mercoledì 14 dicembre 2016

BILANCIO DI "SARA' SANREMO": LA RESA ALLA DITTATURA TALENT E I TROPPI BRAVI GIOVANI SACRIFICATI


"Sarà Sanremo", versione riveduta e corretta del "Sanremo giovani" televisivo ripristinato l'anno passato dopo tempo immemore, è stato tutto sommato uno spettacolo gradevole, dignitoso, ma finché manterrà la struttura attuale sconterà per sempre un peccato originale: l'essere giunto buon ultimo, in coda all'abbuffata di talent show canori che ha invaso nell'ultimo lustro gli schermi italiani. Certo, è un format che bene o male funziona: il bancone dei giurati (non tutti all'altezza), le dissertazioni spesso discutibili di tali esperti, per giustificare promozioni ed esclusioni ingiustificabili, i giovanissimi concorrenti sottoposti alle forche caudine di un'eliminatoria crudele, in cui ti sbattono in faccia il risultato negativo esponendo la tua amarezza a una platea di milioni di occhi. 
TALENT SANREMO - Non capirò mai perché una tale idea di gara abbia riscosso successo planetario, al punto di venir riprodotta in decine di versioni catodiche, con qualche variante qua e là che non ne intacca lo spirito originario. Speravo che l'universo Sanremo, forte della sua storia, della sua tradizione, della sua specificità, riuscisse alla lunga a farne a meno, invece vi si è consegnato mani e piedi. Prendo atto... La serata televisiva di lunedì scorso ha comunque tenuto discretamente, sul piano Auditel, anche perché fortemente arricchita dall'annuncio del listone dei ventidue Big del Festivalone prossimo venturo, uno dei momenti più attesi dagli appassionati della rassegna ma anche dalla stampa, specializzata e non, come dimostra la marea di articoli riversatasi sul web nei giorni scorsi, molti dei quali pretendevano di rivelare, con scoop memorabili, il cast dei vip in concorso in anticipo rispetto a Carlo Conti. 
QUELLA VOLTA CHE "STRISCIA"... - Nessuno è riuscito nell'impresa, parliamoci chiaro, anche se fino a poche ore fa in rete erano rintracciabili risibili esultanze di giornalisti e blogger che si vantavano del colpaccio. Poveri noi. Trattasi del resto di operazione ai limiti dell'impossibile, visto che la scelta delle canzoni avviene da anni in un metaforico bunker del tutto privo di spifferi giornalistici e di gole profonde: siamo fermi al memorabile blitz operato da "Striscia la notizia" nel dicembre '93, quando Ezio Greggio e Ric (di Ric e Gian) snocciolarono in diretta tv i nomi dei "Campioni" scelti per Sanremo '94, bruciando così di pochi minuti Pippo Baudo che, proprio come Conti quest'anno, aveva allestito uno show in prime time per celebrare l'atteso evento. 
GRISPO, CAROLA E LA RUA, OCCASIONI PERSE DAL FESTIVAL - Tornando nel merito di "Sarà Sanremo", giusto dedicare un po' di attenzione in più a quello che era inizialmente l'elemento centrale dello spettacolo: l'ultima selezione delle Nuove proposte, dodici in lizza fra cui sceglierne sei da mandare all'Ariston in febbraio. La nota positiva è che si è percepita una sensazione di generale "easy listening" e di sostanziale aderenza agli stilemi contemporanei della musica pop. E tuttavia credo che il direttore artistico si morderà parecchio le mani, in questi mesi che ci separano dalla kermesse, per aver perso per strada almeno tre brani molto validi, che avrebbero dato lustro al Festival  e che potrebbero ottenere ottimi riscontri commerciali. Parlo in primis della proposta di Chiara Grispo, una "Niente è impossibile" dal sound moderno e trascinante (che aveva tutto per vincere fra due mesi), di Carola Campagna con la suggestiva "Prima che arrivi il giorno", e soprattutto dei La Rua con la frizzante, solare e musicalmente colorita "Tutta la vita questa vita" (che ha le stimmate del tormentone). Questi ultimi, di fatto eliminati dal giurato Massimo Ranieri senza che si sia ben compresa la motivazione, hanno ricevuto solidarietà diffusa in diretta, da parte del pubblico in sala e di altri esperti presenti, al punto che Carlo Conti, fiutando l'aria, si è impegnato a studiare qualcosa per riproporli fuori concorso all'Ariston, magari come sigla o jingle (e sarebbe ora che la rassegna ligure tornasse ad avere una vera sigla, come non avviene più da troppo tempo). 
L'ETERNO PROBLEMA DELLE GIURIE - Siamo nella zona grigia delle tante occasioni gettate al vento da Sanremo, un amaro classico della storia della kermesse cui non si riesce a porre rimedio, per il semplice motivo che non si è ancora trovata una giuria  - commissione di selezione in grado di intercettare totalmente i gusti del pubblico, e soprattutto di saper percepire i fremiti di novità e di originalità dei giovanissimi che si sottopongono al loro vaglio. Rileggiamo, parola per parola, ciò che ha detto Ranieri al momento di estromettere la band La Rua: "Se devo scegliere fra loro due (l'altra era la Grispo, in occasione della prima selezione della serata, ndr) è solo per una mia rimembranza,  un mio ricordo, mi ricorda... Pur piacendomi molto loro... A me dietro quel faccino si nasconde una forza incredibile, tutta così carina, tutta così, molto bambina.."; ecco, diciamo che per decisioni così importanti ci si aspetterebbe un minimo di motivazione tecnica in più, ma non si può avere tutto dalla vita... 
FORMULA DA RIVEDERE, PER DIFFERENZIARSI - Colpa dei giurati, certo, ma c'è un difetto di base, quello della formula di gara che, nella prima fase, ha diviso i dodici finalisti in gruppi di tre, con l'ovvia conseguenza di "gironi" fin troppo equilibrati e qualitativi che avrebbero comunque lasciato per strada voci pregevoli, mentre altri emergenti si facevano strada in maniera più semplice. Certo, così i momenti di thrilling e di suspense si moltiplicano, ma si tratta, in fondo, di un altro compromesso col format del talent che non fa onore alla storia sanremese: perché non far partire tutti alla pari, dando un punteggio al termine di ogni esibizione e facendo poi i conti alla fine? Possibile che sull'altare dell'Auditel si debbano sacrificare anche le speranze di ragazzini tutto sommato meritevoli? Oltre che risolvere questo problema, "Sanremo giovani" potrebbe ancor più differenziarsi riscoprendo ciò che fecero Gianni Morandi e Gianmarco Mazzi nel 2011, ossia una storica diretta fiume sul web per selezionare decine di aspiranti Nuove proposte. Nell'epoca del Sanremo 2.0, sarebbe una carta da giocare.
RIMPIANTI PER THE SHALALALAS - Tornando alle promesse viste l'altroieri, all'opposto delle occasioni mancate c'è stato l'entusiasmo eccessivo per le proposte di Leonardo La Macchia ("Ciò che resta"), un misto Cammariere - Ferro con poco sale e rari guizzi, e di Francesco Guasti ("Universo"), tanta grinta ma brano nel complesso banale. Spiace per l'eliminazione degli Shalalalas ("Difficile"), nei quali ho ritrovato gustose atmosfere anni Novanta sulla scia degli ingiustamente dimenticati Soon di Odette Di Maio, ma che sono stati penalizzati da un'esibizione live non ineccepibile. Tutto sommato pochi rimpianti per le talentuose Aprile e Mangiaracina (la prima già vista in competizione a Sanremo 2009), con una "Il cielo di Napoli" nel solco della tradizione melodica all'italiana, non particolarmente ficcante pur se con un testo di indubbia presa poetica; poteva meritare qualcosina in più "La vita è un'illusione" di Valeria, composizione ben arrangiata, dal sound variegato e al passo coi tempi, ma voce ancora acerba. 
MIRAGE, PINI E LELE I FAVORITI A FEBBRAIO - Al Festival, la vittoria di categoria dovrebbe essere un affare fra Marianne Mirage, con una "Le canzoni fanno male" ritmata, orecchiabile e moderna, e l'estroso Tommaso Pini di "Cose che danno ansia", testo ironico e sonorità dance; lecito attendersi sorprese da Lele con la sostanziosa e intensa "Ora mai", che ha un ritornello che si fa ricordare, e da Maldestro con "Canzone per Federica", voce sofferta per un cantautorato ricco di idee. Da "Area Sanremo" gioie e dolori, come al solito: Braschi con "Nel mare ci sono i coccodrilli" fonde un po' di Massimo Bubola e un po' di De Andrè junior, ma lo fa con perizia e tutto sommato il prodotto risulta godibile, mentre la Valeria Farinacci di "Insieme" scorre via senza lasciare traccia, un lento old - style di scarso appeal. 

martedì 13 dicembre 2016

SANREMO 2017, ANALISI DEL CAST DEI BIG: MANNOIA E AL BANO, MA SOPRATTUTTO TANTA GIOVENTU', CON SCELTE FIN TROPPO AZZARDATE. RIFLETTORI SU COMELLO, META, GABBANI

