giovedì 20 ottobre 2016

VERSO SANREMO 2017: ECCO IL REGOLAMENTO, CON GARA PIU' "CRUDELE" PER I BIG. ORA CONTI DEVE PUNTARE ALLE VEDETTES


Sanremo 2017, atto primo. Con la pubblicazione on line del regolamento della kermesse, il Festival entra da oggi nel periodo più caldo della fase preparatoria. Novità? Nulla di particolarmente sconvolgente, se non una concessione alle esigenze televisive (o presunte tali) che, dicono gli esperti di cose catodiche, richiedono una gara più tesa e ricca di trappole anche per i nomi noti della canzone, fin dalle battute preliminari, per incrementare l'appeal dello show in sede di Auditel. Carlo Conti e la Rai puntano dunque su un'accentuazione del carattere competitivo della sfida fra i Campioni. I quali, lo si sa già da ora, saranno venti, laddove negli anni scorsi si era giunti a questa quota modificando il regolamento iniziale, che ne prevedeva sedici (2015) e diciotto (2016). 
COMPETIZIONE ESASPERATA - Dopo essersi esibiti tutti insieme nella serata di apertura (7 febbraio), i Campioni daranno vita a due "semifinali" il mercoledì e il giovedì: dieci in lizza in ciascuna di esse, e appena sei per sera ammessi direttamente alla finalissima (tenendo conto anche dei voti ottenuti nel vernissage del martedì). Addirittura otto esclusi in prima istanza, dunque, o meglio rimandati, per i quali scatterà un feroce "playoff" in programma il venerdì: i tre più votati in questa occasione saranno ripescati e parteciperanno alla tenzone conclusiva di sabato 11 assieme ai dodici già promossi. Un'esasperazione di quel "barrage" che l'anno passato era stato sperimentato in versione soft (cinque su venti andavano allo "spareggio", quest'anno ben otto su venti, quasi la metà), e con un'altra differenza sostanziale: se dodici mesi fa era stato il solo televoto a decidere il brano da ripescare, quest'anno il verdetto sarà affidato a un sistema misto formato da televoto, esperti e giuria demoscopica. Tutto uguale per le Nuove Proposte, che come di consueto verranno scelte attraverso il duplice binario di Area Sanremo (due artisti in sboccio) e di "Sanremo giovani" (sei), la selezione autunnale inventata da Pippo Baudo negli anni Novanta e ripristinata l'anno scorso, con una risposta del pubblico a casa non particolarmente incoraggiante.
LE PRIME CANDIDATURE - Queste sono dunque, a grandi linee, le fondamenta dell'edificio Festival che verrà pazientemente eretto da Conti e dal suo staff nei prossimi mesi. In questi giorni Sorrisi & Canzoni TV e altre fonti di informazione hanno cominciato a far filtrare le prime indiscrezioni riguardanti big e ospiti che potrebbero sfilare in Riviera. Ritengo sia abbastanza prematuro parlarne, perché molti giochi sono ancora da fare e il grosso delle candidature verrà fuori a novembre inoltrato, quando, se sarà possibile, tornerò a parlarne sul blog. Di certo i nomi fin qui emersi non sono tali da indurre all'entusiasmo. Intendiamoci, si tratta di esimi rappresentanti di quella "classe media" della musica italiana che, da sempre, trova giustamente nel Festivalone una formidabile ed essenziale vetrina, ciò di cui non necessitano i grossi calibri, quei pochi rappresentanti del canto tricolore che mietono successi oceanici anche fuori dai patri confini (e che, ricordiamolo, a tal livello sono giunti spesso partendo da Sanremo, vedi alle voci Pausini, Ramazzotti e Bocelli). 
