospettiva, inattesa, di diventare papà, poche ore prima del lieto evento si trova suo malgrado paracadutato, a causa del Matano casualmente incrociato in ospedale, in una serie di disavventure grottesche, ai confini dell'inverosimile.
Il tutto è però concepito e realizzato male. Si ride a denti stretti o non si ride affatto, la mancanza di talento di protagonisti e comparse emerge via via in tutta la sua enormità. C'è un imbarazzante cameo di Pupo che, per l'ennesima volta, fa autocritica in chiave ironica sul suo vizietto del gioco (sai che fantasia), c'è un Paolo Calabresi che attinge al peggior repertorio della coattitudine romanesca, macchietta standard già vista e rivista e che in questo film c'entrava come i cavoli a merenda. Se a salvare la baracca deve provvedere Nina Senicar, showgirl di grana buona ma attrice ancora tutta da verificare, siamo messi davvero male. Ed è allarme rosso sulla carenza di caratteristi all'altezza della situazione: una volta c'era Bombolo, oggi un tal Lallo Circosta, al quale è stato riservato uno spazio inspiegabilmente ampio. Assolutamente fuori luogo, al punto di sfiorare l'insopportabile, il finale melenso, sdolcinato, addirittura con una spolverata di drammaticità: con personaggi come Matano e Fubelli, pensare di virare verso il "serio", o peggio il serioso, è un'idea destinata al naufragio, che dimostra vieppiù l'immaturità cinematografica di Ruffini e del suo staff.
Inutile spendere ulteriori righe su di un'opera che di considerazione ne merita ben poca, e che finirà nell'oblìo in breve tempo. Ce lo auguriamo, e non è un paradosso, soprattutto per il protagonista, perché un film del genere rappresenta uno di quei passi falsi che rischiano di compromettere una carriera. Ruffini ha forse bruciato troppo in fretta le tappe: un minimo di riflessione e, soprattutto, un ritorno agli studi non gli faranno male. Con una preparazione settoriale più corposa, magari, la prossima volta si terrà alla larga dai Matano e dai Fubelli di turno, che stanno al cinema come il sottoscritto sta all'archeologia. 

venerdì 24 ottobre 2014

RECENSIONI DAL TEATRO: "SISTINA STORY" CON ENRICO MONTESANO E PIPPO BAUDO


Pippo Baudo torna in scena, ed è subito spettacolo old style. Canzoni, balletti e la comicità del bel tempo che fu, quella dei monologhi, lontana anni luce dagli sketch mordi e fuggi modello Zelig. Una scelta artistico - editoriale quasi obbligata, del resto, nel momento in cui si è deciso di costruire uno show celebrativo dei primi cinquant'anni del teatro Sistina di Roma, il tempio del varietà leggero e della commedia musicale italiana. Così, "Sistina story" (regia di Massimo Romeo Piparo), che in questi giorni salpa per Napoli dopo una lunga serie di rappresentazioni nella casa madre, è un'operazione nostalgia senza mezzi termini, ma sempre col sorriso a fior di labbra e la risata pronta a deflagrare: un racconto per nulla struggente, e anzi movimentato da un allestimento assai vivace, dell'età dell'oro del teatro nostrano, il teatro di Rascel e di Modugno, di Dorelli e di Fabrizi, nonché di Enrico Montesano, l'altro grande mattatore di questo show - biografia. 
Baudo e Montesano: il re del varietà del ventesimo secolo e un irriducibile reduce della citata golden age. L'accoppiata funziona, e fornisce un saggio di come un tempo si riuscisse a fare spettacolo di qualità senza annoiare: schemi tradizionali che avrebbero un senso anche oggi, sol che non si fosse abituato il pubblico al brutto, alla volgarità, alla mancanza di talento (un paradosso, nell'era dei talent). Il Pippo nazionale ha fame di palco e non lo dà a nascondere, in questi tempi in cui la tv si è fatta per lui improvvisamente matrigna: introduce, lega le varie fasi dello show da par suo, dialoga col pubblico, spalleggia Enrico senza invadere il campo: l'anchorman onnivoro e onnipresente di Sanremo e di Fantastico appartiene ormai al passato. 
A dominare la scena è soprattutto l'attore romano: in forma strepitosa, oltre ogni aspettativa, tanto da far sorgere acuti rimpianti sulla sua prolungata assenza dal video: a meno che non si tratti di un esilio volontario, c'è da chiedersi perché la televisione italiana abbia scelto, da anni, di rinunciare a un tale fuoriclasse. Non ricordo molte altre sue apparizioni sul piccolo schermo dopo l'ospitata a Sanremo 2003, guarda caso anche all'epoca accanto al presentatore di Militello. Il tempo, da allora, sembra essersi fermato: Enrico canta, balla, tira fuori dall'album dei ricordi alcune delle sue più popolari macchiette, in primis la signora inglese del tormentone "molto pittoresco!".Commovente e divertente al tempo stesso l'omaggio tributato ad Aldo Fabrizi, uno dei colossi che hanno fatto grande il Sistina: Montesano lo imita quasi alla perfezione, e snocciola aneddoti irresistibili sull'illustre collega, sulla sua passione per il cibo, i divertenti dietro le quinte e le "variazioni sul tema" che entrambi mettevano in atto sul palco nel bel mezzo delle rappresentazioni, con improvvisazioni nate sul momento, finezze che riescono solo agli artisti di gran pregio. 
Scorrono ricordi di commedie epocali, da "Aggiungi un posto a tavola" a "Bravo", passando ovviamente per quel "Rugantino" che è forse il manifesto del Sistina e del teatro romano, e che ancora oggi continua a mietere successi in tutto il mondo. C'è tanta musica, grazie all'abilità canora delle giovani Sabrina Marciano e Valentina Spalletta; c'è leggera ironia sul tempo che passa inesorabile, come quando Baudo ha un momentaneo vuoto di memoria nel ricordare alcuni personaggi portati al successo da Renato Rascel, e il suo partner interviene rampognandolo bonariamente: "A Pippo, non ce staremo mica a rincoglionì'?". Ma c'è anche la voglia di andare oltre l'esaltazione del passato, perché il Sistina continua il suo percorso e occorre gettare uno sguardo verso il domani: ed ecco dunque i monologhi di Montesano, che piomba nel presente con una serie di impietose "punture di spillo" satiriche sulla realtà, soprattutto politica, d'oggidì, talmente centrate da poterne perdonare alcune lievi cadute di stile nel linguaggio. Insomma, "Sistina story" è nostalgia attiva e non fine a se stessa, è rievocazione ma non rimpianto, non chiude un'era: mette soltanto un punto e a capo, ma indica una strada ben definita, lungo la quale dovrà muoversi il Sistina del futuro: rinnovamento nella continuità, fedeltà ai canoni classici di un modo di fare teatro, commedia e varietà frettolosamente pensionato dai "nuovi media". 