                                        Fiorella Mannoia: in gara mancava dal 1988

Carlo Conti aveva davanti essenzialmente tre strade, per allestire il mega cast di Big del suo ultimo (per ora) Sanremo: formare il classico cartellone di certi Festival passati, all'insegna della "medietà" pop e in buona parte slegato dal mercato; cercare il boom memorabile rincorrendo un drappello di grandissimi nomi, di quelli che solitamente in Riviera non ci vanno manco in villeggiatura, figuriamoci all'Ariston in gara, e restare nella storia come "quello che è riuscito a convincere gli irriducibili"; oppure, azzardare totalmente sposando in pieno la linea verde, e gettare così le basi per le edizioni future della rassegna, pompando forze fresche nelle vene della musica italiana. La prima strada era da evitare assolutamente, perché il piccolo cabotaggio non ha mai giovato alla buona salute del Festivalone; la seconda era impraticabile, perché il 99 per cento delle candidature dei superbig, da Alessandra Amoroso in poi, si è puntualmente liquefatta strada facendo, come sempre e con due sole eccezioni che vedremo fra poco. Rimaneva la terza, la più coraggiosa ma anche quella maggiormente affascinante.
DUPLICE RISCHIO - L'anchorman toscano ha messo insieme un cast fresco e frizzante, forse perfino troppo. Un azzardo, si diceva, soprattutto sotto due punti di vista: c'è il rischio che alcuni di questi personaggi possano rivelarsi meteore, personaggi effimeri, non in grado di reggere sulla lunga distanza; e c'è il rischio che la platea televisiva volti parzialmente le spalle a un Sanremo stracolmo di emergenti e tutto sommato povero di quei volti tipicamente rassicuranti per il pubblico del primo canale Rai. Ma, del resto, da qualche anno la kermesse sta tentando di assumere un volto sempre più social, si sta aprendo al web, ai nuovi canali di fruizione della musica, e allora chi ne cura l'organizzazione non può più ragionare solo in base a logiche di audience catodico, che potevano andar bene fino a una decina di anni fa ma che oggi mostrano la corda.
DUE GENERAZIONI SALTATE - Per cui, per il momento va bene così, anche se questa volta l'appeal della manifestazione, più che in altre edizioni, è totalmente legato alla bontà della proposta musicale, mostrandosi invece un po' "debole" sul piano del richiamo offerto dal prestigio dei protagonisti. Certo la scelta di campo di Conti è stata netta: sono state quasi totalmente saltate due generazioni canterine. Nessun sorpresa per quella degli anni Novanta, ormai da tempo trascurata in sede sanremese: cara grazia che sia stata reclutata Paola Turci, dopo tempo immemorabile (Marco Masini è un discorso a parte, avendo attraversato quasi tre decenni della nostra musica, fra alti e bassi, e comunque aveva già fatto la sua rentrée nell'edizione 2015). Ma anche i "nativi" canterini del primo scorcio di Duemila non è che abbondino: spiccano i nomi di Fabrizio Moro e Giusy Ferreri, mentre le esplosioni di Samuel (dei Subsonica) e Gigi D'Alessio possono collocarsi a cavallo fra i due secoli.
TALENT E VIVAIO SANREMESE - Si è invece puntato massicciamente sulle rivelazioni dell'ultimissima ora, dell'ultimo quinquennio, a voler stare larghi. Tanto talent, forse troppo, ma non solo: la sensazione è che fra Elodie, Sergio Sylvestre, Michele Bravi e Alice Paba (in coppia con Nesli) almeno un paio siano di troppo; in compenso si è data piena fiducia, come avevo auspicato sul blog, ai due prodotti più recenti del vivaio sanremese, che deve tornare a essere centrale nel progetto Festival: ecco dunque in lizza Francesco Gabbani, trionfatore l'anno scorso fra le Nuove Proposte, ed Ermal Meta, protagonista assoluto del 2016 come cantante e come autore. Poi il jolly, non inquadrabile in nessuna particolare categoria canora, eppure destinato, è il mio pronostico, a recitare un ruolo di primissimo piano nel "romanzo" di Sanremo 2017: Lodovica Comello, già attrice nella serie Disney "Violetta", conduttrice televisiva e cantante di buona voce e piglio contemporaneo. 
ATZEI: FU VERA GLORIA? - Queste sono in linea di massima le principali chiavi di lettura delle scelte del direttore artistico. Si vede, eccome, che Conti è cresciuto musicalmente a pane e anni Ottanta: grazie a lui, e alle sue scelte controcorrente rispetto all'andazzo del periodo precedente, noi appassionati abbiamo riscoperto il sapore dei cast pletorici dell'epoca, quando venti Big erano il minimo sindacale ma, solitamente, erano molti di più (nell'88 si arrivò alla cifra record di ventisei). Questa volta abbiam toccato quota ventidue, scelti su un ventaglio di circa 150 proposte, un'enormità: c'è la speranza che l'allargamento sia giustificato dalla bontà dei pezzi presentati, perché altrimenti certe caselle potevano restare vuote (Bianca Atzei continua a rimanere in una sorta di limbo dorato e non riesce a sfondare, Alessio Bernabei è alla terza partecipazione consecutiva e una pausa poteva pur prendersela) oppure essere riservate ad artisti che da troppo tempo mancano da quella ribalta, laddove altri, soprattutto certi veterani, sono ormai degli autentici prezzemolini festivalieri. Fra questi va annoverato, ci spiace, anche Al Bano, che merita tutta la nostra simpatia per la grave disavventura vissuta in questi giorni (infarto con conseguente intervento chirurgico d'urgenza: in bocca al lupo), ma di cui prima o poi il Festival dovrà imparare a fare a meno. Per lui vale, probabilmente, il discorso fatto l'anno scorso per Patty Pravo: celebrare in gara un anniversario importante (nel caso del cantante di Cellino San Marco, il cinquantesimo compleanno della sua prima grande hit "Nel sole").
MANNOIA, D'ALESSIO E I GIOVANI LEONI - Ad Al Bano, Michele Zarrillo e Ron è affidata la quota che Bonolis, nel 2005, definì "Classic": i vecchi leoni della nostra canzone, habitués dell'Ariston e volti familiari per il pubblico televisivo di mezza età, alla stregua di Fiorella Mannoia, l'unico vero "colpo gobbo" messo a segno dal direttore artistico in tema di "campionissimi" della canzone italiana: rimane difficile da capire la strategia discografica alla base di una tale partecipazione, con un cd di inediti appena pubblicato, ma prevale la felicità di rivedere in concorso la "rossa" a ventinove anni dalla meravigliosa "Le notti di maggio" (meglio della splendida "Quello che le donne non dicono", parere personale e opinabilissimo). Favorita? Sulla carta sì, ma non certo per distacco. I giovani leoni daranno battaglia, a partire da una Giusy Ferreri in stato di grazia, dopo la collezione di dischi di platino con "Roma - Bangkok" in abbinata con Baby K., dalla Comello, da Gabbani e da Ermal Meta. Ma occhio a Gigi D'Alessio, altro grosso nome scritturato da Conti, che però fa meno rumore della Mannoia perché un po' più assiduo dalle parti dell'Ariston (ultima presenza nel 2012, con Loredana Bertè), uno che continua a vendere dischi e a fare il pienone ai concerti: da non sottovalutare. 
QUASI BIG - Chiara Galiazzo deve tornare a convincere dopo il parziale passo falso di Sanremo 2015, quando si presentò con un brano che non spiccava per originalità, Fabrizio Moro e Samuel dei Subsonica sono garanzia di proposte sostanziose e non banali, Clementino vuol giustamente raccogliere i frutti dell'ottimo exploit fatto registrare nell'ultima edizione, e rappresenta la sparuta quota rap assieme a Raige, che arriva in coppia con Giulia Luzi: un duo che  è un altro grosso azzardo di Conti, portando nella categoria regina due nomi con un percorso dignitoso ma tutt'altro che eclatante. Concludo ribadendo: cast poco incline a compromessi televisivi e di ecumenismo (accontentare tutti, come cercava di fare Pippo Baudo) e con lo sguardo in avanti, volto a dare futuro e continuità al carrozzone festivaliero, sdoganando nomi non ancora consacrati. Anche col rischio di trapanare l'acqua con qualche ragazzo che non manterrà le promesse: ma è un rischio che vale la pena correre, se in passato si è dato tanto spazio a veterani sfiatati che non avevano più nulla da dire né in termini commerciali, né artistici.
GRISPO E LA RUA OUT A SORPRESA - Sulle Nuove proposte, anch'esse selezionate ieri a Villa Ormond,cercherò di tornare più avanti. Solo alcuni spunti: l'eliminazione clamorosa di Chiara Grispo, con un pezzo moderno, "radiofonico", che aveva tutto per imporsi a febbraio, e quella, contestatissima, dei La Rua (talmente contestata che Conti ha fatto una mezza promessa: la loro canzone potrebbe diventare sigla o jingle della manifestazione).  Di Marianne Mirage la proposta più fresca, dal sound "internazionale", di Tommaso Pini quella più frizzante e bizzarra. 

martedì 29 novembre 2016

VERSO SANREMO 2017: PREVISIONI E SUGGESTIONI SUL CAST DEI BIG

                       Carlo Conti: ultime due settimane di lavoro sul cast di concorrenti sanremesi

La prima "giornata campale" lungo il cammino verso Sanremo 2017 sarà lunedì 12 dicembre, quando Carlo Conti svelerà, in pratica, l'intero cast dei concorrenti, sia Big che Giovani. Il direttore artistico, per il terzo anno consecutivo (e ultimo, almeno per il momento...) sulla tolda di comando, ha scelto di cogliere due piccioni con una fava: "Sarà Sanremo", la trasmissione in prima serata su Rai Uno che ospiterà la selezione decisiva delle nuove leve rivierasche, accenderà anche i riflettori sull'annuncio più atteso dagli appassionati, quello del listone dei venti vip che si daranno battaglia all'Ariston dal 7 all'11 febbraio prossimi.
Una scelta mediaticamente azzeccata, da parte dell'anchorman toscano e dell'azienda: in tal modo, risulterà potenziato l'appeal televisivo di un evento che, l'anno passato, non aveva granché fatto breccia in sede di Auditel (anche perché era una novità ripescata dopo tempo immemore, e dopo che tanta acqua era passata sotto i ponti della "musica da piccolo schermo", con particolare riferimento alla dittatura del format Talent show). Senza contare che l'effetto scoop legato alla comunicazione dei Big verrà sottratto alla brutta Arena di Giletti, che negli ultimi due anni, e in altri precedenti, ne ha beneficiato senza grossi meriti (parere personale, ovviamente). 
Già, ma chi saranno, alla fine, i grossi calibri in gara? Come consuetudine del blog, a meno di due settimane dall'annuncio è il caso di cominciare a tracciare un quadro d'assieme. Premetto che, come sempre, non ho contatti diretti con case discografiche, management ed entourage degli artisti; mi limito ad "annusare" l'aria e a fare considerazioni sulla base di vari fattori: l'andamento generale del mercato musicale italiano degli ultimi mesi, le partecipazioni recenti al Festivalone (cartina di tornasole attendibilissima per capire chi potrà tornare in lizza e chi rimarrà fermo un giro), nonché, ovviamente, i rumors riportati dalle fonti più autorevoli. 
I "COLPI" MANNOIA E THE KOLORS - A tal proposito, Sorrisi e Adnkronos, sicuramente bene informati, negli ultimi giorni hanno insistito parecchio soprattutto su due grossi nomi: Fiorella Mannoia e The Kolors. In entrambi i casi si tratterebbe di due indubbi colpacci, anche se qualche perplessità permane: riguardo a Fiorella, ha pubblicato da poche settimane un album (già nelle charts), possibile dunque che dopo appena tre mesi se ne esca con un altro inedito da lanciare in Liguria, con conseguente eventualità di proporre un repackaging del suddetto disco a strettissimo giro di posta? Tutto può essere, ormai nulla mi sorprende delle strategie dell'industria di settore... Riguardo a Stash e compagni, se saranno in lizza vorrà dire che hanno deciso, magari momentaneamente, di abbandonare il canto in lingua inglese: se la loro partecipazione si concretizzasse, la giovane band assurgerà inevitabilmente al ruolo di superfavorita per il trionfo finale. 
IL SOGNO DEI SUPERBIG - Nell'ultimo post dedicato al Festival avevo sottolineato come, per questa sua ultima esperienza sanremese in veste di direttore artistico (ma, ripeto, sul suo ritorno in futuro metterei entrambe le mani sul fuoco), Carlo Conti avesse bisogno di qualcosa di esplosivo, di un quid in più, un gruppetto di assi del pop da mettere in bella mostra in Riviera, per lasciare un segno indelebile e non limitarsi al piccolo cabotaggio di un cast dignitoso ma "medio". Avevo anche buttato là qualche nome, da Alessandra Amoroso a Mario Biondi, dai Modà a Carmen Consoli, da Cesare Cremonini a sogni "impossibili" come Antonacci (che nel 2017 pubblicherà un nuovo album), Zero e Venditti, tutti personaggi, giovani e meno giovani, pienamente sulla cresta dell'onda, da primi posti nelle classifiche o da tutto esaurito nei concerti. Finora nulla si è mosso su questo fronte, e in particolare sembra che la candidatura della Amoroso, dopo un'estate da "promessa sposa festivaliera", sia tornata a traballare, come è sempre avvenuto negli anni scorsi; confidiamo comunque in qualche boom dell'ultimo momento, accuratamente tenuto segreto dall'organizzazione.
Ad esempio, chissà che Conti non faccia un tentativo con Fabio Rovazzi, il "caso" musicale del 2016 (anche eccessivamente demonizzato, come se la canzone demenziale fosse una novità di quest'epoca, e come se giungere al successo tramite You Tube fosse ancora un delitto), o con Gigi D'Alessio, che da un po' di tempo non lancia inediti. Un coup de théâtre sarebbe rappresentato dal reclutamento di Alvaro Soler, nuovo re dei tormentoni estivi e ormai italiano d'adozione. 
I RITORNI DAL PASSATO RECENTE - Dicevamo dell'analisi dei partecipanti alle ultime edizioni, un modo per trarre indicazioni credibili su chi potrebbe tornare in competizione nel 2017. Dopo l'affermazione di dodici mesi fa, dovremmo rivedere il vincitore fra i giovani, Francesco Gabbani (la sua "Amen" si è ben imposta) e, perché no, un'altra nuova proposta rampante, quell'Ermal Meta che è anche autore assai considerato e che nel corso del 2016 ha inciso l'album "Umano", dal quale sono stati tratti altri singoli di buon livello. Si parla anche di un immediato bis di Clementino, rapper che all'Ariston e in hit parade ottenne un'affermazione superiore alle aspettative. 
Dal 2015 potrebbero riemergere Chiara Galiazzo (nome molto "gettonato" in queste ore), Nesli, Irene Grandi, Marco Masini e Anna Tatangelo, la quale sta vivendo un momento di gloria nelle  nuove vesti di attrice (è nel cast del cinepanettone "Un Natale al Sud"). Ancora, andando più a ritroso e guardando all'edizione 2014, dovrebbe essere scoccata l'ora del ritorno per Giusy Ferreri, che sta vivendo una delle fasi più appaganti della sua carriera grazie anche allo strepitoso successo, iniziato nel 2015 e prolungatosi nel tempo, del singolo "Roma - Bangkok" con Baby K. seguito dall'intensa "Volevo te"; verosimilmente ci riproverà Francesco Sarcina e magari pure Renzo Rubino, cantautore di indubbia originalità.
Fermi anche loro alla partecipazione del 2014, non è da escludersi la presenza di Raphael Gualazzi e Francesco Renga, due nomi di indubbio spessore pur se reduci da periodi diversi: il primo è lanciatissimo dallo splendido brano "L'estate di John Wayne", uno dei migliori prodotti italiani dell'ultimo lustro, e da un nuovo album, il secondo deve rimediare all'esito del cd "Scriverò il tuo nome", buono ma non eccezionale come era lecito attendersi. Mancano dal 2013, ma sarebbe bello rivedere all'Ariston la sofisticata e brillante Simona Molinari e il vincitore dei giovani di quell'anno, Antonio Maggio, che da allora ha continuato a fare musica ma senza più trovare una vetrina di altissimo livello. Dopo aver partecipato nel 2012 con l'accompagnamento del compianto Lucio Dalla, chissà che non torni alla ribalta Pier Davide Carone, un po' sparito dai radar ultimamente ma autore di notevole talento. 
QUELLI SULLA CRESTA DELL'ONDA - Poi, ci si può sbizzarrire con le candidature. Tra i più freschi protagonisti del pop, potrebbe esserci spazio per Fabrizio Moro, i redivivi Loredana Errore e The Ghost, Elodie e Sergio Sylvestre  di "Amici", Briga, Marco Carta, una Silvia Mezzanotte rilanciatissima da "Tale e Quale show" (come pure Bianca Atzei), la frizzante band Il pagante, che ha vissuto un 2016 sugli scudi (enorme successo per il singolo "Bomber"), l'ex Eiffel 65 Gabry Ponte; più difficile sarà vedere i nuovi teen idol Benji & Fede, in un momento di travolgente popolarità (toccata con mano in occasione di un recente "firmacopie" a Genova) ma che hanno lasciato capire di non sentirsi ancora pronti per affrontare la difficile platea sanremese, ed Emma, la quale a distanza di quattro anni dalla sua vittoria potrebbe tranquillamente rimettersi in gioco senza rischiare granché (ma è appena uscita una nuova versione del suo ultimo lavoro, "Adesso", con due inediti all'interno. Ergo...). 
VETERANI - Tra i veterani, la cui presenza sarà ridotta al lumicino come da giusta consuetudine degli ultimi tempi, il nome forte è quello di Al Bano (leggiamo su Adnkronos che vorrebbe festeggiare il 50esimo anniversario di "Nel sole", sua prima grande hit), "papabile" pure Fausto Leali; si potrebbe azzardare anche un Riccardo Fogli reduce dalle fatiche dell'ultimo tour con i Pooh, mentre a Michele Zarrillo, dopo i seri problemi di salute vissuti l'anno scorso, piacerebbe tornare sul palco che ha rappresentato il fulcro della sua brillante carriera. I Ricchi e Poveri nella nuova versione "duo" sarebbero una struggente operazione nostalgia; si potrebbe assistere a un tentativo di Loredana Bertè, rivista di recente in buona forma vocale dopo anni difficili; da valutare la posizione di Amedeo Minghi, attualmente nei negozi con un sostanzioso progetto discografico, un triplo cd con tanti inediti e alcune evergreen, ma mai dire mai... 
ANNI NOVANTA O GIU' DI LI' - Della generazione di mezzo, quella degli anni Novanta sempre un po' trascurata a livello sanremese (eccezion fatta per il 2015, quando ricomparvero i vari Nek, Masini e Grandi), da tenere d'occhio Syria, Gerardina Trovato (che ha scritto su Facebook di puntare molto su una nuova occasione festivaliera), Dirotta su Cuba,  Alexia, le sorelline Paola e Chiara Iezzi (ma ognuna per conto suo), Mariella Nava, Silvia Salemi, Massimo Di Cataldo, Paola Turci, Mietta, Marina Rei, Paolo Vallesi e i Jalisse, anche loro alle prese con un anniversario importante: i vent'anni di "Fiumi di parole", croce e delizia del loro percorso artistico. Fra i reduci dei primi Duemila, ma è solo una suggestione, sarebbe bello risentire i Velvet, un gruppo per nulla banale nella sua produzione. 
RAP E CANTAUTORI - Poi c'è la galassia rap, sempre padrona delle charts e che, quindi, almeno un paio di caselle dovrebbe occuparle nel cast finale: "campioni" come Marrakash, Guè Pequeno, Fabri Fibra o Salmo, oppure gli ultimi arrivati (ma già in cima alle preferenze dei giovani) come Ghali, Achille Lauro ed En?gma, o ancora un Moreno alla ricerca della gloria perduta (eppure il pezzo presentato a Sanremo 2015 non era male), oltre al citato Clementino: le alternative non mancano. Ancora: i nomi un po' meno commerciali, fautori di un pop più raffinato, faranno un tentativo? Sarebbe fascinoso ascoltare qualcuno fra i vari Niccolò Fabi appena incoronato al Club Tenco, Niccolò Agliardi portato alle stelle dalle canzoni scritte per la fiction "Braccialetti Rossi", Paolo Simoni, fra i cantautori più creativi e coraggiosi dell'ultima leva, Zibba, visto a Sanremo 2014, e ancora Brunori Sas, Dente, Levante, Erica Mou, Cosmo, oppure i Subsonica e i Negrita, che erano stati fra i "desiderata" di Conti per l'edizione 2016... Improbabile invece Sergio Cammariere, che ha pubblicato la settimana scorsa il suo nuovo disco.  L'auspicio è che non si punti soltanto sul pop più leggero, ma che si crei un cast oltremodo variegato, per fornire un quadro del panorama musicale italico più ampio rispetto alle abitudini sanremesi. 