CI VUOLE UN PASSO AVANTI - Ben vengano, dunque, Giusy Ferreri e Nina Zilli, Syria (non ammessa lo scorso anno) e Francesco Sarcina, Nesli e un Michele Zarrillo che meriterebbe il ritorno alla ribalta dopo le traversie fisiche che ha vissuto. E tuttavia, mi son formato una convinzione già dai mesi successivi all'edizione 2016: Carlo Conti, all'ultima fatica sanremese di questo suo "primo" triennio (dico "primo" perché non mi sentirei di escludere un suo ritorno in un futuro prossimo, anzi...), ha bisogno di un qualcosa di più. I due Festival fin qui allestiti sono stati baciati da un meritato successo di pubblico televisivo; il primo ha avuto anche un notevole impatto sul mercato discografico, mentre il secondo ha fatto un po' segnare il passo, sotto questo profilo, nonostante alcuni notevoli exploit, soprattutto quelli di Francesca Michielin (l'autentica "vincitrice morale", come si diceva un tempo) e di Francesco Gabbani, trionfatore fra i Giovani e che, verosimilmente, ritroveremo a febbraio nella categoria regina, sorte che potrebbe toccare a un altro "reduce" a cui l'appellativo di "emergente" sta ormai stretto, ossia Ermal Meta. 
A CACCIA DI GRANDI NOMI - Due Sanremo che hanno celebrato l'eccellente gregariato della nostra canzone, consacrato freschi virgulti (Annalisa, Noemi, Fragola, per non parlare del Volo) e rilanciato carriere (Nek soprattutto, ma anche Scanu, che ha avuto riscontri lusinghieri), ma ora bisogna cambiare marcia. La rassegna 2017 dovrebbe, finalmente, partire senza indugio alla caccia di due - tre vedettes assolute. Per la gara, ovviamente: perché sentir parlare di Giorgia o di Tiziano Ferro come possibili super ospiti mette francamente tristezza e fa anche un po' rabbia. Giorgia soprattutto avrebbe potuto rappresentare il vero colpaccio del direttore artistico, una rentrée in grande stile a battersi all'Ariston dopo tre anni di silenzio discografico. Invece il nuovo album è previsto in uscita già a novembre... 
Ma le alternative non mancano: da Carmen Consoli a Cesare Cremonini, dai Modà (ormai autentici riempi-stadi) ad Alessandra Amoroso (un vero asso pigliatutto delle classifiche, forse la più vincente fra i tanti reduci dai talent), da Mario Biondi a, perché no, Biagio Antonacci (che ha annunciato l'uscita di un nuovo lavoro per i primi mesi del 2017), fino a Renato Zero e, perché no, un Antonello Venditti che se ha preso parte al Summer Festival di Canale 5 potrebbe porre fine alla sua tradizionale ostilità nei confronti della manifestazione ligure. Obiettivi difficili, alcuni persino impossibili, sulla carta, ma occorre almeno provarci. Alcuni di questi nomi potrebbero rappresentare una rivoluzione, aprire una breccia nel muro degli irriducibili, dei refrattari alle gare canore (Sanremo in primis), gettare semi che in futuro potrebbero dare frutti copiosi. E pazienza se la competizione rischierebbe di avere un esito scontato: a parte che non è detto, perché i meccanismi di votazione lasciano spazio a qualunque sorpresa, ma Sanremo è sopravvissuto a tante vittorie annunciate, e, nel caso, il minor pathos sarebbe più che bilanciato dal prestigio dato alla rassegna da questi superbig. Il nuovo meccanismo di gara potrebbe tenere lontani i grossi calibri? La paura della competizione l'ho sempre vista come una scusa fondata su labili basi: un settimo, undicesimo o tredicesimo posto nuocerebbe in qualche modo ai vip sopra citati? Suvvia, non scherziamo... 
OLTRE IL POP - Ci pensi, dunque, mister Conti, miri in alto nei suoi corteggiamenti, non si accontenti di ciò che passa il convento discografico. E cerchi di costruire un cast più coraggioso, allargando il ventaglio dei generi musicali rappresentati, non solo pop melodico e rap, aprendo ancor di più ai sound contemporanei, alla nouvelle vague, guardando poi senza preclusioni al mondo degli indipendenti, che ad anni Dieci inoltrati non ha più senso sottostimare. Dopodiché, vengano pure i classici nomi "da Festival", che hanno anche loro un posto di riguardo nel cuore degli appassionati e sono eccellenti professionisti: ma con venti caselle da riempire ci può essere spazio per tutti. Al terzo tentativo e con le spalle copertissime, il toscanaccio di "Tale e quale show" non ha assolutamente alcunché da perdere. 