venerdì 17 ottobre 2014

LA LITE TRAVAGLIO - SANTORO A "SERVIZIO PUBBLICO": DOV'E' FINITO IL "GIORNALISMO ALL'AMERICANA"?


Non so se le cronache si occuperanno a lungo della lite in diretta fra Marco Travaglio e Michele Santoro, andata imprevedibilmente in scena ieri a tarda sera sul finire di una tormentata puntata di "Servizio pubblico". Probabilmente no: in tv i giornalisti battibeccano, si insolentiscono, si accavallano sovente in modalità "pollaio": nulla di nuovo sotto il sole dunque, salvo poi ritrovarli di nuovo insieme, metaforicamente a braccetto, nella puntata successiva del talk show di turno. Tutto normale, quindi? Nel caso specifico non proprio, perché quello fra l'inventore di "Samarcanda" (ossia di un nuovo modo di fare informazione e dibattito sul piccolo schermo, molti anni fa) e il vicedirettore del Fatto Quotidiano è stato uno scontro sorprendente: i due percorrono da tempo il medesimo cammino di un giornalismo "contro", hanno condiviso esperienze mediatiche e disavventure, parevano legati da un sodalizio inscindibile, che andava al di là dei comuni interessi professionali. 
UN SANTORO IN FLESSIONE - Magari anche stavolta finirà a tarallucci e vino; magari la settimana prossima ritroveremo l'agguerrito Travaglio assiso al suo scranno di La7, pronto a scagliarsi contro uno dei tanti politici indifendibili che ci ritroviamo sul groppone. Però la mano sul fuoco non ce la metterei, e l'occasione è ghiotta per qualche brevissima riflessione su quanto avvenuto, una piazzata che ha lasciato interdetti molti spettatori, fra i quali il sottoscritto. Ammetto: nella nuova stagione tv non avevo ancora seguito "Servizio pubblico", e son tornato a farlo ieri sera perché uno degli argomenti - traino era la recente alluvione genovese. Dal mio punto di vista, personalissimo e opinabile, ho visto un Santoro non particolarmente sereno, di sicuro non al meglio.
 La crisi recente del format talk show (da lui stesso sottolineata, del resto) non è dovuta solo al proliferare eccessivo di queste trasmissioni tutte stancamente simili fra loro: il problema è che tali arene televisive sono diventate palcoscenico della peggior classe politica italiana di sempre, rappresentanti del popolo impegnati a cianciare del nulla e a presentare successi in realtà mai raggiunti, e tuttavia sempre invitati a partecipare, nonostante abbiano dato ripetuta prova della loro inconsistenza. Quanto di più lontano, insomma, dal modello di giornalismo "americano", con i cosiddetti "padroni del vapore" che vengono invece messi alla berlina senza eccessivi riguardi. In questo senso "Servizio pubblico", per la sua indipendenza da editori influenti e per la presenza di due fuoriclasse come Santoro e Travaglio, era sempre andato un po' controcorrente, e non è un caso che Berlusconi vi abbia messo piede solo una volta negli ultimi anni.
TRAVAGLIO PENALIZZATO - Ciò fino a ieri sera, quando il meccanismo di salvaguardia degli interessi del pubblico mi pare si sia incrinato, a favore di un dibattito fin troppo "politically correct", nello stile, si può dire, di quel "Porta a porta" che pure rappresenta l'antitesi del modo di fare tv del conduttore salernitano. In poche parole: hai in collegamento Claudio Burlando, l'uomo che negli ultimi anni ha tenuto in mano in buona parte le redini della politica ligure ricoprendo diversi ruoli istituzionali (oltre ad essere stato pure ministro della Repubblica, per un breve periodo), l'uomo che ha gestito la recente emergenza alluvione in maniera, diciamo così, piuttosto discutibile. Hai la possibilità di incalzarlo e metterlo alle strette, potendo contare su un formidabile battitore libero come Travaglio, personaggio che rarissimamente parla a vanvera, essendo uno dei giornalisti italiani più documentati in assoluto.
Invece mandi, mi si perdoni il francesismo, tutto in vacca nel nome di un diritto di replica e di una presunta parità di spazi che erano in realtà già stati ampiamente rispettati, attribuendo al tuo prestigioso collaboratore angherie mai perpetrate ("non ho offeso nessuno", ha infatti affermato con ragione il giornalista del Fatto) e consentendo così al navigato politico di uscire senza grossi danni da un confronto nel quale aveva mostrato una discreta pochezza argomentativa (la cittadina genovese collegatasi in chiusura di puntata, una che il disastro della settimana scorsa lo ha vissuto dal di dentro, in effetti non gliele ha mandate a dire). 
UN MONDO ALLA ROVESCIA - Forse ha ragione il buon Marco: "Siamo matti", ha più o meno detto in diretta prima di abbandonare lo studio. Aggiungerei: il mondo, in Italia, gira ormai alla rovescia. Una delle poche trasmissioni che tentava di smascherare il vuoto propositivo e operativo della nostra politica diventa improvvisamente fin troppo benevola nei confronti degli uomini del potere, tarpando le ali a chi cerca di metterne a nudo i limiti. Burlando, massacrato da Travaglio attraverso una minuziosa ricostruzione storica del suo percorso politico, riesce a rimettersi in carreggiata e può uscire dal collegamento con un'espressione soddisfatta stampata in volto; i rappresentanti degli "angeli del fango" presenti in trasmissione, invece di fare le pulci al governatore ligure, non trovano di meglio che eccepire sulle affermazioni dello stesso Travaglio (giustamente sconcertato), dopo aver contestato, pochi giorni prima, un esponente politico discutibile finché si vuole nel modo di porsi e di operare, ma che non ha alcun ruolo istituzionale e che è il portabandiera di una forza di opposizione (quindi di fatto senza alcun potere autentico in quel di Roma); ragazzi che, fra l'altro, sono caduti nello stesso peccato di cui, secondo loro, si era macchiato Grillo (andare a Genova dopo l'alluvione per fare passerella): potevano tranquillamente rimanere nell'anonimato, rifiutando l'invito di Santoro. 
Questi giovanotti meritano, lo sottolineo con forza a scanso di equivoci, il plauso della Superba per l'enorme mole di lavoro svolta in questi giorni in condizioni di estrema difficoltà, ma, per tutto il resto, hanno dimostrato una coscienza politica ancora acerba, se non inesistente (mi riferisco agli ospiti di ieri sera, ovviamente). La speranza è che continuino a studiare, a informarsi (sentendo più campane, però), a fare esperienza sul campo, a imparare a "pesare" gli uomini politici sulla base delle loro capacità e di quanto effettivamente messo in pratica, e non votandosi a vuote ideologie o a considerazioni retoriche. Lo dico con tutto l'affetto e la benevolenza possibile nei loro confronti, ricordando gli errori di valutazione nel seggio elettorale anche da me commessi quando avevo la loro età...