lunedì 28 novembre 2016

DOPO IL TRIONFO SULLA JUVE: I PIU' E I MENO DEL GENOA A UN TERZO DEL CAMMINO


Un terzo del cammino in campionato è stato compiuto: tempo dunque di primi bilanci in casa Genoa. Debbo essere sincero: avessi scritto una settimana fa, e ne avevo pure fatto cenno su Facebook, non me la sarei sentita di archiviare come totalmente positiva questa prima, significativa parte di stagione. Poi, la strepitosa impresa contro la Juventus ha rimescolato le carte e mi ha reso più indulgente. Mi si obietterà: può una sola vittoria, per quanto prestigiosa, sorprendente e meritata come quella di ieri, far cambiare radicalmente un giudizio? Beh, radicalmente no di certo, ma parliamoci chiaro: l'impressione offerta dal Grifone al cospetto dei pentacampioni d'Italia è stata ben più che notevole. Gianni Cerqueti, a Novantesimo minuto, ha parlato di uno dei primi tempi migliori nella storia rossoblù. Con tutta la stima per il popolare telecronista Rai, certe affermazioni sono oltremodo azzardate, riferendosi a una società che ha alle spalle 123 anni di storia e di partite, e tuttavia... 
JUVE SCHIANTATA - Tuttavia, il dato oggettivo è che la formazione di Juric ha letteralmente schiantato Madama, sul piano della fisicità, del ritmo, della concretezza, persino della qualità di manovra. E lo ha fatto pur dovendo rinunciare ad elementi chiave come Veloso e soprattutto Pavoletti, che per il Genoa vanno ritenuti quasi vitali, in particolare la punta azzurra. Assenze ne aveva anche la Juve, certo, ma credo che il confronto non regga: basta dare uno sguardo all'organico a disposizione di Allegri per capire come qualche forfait, pur doloroso, possa essere tamponato con soluzioni che farebbero la fortuna di qualsiasi altro club di Serie A. 
Poi, ovvio che quando maturano certi risultati inattesi la verità va sempre cercata a metà strada: in parole povere, anche i torinesi ci hanno messo del loro, così come del resto hanno quasi sempre fatto fin dall'inizio della stagione (difficile trovare una loro partita in cui abbiano brillato di luce intensissima dal primo all'ultimo minuto); la differenza è che stavolta, come accaduto nelle due infauste trasferte a San Siro, hanno trovato una compagine abile, sveglia, svelta e tonica, e soprattutto non rassegnata al peggio, capace di metterne da subito impietosamente a nudo i limiti atletici, tattici e mentali. 
COME DUE ANNI FA? NO... - Una curiosità: anche nel felicissimo campionato di due anni fa (mancata licenza Uefa a parte...), nella prima parte del torneo il Genoa aveva messo a segno gli stessi colpacci contro le stesse grandi: Antonini e Antonelli castigarono Juventus e Milan di misura, mentre questa volta i due successi hanno assunto proporzioni decisamente più ampie, 3-0 ai rossoneri e 3-1 a Buffon e compagni. Credo però che i paragoni debbano fermarsi qua, rinviando i sogni di gloria. Il Grifone del 2014/15 non si era limitato a quei due acuti, ma aveva già dato ampie dimostrazioni di affidabilità e tenuta anche contro avversari più "terrestri", che è poi ciò che fa la differenza fra una squadra in grado di puntare in alto e una che deve accontentarsi di un piccolo cabotaggio interrotto da qualche isolato exploit. E il prosieguo confermò le favorevoli impressioni: nonostante la rivoluzione invernale di mercato, Gasperini continuò a far marciare il complesso a ritmi elevati, innalzandolo fino al sesto posto conclusivo. A quel Genoa indemoniato è casomai da paragonare la terribile Atalanta attuale, non a caso guidata dal medesimo nocchiero: vedremo se l'esito finale sarà lo stesso, tenuto conto che quello orobico, pur valido, pare un team un po' meno dotato, sul piano dei valori individuali, rispetto ai rossoblù dell'epoca (ricordiamo i vari Bertolacci, Kucka, Perotti, Niang e Iago Falquè). 
OCCASIONI MANCATE - Questo Genoa, ragionevolmente, non pare in grado di ripetere la splendida cavalcata di due tornei fa. E' una compagine dalle potenzialità notevoli, perché certi successi - boom non si ottengono per caso, soprattutto se sono sostenuti da prestazioni di così alto spessore. Ma la prima parte del campionato ha detto anche altro, e in primis che questa squadra manca drammaticamente di continuità. Il calendario è stato fin qui estremamente favorevole, però le occasioni migliori sono state gettate al vento: le mancate vittorie nelle tre gare casalinghe con Pescara, Empoli e Udinese (ma anche il derby perso contro una Sampdoria in gravi ambasce psicologiche, sfida peraltro assai sfortunata) gridano vendetta.
Scusanti di peso si possono accampare solo per il pari con gli abruzzesi, condizionato dalla clamorosa svista arbitrale sul salvataggio di mano di Zampano; ma la settimana prima era stato il Napoli a recriminare per certi episodi nel match di Marassi. Insomma, al contrario di quanto avvenuto troppo spesso in passato (anche nella citata, fausta stagione 2014/15), finora le giacchette gialle hanno avuto un'incidenza assai relativa sulle sorti del Grifo. Più pesante è stata, per l'appunto, la mancanza di killer instinct negli appuntamenti "alla portata", i black out che hanno frenato Perin e colleghi ogni volta che c'era la possibilità di spiccare il volo. 
PAVOLETTI, VELOSO E I POCHI RICAMBI - Di questo non si può certo accusare Juric, che sta anzi facendo sostanzialmente bene alla sua prima esperienza nella massima categoria: ha seguito il solco tracciato dal suo mentore Gasperini, magari con gioco meno verticale e più elaborato nonché più attenzione alla copertura. Ne risultano un maggior equilibrio complessivo ma anche un pizzico di difficoltà in più a pungere in zona gol (nonostante le occasioni arrivino), come dimostra del resto il misero score messo insieme nelle partite prima citate (Pescara, Empoli, Udinese).
Le attenuanti esistono, comunque: la solita spada di Damocle dell'infermeria, innanzitutto, con particolare riferimento a Pavoletti, che resta elemento chiave non solo come terminale ma più in generale per lo sviluppo di tutta la manovra offensiva (lo ha dimostrato chiaramente contro il Milan) e che Preziosi tenterà di trattenere fino a giugno, anche se le sirene si fanno sempre più insistenti; un Veloso che, per quanto dignitoso, anche in questa sua seconda esperienza sotto la Lanterna non riesce ad essere incisivo e carismatico nell'organizzazione di gioco come potrebbe e dovrebbe; le troppe espulsioni che hanno caratterizzato questa prima parte del cammino; e poi, una apparente inadeguatezza della rosa a livello di ricambi in determinati ruoli: è ancora tutta da dimostrare la validità a questi di livelli dei vari Orban, Biraschi, Brivio, Ntcham (spero ovviamente di essere smentito), mentre Pandev continua il suo digiuno nei sedici metri finali e Gakpè non regala più di qualche lampo. 
LE NOTE LIETE, DA RIGONI AL CHOLITO - Anche nel mezzo le alternative sono ridotte all'osso, soprattutto dal momento in cui è stato ulteriormente avanzato il raggio d'azione di Luca Rigoni, chiamato a un lavoro piuttosto sfiancante fra centrocampo e trequarti ma, in compenso, ancor più presente e pericoloso negli inserimenti in zona d'attacco. Le note liete vengono proprio dalla fascia di campo in cui si rifiniscono le azioni e si punta verso la porta avversaria: oltre al generoso ex Palermo, si stanno ritagliando spiccioli di gloria lo sgusciante Ninkovic e il virtuoso Ocampos che sta finalmente uscendo dal guscio dopo essere stato adeguatamente pungolato dal mister; ma si tratta comunque di due classe '94, e, come tali, naturali prede di quegli sbalzi di rendimento tipici dell'età più verde: possono dunque tornare utilissimi, ma difficilmente saranno sufficienti a far compiere un poderoso salto di qualità. Menzione anche per Lazovic, che però deve fare ben più dello splendido assist di ieri a Simeone  (gol del 2-0) per rimediare a tanti passaggi a vuoto accumulati anche nell'annata passata. 
Proprio Simeone jr è la novità più bella, una nuova scommessa vinta da Preziosi, una delle tante della sua turbolenta presidenza, va detto: l'impatto con la Serie A nostrana di questo giovanissimo è stato sensazionale, quattro gol pesanti, due realizzati ieri a mettere sollecitamente ko la Signora: un crack che rende il Genoa meno Pavoletti - dipendente e che deve essere accuratamente gestito, e quindi non gravato di eccessive responsabilità. Nelle retrovie, meritano una citazione soprattutto il ritrovato Munoz, un Laxalt stantuffo inesauribile ma anche capace di colpi tecnicamente esaltanti, e un Izzo sempre più sicuro di sé, solido perno del reparto difensivo. 
PROSPETTIVE - Come si vede, la squadra ha mezzi più che discreti, seppur limitati in certi ruoli. La lettura pare abbastanza semplice: c'è il necessario per un campionato dignitoso e per una salvezza anticipata (anche perché la quota di permanenza, quest'anno, potrebbe essere clamorosamente bassa: non lo dice solo la qualità delle ultime, invero assai modesta, ma la loro media punti e il conseguente rendimento in proiezione). Di alzare l'asticella, al momento, meglio non parlare: gli alti e bassi sono nemici dei grandi traguardi. Si badi, per il futuro prossimo, a muoversi in maniera oculata nella finestra di mercato di gennaio. Intanto già incombe un interrogativo: come verrà gestito il fattore Coppa Italia, tradizionale buco nero genoano (il fondo è stato toccato dodici mesi fa, con la resa di fronte all'Alessandria)? Tra pochi giorni, col Perugia, il primo verdetto. 