lunedì 10 ottobre 2016

MACEDONIA - ITALIA E L'ENNESIMO PSICODRAMMA AZZURRO: PERSISTE L'ENIGMA VENTURA, MA ORA IL CT E' A UN BIVIO

                                              Ventura: non ha ancora convinto

Non si sentiva assolutamente il bisogno dell'ennesimo psicodramma azzurro, la figuraccia epocale sfiorata al cospetto di una compagine di basso livello ed evitata, infine, solo grazie al nostro proverbiale "cuore" (e a un pizzico di fortuna). Succede, al Club Italia; ma succede un po' troppo spesso, e sarebbe giunta l'ora di darci un taglio, perché abbiamo toccato il punto di non ritorno: si è concretamente rischiato di compromettere la corsa al Mondiale 2018 con un anno di anticipo sulla fine delle eliminatorie, e per mano della Macedonia, nientemeno. Squadra dignitosa  e volenterosa, ma di evidente pochezza tecnica: l'unico reparto un po' più dotato è l'attacco, grazie agli "italiani" Pandev e Nestorovski, e puntualmente ha messo in ambasce i nostri prodi: due gol subiti, una traversa, una grande parata di Buffon (che ha evitato l'1 a 3 tenendo in corsa i suoi), altre situazioni di potenziale pericolo nel primo e nel secondo tempo, prima che Bonucci e compagni... rinsavissero. 
MA NON SIAMO COSI' SCARSI - Alla fine l'abbiamo sfangata, e va bene, non è la prima volta: in passato si è sofferto contro Azerbaigian, Estonia, Malta, persino le Far Oer, strappando con le unghie e coi denti successi risicati laddove altre grandi e meno grandi d'Europa passeggiavano (e passeggiano) con disinvoltura. Ma non mi si venga a dire che è colpa dell'involuzione del nostro movimento calcistico: basterebbe la notazione che questa rappresentativa, con pochi elementi diversi in rosa rispetto ad oggi, circa tre mesi fa ha fatto ottima figura all'Europeo, sfiorando l'ammissione alle semifinali dopo aver, fra l'altro, battuto nettamente la Spagna anche sul piano del gioco. Quella stessa Spagna che giovedì scorso, a Torino, ci ha invece dominati per settanta minuti su novanta, e che, se non ci saranno prodezze da parte nostra (leggasi, vincere la gara di ritorno in terra iberica), probabilmente ci relegherà ai playoff qualificazione. 
LA FORZA DELLA GIOVENTU' - Non è, quindi, un problema di "materiale umano": che è scarso quantitativamente, non si può negare, e vorrei vedere, con la Serie A monopolizzata dagli stranieri; che non ha picchi di eccellenza assoluta, almeno fino a quando certe promesse non... manterranno davvero le loro promesse; ma che è comunque sufficiente a farci fare figure migliori di quella di Skopje. Immobile, per dire, non è un fenomeno, come hanno dimostrato le sue disgraziate stagioni estere, ma la sua doppietta ieri ci ha tolto le castagne dal fuoco in dirittura d'arrivo, rimettendoci sul treno verso la Russia quando la nostra carrozza (di seconda classe) sembrava essersi piantata sui binari; Belotti ha sollecitamente trovato il primo gol in azzurro, quello dell'1 a 0, gestito poi nel peggior modo possibile; Romagnoli in due partite ha sostanzialmente meritato la promozione, magari con più sicurezza allo Stadium che non in Macedonia, ma sono piccoli sbalzi di rendimento tipici dei giovani; e il pochissimo considerato Sansone, buttato dentro a secondo tempo inoltrato, ha comunque dato un buonissimo contributo a movimentare il nostro fiacco fronte offensivo. 