mercoledì 15 ottobre 2014

DOPO L'ALLUVIONE, PROPOSTA AI VERTICI FIGC: "REGALATE" ITALIA - ALBANIA AI CITTADINI GENOVESI


"Regalare" la Nazionale a Genova e ai suoi abitanti, tramite copertura integrale del previsto incasso da parte della Figc. Un dono dei vertici del nostro football per dare un segnale di concreta vicinanza a una popolazione prostrata (ma non vinta) dall'alluvione della settimana scorsa. La proposta è in riferimento a Italia - Albania, l'amichevole che proprio nel capoluogo ligure dovrebbe disputarsi il 18 novembre prossimo e che tante polemiche sta già suscitando. Nel ventunesimo secolo, va detto, la Nazionale italiana di calcio è stata presente a Genova con una discreta continuità, mettendo fine al prolungato e inspiegabile buco nero che caratterizzò l'ultimo scorcio del Novecento. Dopo un'amichevole col Portogallo nel settembre 1980, la Superba dovette attendere ben undici anni per rivedere le maglie azzurre (novembre 1991 con la Norvegia, esordio di Sacchi CT), e addirittura altri dodici ne trascorsero prima di un nuovo ritorno al Luigi Ferraris: avvenne nel 2003, nientemeno, ancora col Portogallo, ancora per un incontro senza punti in palio.
Da allora, la nostra selezione si è vista parecchie volte dalle mie parti: nel 2004 con la Spagna (gara di addio all'azzurro di Roby Baggio), nel 2007 con la Georgia (qualificazioni europee e un 2-0 con firme d'autore dei campioni del mondo Pirlo e Grosso) e nel 2012 con gli Stati Uniti, test match pre Europei a "risarcimento" della gara con la Serbia interrotta nell'autunno 2010 per le intemperanze dei tifosi ospiti (Ivan il terribile, lo ricordate? Fra l'altro codesto personaggio è ricomparso "sulle scene" ieri sera, in occasione dell'indegna gazzarra scoppiata durante Serbia - Albania). 
PERPLESSITA' - Tutto questo per dire che il trattamento riservato a "Zena" dalla Figc non è stato malvagio, nell'ultimo decennio, eppure la notizia che, quasi sicuramente, la citata amichevole fra il team di Conte e l'Albania si giocherà a Marassi (a meno di strascichi disciplinari nei confronti degli albanesi, dopo quanto accaduto poche ore fa) ha suscitato più di una perplessità, qui in città. Il fatto è che si tratterebbe di un match all'insegna della solidarietà: anche se ancora i dettagli non sono noti, in occasioni simili si usa devolvere l'incasso della partita in beneficenza. Da qui la polemica: ma come, i genovesi, a cui la tragedia ha già richiesto un tributo altissimo, devono pure pagarsi una partita di calcio, per contribuire alla ricostruzione e al recupero di tutto ciò che è stato spazzato via dalla furia delle piogge torrenziali, dei corsi d'acqua esondati, della fanghiglia? Non sarebbe più corretto che, in questa specifica circostanza, gli aiuti giungessero da fuori? 
GENOVESI FORTEMENTE IMPEGNATI - Beh, dare del tutto torto a chi avanza certi dubbi è difficile. Non che i genovesi in grado di farlo non abbiano il dovere di dare il loro contributo al superamento dell'emergenza, ci mancherebbe: ma a Genova, come è sempre avvenuto anche per tutte le alluvioni del passato, in questi giorni non si sta con le mani in mano: le mani stringono pale, oppure frugano nelle tasche alla ricerca di moneta sonante. La storia è nota: i più giovani, e più in generale coloro che hanno i mezzi fisici e le abilità necessarie, sono impegnati a spalare fango e a rimuovere detriti dalle zone colpite, affiancando con efficacia Protezione Civile ed Esercito; chi non è in grado o non se la sente di operare "manualmente", ha già trovato modo, o di certo lo troverà, di supportare la rinascita genovese fornendo vestiti o generi alimentari, oppure mettendo mani al portafogli. E magari, come già avevo auspicato nel post che ho scritto lunedì a caldo dopo l'alluvione, quest'ultimo gesto si preferisce farlo in maniera "diretta", cioè portando il proprio obolo laddove è possibile sapere con certezza la destinazione dei soldi, guardando in faccia le persone bisognose, toccando con mano la situazione disastrosa degli esercizi commerciali o degli enti culturali che si vanno a sostenere. Molto meglio così (opinione personalissima, ovvio), che investire denaro in iniziative benefiche i cui esiti effettivi non sempre è facile verificare, soprattutto in tempi in cui il cittadino comune, per quanto ben disposto, non può permettersi di gestire con eccessiva disinvoltura i propri risparmi. 
LA NAZIONALE IN REGALO - E dunque, tornando alla partita, mi permetto, dal mio piccolo e insignificante blog, di lanciare una modesta proposta alla Federazione Italiana Giuoco Calcio: Tavecchio e compagnia, "regalate" Italia - Albania alla città di Genova. Spiego meglio: finanziatela voi, come Federazione, comprate in massa il pacchetto - biglietti disponibile per questa gara, coprite l'incasso coi vostri fondi e poi fate entrare gratuitamente i genovesi (con rigorosi controlli atti a non superare i limiti di capienza, è ovvio), uomini e donne che in questi giorni già tanto hanno dovuto soffrire e ancor di più soffriranno nei mesi e negli anni a venire, quando settimana dopo settimana si paleserà in tutta la sua enormità il disastro economico generato da questa ennesima sciagura idrogeologica in gran parte causata dall'uomo. 
Sarebbe un beau geste apprezzabilissimo: i zeneisi, come detto, stanno già provvedendo e provvederanno in altro modo. E lo faranno magari anche attraverso il pallone: il genoano Antonini è andato ad aiutare i volontari nei giorni immediatamente successivi al disastro (episodio di cui va salvato il valore di esempio positivo, al di là delle stucchevoli polemiche che l'hanno accompagnato), e i due club cittadini qualcosa organizzeranno, magari in occasione dei prossimi impegni di campionato. Ma la Nazionale come "dono" sarebbe qualcosa di entusiasmante, di indimenticabile. E sono sicuro che eventuali ostacoli burocratici all'iniziativa potrebbero essere facilmente aggirati.  