mercoledì 16 novembre 2016

DOPO ITALIA - GERMANIA: GIOVANI AZZURRI CRESCONO, PER LAPADULA C'E' TEMPO...

                                   Rugani: una sicurezza per la difesa azzurra del futuro

Ci siamo arrivati quasi per sfinimento. Sono stati necessari i tempi di attesa elefantiaci tipici dell'Italia, Paese "vecchio" per eccellenza, restio al cambiamento in tutti i settori; ci si è messo di mezzo anche qualche doloroso incidente di percorso, leggasi i gravi infortuni di Barzagli e Montolivo e la squalifica (preceduta da un netto calo di rendimento) di Chiellini, eventi imprevisti che hanno reso improcrastinabile le iniezioni di linfa verde nel tessuto azzurro. Fatto sta che, alla fine, il tanto atteso rinnovamento dei ranghi, su queste pagine invocato da tempo immemore, si è manifestato. Così, dopo il bicchiere mezzo vuoto di Vaduz, il terzo confronto con la Germania dell'anno solare ha visto in campo un'Italia sperimentale e con lo sguardo rivolto decisamente al futuro. 
I GIOVANI MOSTRANO GLI ARTIGLI - Ventura ha rotto gli indugi, ed era tempo: il conservatorismo degli esordi, la prudenza nello sperimentare nuove soluzioni, tattiche e di uomini, non ha pagato, riportandoci in stato di soggezione nei confronti della Spagna e mettendoci in posizione di svantaggio nella corsa alla qualificazione mondiale diretta, che ad oggi sembra poter passare solo attraverso una storica impresa in terra iberica, dove la nostra rappresentativa non vince dal 1949 (c'era ancora il Grande Torino in campo, poche settimane prima della sciagura di Superga). Ci sarà modo di riparlarne nei prossimi mesi: al momento, conta il fatto che si sia finalmente allargato il bacino di azzurrabili. 
Certo, rispetto a due - tre anni fa è anche cambiato, seppur impercettibilmente, il contesto generale in cui il cittì deve operare. Certi giovani perennemente condannati all'anticamera della panchina, o magari preda di eccessivi sbalzi di rendimento a causa di un utilizzo col contagocce, oggi sono finalmente delle realtà, più o meno solide. Se prima l'attacco azzurro aveva nel solo Pellè l'unica pedina di statura internazionale, condannandoci ad auspicare un ritorno in auge di Balotelli e Pepito Rossi, ora ci sono Belotti e Immobile che nei rispettivi club giocano bene, con continuità, e timbrano regolarmente il cartellino del gol; e dietro di loro c'è un Pavoletti che rimane sempre una valida alternativa, anche se la sensazione è che il suo magic moment azzurro potesse essere Euro 2016 (ma Conte la pensò diversamente), mentre ora le gerarchie sono diverse e ben delineate. 
GLI EREDI DEL "TRIO" - Ma anche la retroguardia sembra aver trovato finalmente un paio di attendibili eredi del trio delle meraviglie juventino: a San Siro, Rugani ha fornito una prestazione di assoluto spessore, sicuro e tempista dietro e sempre pronto ad appoggiare la manovra offensiva, proiettandosi spesso e volentieri in avanti; e Romagnoli, già bene in evidenza in precedenti uscite, lo ha spalleggiato con maestria, mostrandosi attento e concentrato. Da mesi "Note d'azzurro" batteva sul tasto Rugani - Romagnoli: era inevitabile approdare a questa soluzione, e si è facili profeti ipotizzando che i due metteranno in bacheca un bel gruzzolo di presenze azzurre. 
ANCORA PROBLEMI IN FASE CREATIVA - Contro la Germania il canovaccio tattico dei nostri è stato incentrato soprattutto sul continuo sfruttamento delle fasce laterali, e in quest'ottica va segnalata un'altra nota lieta, la buona prova di Zappacosta, che già aveva mostrato notevole brillantezza contro il Lichtenstein, e che ieri, chiamato a una prova assai più impegnativa, ha confermato il suo slancio e la sua intraprendenza, sganciandosi ogni volta che se ne presentava l'occasione, anche se non sempre è stato sostenuto dalla necessaria precisione di tocco. Parlando di svecchiamento, siamo ancora a metà del guado a centrocampo, dove in assenza di Verratti è stato il veterano De Rossi a menare le danze. Non abbastanza, però, da dare la necessaria continuità in fase di costruzione del gioco, e questo spiega anche la sostanziale penuria di palle gol italiane: in pratica, il taccuino racconta del clamoroso palo colpito, quasi in finale di match, da Belotti su splendida tessitura di Bernardeschi, il quale poco prima aveva concluso debolmente fra le braccia di Leno da posizione favorevolissima; in precedenza una bella incursione di Immobile nel primo tempo (ma tiro sballato), un affondo dello scatenato Belotti chiuso con una caduta e un rigore inutilmente invocato, un destro a giro impreciso di Immobile su passaggio filtrante ancora di Bernardeschi. Il fatto che il talentino viola abbia portato un pizzico di brio in più indica ulteriormente la via: per aumentare le chances offensive di questa squadra, occorre puntare forte sulla nostra batteria di incursori, trequartisti ed esterni alti, visto che a parte Verratti non abbiamo ancora, nella zona nevralgica, centrali in grado di verticalizzare con efficacia. 
TEDESCHI MINACCIOSI "CON PARSIMONIA" - Il bilancio del martedì milanese è comunque sostanzialmente positivo: sarà anche vero che i tedeschi non hanno mostrato particolare animus pugnandi, ma nemmeno hanno tirato indietro la gamba: potevano castigarci nel primo tempo con Gundogan (tiro telefonato dopo una bella triangolazione), Goretzka (salvataggio di Buffon) e Muller (respinta di Zappacosta), han fatto centro nella ripresa con un tocco sotto misura di Volland a beffare Donnarumma, ma l'arbitro ha annullato per offside. Dunque, la Mannschaft riveduta e corretta di Low ha fatto il suo, pur senza strafare. Per i nostri "nuovi" è stata un'utile esperienza contro avversari di gran classe, l'unica cosa che davvero conti in confronti sperimentali come questo. 
I FISCHI? GENERAZIONE IRRECUPERABILE - E' l'eredità più importante e positiva lasciata dal Meazza, mentre quella negativa è rappresentata dai soliti fischi all'inno degli avversari, problema irrisolvibile perché, sul piano dell'educazione civica e della cultura, la generazione attuale, quella che in larga maggioranza frequenta oggi gli stadi italiani, è ormai perduta e irrecuperabile; occorrerebbe lavorare fin dalle scuole elementari sui giovanissimi, ma i ragazzini vanno già adesso alle partite e magari ridono, o partecipano attivamente, quando il pubblico grida "ohhhhh, merda!" al portiere avversario che rilancia il pallone, una tiritera che ieri sera ha raggiunto livelli insopportabili e che è ormai uno squallido tormentone in molti impianti della Penisola. 
VADUZ E LAPADULA - Altri spunti di questa parentesi azzurra novembrina: inutile ritornare sulla nostra tradizionale idiosincrasia alle goleade, confermata sabato scorso dopo un ottimo primo tempo: solo che questa volta si gioca davvero col fuoco, visto che le reti segnate potrebbero risultare decisive per l'ammissione a Russia 2018. Di buono c'è che, in attesa di sciogliere il nodo - Albania in primavera, nel "girone di ritorno" l'Italia giocherà in casa con Israele, Macedonia e Lichtenstein, tutti confronti da risolvere, una volta per tutte, portandosi il pallottoliere. 
Altra "pillola critica" sulla convocazione di Lapadula, tecnicamente incomprensibile. Anni fa, su queste stesse pagine, auspicai che i cittì di volta in volta in carica forzassero la mano ai colleghi di club, convocando i giovani più promettenti quando ancora non erano titolari nelle società di appartenenza, per superare l'impasse determinato dall'esterofilia dilagante nelle formazioni titolari della nostra Serie A. In quel contesto, una chiamata come quella riservata all'attaccante ex Pescara avrebbe avuto senso. Oggi no, per i motivi già detti in apertura: oggi qualcosa si sta muovendo, l'emergenza sembra essere in fase di rientro (ma non diciamolo troppo forte...), qualche nuovo virgulto si sta ritagliando importanti spazi di gloria, e soprattutto in prima linea è aumentato il numero di elementi in grado di ambire legittimamente alla maglia azzurra: per questo, chiamare Lapadula dopo poche presenze e un solo gol in Serie A è scelta priva di fondamento. Che il ragazzo si faccia strada nel Milan e confermi nella massima categoria l'inesorabilità sotto porta sciorinata in B, poi ne riparleremo. 