SQUADRA IN ABBOZZO - Abbiamo dunque le risorse di classe per fare anche più del modesto compitino. Ergo, il problema è attualmente nel manico. Giampiero Ventura, in questi primi mesi di lavoro, non ha ancora dato un'identità di gioco e di squadra alla nostra "Azzurra". Tatticamente siamo ancora a metà del guado, non riusciamo ad andare oltre la difesa a tre di contiana memoria, a sfruttare adeguatamente la nostra batteria di esterni alti, incursori e trequartisti (che potrebbe rappresentare la vera arma in più di questa selezione, come hanno dimostrato alcuni cross al bacio di Candreva) e soprattutto a trovare la giusta combinazione di uomini per il reparto di mezzo. Il duo Montolivo - De Rossi visto a Torino non è più proponibile a questi livelli, Verratti è imprescindibile e poco importa che un suo erroraccio abbia dato il là all'azione del pari macedone: una disattenzione, per quanto colossale, non può certo cancellare il tanto di buono che il "francese" ha fatto in questo primo scorcio della nuova gestione azzurra, quando è stato chiamato in causa. Soprattutto dai suoi piedi, e da quelli di un attivo ma confusionario Bernardeschi, sono passati ieri i pochi tentativi di impostare manovre d'attacco visti nella prima ora di partita. Tuttavia Parolo rimane fondamentale, c'è da recuperare Marchisio e va provato Benassi, trovando un modo per valorizzare un Bonaventura finora poco convincente e di sfruttare l'eclettismo di un Florenzi mai davvero esplosivo come sa essere nella Roma: davvero tanti i nodi da sciogliere.
VENTURA AL BIVIO - Del biennio di Antonio Conte è senz'altro sopravvissuto lo spirito indomito, senza il quale saremmo affondati contro la Spagna e anche contro Pandev e soci. Ma sono stati due salvataggi in extremis dettati fondamentalmente da una scossa nervosa, e non può chiaramente essere questa la soluzione per tirarsi fuori dalle situazioni intricate; i quattro punti raccolti, il minimo sindacale, non devono farci dimenticare che in quattro giorni abbiamo assistito a due delle peggiori esibizioni azzurre degli ultimi anni. 
Ergo, il cittì è già a un bivio, e deve innanzitutto rendersi conto che, se ieri fosse uscito sconfitto dalla trasferta in ex Jugoslavia, in molti si sarebbero aspettati le sue dimissioni sul tavolo di Tavecchio già in settimana. Per sciogliere l'enigma della sua conduzione tecnica, finora un autentico rebus, il genovese ha davanti un'occasione d'oro: a novembre ci sono un Lichtenstein da asfaltare (sfatando la tradizione della nostra idiosincrasia alle goleade) e di nuovo la Germania iridata, ma in amichevole: non potrà esserci momento migliore per rompere gli indugi e saltare il fosso, porre fine alla fase di transizione e presentare finalmente una "Nazionale targata Ventura", nel modo di stare in campo e negli uomini, una formazione che lasci almeno intuire il suo progetto. Il tentativo di ringiovanimento c'è stato e va senz'altro apprezzato: ma a poco serve, se i ragazzini vengono mandati allo sbaraglio in un contesto tattico precario; possono salvarsi in Macedonia, ma a gioco lungo andrebbero incontro al naufragio. 