martedì 14 ottobre 2014

ITALIA INDECOROSA A MALTA: NEL PROGETTO CONTE NON C'E' ANCORA IL GIOCO. CENTROCAMPO AZZURRO DA MATITA BLU

                                            Pellè esulta dopo il gol decisivo a Malta

D'accordo, la tradizionale idiosincrasia delle Nazionali italiane ai confronti con avversarie di terza o quarta fascia. Aggiungiamoci la difficoltà di un doppio impegno fin troppo ravvicinato (dal venerdì al lunedì, invece del canonico martedì di queste finestre di qualificazione europea o mondiale). Senza dimenticare che il progetto di Conte è ancora in fase di abbozzo, e sarebbe ingeneroso pretendere già ora una squadra fatta e finita, ancorata a solide certezze di uomini, di gioco, di strategie. Va bene tutto, ma non basta a giustificare una prestazione indegna come quella offerta dagli azzurri a Malta. Lo avevo già ricordato dopo un'altra ingloriosa vittoria a La Valletta, nel 2013, firmata da un doppio Balotelli: per una prestazione simile (anzi, forse migliore, se non altro per numero di occasioni create), un soffertissimo 2 a 1 sul medesimo campo e con i medesimi rivali, il Club Italia e il suo condottiero, Arrigo Sacchi, nel dicembre del 1992 finirono nel mirino della critica, che raggiunse vette polemiche elevatissime. Non fu così per Prandelli l'anno scorso (anche se qui su NdA fui molto duro nei confronti di quella prova dei nostri), e col senno di poi si può dire che un po' più di severità mediatica avrebbe forse evitato danni peggiori nella recente trasferta brasiliana; non sarà così oggi, proprio perché la nuova era è appena iniziata e questa squadra è probabilmente ancora lontana dal trovare l'ideale inquadratura. 
NON ERA UN OSTACOLO INSORMONTABILE - Non è però il caso di esagerare col buonismo: si ricordi, il nuovo CT, che ricostruire dalle macerie del Mundial non significa solo ridare competitività internazionale alla nostra rappresentativa. Occorre anche ricreare entusiasmo popolare e passione per l'azzurro, un'opera di... proselitismo che non passa solo dai risultati, ma dal modo in cui si ottengono. E il grigiore maltese è lo spot peggiore per una Nazionale che ha un disperato bisogno di riguadagnare simpatie, di essere di nuovo amata, considerata, valorizzata, dopo due stagioni di partite sparagnine, fiacche, lacunose. E poi, sì, il cantiere è apertissimo, ma, insomma, fra il Barbera e il Ta' Qali abbiamo incontrato Azerbaigian e Malta, con tutto il rispetto. 
Si sa, sono quelle squadre che, consce della loro infinita mediocrità, quando si trovano ad affrontare i colossi del football si chiudono a riccio, intasano gli spazi, marcano a uomo come nei decenni scorsi, impediscono di giocare; e oggigiorno lo fanno ancora meglio, perché se le risorse di classe rimangono modestissime, è cresciuta esponenzialmente la loro malizia tattica (non è un caso che queste due selezioni siano pilotate da trainer stranieri, Berti Vogts e Pietro Ghedin). Già, ma sono più o meno le stesse difficoltà che, per dire, incontra la Germania quando rifila sette o otto gol a San Marino, il che significa che se ci sono elementi di qualità, condizione fisica e un canovaccio plausibile a cui appigliarsi, alla fine, che diamine, certi ostacoli si superano. 
POCO RITMO, MANOVRA SOTTO ZERO - Ecco: a Malta non ci è mancata tanto la qualità (non eccelsa, ma comunque più che sufficiente per archiviare una pratica a basso coefficiente di difficoltà), quanto il ritmo e, soprattutto, una plausibile idea di gioco. Intendiamoci, non che da questo punto di vista a Palermo le cose fossero andate meglio: anche venerdì scorso la squadra è parsa acefala, incapace di manovrare con costrutto, con un Pirlo talmente poco incisivo in fase di impostazione da far sorgere legittimi dubbi sull'utilità di puntare ancora su questo 35enne, un campionissimo onusto di gloria ma dall'autonomia