giovedì 20 ottobre 2016

VERSO SANREMO 2017: ECCO IL REGOLAMENTO, CON GARA PIU' "CRUDELE" PER I BIG. ORA CONTI DEVE PUNTARE ALLE VEDETTES


Sanremo 2017, atto primo. Con la pubblicazione on line del regolamento della kermesse, il Festival entra da oggi nel periodo più caldo della fase preparatoria. Novità? Nulla di particolarmente sconvolgente, se non una concessione alle esigenze televisive (o presunte tali) che, dicono gli esperti di cose catodiche, richiedono una gara più tesa e ricca di trappole anche per i nomi noti della canzone, fin dalle battute preliminari, per incrementare l'appeal dello show in sede di Auditel. Carlo Conti e la Rai puntano dunque su un'accentuazione del carattere competitivo della sfida fra i Campioni. I quali, lo si sa già da ora, saranno venti, laddove negli anni scorsi si era giunti a questa quota modificando il regolamento iniziale, che ne prevedeva sedici (2015) e diciotto (2016). 
COMPETIZIONE ESASPERATA - Dopo essersi esibiti tutti insieme nella serata di apertura (7 febbraio), i Campioni daranno vita a due "semifinali" il mercoledì e il giovedì: dieci in lizza in ciascuna di esse, e appena sei per sera ammessi direttamente alla finalissima (tenendo conto anche dei voti ottenuti nel vernissage del martedì). Addirittura otto esclusi in prima istanza, dunque, o meglio rimandati, per i quali scatterà un feroce "playoff" in programma il venerdì: i tre più votati in questa occasione saranno ripescati e parteciperanno alla tenzone conclusiva di sabato 11 assieme ai dodici già promossi. Un'esasperazione di quel "barrage" che l'anno passato era stato sperimentato in versione soft (cinque su venti andavano allo "spareggio", quest'anno ben otto su venti, quasi la metà), e con un'altra differenza sostanziale: se dodici mesi fa era stato il solo televoto a decidere il brano da ripescare, quest'anno il verdetto sarà affidato a un sistema misto formato da televoto, esperti e giuria demoscopica. Tutto uguale per le Nuove Proposte, che come di consueto verranno scelte attraverso il duplice binario di Area Sanremo (due artisti in sboccio) e di "Sanremo giovani" (sei), la selezione autunnale inventata da Pippo Baudo negli anni Novanta e ripristinata l'anno scorso, con una risposta del pubblico a casa non particolarmente incoraggiante.
LE PRIME CANDIDATURE - Queste sono dunque, a grandi linee, le fondamenta dell'edificio Festival che verrà pazientemente eretto da Conti e dal suo staff nei prossimi mesi. In questi giorni Sorrisi & Canzoni TV e altre fonti di informazione hanno cominciato a far filtrare le prime indiscrezioni riguardanti big e ospiti che potrebbero sfilare in Riviera. Ritengo sia abbastanza prematuro parlarne, perché molti giochi sono ancora da fare e il grosso delle candidature verrà fuori a novembre inoltrato, quando, se sarà possibile, tornerò a parlarne sul blog. Di certo i nomi fin qui emersi non sono tali da indurre all'entusiasmo. Intendiamoci, si tratta di esimi rappresentanti di quella "classe media" della musica italiana che, da sempre, trova giustamente nel Festivalone una formidabile ed essenziale vetrina, ciò di cui non necessitano i grossi calibri, quei pochi rappresentanti del canto tricolore che mietono successi oceanici anche fuori dai patri confini (e che, ricordiamolo, a tal livello sono giunti spesso partendo da Sanremo, vedi alle voci Pausini, Ramazzotti e Bocelli). 
CI VUOLE UN PASSO AVANTI - Ben vengano, dunque, Giusy Ferreri e Nina Zilli, Syria (non ammessa lo scorso anno) e Francesco Sarcina, Nesli e un Michele Zarrillo che meriterebbe il ritorno alla ribalta dopo le traversie fisiche che ha vissuto. E tuttavia, mi son formato una convinzione già dai mesi successivi all'edizione 2016: Carlo Conti, all'ultima fatica sanremese di questo suo "primo" triennio (dico "primo" perché non mi sentirei di escludere un suo ritorno in un futuro prossimo, anzi...), ha bisogno di un qualcosa di più. I due Festival fin qui allestiti sono stati baciati da un meritato successo di pubblico televisivo; il primo ha avuto anche un notevole impatto sul mercato discografico, mentre il secondo ha fatto un po' segnare il passo, sotto questo profilo, nonostante alcuni notevoli exploit, soprattutto quelli di Francesca Michielin (l'autentica "vincitrice morale", come si diceva un tempo) e di Francesco Gabbani, trionfatore fra i Giovani e che, verosimilmente, ritroveremo a febbraio nella categoria regina, sorte che potrebbe toccare a un altro "reduce" a cui l'appellativo di "emergente" sta ormai stretto, ossia Ermal Meta. 
A CACCIA DI GRANDI NOMI - Due Sanremo che hanno celebrato l'eccellente gregariato della nostra canzone, consacrato freschi virgulti (Annalisa, Noemi, Fragola, per non parlare del Volo) e rilanciato carriere (Nek soprattutto, ma anche Scanu, che ha avuto riscontri lusinghieri), ma ora bisogna cambiare marcia. La rassegna 2017 dovrebbe, finalmente, partire senza indugio alla caccia di due - tre vedettes assolute. Per la gara, ovviamente: perché sentir parlare di Giorgia o di Tiziano Ferro come possibili super ospiti mette francamente tristezza e fa anche un po' rabbia. Giorgia soprattutto avrebbe potuto rappresentare il vero colpaccio del direttore artistico, una rentrée in grande stile a battersi all'Ariston dopo tre anni di silenzio discografico. Invece il nuovo album è previsto in uscita già a novembre... 
Ma le alternative non mancano: da Carmen Consoli a Cesare Cremonini, dai Modà (ormai autentici riempi-stadi) ad Alessandra Amoroso (un vero asso pigliatutto delle classifiche, forse la più vincente fra i tanti reduci dai talent), da Mario Biondi a, perché no, Biagio Antonacci (che ha annunciato l'uscita di un nuovo lavoro per i primi mesi del 2017), fino a Renato Zero e, perché no, un Antonello Venditti che se ha preso parte al Summer Festival di Canale 5 potrebbe porre fine alla sua tradizionale ostilità nei confronti della manifestazione ligure. Obiettivi difficili, alcuni persino impossibili, sulla carta, ma occorre almeno provarci. Alcuni di questi nomi potrebbero rappresentare una rivoluzione, aprire una breccia nel muro degli irriducibili, dei refrattari alle gare canore (Sanremo in primis), gettare semi che in futuro potrebbero dare frutti copiosi. E pazienza se la competizione rischierebbe di avere un esito scontato: a parte che non è detto, perché i meccanismi di votazione lasciano spazio a qualunque sorpresa, ma Sanremo è sopravvissuto a tante vittorie annunciate, e, nel caso, il minor pathos sarebbe più che bilanciato dal prestigio dato alla rassegna da questi superbig. Il nuovo meccanismo di gara potrebbe tenere lontani i grossi calibri? La paura della competizione l'ho sempre vista come una scusa fondata su labili basi: un settimo, undicesimo o tredicesimo posto nuocerebbe in qualche modo ai vip sopra citati? Suvvia, non scherziamo... 
OLTRE IL POP - Ci pensi, dunque, mister Conti, miri in alto nei suoi corteggiamenti, non si accontenti di ciò che passa il convento discografico. E cerchi di costruire un cast più coraggioso, allargando il ventaglio dei generi musicali rappresentati, non solo pop melodico e rap, aprendo ancor di più ai sound contemporanei, alla nouvelle vague, guardando poi senza preclusioni al mondo degli indipendenti, che ad anni Dieci inoltrati non ha più senso sottostimare. Dopodiché, vengano pure i classici nomi "da Festival", che hanno anche loro un posto di riguardo nel cuore degli appassionati e sono eccellenti professionisti: ma con venti caselle da riempire ci può essere spazio per tutti. Al terzo tentativo e con le spalle copertissime, il toscanaccio di "Tale e quale show" non ha assolutamente alcunché da perdere. 

lunedì 10 ottobre 2016

MACEDONIA - ITALIA E L'ENNESIMO PSICODRAMMA AZZURRO: PERSISTE L'ENIGMA VENTURA, MA ORA IL CT E' A UN BIVIO

                                              Ventura: non ha ancora convinto

Non si sentiva assolutamente il bisogno dell'ennesimo psicodramma azzurro, la figuraccia epocale sfiorata al cospetto di una compagine di basso livello ed evitata, infine, solo grazie al nostro proverbiale "cuore" (e a un pizzico di fortuna). Succede, al Club Italia; ma succede un po' troppo spesso, e sarebbe giunta l'ora di darci un taglio, perché abbiamo toccato il punto di non ritorno: si è concretamente rischiato di compromettere la corsa al Mondiale 2018 con un anno di anticipo sulla fine delle eliminatorie, e per mano della Macedonia, nientemeno. Squadra dignitosa  e volenterosa, ma di evidente pochezza tecnica: l'unico reparto un po' più dotato è l'attacco, grazie agli "italiani" Pandev e Nestorovski, e puntualmente ha messo in ambasce i nostri prodi: due gol subiti, una traversa, una grande parata di Buffon (che ha evitato l'1 a 3 tenendo in corsa i suoi), altre situazioni di potenziale pericolo nel primo e nel secondo tempo, prima che Bonucci e compagni... rinsavissero. 
MA NON SIAMO COSI' SCARSI - Alla fine l'abbiamo sfangata, e va bene, non è la prima volta: in passato si è sofferto contro Azerbaigian, Estonia, Malta, persino le Far Oer, strappando con le unghie e coi denti successi risicati laddove altre grandi e meno grandi d'Europa passeggiavano (e passeggiano) con disinvoltura. Ma non mi si venga a dire che è colpa dell'involuzione del nostro movimento calcistico: basterebbe la notazione che questa rappresentativa, con pochi elementi diversi in rosa rispetto ad oggi, circa tre mesi fa ha fatto ottima figura all'Europeo, sfiorando l'ammissione alle semifinali dopo aver, fra l'altro, battuto nettamente la Spagna anche sul piano del gioco. Quella stessa Spagna che giovedì scorso, a Torino, ci ha invece dominati per settanta minuti su novanta, e che, se non ci saranno prodezze da parte nostra (leggasi, vincere la gara di ritorno in terra iberica), probabilmente ci relegherà ai playoff qualificazione. 
LA FORZA DELLA GIOVENTU' - Non è, quindi, un problema di "materiale umano": che è scarso quantitativamente, non si può negare, e vorrei vedere, con la Serie A monopolizzata dagli stranieri; che non ha picchi di eccellenza assoluta, almeno fino a quando certe promesse non... manterranno davvero le loro promesse; ma che è comunque sufficiente a farci fare figure migliori di quella di Skopje. Immobile, per dire, non è un fenomeno, come hanno dimostrato le sue disgraziate stagioni estere, ma la sua doppietta ieri ci ha tolto le castagne dal fuoco in dirittura d'arrivo, rimettendoci sul treno verso la Russia quando la nostra carrozza (di seconda classe) sembrava essersi piantata sui binari; Belotti ha sollecitamente trovato il primo gol in azzurro, quello dell'1 a 0, gestito poi nel peggior modo possibile; Romagnoli in due partite ha sostanzialmente meritato la promozione, magari con più sicurezza allo Stadium che non in Macedonia, ma sono piccoli sbalzi di rendimento tipici dei giovani; e il pochissimo considerato Sansone, buttato dentro a secondo tempo inoltrato, ha comunque dato un buonissimo contributo a movimentare il nostro fiacco fronte offensivo. 
SQUADRA IN ABBOZZO - Abbiamo dunque le risorse di classe per fare anche più del modesto compitino. Ergo, il problema è attualmente nel manico. Giampiero Ventura, in questi primi mesi di lavoro, non ha ancora dato un'identità di gioco e di squadra alla nostra "Azzurra". Tatticamente siamo ancora a metà del guado, non riusciamo ad andare oltre la difesa a tre di contiana memoria, a sfruttare adeguatamente la nostra batteria di esterni alti, incursori e trequartisti (che potrebbe rappresentare la vera arma in più di questa selezione, come hanno dimostrato alcuni cross al bacio di Candreva) e soprattutto a trovare la giusta combinazione di uomini per il reparto di mezzo. Il duo Montolivo - De Rossi visto a Torino non è più proponibile a questi livelli, Verratti è imprescindibile e poco importa che un suo erroraccio abbia dato il là all'azione del pari macedone: una disattenzione, per quanto colossale, non può certo cancellare il tanto di buono che il "francese" ha fatto in questo primo scorcio della nuova gestione azzurra, quando è stato chiamato in causa. Soprattutto dai suoi piedi, e da quelli di un attivo ma confusionario Bernardeschi, sono passati ieri i pochi tentativi di impostare manovre d'attacco visti nella prima ora di partita. Tuttavia Parolo rimane fondamentale, c'è da recuperare Marchisio e va provato Benassi, trovando un modo per valorizzare un Bonaventura finora poco convincente e di sfruttare l'eclettismo di un Florenzi mai davvero esplosivo come sa essere nella Roma: davvero tanti i nodi da sciogliere.
VENTURA AL BIVIO - Del biennio di Antonio Conte è senz'altro sopravvissuto lo spirito indomito, senza il quale saremmo affondati contro la Spagna e anche contro Pandev e soci. Ma sono stati due salvataggi in extremis dettati fondamentalmente da una scossa nervosa, e non può chiaramente essere questa la soluzione per tirarsi fuori dalle situazioni intricate; i quattro punti raccolti, il minimo sindacale, non devono farci dimenticare che in quattro giorni abbiamo assistito a due delle peggiori esibizioni azzurre degli ultimi anni. 
Ergo, il cittì è già a un bivio, e deve innanzitutto rendersi conto che, se ieri fosse uscito sconfitto dalla trasferta in ex Jugoslavia, in molti si sarebbero aspettati le sue dimissioni sul tavolo di Tavecchio già in settimana. Per sciogliere l'enigma della sua conduzione tecnica, finora un autentico rebus, il genovese ha davanti un'occasione d'oro: a novembre ci sono un Lichtenstein da asfaltare (sfatando la tradizione della nostra idiosincrasia alle goleade) e di nuovo la Germania iridata, ma in amichevole: non potrà esserci momento migliore per rompere gli indugi e saltare il fosso, porre fine alla fase di transizione e presentare finalmente una "Nazionale targata Ventura", nel modo di stare in campo e negli uomini, una formazione che lasci almeno intuire il suo progetto. Il tentativo di ringiovanimento c'è stato e va senz'altro apprezzato: ma a poco serve, se i ragazzini vengono mandati allo sbaraglio in un contesto tattico precario; possono salvarsi in Macedonia, ma a gioco lungo andrebbero incontro al naufragio. 