domenica 9 ottobre 2016

LE MIE RECENSIONI: "LA VERITA' STA IN CIELO", OCCASIONE MANCATA


Temo che "La verità sta in cielo" sia destinato a diventare l'ennesima occasione perduta di questi trentatré anni senza Emanuela Orlandi. Trentatré anni di indagini finite nel nulla, di probabili depistaggi e mitomanie, di teorie cervellotiche a cui ci si è aggrappati con accanimento e che hanno sistematicamente prodotto tantissimo fumo e poco arrosto. Così, il film di Roberto Faenza in questi giorni nelle sale va considerato come un passaggio a vuoto, un altro inconcludente tassello del caotico puzzle venutosi a formare dal 1983 in poi, un puzzle in cui davvero in troppi hanno messo le mani. Un'opera che può essere derubricata a modesto giallo - thriller, con una fiacca rimasticatura di cose già viste, dette, analizzate e liquidate. 
FONDAMENTA FRAGILI - La scelta di campo del regista è evidente: questa pellicola non è una finzione "liberamente ispirata" al famigerato cold case. La fantasia è soltanto nel canovaccio narrativo, la storia inventata della giornalista inglese (Maya Sansa) spedita a Roma dal suo direttore (Shel Shapiro) nel 2015, per sollevare il coperchio dal vecchio pentolone della vicenda Orlandi in relazione agli ultimi sviluppi del caso "Mafia capitale". Il resto, cioè la sostanza del prodotto, vorrebbe essere uno stimolo per eventuali future nuove indagini, un serio tentativo di riprendere in mano il "fascicolo", di approfondire fatti in apparenza sottovalutati per aprire nuovi spiragli giudiziari. Peccato che lo si faccia muovendo da presupposti sbagliati: i veri protagonisti del film, più ancora della reporter inglese Maria e della collega che collabora con lei in terra italiana (l'ex "Chi l'ha visto?" Raffaella Notariale, interpretata da Valentina Lodovini) sono Sabrina Minardi (Greta Scarano) ed Enrico De Pedis (Riccardo Scamarcio). 
LA MAGISTRATURA AVEVA PARLATO CHIARO...- Due nomi che, con l'ombra immanente della Banda della Magliana, per un decennio circa sono stati accostati alla scomparsa di Emanuela con un'eco mediatica al diapason, ma sui quali il provvedimento di archiviazione firmato nell'ottobre scorso dal giudice Giovanni Giorgianni ha messo al momento una pietra tombale. Si legge infatti nel dispositivo: "In definitiva, alla stregua degli imponenti accertamenti investigativi effettuati con straordinaria capillarità, gli elementi emersi in favore dell'ipotesi di un coinvolgimento della Banda della Magliana nella scomparsa di Emanuela Orlandi, di intensità e grado diversi nei confronti degli odierni indagati e di coloro che sono deceduti (il PM parla di elementi minori nei confronti di Cassani, Cerboni, Virtù e Minardi rispetto ai deceduti De Pedis e Sarnataro) non possiedono senz'altro, per nessuno degli indagati iscritti e per i motivi sopra esposti, quella consistenza tale da imporre l'esercizio dell'azione penale e giustificare, dunque, il vaglio dibattimentale". E riguardo alla Minardi, si parla di "valutazione di totale inattendibilità delle dichiarazioni" da lei rese, precisando anche che "le incongruenze evidenziate sono talmente numerose e macroscopiche, per conclamato contrasto con altri elementi storicamente accertati, da compromettere in toto la credibilità del dichiarante, senza che sia ravvisabile una plausibile spiegazione delle molteplici incoerenze e dei vari contrasti con dati certi". 
MANCANO NUOVI ELEMENTI - Quanto sopra ha detto la magistratura nell'autunno scorso, ma di tutto questo il film non pare aver tenuto conto, mettendo i suddetti due personaggi al centro della scena: e un film che mira a dare un suo contributo, anche piccolo, al raggiungimento della soluzione di questo tragico mistero, non può essere costruito su fondamenta giudiziariamente superate e archiviate. Poi, per carità, le decisioni dei giudici vanno rispettate ma si possono discutere, e però per discuterle e magari tentare di cambiarle occorrerebbero elementi nuovi, fondati, concreti, non un continuo ripescare fatti già sottoposti al vaglio degli inquirenti e rivelatisi privi di adeguato sostegno probatorio, come evidenziato poco sopra. 