limitata; e tuttavia con gli azeri un pizzico di velocità in più, maggiore continuità di spinta, la generosità di un Immobile "alla Ciccio Graziani" e qualche spunto individuale (Zaza a tratti, Giovinco in chiusura di match e le incursioni dei difensori) avevano parzialmente mascherato le magagne. Ieri sera, venuti a mancare ritmo e agilità e sempre latitante la creatività, la squadra è naufragata. Il buco nero è stato soprattutto nella zona nevralgica: un centrocampo incapace di illuminare, di inventare per le punte; un giro palla fine a se stesso, senza verticalizzazioni, senza l'abilità di trovare il varco giusto per spaccare in due l'assetto di copertura avversario; e, in avanti, movimenti inefficaci e imprecisioni negli scambi e nei tocchi. 
ANCORA AQUILANI E GIOVINCO... - Cara grazia che Pellè abbia trovato il guizzo vincente in mischia, confermandosi bomber di grande efficacia (ha sfruttato in pratica l'unica palla gol capitatagli sui piedi), ma non basta certo a salvare la serata. Florenzi non ha saputo offrire altro che un cieco sferragliare a vuoto, Marchisio sembra sempre alla ricerca della posizione ideale e ancora non l'ha trovata, Candreva ha perso (si spera momentaneamente) lo sprint, lo spirito di iniziativa che ne avevano contraddistinto l'avventura nella gestione prandelliana, manifestando incredibili impacci nell'uno contro uno, Verratti al solito è andato meglio in interdizione che in fase propositiva, ma ha avuto comunque troppe pause in una gara che avrebbe dovuto aggredire con personalità. Fra i subentranti, Aquiliani al solito non ha inciso, qualcosina in più (vedasi il palo nel finale) da parte di Giovinco, ma il fatto che l'Italia, nei momenti difficili, debba ancora aggrapparsi a questi due giocatori, che nell'ultimo quadriennio hanno ampiamente dimostrato la loro sostanziale inconsistenza  sui palcoscenici internazionali, è triste e al contempo preoccupante. Quanto agli inserimenti dalla terza linea, si tratta senz'altro di una risorsa importante, non tutti possono vantare stoccatori estemporanei come Chiellini, Bonucci e Ranocchia, ma è fin troppo chiaro che una crescita autentica e plausibile di questa nuova Azzurra non possa passare solo dall'abilità dei difensori sui calci piazzati, così come le chiavi del gioco non possono essere riposte esclusivamente nei piedi del citato Bonucci, che sono certamente educati ma non al punto di attingere le capacità di impostazione di uno Scirea, ad esempio. 
PIU' CORAGGIO NELLE SCELTE - Insomma, si naviga a vista. Forse il problema di base, oltre a quelli evidenziati, è che questa è un'Italia ancora troppo vecchia e poco nuova, negli uomini. Ci vorrebbe maggiore coraggio da parte del cittì: dal momento che è quasi impossibile fallire questa qualificazione, è proprio il caso di affrontare l'Azebaigian recuperando Pirlo alla regia (con gli esiti che abbiamo visto, oltretutto)? Ed è il caso di sperare ardentemente in un ritorno di Barzagli, stante la squalifica di Bonucci, per il match con la Croazia di novembre, che rappresenterebbe invece l'occasione ideale per lanciare in pista l'autoritario Rugani visto in questo primo scorcio di Serie A? Forse occorrerebbe chiudere definitivamente certi conti: capire cioè se determinati giocatori, dopo l'ennesima convocazione e l'ennesima partita da titolari senza sprazzi particolari (penso a Marchisio, che pure stimo), debbano continuare a essere pressoché insostituibili o vadano invece stimolati con  la concorrenza di qualche Under. L'impressione è che questa compagine già non possa più fare a meno di Zaza: con le sue accelerazioni, i suoi spunti, le sue sollecitazioni alla manovra, con Olanda e Norvegia il rendimento complessivo del gruppo era stato ben diverso. La speranza è che la punta del Sassuolo esca al più presto dall'attuale fase di appannamento. 