domenica 9 ottobre 2016

LE MIE RECENSIONI: "LA VERITA' STA IN CIELO", OCCASIONE MANCATA


Temo che "La verità sta in cielo" sia destinato a diventare l'ennesima occasione perduta di questi trentatré anni senza Emanuela Orlandi. Trentatré anni di indagini finite nel nulla, di probabili depistaggi e mitomanie, di teorie cervellotiche a cui ci si è aggrappati con accanimento e che hanno sistematicamente prodotto tantissimo fumo e poco arrosto. Così, il film di Roberto Faenza in questi giorni nelle sale va considerato come un passaggio a vuoto, un altro inconcludente tassello del caotico puzzle venutosi a formare dal 1983 in poi, un puzzle in cui davvero in troppi hanno messo le mani. Un'opera che può essere derubricata a modesto giallo - thriller, con una fiacca rimasticatura di cose già viste, dette, analizzate e liquidate. 
FONDAMENTA FRAGILI - La scelta di campo del regista è evidente: questa pellicola non è una finzione "liberamente ispirata" al famigerato cold case. La fantasia è soltanto nel canovaccio narrativo, la storia inventata della giornalista inglese (Maya Sansa) spedita a Roma dal suo direttore (Shel Shapiro) nel 2015, per sollevare il coperchio dal vecchio pentolone della vicenda Orlandi in relazione agli ultimi sviluppi del caso "Mafia capitale". Il resto, cioè la sostanza del prodotto, vorrebbe essere uno stimolo per eventuali future nuove indagini, un serio tentativo di riprendere in mano il "fascicolo", di approfondire fatti in apparenza sottovalutati per aprire nuovi spiragli giudiziari. Peccato che lo si faccia muovendo da presupposti sbagliati: i veri protagonisti del film, più ancora della reporter inglese Maria e della collega che collabora con lei in terra italiana (l'ex "Chi l'ha visto?" Raffaella Notariale, interpretata da Valentina Lodovini) sono Sabrina Minardi (Greta Scarano) ed Enrico De Pedis (Riccardo Scamarcio). 
LA MAGISTRATURA AVEVA PARLATO CHIARO...- Due nomi che, con l'ombra immanente della Banda della Magliana, per un decennio circa sono stati accostati alla scomparsa di Emanuela con un'eco mediatica al diapason, ma sui quali il provvedimento di archiviazione firmato nell'ottobre scorso dal giudice Giovanni Giorgianni ha messo al momento una pietra tombale. Si legge infatti nel dispositivo: "In definitiva, alla stregua degli imponenti accertamenti investigativi effettuati con straordinaria capillarità, gli elementi emersi in favore dell'ipotesi di un coinvolgimento della Banda della Magliana nella scomparsa di Emanuela Orlandi, di intensità e grado diversi nei confronti degli odierni indagati e di coloro che sono deceduti (il PM parla di elementi minori nei confronti di Cassani, Cerboni, Virtù e Minardi rispetto ai deceduti De Pedis e Sarnataro) non possiedono senz'altro, per nessuno degli indagati iscritti e per i motivi sopra esposti, quella consistenza tale da imporre l'esercizio dell'azione penale e giustificare, dunque, il vaglio dibattimentale". E riguardo alla Minardi, si parla di "valutazione di totale inattendibilità delle dichiarazioni" da lei rese, precisando anche che "le incongruenze evidenziate sono talmente numerose e macroscopiche, per conclamato contrasto con altri elementi storicamente accertati, da compromettere in toto la credibilità del dichiarante, senza che sia ravvisabile una plausibile spiegazione delle molteplici incoerenze e dei vari contrasti con dati certi". 
MANCANO NUOVI ELEMENTI - Quanto sopra ha detto la magistratura nell'autunno scorso, ma di tutto questo il film non pare aver tenuto conto, mettendo i suddetti due personaggi al centro della scena: e un film che mira a dare un suo contributo, anche piccolo, al raggiungimento della soluzione di questo tragico mistero, non può essere costruito su fondamenta giudiziariamente superate e archiviate. Poi, per carità, le decisioni dei giudici vanno rispettate ma si possono discutere, e però per discuterle e magari tentare di cambiarle occorrerebbero elementi nuovi, fondati, concreti, non un continuo ripescare fatti già sottoposti al vaglio degli inquirenti e rivelatisi privi di adeguato sostegno probatorio, come evidenziato poco sopra. 
Tutto vecchio, insomma, e pure scarsa originalità: perché oltre alla Magliana, a De Pedis e alla Minardi, ecco spuntare fuori anche Marcinkus, lo Ior e Roberto Calvi, quasi tutta la prima parte della pellicola spesa a disegnare scenari politico - economico - malavitosi intricati e sfuggenti, arrivando anche a tirare in ballo Carminati e Mafia Capitale, senza riuscire a spiegare chiaramente e inconfutabilmente quale legame tutto ciò potrebbe aver avuto con la scomparsa della giovane studentessa di musica; e grande vaghezza, in genere, pure sul ruolo delle gerarchie Vaticane, anche in quel finale che lancia il sasso (un altro "sasso" attorno a cui si ricama da anni) ma lascia tutto in un limbo di indefinitezza, di imprecisato, senza conferme incontrovertibili. Un'opera oltremodo pretenziosa, dunque, che mette tanta carne al fuoco ma che lascia lo spettatore pressoché a digiuno al momento di tirare le somme e far emergere qualcosa di clamorosamente inedito e sostanzioso, e che in definitiva non avvicina di un centimetro la verità, ammesso che dopo tanti anni e tanta confusione la verità sia ancora raggiungibile. 
BENE SCARANO, MALE LODOVINI, PIETRO ORLANDI EVITABILE - Essendo un film dichiaratamente di "impegno civile", gli aspetti squisitamente tecnici (attori, stile di regia...) passano in secondo piano: limitiamoci allora a parlare di una sceneggiatura banale e di una recitazione con rari picchi di pregio. Va comunque lodata Greta Scarano nei doppi panni della Minardi, prima giovane e sensuale, poi anziana e disfatta da una vita tormentata: certo almeno in un prodotto come questo potevano esserci risparmiate le scene di nudo sue e di Scamarcio, due "belli" i cui fisici statuari avremmo potuto ammirare in altre occasioni. Piuttosto anonime le performance di Sansa e Shapiro, pollice verso per la Lodovini, e ci dispiace perché è brava e talentuosa, ma quella sua espressione perenne da "ragazza solare" e sempre pronta al sorriso, quel suo sguardo vispo e sbarazzino, quella sua gioviale espressività mal si conciliano con la figura di una giornalista d'inchiesta alle prese con un affare drammatico e scabroso. Discutibili alquanto le pur fugaci apparizioni di Elettra (nipote di Emanuela) e soprattutto, in dirittura d'arrivo, di Pietro Orlandi, il fratello della ragazzina sparita nel nulla: il ricorso agli autentici familiari poteva essere tranquillamente evitato, per una questione di sensibilità, di stile e di buon gusto.
RIGORE STORICO NON INECCEPIBILE - Uno dei tanti scivoloni di quest'opera non certamente scritta in bella calligrafia, senza dimenticare una delle frasi "tramandate ai posteri" apparse sullo schermo prima dei titoli di coda: "Nel 2015, la Procura ha deciso l'archiviazione dell'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, provocando le dimissioni del magistrato a capo delle indagini". Non è andata esattamente così: il magistrato in questione, Giancarlo Capaldo, non si è dimesso; riportiamo quanto affermava il comunicato diffuso dalla Procura di Roma nel maggio 2015: "Il Procuratore Aggiunto dottor Capaldo, non condividendo alcuni aspetti della richiesta di archiviazione, ha richiesto la revoca dell'assegnazione del procedimento, che è stata disposta anch'essa in data odierna". Insomma, troppe lacune in tema di rigore storico e documentaristico. Piange il cuore dirlo, ma se queste sono le nuove frontiere della ricerca della verità su Emanuela, ci trascineremo questo mistero per chissà quanti anni ancora. 