Tutto vecchio, insomma, e pure scarsa originalità: perché oltre alla Magliana, a De Pedis e alla Minardi, ecco spuntare fuori anche Marcinkus, lo Ior e Roberto Calvi, quasi tutta la prima parte della pellicola spesa a disegnare scenari politico - economico - malavitosi intricati e sfuggenti, arrivando anche a tirare in ballo Carminati e Mafia Capitale, senza riuscire a spiegare chiaramente e inconfutabilmente quale legame tutto ciò potrebbe aver avuto con la scomparsa della giovane studentessa di musica; e grande vaghezza, in genere, pure sul ruolo delle gerarchie Vaticane, anche in quel finale che lancia il sasso (un altro "sasso" attorno a cui si ricama da anni) ma lascia tutto in un limbo di indefinitezza, di imprecisato, senza conferme incontrovertibili. Un'opera oltremodo pretenziosa, dunque, che mette tanta carne al fuoco ma che lascia lo spettatore pressoché a digiuno al momento di tirare le somme e far emergere qualcosa di clamorosamente inedito e sostanzioso, e che in definitiva non avvicina di un centimetro la verità, ammesso che dopo tanti anni e tanta confusione la verità sia ancora raggiungibile. 
BENE SCARANO, MALE LODOVINI, PIETRO ORLANDI EVITABILE - Essendo un film dichiaratamente di "impegno civile", gli aspetti squisitamente tecnici (attori, stile di regia...) passano in secondo piano: limitiamoci allora a parlare di una sceneggiatura banale e di una recitazione con rari picchi di pregio. Va comunque lodata Greta Scarano nei doppi panni della Minardi, prima giovane e sensuale, poi anziana e disfatta da una vita tormentata: certo almeno in un prodotto come questo potevano esserci risparmiate le scene di nudo sue e di Scamarcio, due "belli" i cui fisici statuari avremmo potuto ammirare in altre occasioni. Piuttosto anonime le performance di Sansa e Shapiro, pollice verso per la Lodovini, e ci dispiace perché è brava e talentuosa, ma quella sua espressione perenne da "ragazza solare" e sempre pronta al sorriso, quel suo sguardo vispo e sbarazzino, quella sua gioviale espressività mal si conciliano con la figura di una giornalista d'inchiesta alle prese con un affare drammatico e scabroso. Discutibili alquanto le pur fugaci apparizioni di Elettra (nipote di Emanuela) e soprattutto, in dirittura d'arrivo, di Pietro Orlandi, il fratello della ragazzina sparita nel nulla: il ricorso agli autentici familiari poteva essere tranquillamente evitato, per una questione di sensibilità, di stile e di buon gusto.
RIGORE STORICO NON INECCEPIBILE - Uno dei tanti scivoloni di quest'opera non certamente scritta in bella calligrafia, senza dimenticare una delle frasi "tramandate ai posteri" apparse sullo schermo prima dei titoli di coda: "Nel 2015, la Procura ha deciso l'archiviazione dell'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, provocando le dimissioni del magistrato a capo delle indagini". Non è andata esattamente così: il magistrato in questione, Giancarlo Capaldo, non si è dimesso; riportiamo quanto affermava il comunicato diffuso dalla Procura di Roma nel maggio 2015: "Il Procuratore Aggiunto dottor Capaldo, non condividendo alcuni aspetti della richiesta di archiviazione, ha richiesto la revoca dell'assegnazione del procedimento, che è stata disposta anch'essa in data odierna". Insomma, troppe lacune in tema di rigore storico e documentaristico. Piange il cuore dirlo, ma se queste sono le nuove frontiere della ricerca della verità su Emanuela, ci trascineremo questo mistero per chissà quanti anni ancora. 