lunedì 13 ottobre 2014

L'ALLUVIONE DI GENOVA: IL DISASTRO AL TEATRO DELLA GIOVENTU' E LE ALTRE VITTIME DELL'INCURIA E DELL'INCAPACITA'

                       Volontari al lavoro per salvare il Teatro della gioventù (dal profilo FB del TKC)

A Genova, il TKC Teatro della Gioventù è il teatro "giovane" per eccellenza. Rinato a nuova vita a inizio 2012, animato da una compagnia stabile "under 30" (la The Kitchen Company, da cui l'acronimo), in quasi tre anni si è costruito un consistente zoccolo duro di pubblico grazie a brillanti spettacoli di produzione interna, a scelte artistiche spesso coraggiose e fuori dagli schemi, a iniziative pressoché uniche nel panorama nazionale, come le rappresentazioni in piena estate. Da venerdì notte, il TKC fa parte del lungo elenco delle vittime dell'ennesima alluvione che ha colpito la Superba. Teatro allagato, e il delizioso bistrot, civettuolo luogo di ritrovo pre e post spettacoli, ideale per consumare un aperitivo e far due chiacchiere fra amici (o magari con gli stessi attori), completamente distrutto. Un colpo al cuore per chi, come me, ha visto crescere il gruppo di lavoro guidato, fra mille difficoltà, da Massimo Chiesa ed Eleonora D'Urso. Intendiamoci, nelle medesime condizioni del teatro di via Cesarea (centro di Genova, una delle zone più colpite dall'esondazione e dalle piogge torrenziali) ci sono tantissimi altri esercizi commerciali, garage con auto alluvionate, abitazioni ai piani bassi: tutto sommerso dall'acqua e dalla fanghiglia, milioni di euro di danni, che in molti casi hanno oltretutto colpito chi aveva dovuto faticosamente ricostruire le proprie abitazioni e le proprie attività, con sacrifici spesso insostenibili, dopo i danni della precedente "bomba d'acqua", quella devastante del 4 novembre 2011. Questa volta forse è stato anche peggio, come dimensioni del fenomeno: ce ne accorgeremo col passare dei giorni, quando il disastro si paleserà in tutta la sua enormità. E anche questa volta c'è chi ha perso la vita, travolto dall'ondata di piena in un tunnel nei pressi della Stazione Brignole: solo per pura fortuna non si è ripetuta la strage di tre anni fa, ma anche una sola vittima è un tributo assolutamente inaccettabile. 
Il TKC sta già cercando di risalire la china, di farsi largo fra le macerie, grazie all'aiuto pratico di decine di volontari, i famosi "Angeli del fango"; chi, per i motivi più svariati, non ha la possibilità di prestare la propria opera con la forza delle braccia, può farlo attingendo alle proprie finanze, dando un contributo seguendo questi estremi: IBAN IT51U0333201400000000947866, intestato a Hurly Burly Srl c/Teatro della Gioventù. L'invito, da parte mia, è quello di seguire con attenzione queste iniziative benefiche ben mirate, di partecipare laddove è possibile avere conoscenza diretta della destinazione del nostro obolo, sapere, cioè, dove e a chi vanno effettivamente i nostri fondi: in passato, in circostanze del genere, non sempre è successo, e acutamente rimpiango soldi distribuiti con leggerezza senza sapere in che modo siano stati poi impiegati... 
Sta di fatto che l'Italia rimane a galla (è proprio il caso di dirlo) solo ed esclusivamente grazie alla solidarietà dei cittadini comuni, quelli con meno risorse, con più difficoltà a tirare la fine del mese. La solidarietà è una cosa bellissima, che tiene unite le comunità anche nei momenti difficili, è un elemento basilare e fondante dell'esistenza stessa del genere umano. Ma una nazione, e una città, non possono essere costruite unicamente sulla solidarietà: un Paese che con le mobilitazioni spontanee di cittadini, e con le raccolte fondi, tenta in parte di colmare l'insipienza di chi ci governa, non è un Paese serio, ma un'entità geografica destinata ad affondare sempre più nella melma. 
Tre anni. Tre anni sono passati dall'ultimo disastro. Tre anni gonfi di parole, di vuoti proclami, da un sindaco all'altro. Senza contare che di alluvioni Genova ne ha subite parecchie anche ben prima del 2011, come dire che di segnali d'allarme ce n'erano stati, e il tempo per mettere in sicurezza il territorio non è mancato. I torrenti pieni di erbacce, vegetazione, sterpaglie, ma anche di rifiuti; le opere di canalizzazione e regolazione dei numerosi corsi d'acqua cittadini, a partire del famoso scolmatore di cui si ciancia da secoli, rimasti lettera morta. L'orribile burocrazia italica che rallenta ogni tentativo di intervento fino a farlo arenare; l'incapacità di razionalizzare risorse finanziarie che ci sono, checché se ne dica, ma vengono usate per progetti inutili o non della massima urgenza, se non addirittura sperperati in maniera ignobile. 
Siamo nelle mani peggiori possibili, gestiti da istituzioni avulse dalla realtà, a Genova e in Liguria come a Roma. E lo spot governativo "Italiasicura" che ha invaso i teleschermi da ieri pare l'ennesima presa in giro da parte di questa classe dirigente fallimentare, una beffa atroce a poche ore dalla sciagura. E' un Paese in autogestione, che deve far da sé perché chi detiene le leve del potere è chiuso nella sua torre d'avorio; certo poi la gente dovrebbe ricordarsi di certe cose al momento di andare alle urne, ma purtroppo Genova è ancora prigioniera di scelte politiche fortemente ideologizzate, che spesso prevalgono sulla valutazione dello spessore umano e dell'operato concreto dei candidati. E poi, certo, la comunità ha le proprie colpe: perché l'inciviltà e la maleducazione sono galoppanti, e magari ad emergenza finita si tornerà a gettare i propri rifiuti più o meno ingombranti nei letti dei torrenti, ponendo le basi per le prossime esondazioni e le prossime tragedie. Questo è: ma tanto ci sono i giovanotti che spalano il fango e noi che versiamo fondi in beneficenza, a tenere in piedi una Penisola dalle fondamenta sempre più fatiscenti. E ora datemi pure del populista. 