venerdì 7 ottobre 2016

ITALIA - SPAGNA? UN QUASI - DISASTRO TARGATO VENTURA. DUE PUNTI PERSI VERSO RUSSIA 2018

                                                Belotti: ottimo impatto sul match

Il commovente arrembaggio finale, con gli azzurri all'inseguimento di un'improbabile e immeritata vittoria, non può e non deve farci dimenticare le brutture a cui siamo stati costretti ad assistere per una settantina di minuti. Quello contro la Spagna era il primo impegno chiave nella corsa al Mondiale 2018, la sfida coi  rivali diretti per il primato, ed è stato gestito in maniera fallimentare in fase di progettazione "ambientale", mentale, tattica e tecnica. Una gara nata male fin dalla vigilia, una vigilia incredibilmente asettica e priva di pathos, senza l'atmosfera del "big event": molti sembrano aver dimenticato che andrà in Russia solo la vincente del raggruppamento, mentre per la seconda si aprirà un futuro carico di incognite, con uno spareggio nemmeno garantito in partenza (accedono ai playoff solo le otto migliori "medaglie d'argento" dei vari gironi europei). 
CENTROCAMPO SBAGLIATO - Così, il Club Italia è arrivato, mi è parso, psicologicamente scarico all'appuntamento torinese. La preparazione del match sul campo ha fatto il resto. E' emerso nitidamente, per la prima volta e proprio nell'occasione più importante, ciò che in molti (me compreso) temevano quando ancora l'avvicendamento fra Conte e Ventura non era stato ufficializzato: la mancanza di esperienza agli altissimi livelli del trainer, il quale ha sbagliato formazione iniziale in maniera talmente clamorosa che, fin dai primi minuti dell'incontro, è stato fin troppo facile intuire dove si sarebbe andati a parare. Incredibile che, nell'autunno 2016 e al cospetto delle ringalluzzite Furie Rosse, si scenda in campo con un centrocampo imperniato su Montolivo e De Rossi, elementi che ormai da tempo hanno smarrito (principalmente per usura fisica) lo spessore internazionale di cui, invece, la nostra rappresentativa ha disperatamente bisogno. Con un reparto nevralgico di cartavelina, il pallino del gioco è stato sollecitamente conquistato dagli iberici, che l'han tenuto quasi fino alla fine. 
PIU' DEMERITI AZZURRI CHE MERITI SPAGNOLI - Sì, d'accordo: la solita squisita perizia di Iniesta e compagni nel tocco di palla, la stordente ragnatela di passaggi e quelle verticalizzazioni fulminee, e soprattutto una condizione atletica scintillante, da cui è scaturito un pressing portato altissimo, continuo e martellante. Ma un'Italia più fresca (possibile che ad ottobre si sia ancora parzialmente imballati?), più "sul pezzo" mentalmente e meglio organizzata sul terreno di gioco avrebbe trovato le contromisure quantomeno per allentare la morsa e proporsi al contrattacco con più continuità. Nessuno chiedeva un bis testuale dell'impresa di Saint Denis a Euro 2016, ma quella gara aveva dimostrato che è nelle nostre potenzialità esprimerci all'altezza della Roja e forse anche meglio, se i giocatori vengono messi nelle condizioni adatte. 
SMARRITO LO SPIRITO DI CONTE - Da questo punto di vista, il confronto col recente passato proposto ieri dallo Juventus Stadium è stato più che avvilente. Lo spirito, la personalità, l'ordine tattico e l'aggressività di marca contiana sono evaporate in un atteggiamento remissivo che nemmeno può essere definito difensivista (il difensivismo, se applicato in maniera raffinata e non portato all'esasperazione, è una scelta strategica che ha una sua dignità). E' stata semplicemente una resa anticipata, un attestarsi in trincea sperando di mantenere la porta inviolata e azzeccare la giocata singola o il contropiede vincente, come nella peggior tradizione italica i cui esempi in azzurro, fortunatamente, negli ultimi lustri si sono estremamente rarefatti. 
Squadra letteralmente spezzata in due, come si dice in questi casi: otto giocatori appiattiti ai margini della nostra area e le due punte isolate e sperdute in avanti, semplicemente perché in mezzo nessuno era in grado di abbozzare la costruzione di qualcosa che somigliasse vagamente a una manovra d'attacco. Gli azzurri hanno creato la prima palla gol (colpo di testa di Pellè e mancata deviazione sotto misura di Parolo) dopo circa un'ora di gioco, e solo dopo che uno svarione di Buffon in uscita aveva consentito a Vitolo di appoggiare con tranquillità in rete il pallone di un vantaggio meritatissimo: al di là del forcing insistito, gli uomini di Lopetegui avevano già sfiorato il bersaglio almeno tre volte nella prima frazione, due con Piquè di testa e una con Iniesta dopo uno strepitoso assolo palla al piede. 
LINFA VERDE, OSSIGENO PER L'ITALIA - Ancora Vitolo falliva clamorosamente il bis a tu per tu con il nostro numero uno, e lì finiva fortunatamente la partita spagnola in chiave offensiva, un po' per naturale esaurimento di energie e fiato, un po' perché Ventura poneva parzialmente rimedio ai suoi errori mettendo dentro la linfa verde di Belotti e Immobile, che mettevano a ferro e fuoco centrocampo e terza linea avversarie. Il laziale mancava la deviazione vincente da pochi  passi, poi Eder, liberato da un tocco del centravanti torinista, veniva agganciato da Sergio Ramos per un rigore nitido fischiato fra qualche incertezza dal deludente arbitro Brych: lo trasformava in scioltezza De Rossi, ciò che permetteva di salvare il risultato ma non di raddrizzare l'assoluta inconsistenza della prestazione del romanista. E poco dopo, su sinistro angolato di Immobile era Florenzi a non trovare l'impatto decisivo nell'area piccola, ma sarebbe stata troppa grazia. 
NON SI PUO' PIU' FALLIRE - La sostanza è che l'Azzurra ha perso due punti fondamentali nella corsa verso il torneo iridato. Fermo restando che bisognerà fare risultato al ritorno in Spagna, ora occorre non fallire nemmeno uno degli appuntamenti sulla carta più abbordabili, a cominciare da quello di domenica in Macedonia. Da perfetti italiani, ci siamo dunque messi immediatamente nella situazione psicologica peggiore, pur avendo dalla nostra il fattore campo e il freschissimo precedente dello strameritato trionfo in terra francese. La speranza è che i rari bagliori di gioco visti nel finale, e dovuti unicamente ai cambi operati, rimettano il cittì sulla retta via. Belotti e Immobile, nelle attuali condizioni di forma, devono trovare più spazio, anche se rimane la sensazione, netta, che il problema allo Stadium sia stato ben altro, e che, ad esempio, anche i titolari di partenza Pellè ed Eder avrebbero potuto far meglio se adeguatamente assistiti. 
SENZA VERRATTI NON E' ITALIA - Verratti fuori è inconcepibile, e parlare di alternanza di uomini per i due impegni ravvicinati è giustificazione che non regge, perché contro i migliori devono giocare i migliori; lo stesso Bonaventura ha dato qualcosa in più dello spaesato Montolivo, anche se il suo contributo non è stato eccelso (ma il buon Jack si è trovato catapultato in un reparto di mezzo già raso al suolo dai primi venti minuti di dominio assoluto degli ospiti). E rimane ancora "congelato" o contingentato il ricorso a quella batteria di esterni, trequartisti ed incursori, i vari Berardi, Bernardeschi, Insigne, El Shaarawy e Candreva, che potrebbero fare la fortuna di questa squadra. Oltre ai subentrati, da salvare stasera solo un Barzagli con le stimmate del leader arretrato e un Romagnoli che ha bagnato la prima azzurra con una prestazione senza fronzoli, tutta sicurezza e tempismo. Troppo poco per poter ambire alla qualificazione diretta. 

martedì 6 settembre 2016

DOPO ISRAELE - ITALIA: E' LA NAZIONALE DI VERRATTI, DI PELLE' E DI NUOVE RISORSE OFFENSIVE. MA CHIELLINI...

                                                 Verratti: il futuro azzurro è suo

L'Italia torna da Israele con un bicchiere pieno ben oltre la metà. Al di là del risultato, Ventura ha acquisito due certezze definitive e assolute: la Nazionale in cammino verso Russia 2018 dovrà essere la Nazionale di Verratti, e per il momento è sempre più la Nazionale di Pellè. Quest'ultimo dato è forse il più incoraggiante, sul piano della stretta attualità, se pensiamo al limite tecnico che maggiormente ha frenato la nostra rappresentativa negli ultimi anni, ossia la drammatica latitanza di punte di autentico spessore internazionale. Ecco, ora almeno un attaccante di stampo europeo ce l'abbiamo: il... neo cinese sta timbrando il cartellino con regolarità impressionante fin da prima dell'estate, si è fatto scivolare addosso senza cedimenti psicologici le polemiche per la sceneggiata in occasione del famigerato rigore contro Neuer. Segna e fa segnare: ieri ha aperto le marcature e ha mandato in gol nel finale Immobile, con un assist di testa preciso al millimetro; e nel mezzo, un impegno costante e un'altra occasionissima, sempre di testa, sventata mirabilmente dal portiere di casa. 
RIFIORISCONO LE PUNTE? - Serviva come il pane, uno così là davanti, continuo ed efficace ad alti livelli in questo 2016 da favola; e attorno a lui sembra fiorire una generazione di giovanotti di nuovo in sintonia col gol: il neo laziale Ciro ha ritrovato la via della rete azzurra dopo tempo immemorabile, alle spalle premono Belotti e Pavoletti, indemoniati con le casacche di club, altre alternative potrebbe fornirle una stagione monstre di qualcuno fra i vari Gabbiadini, Paloschi, Zaza, Rossi, senza dimenticare Balotelli che deve recuperare un'infinità di strada, ma che non considero del tutto perduto per il calcio che conta. Con la collaborazione dei nostri incursori, da Candreva a Insigne, da El Shaarawy al Berardi che verrà, allo splendido Giaccherini di Euro 2016, potrebbero fare impennare la potenza di fuoco della nostra selezione. 
L'IMPORTANZA DEL PALLOTTOLIERE - E' un discorso, quello sulla prima linea azzurra, che assume importanza primaria, visto che l'obsoleto regolamento delle qualificazioni mondiali costringe a fare i conti con la differenza reti totale, quindi qualche gol in più o in meno rifilato ai "vasi di coccio" del girone potrebbe diventare determinante: anche per questo, ad esempio, ieri saremmo stati tutti grati a Immobile se non avesse fallito il 4 a 1 solo davanti a Goresh, ma non si può avere tutto dalla vita...Certo, non è detto che si arrivi a pari punti con la Spagna, ma nel caso capitasse, le Furie Rosse hanno già dato una bella sistemata al loro score grazie all'8-0 al malcapitato Lichtenstein, dimostrando che sbaglia chi dice che "non esistono più le squadre materasso". Esistono invero solo per qualcuno: l'Italia, ad esempio, contro queste rappresentative di bassissima statura qualitativa ha sempre inspiegabilmente sofferto le pene dell'inferno. Pensiamo anche alle eliminatorie dell'ultimo Europeo e al doppio 1-0 con Malta: contro il Lichtenstein, una simile "parsimonia" sotto porta ci creerebbe non pochi imbarazzi in sede di classifica.
VERRATTI LEADER - L'Italia di Pellè e degli attaccanti ritrovati, si diceva, e anche l'Italia di Verratti. Lo avevo scritto nel precedente post, ma sinceramente non ci voleva una grande fantasia: il genietto del Paris Saint Germain sarà l'uomo di Ventura, il leader della sua Azzurra, il califfo del centrocampo. Ad Haifa ha dettato legge per un'ora abbondante, prima che una condizione approssimativa e qualche acciacco prendessero il sopravvento. Fondamentale in interdizione, tranquillo e ordinato nella tessitura, incisivo in fase creativa: suo il lancio per Antonelli che ha innescato Pellè per l'1-0, suo l'assist a Bonaventura che è andato poi a conquistarsi un rigore non clamoroso ma assolutamente legittimo. Il posto là in mezzo è definitivamente suo, continuare a tenerlo costantemente sotto esame sarebbe deleterio per le sicurezze sue e della squadra. 
FARE A MENO DI CHIELLINI? SI PUO' - Sono altri, semmai, gli uomini dai quali va sollevato il velo dell'intoccabilità. Non è bello sparare su un bersaglio già vulnerabile, ma ad esempio Chiellini, in queste prime due gare targate Ventura, ne ha combinate più di Carlo in Francia, come recitava un vecchio adagio, fra svarioni difensivi e l'espulsione che, ieri, ha lasciato i suoi in inferiorità numerica per quasi tutta la ripresa. Attenuanti e aggravanti: consideriamo che un periodo negativo può capitare a tutti, e teniamo conto di una brillantezza atletica che in questa fase della stagione è appannaggio di pochi; non dimentichiamo però che il ragazzo non è più di primo pelo, e che comunque, nelle sfide fuori dai nostri confini, ha sempre alternato cose egregie a momenti di grossa difficoltà (con prevalenza delle prime, va detto). Anche in questo settore, sia pur in maniera minore rispetto al reparto avanzato, qualche alternativa c'è, e, sempre in riferimento a quanto scritto pochi giorni fa, è il caso di lanciare con decisione il bravo Rugani, magari in un assetto difensivo riadattato, perché non si può restare avvinghiati in eterno al 3-5-2, soprattutto se non hai il trio juventino in piena efficienza, mentre la difesa a quattro è senz'altro più adatta a innescare un football propositivo. 
CLASSICA ELIMINATORIA - Per il resto, quella in Israele è stata una gara di qualificazione come tante se ne sono viste in passato e tante se ne vedranno, da parte dei nostri alfieri. Di quelle gare che la nostra rappresentativa difficilmente riesce a giocare esprimendosi al massimo delle proprie potenzialità; e tuttavia, non vi fosse stato il duplice sbandamento di Chiellini, i nostri avrebbero verosimilmente condotto in porto il successo magari senza squilli, senza miracol mostrare, ma in sostanziale tranquillità, tanto è vero che anche dopo la stilettata di Ben Chaim per l'1-2 l'Italia è andata vicinissima al tris con la citata inzuccata di Pellè.
ECLETTISMO - Nella prima mezz'ora la superiorità è stata netta: due affondi pericolosi, due reti per noi. Poi, le solite paturnie azzurre, in primis la maligna capacità di rimettere in corsa avversari già groggy, un deficit di cui, temo, non ci libereremo mai. Di buono, una concretezza sotto porta non comune per le abitudini nostrane, e un certo eclettismo da parte di molti: Verratti ha giocato a tutto campo, Bonaventura e lo stesso Pellè sono stati visti spesso arretrare a dar manforte a una difesa preda di inusuali tremori, e Parolo, a lungo ai margini, è venuto fuori nel periodo di inferiorità, guadagnandosi la pagnotta in fase di copertura. 
DOPPIO CERVELLO - Ancora: discreto Antonelli, troppo sulle sue Candreva, rigore del 2 a 0 a parte (un elemento di tale spessore tecnico dovrebbe essere uno dei trascinatori della squadra, invece in azzurro troppo spesso spegne la luce) e la conferma che una cosa è giocare con una... classe dirigente (Bonucci e Verratti), un'altra con una formazione sostanzialmente "acefala" quale quella vista a Bari. Proprio per questo, per la presenza di un ben definito asse centrale dal quale si dipanava la manovra, si sono avvertiti i primi segni di una certa discontinuità nei confronti dell'ultima Italia targata Conte, che in Francia ha dovuto fare a meno dell'ex Pescara e di Marchisio, sviluppando quindi il suo gioco per altre vie. Poi, certo, tutto va tarato sulle particolari caratteristiche di questo match, prima la necessità di fare punti e poi le complicazioni tattiche dovute all'espulsione. In ogni caso, l'auspicato "scollinamento", come scritto nel precedente articolo, c'è stato. A ottobre arriva la Spagna a Torino, e forse l'Azzurra made in Ventura comincerà ad emergere più nitidamente. 

venerdì 2 settembre 2016

BILANCIO DEL CALCIOMERCATO: LA JUVE E LE ALTRE. RINFORZATE, INDEBOLITE E STABILI

                                             Dani Alves: dal Barça alla Juve

La scena più triste: il conto alla rovescia televisivo la sera del 31 agosto, come un San Silvestro fuori stagione, e le porte della misteriosa "stanza degli affari" che si chiudono lasciando fuori i giornalisti in inutile fibrillazione. Uno strambo rituale che fa scadere la campagna trasferimenti a sagra di paese, specchio fedele, in fondo, di un calcio italiano che non sa rinnovarsi, non sa migrare verso una dimensione più moderna e futuristica, più in linea coi tempi del pallone business, rimanendo pigramente ancorato a tradizioni ormai passare di cottura. E sì che il calciomercato sarebbe anche un momento serio, i giorni in cui i club costruiscono le basi tecniche e finanziarie di un anno di lavoro. Una cornice dimessa per una sessione dimessa, in linea generale, visto che ha prodotto come unico risultato di rilievo l'allargamento del solco che separa la battistrada degli ultimi cinque tornei da tutte le altre. Proprio partendo da questo dato di fatto, invece delle solite pagelle squadra per squadra ho preferito stilare un bilancio dividendo le venti di A in fasce: chi si è rafforzato, chi si è indebolito, chi è rimasto stabile, le ingiudicabili. 
LE RINFORZATE - I meno giovani come me, ricorderanno che, dopo il Mundial '82, si parlò di Juve pigliatutto: la squadra campione in carica avrebbe schierato, ai nastri di partenza del nuovo campionato, sei campioni iridati, il recuperato Bettega che solo a causa di un grave infortunio non era entrato fra i ventidue di Bearzot, e in più Platini e Boniek, due delle stelle più luminose del torneo spagnolo; e invece la Signora non vinse lo scudetto. A maggio 2017 difficilmente finirà così, e per almeno due colossali differenze rispetto ad allora: all'epoca, i bianconeri si trovarono a battersi in un contesto enormemente più competitivo, con rivali di altissimo spessore tecnico, per quanto sulla carta inferiori; e soprattutto, le loro principali antagoniste non andarono a rinforzare il team di Trapattoni. 
Oggi, le due inseguitrici dell'anno passato hanno ceduto a Madama Higuain e Pjanic, senza compensare le perdite con sostituti di valore almeno simile. Oltre ai due citati, sono arrivati in casa Juventus campioni esperti come Dani Alves e Benatia, e prospetti di assoluto rilievo come Mandragora e Pjaca, senza dimenticare che in autunno inoltrato rientrerà un Marchisio sempre più "nevralgico" per i sincronismi tattici di Allegri. E' una squadra che guarda più al presente che al futuro, con molti atleti, anche fra i nuovi, carichi di primavere. Dato per scontato il larghissimo margine di vantaggio in patria, l'obiettivo è portare un deciso assalto alla Champions, con la semifinale come traguardo minimo (e sottolineiamo minimo), perché per i vari Buffon, Barzagli, Chiellini, oltre ai citati Alves e Pipita, il tempo stringe. 
Nonostante il pessimo avvio, il miglior mercato dopo i campioni d'Italia l'ha fatto l'Inter. Ansaldi, Banega, Candreva, Joao Mario, Gabigol: di questi tempi, nell'asfittico panorama nostrano, difficile pretendere di più. Discorso a parte per Ranocchia, rientrato alla base dopo la stagione da incubo in casa Sampdoria, ormai solo un pallido ricordo del prospetto di ottimo difensore ammirato a cavallo fra il primo e il secondo decennio del secolo. Il tardivo cambio di panchina, con De Boer arrivato da poche settimane, rischia di vanificare una campagna sontuosa, facendo perdere punti importanti nelle prime giornate, come sta già avvenendo. Molto bene anche il Torino: via Ventura, ma sono rimasti gli azzurri del futuro prossimo (Zappacosta, Baselli, Benassi, Belotti), Valdifiori al centro potrà tornare a tessere le trame di gioco che l'han reso famoso a Empoli, Ljajic  ha guizzi e inventiva anche se non ha mai brillato per continuità, e se Iago torna quello di Genova ci sarà un'altra freccia acuminata a disposizione di Mihajlovic. Dietro, gravi le perdite di Glik e Maksimovic, ma De Silvestri e Rossettini innervano comunque la difesa con sapienza tattica, muscoli ed esperienza, mentre Hart, per quanto non irreprensibile, offre forse qualche garanzia in più dell'ultimo Padelli. Di assoluto rilievo la campagna del Cagliari: Isla, Bruno Alves e Padoin sono giocatori più da quartieri alti che medi, Borriello ha ancora qualche cartuccia da sparare, Murru è atteso alla maturazione, Di Gennaro, Joao Pedro e Sau tornano sui palcoscenici che meritano. Gli isolani possono puntare alla parte sinistra della graduatoria. 

                                  Immobile, neo laziale: sarà decisivo come Candreva? 

LE "STABILI" - E' il settore più affollato. La Roma ha dato Pjanic all'acerrima rivale, ma recupera Strootman, la cui lunghissima assenza ha pesato eccome. Mario Rui e soprattutto Vermaelen sono discreti rinforzi difensivi, rimangono l'efficace eclettismo di Florenzi, i mortiferi inserimenti di Nainggolan (ottimo a Euro 2016) e la potenza di fuoco dalla trequarti in su, con una ricchezza di alternative tale da costringere El Shaarawy a dover ancora sgomitare per un posto da titolare, nonostante l'ottimo girone di ritorno disputato la stagione passata. Ma il crollo nel preliminare Champions potrebbe aver minato molte certezze; se la Lupa raccoglierà i cocci psicologici, il secondo posto sarà ancora alla portata. 
Menzione d'onore per il Genoa, che non ha smobilitato come in molti paventavano: Perin, Izzo, Rincon e soprattutto Pavoletti sono ancora sotto la Lanterna, De Maio e Ansaldi rappresentano sacrifici sopportabili, più doloroso quello di Suso, Ocampos si è mostrato finora piuttosto leggerino ma ha talento per esplodere. In più, Veloso è tornato in maniera inattesa in cabina di regia, sperando che questa seconda avventura genoana sia migliore della prima. In panca, Juric garantisce buona continuità con la gestione Gasperini, magari con maggiore elasticità tattica. Da rivedere qualcosa in difesa, ma la top ten della classifica svanita di un soffio a maggio stavolta può essere centrata. Pressoché identico il Chievo, che dovrà valorizzare i giovani Parigini e Inglese per rinfrescare un tessuto di squadra piuttosto datato, stabile la Lazio, per la quale non sarà semplice far fronte alla grave perdita di Candreva, ma che si consola con un Immobile che negli ultimi mesi ha dato decisi segnali di risveglio, e ha pur sempre in rosa i vari De Vrij, Lulic, Biglia, Cataldi, Parolo e Felipe Anderson, garanzie assolute; se poi Bastos e Lukaku non deludono, potrebbero aprirsi prospettive interessanti. 
Anche se per il rotto della cuffia, vanno inserite in questa fascia Milan, Sampdoria e Atalanta. I rossoneri hanno nel motore un Montella in più, se tornerà sui livelli fiorentini, e un Lapadula chiamato alla conferma dopo aver sfondato reti a ripetizione in B. Merita fiducia la colonia italiana: i giovani Donnarumma e Romagnoli, poi De Sciglio e Bonaventura ormai certezze anche per la Nazionale, e l'esperienza di Antonelli. Kucka il suo l'ha sempre fatto, mentre Montolivo e Bertolacci sono da ricostruire: in avanti, la certezza Bacca e un Suso che a Genova Gasperini ha forgiato in formato extra lusso, come aveva fatto con Niang. 
La Samp registra le gravissime perdite di De Silvestri e Soriano, ma ha recuperato la certezza Regini, ha preso un Cigarini che dovrebbe garantire ancora un buon contributo in fase di costruzione, e si ritrova in rosa un Muriel letteralmente rigenerato. Poi Giampaolo è uno che non fa mai del calcio banale. Peccato per la gestione del caso Cassano. In casa Atalanta, Paloschi vuol dire essersi assicurati un notevole bottino di gol, anche perché è rimasto Gomez; attesa la crescita di Andrea Conti, difensore di sicura prospettiva, è già esploso Kessie, ma sono partiti il citato Cigarini e De Roon, ed è tutto da verificare l'impatto di Gasperson fuori da casa Genoa, l'ambiente ideale per il coach piemontese. Se riesce a imporre le sue idee, i bergamaschi sono da salvezza abbastanza tranquilla. 

                                             Gabbiadini: eredità pesante per lui

LE INDEBOLITE - Anche qui per il rotto della cuffia, ma spiace mettere in questa categoria il Napoli. Del resto, quando si perde un bomber fenomenale come Higuain, 36 reti l'anno scorso, e non lo si rimpiazza in maniera pressoché testuale (fosse facile, mi si dirà...), le incognite sono enormi. Occorrerà trarre la massima efficacia offensiva dalla batteria di incursori, i vari Insigne, Mertens, Callejon e Hamsik, valorizzare come merita l'ottimo Gabbiadini e dar fiducia a Milik, punta generosa ma anche di discreta prolificità. I rinforzi ci sono e sono tanti: oltre al polacco, Maksimovic e Tonelli dietro, Diawara e Zielinski in mezzo, e il furetto Giaccherini che ha fatto faville all'Europeo e che pare impossibile non vedere fra i titolarissimi. Sei gol nelle prime due gare sono un ottimo biglietto da visita per il Ciuccio, ma allo stato delle cose è difficile credere che l'assenza del Pipita non si faccia sentire, alla lunga: se Sarri riuscirà a farvi fronte, beh, Panchina d'oro e una Nazionale di primo piano subito, per lui. 
Il Sassuolo è sempre competitivo, ha perso Vrsaljko e Sansone, due degli elementi più positivi dell'ultima stagione. Sembra aver finalmente a disposizione un Berardi maturo, ma gli altri movimenti sono stati marginali e non hanno cambiato lo spessore qualitativo di una squadra che sarà impegnata su due fronti. Occhio comunque a Sensi, giovane centrocampista di cui si dicono mirabilie. La Fiorentina ha salutato diversi elementi utili (Roncaglia, Basanta, Pasqual, Blaszczycowski, Marcos Alonso e soprattutto Pepito Rossi), ha resistito agli assalti a Kalinic (peraltro reduce da un deludente girone di ritorno) e inserito in extremis in retroguardia De Maio, responsabilizzerà ancor di più Bernardeschi, ma non è stato fatto alcun passo avanti per migliorare il rendimento degli ultimi campionati. 
L'Empoli ha ancora il genietto Saponara ed è gran cosa, davanti a lui i declinanti Maccarone e Gilardino, sulla fascia Pasqual e nel mezzo José Mauri, agile e dinamico, ancora in fase di sboccio; ma il mercato si è portato via Mario Rui, Tonelli, Zielinski e Paredes, mica poco, e poi non c'è più Giampaolo. Male il Bologna (via Zuniga, Rossettini, Diawara e soprattutto Giaccherini, ci si aggrappa all'esperienza di Gastaldello, alla gioventù di Masina, alla sostanza nel mezzo di Taider e Dzemaili e alla pericolosità sotto porta di Destro: un po' poco), malissimo il Palermo, fortemente ridimensionato dopo una salvezza soffertissima (Diamanti e tante incognite di fuorivia non bastano a compensare gli addii di Sorrentino, Lazaar, Maresca, Vazquez e Gila), e in più c'è la solita spada di Damocle di una guida tecnica ballerina, con Ballardini incredibilmente già dimissionario. 
LE "NON COLLOCABILI" - E' spesso difficile valutare il mercato delle neopromosse alle prese con un campionato... più grande di loro. Il Pescara non ha più Mandragora e Lapadula, protagonisti assoluti del grande salto, ma c'è ancora lo sgusciante Caprari, che sfonda adesso o mai più, e ci sono Cristante, una promessa da rilanciare ma ancora in tempo per dare l'assalto al calcio che conta, un Aquilani che vuol dimostrare di non essere finito, e un Oddo che è deus ex machina fra i più ispirati della nouvelle vague. L'approccio è stato incoraggiante sul piano del gioco e, in parte, dei risultati (a prescindere dalla vittoria a tavolino col Sassuolo). 
Meno sicurezze dà il Crotone, senza Juric e senza Budimir: gli assi nella manica di Nicola si chiamano Rosi, Palladino e i ragazzi perennemente in rampa di lancio Crisetig e Trotta. Auguri. Difficile da inquadrare anche l'Udinese: perso Di Natale, un totem assoluto, persa l'anima nostrana rappresentata da Domizzi e Pasquale, rimangono troppi salti nel buio stranieri, impossibili da valutare concretamente anche per chi conosce a menadito il mercato estero. Le certezze sono Danilo, Felipe, Widmer, Badu, Perica e Thereau. Per la permanenza in categoria dovrebbero bastare.