lunedì 6 ottobre 2014

DOPO JUVENTUS - ROMA: TOTTI PEGGIO DI ROCCHI. IL VITTIMISMO NON PORTA DA NESSUNA PARTE

                                     Bonucci: ha deciso Juve - Roma fra le polemiche

Se Juventus - Roma ha lasciato dietro di sé un sapore amaro, lo si deve al contorno più che alla pietanza vera e propria. All'interminabile dopopartita con la sua scia di polemiche, al coro assordante di voci indignate, alle inaccettabili dichiarazioni di uomini simbolo del nostro calcio e di giornalisti che scrivono di pallone con toni da ultras. Dal match in sé non sono arrivate novità clamorose; ha stupito, ma non più di tanto, il clima di sovreccitazione che ha caratterizzato il confronto: un big match, certo; la sfida fra i due club che, verosimilmente, monopolizzeranno i giochi di alta classifica fino alla fine della stagione; ma anche un incontro che il computer ha piazzato alla sesta giornata, cioè quando il campionato "vero" non è di fatto ancora iniziato, quando più di una squadra sta completando il rodaggio, o è ancora alla ricerca di una identità tattica e di una inquadratura affidabile; quando molte posizioni in graduatoria sono, di conseguenza, frutto di fattori del tutto aleatori (pensiamo al terzo posto della solida Sampdoria, certo abilissima a sfruttare un calendario estremamente favorevole, che le ha finora opposto avversari destinati a inseguire una salvezza più o meno tranquilla, togliendo dal suo placido cammino tutte le grandi). 
IL CALCIO DI SEMPRE - Sesta giornata, primi di ottobre: è davvero il caso di gettare benzina sul fuoco, per le risultanze di una sfida la cui incidenza sull'esito finale del torneo è ad oggi impossibile prevedere? Ma d'altronde, lo ripeto, non è nemmeno il caso di sorprendersi troppo: sia perché i veleni che ammorbano l'ambiente calcio Italia non possono non riflettersi sul terreno del gioco, sia perché comunque a questo tipo di calcio, al calcio visto nel pomeriggio dello Juventus Stadium, nella Penisola abbiamo ormai fatto il callo: estetica del football al minimo sindacale, toni agonistici elevati, nervosismo e falli, con il direttore di gara di turno raramente in grado di tenere saldamente in mano le redini della disfida. Ecco, l'arbitro: inadeguato, ieri, proprio per lo scarso polso mostrato, per la difficoltà di gestione di un incontro che si sapeva da tempo potesse essere, diciamo così, denso di umori; difficoltà tanto più gravi alla luce della vasta esperienza maturata dal signor Rocchi. I miei pochi lettori sanno che non mi sono mai tirato indietro quando si è trattato di denunciare gli enormi limiti dei fischietti nostrani; tuttavia, nel caso specifico, non me la sento di infierire più di tanto. 
DIFFICILE INTERPRETAZIONE - Mi pare che gli episodi - scandalo siano stati ingigantiti oltre il dovuto. I due rigori per la Juve e la rete decisiva di Bonucci sono ancora sotto la lente di ingrandimento delle moviole e degli "analisti" (sic!): se a distanza di ventiquattr'ore non si è ancora raggiunta una unanimità di punti di vista, le conclusioni non possono che essere due: 1) I "fattacci" non erano così facilmente risolvibili in presa diretta, e il pool degli ufficiali di gara ha dovuto decidere "col beneficio del dubbio", fidando sull'impressione del momento e combinandola con buon senso e capacità di orientarsi in un regolamento - ginepraio; 2) Certe decisioni arbitrali possono spesso risultare incomprensibili (frutto di inadeguatezza tecnica, difficoltà nell'applicazione del regolamento, difformità di giudizio, carenze di personalità) ma coloro che giudicano le... giacchette gialle dalle colonne dei giornali e dagli schermi tv, spesso, ne sanno molto meno: loro, però, il beneficio del dubbio non se lo concedono mai, dispensando a pieni mani granitiche certezze fondate su non si sa che cosa. 
BONUCCI: GOL BUONO - Alle corte: i due penalty bianconeri erano episodi al limite, a cavallo fra punibilità e non punibilità con la massima punizione, comunque di difficilissima decifrazione: si può casomai rimproverare a Rocchi (e ciò rientra nella valutazione complessivamente negativa del suo operato) di avere optato in entrambi i casi per una... sentenza di colpevolezza verso i difensori romanisti, laddove anche in campo dovrebbe valere il principio "in dubbio, pro reo", ossia lasciare correre se non si è certi al cento per cento dell'irregolarità; c'era però, più netto, un fallo in area su Marchisio quando il punteggio era sullo zero a zero. E poi, in punta di regolamento, la rete di Bonucci può senz'altro essere considerata valida, perché, come testimoniato anche da alcuni documenti fotografici, il portiere giallorosso ha visto partire il tiro del difensore - regista azzurro, nonostante Vidal in posizione sospetta; anche qui, una piccola chiosa sarebbe da fare, parlando di una regola del fuorigioco che è stata resa complessa fin quasi a diventare incomprensibile, cervellotica, tanto da generare interpretazioni diverse in situazioni analoghe. Una volta il calcio era lo sport più semplice del mondo.... 
STAMPA E TOTTI: POLLICE VERSO - Ecco: arbitraggio infelice, non scandaloso. Scandalosi sono stati certi titoli apparsi sulla stampa nazionale ("Campionato falsato") e certi articoli in cui si parla di football come fra tifosi al bar. Il degrado del giornalismo italiano si vede anche da queste cose: la conoscenza della materia è ormai diventata un optional, l'importante è animare il dibattito, portandolo su registri bassi. Soprattutto, i bacini diffusionali continuano a farla da padroni, ma questo è un problema che risale alla notte dei tempi della carta stampata: però è triste che un lettore sappia in anticipo che su determinati giornali non potrà trovare analisi critiche oggettive e pacate, ma solo difese d'ufficio dei beniamini di casa. Scandalosa è stata anche l'uscita di Totti (con replica di Marotta avvilente per povertà di contenuti), la cui ultima settimana è risultata emblematica della grandezza e dei limiti dell'atleta: non si era ancora spenta l'eco della sua prodezza da record in Champions League, ed eccolo indossare i panni del... paladino capitolino contro i soprusi di casa Agnelli. 
Colui che è considerato uno dei più grandi campioni mai espressi dal nostro football (secondo me valutazioni un po' gonfiate, ma non è questa la sede per approfondire) mai dovrebbe permettersi di lasciarsi andare a certe dichiarazioni. Perché a 38 anni è decisamente fuori tempo massimo per piagnucolare; perché il vittimismo non porta da nessuna parte, soprattutto se, come ieri, è fondato su basi piuttosto fragili; perché l'esempio che si dà ai tifosi, dal canto loro vittimisti per natura (non solo quelli romanisti, diciamo pure tutti, in ogni angolo del globo) è pessimo; perché se France' non crede più in questo football, beh, non ha che da appendere le scarpette al chiodo o andare a chiudere la carriera in qualche paese calcisticamente più remunerativo. Altrimenti, eviti di cominciare a lamentarsi ad autunno appena iniziato: ci sono trentadue gare da giocare, e il confronto diretto ha dimostrato che, al momento, le differenze fra le due big sono minime. Rinunciare a giocarsi le proprie carte per paura del "sistema" non sarebbe da vincenti, vero, Totti? 

giovedì 2 ottobre 2014

LA JUVENTUS "EUROPEA" NON E' ANCORA SBOCCIATA. A MADRID NON ERA UNA MISSION IMPOSSIBLE

                                Bonucci: non può essere il solo creatore di gioco juventino

E' sempre la solita Juventus europea? Una doverosa premessa: non può essere la seconda partita della fase a gironi di Champions League a dare una risposta chiara e definitiva al quesito, però le antenne è meglio cominciare a drizzarle per tempo. Il test era discretamente probante: trasferta nella tana dell'Atletico Madrid, ossia la squadra sensazione delle ultime stagioni, capace di vincere una Liga e di arrivare a un minuto dalla conquista del più importante trofeo continentale, di raggiungere i vertici internazionali sbaragliando club ben più quotati e, soprattutto, più dotati finanziariamente. Il simbolo più efficace dell'abilità imprenditoriale e gestionale, della capacità di far quadrare i conti e di allestire formazioni competitive pur dovendo far le nozze coi fichi secchi (relativamente, si intende: stiamo pur sempre parlando di una società di primo piano di uno dei movimenti calcistici di punta del panorama mondiale). 
UN'ALTRA SQUADRA - Tuttavia, il nuovo Atletico, quello visto ieri sera al Calderòn, è tutt'altra compagine rispetto alla macchina perfetta che ha "quasi" dominato l'annata pre Mondiale: Courtois, Filipe Luis, Villa e Diego Costa sono giocatori che non si possono sostituire, in blocco, da un giorno all'altro; Griezmann e Mandzukic, certo, hanno buona caratura internazionale, Cerci deve ricostruirsi una verginità dopo il disastro brasiliano e non è ancora entrato nelle grazie di mister Simeone, il portiere Moyà e il laterale Ansaldi sono tutti da verificare agli alti livelli. Un cantiere aperto e nulla più, insomma: i colchoneros sono in quel limbo che attraversano, normalmente, le squadre che passano da una fase storica colorata di tonalità epiche a un "anno zero" carico di incognite. Una formazione "normale", terrestre, che se già non incantava con luminarie di gioco nei mesi del suo apogeo, ancor meno lo fa oggi, aggrappandosi a una manovra "minimalista", alle alchimie e alla garra del Cholo (vero deus ex machina del miracolo biancorosso) e a un "mestiere" che rimane, forse, l'unica eredità di peso della breve ma intensa "età dell'oro" chiusasi nel maggio scorso: quel mestiere che consente di farsi strada anche se latitano risorse di classe autentica in dosi massicce. 
OCCASIONE MANCATA - Tutto questo per dire che il viaggio sulle rive del Manzanarre doveva essere, per la Juve, qualcosa di meno terribile di quanto il censo dell'avversaria lasciasse prevedere. Anzi, al di là dello sconfortante curriculum europeo recente della Vecchia Signora, proprio gli uomini di Allegri potevano mettere sulla bilancia qualche titolo in più: meccanismi collaudati di un team che da tre anni domina in patria, mantenendo un nucleo fisso di giocatori arricchiti di volta in volta da pochi innesti; la ritrovata vena di Tevez fuori dall'Italia; la continuità tecnica che il nuovo trainer è riuscito a stabilire con la gestione Conte, testimoniata dall'avvio lanciatissimo (sei vittorie su sei fra campionato ed Europa); la malizia internazionale portata in gruppo da Evra, non a caso l'unico dei nuovi acquisti ad aver cominciato il match da titolare. Senza dimenticare che, se c'è una squadra italiana a cui l'esperienza sui grandi palcoscenici del football non manca, questa è proprio la Juve attuale: si parla tanto e giustamente, negli ultimi anni, di calciatori nostrani che non emergono perché i club di appartenenza fanno poca strada nelle Coppe, ma i vari Buffon, Chiellini, Bonucci, Marchisio e compagnia hanno sulle spalle una quantità considerevole di confronti europei (e mondiali), e in teoria non dovrebbero patire più di tanto il passaggio dalle modeste sfide interne a quelle ben più terribili al di là dei patrii confini. 
MANOVRA IMPROVVISATA - Gli esiti, invece, sono stati sconfortanti. Di fronte a un Atletico che giochicchiava, con rare accelerazioni e pochi affondo veramente incisivi, Madama non è riuscita a sfoderare quell'aggressività "contiana" e quella continuità di manovra che potevano certo consentirle di uscire imbattuta dal Calderòn. La partita è stata letteralmente consegnata nelle mani di un'avversaria che, per vincerla, ha fatto davvero il minimo sindacale. E' mancato il coraggio, ma non si è vista nemmeno un'apprezzabile idea di gioco: l'impostazione affidata a Bonucci può essere un'opzione, una delle tante, non l'unica autostrada tattica praticabile per la costruzione delle trame d'attacco. Il fatto che il 35enne Pirlo continui ad essere fondamentale, al punto che la squadra perde un buon 90 per cento di potenzialità offensive senza la sua tessitura, è sconfortante: in sua assenza, ieri sera, i vari Marchisio, Vidal e Pogba hanno offerto un contributo modestissimo e prevedibile in fase di impostazione e di spinta; soprattutto il francese è parso fin troppo "anarchico", accendendosi con qualche spunto velleitario ma dando poco o nulla al collettivo. E se, Bonucci a parte, il più attivo nel tentare di capovolgere il fronte del gioco è stato l'onnipresente Lichtsteiner, non c'è molto da stare... Allegri. 
NESSUN MIGLIORAMENTO - Insomma, la Juve europea sognata dai tifosi bianconeri, e auspicata da chi chiede un'Italia di nuovo protagonista nelle Coppe, sembra ancora di là da venire. Ha fallito un appuntamento alla portata, che poteva darle fiducia e credibilità per il prosieguo dell'avventura, e che le avrebbe consentito di mettere quasi fuori combattimento la rivale più temuta del girone; è rimasta invece la squadra di quindici giorni fa, che è in grado di battere il Malmoe ma che comincia a tremare e a mostrare la corda non appena il livello dell'avversario si alza anche di poco. Può bastare per superare il primo turno, forse, ma poi? 
MANCA IL GIOCO, NON LA PERSONALITA' - Nessuno pretende che questa Juventus possa già giocare ad armi pari con i Real Madrid e i Bayern (in effetti, non può), ma, per cominciare a salire qualche gradino nelle gerarchie, certe sfide dovrebbero essere affrontate con ben altro piglio. Il problema non è negli uomini (come caratura complessiva l'undici juventino di poche ore fa era superiore a quello spagnolo). Certo, l'impressione è che manchi un po' di convinzione, ma, ripeto, è un deficit psicologico che non può essere dovuto a scarsa personalità e malizia di elementi che, per esperienze pregresse, ne dovrebbero invece avere da vendere. C'è una carenza di soluzioni tattiche e di ritmo: la miglior Juve di Conte, in versione indiavolata, ieri avrebbe stroncato i colchoneros. E un canovaccio di gioco plausibile ed efficace, oltre a rendere più facile il lavoro sul campo, incrementa la convinzione nei propri mezzi.