venerdì 7 ottobre 2016

ITALIA - SPAGNA? UN QUASI - DISASTRO TARGATO VENTURA. DUE PUNTI PERSI VERSO RUSSIA 2018

                                                Belotti: ottimo impatto sul match

Il commovente arrembaggio finale, con gli azzurri all'inseguimento di un'improbabile e immeritata vittoria, non può e non deve farci dimenticare le brutture a cui siamo stati costretti ad assistere per una settantina di minuti. Quello contro la Spagna era il primo impegno chiave nella corsa al Mondiale 2018, la sfida coi  rivali diretti per il primato, ed è stato gestito in maniera fallimentare in fase di progettazione "ambientale", mentale, tattica e tecnica. Una gara nata male fin dalla vigilia, una vigilia incredibilmente asettica e priva di pathos, senza l'atmosfera del "big event": molti sembrano aver dimenticato che andrà in Russia solo la vincente del raggruppamento, mentre per la seconda si aprirà un futuro carico di incognite, con uno spareggio nemmeno garantito in partenza (accedono ai playoff solo le otto migliori "medaglie d'argento" dei vari gironi europei). 
CENTROCAMPO SBAGLIATO - Così, il Club Italia è arrivato, mi è parso, psicologicamente scarico all'appuntamento torinese. La preparazione del match sul campo ha fatto il resto. E' emerso nitidamente, per la prima volta e proprio nell'occasione più importante, ciò che in molti (me compreso) temevano quando ancora l'avvicendamento fra Conte e Ventura non era stato ufficializzato: la mancanza di esperienza agli altissimi livelli del trainer, il quale ha sbagliato formazione iniziale in maniera talmente clamorosa che, fin dai primi minuti dell'incontro, è stato fin troppo facile intuire dove si sarebbe andati a parare. Incredibile che, nell'autunno 2016 e al cospetto delle ringalluzzite Furie Rosse, si scenda in campo con un centrocampo imperniato su Montolivo e De Rossi, elementi che ormai da tempo hanno smarrito (principalmente per usura fisica) lo spessore internazionale di cui, invece, la nostra rappresentativa ha disperatamente bisogno. Con un reparto nevralgico di cartavelina, il pallino del gioco è stato sollecitamente conquistato dagli iberici, che l'han tenuto quasi fino alla fine. 
PIU' DEMERITI AZZURRI CHE MERITI SPAGNOLI - Sì, d'accordo: la solita squisita perizia di Iniesta e compagni nel tocco di palla, la stordente ragnatela di passaggi e quelle verticalizzazioni fulminee, e soprattutto una condizione atletica scintillante, da cui è scaturito un pressing portato altissimo, continuo e martellante. Ma un'Italia più fresca (possibile che ad ottobre si sia ancora parzialmente imballati?), più "sul pezzo" mentalmente e meglio organizzata sul terreno di gioco avrebbe trovato le contromisure quantomeno per allentare la morsa e proporsi al contrattacco con più continuità. Nessuno chiedeva un bis testuale dell'impresa di Saint Denis a Euro 2016, ma quella gara aveva dimostrato che è nelle nostre potenzialità esprimerci all'altezza della Roja e forse anche meglio, se i giocatori vengono messi nelle condizioni adatte. 
SMARRITO LO SPIRITO DI CONTE - Da questo punto di vista, il confronto col recente passato proposto ieri dallo Juventus Stadium è stato più che avvilente. Lo spirito, la personalità, l'ordine tattico e l'aggressività di marca contiana sono evaporate in un atteggiamento remissivo che nemmeno può essere definito difensivista (il difensivismo, se applicato in maniera raffinata e non portato all'esasperazione, è una scelta strategica che ha una sua dignità). E' stata semplicemente una resa anticipata, un attestarsi in trincea sperando di mantenere la porta inviolata e azzeccare la giocata singola o il contropiede vincente, come nella peggior tradizione italica i cui esempi in azzurro, fortunatamente, negli ultimi lustri si sono estremamente rarefatti. 
Squadra letteralmente spezzata in due, come si dice in questi casi: otto giocatori appiattiti ai margini della nostra area e le due punte isolate e sperdute in avanti, semplicemente perché in mezzo nessuno era in grado di abbozzare la costruzione di qualcosa che somigliasse vagamente a una manovra d'attacco. Gli azzurri hanno creato la prima palla gol (colpo di testa di Pellè e mancata deviazione sotto misura di Parolo) dopo circa un'ora di gioco, e solo dopo che uno svarione di Buffon in uscita aveva consentito a Vitolo di appoggiare con tranquillità in rete il pallone di un vantaggio meritatissimo: al di là del forcing insistito, gli uomini di Lopetegui avevano già sfiorato il bersaglio almeno tre volte nella prima frazione, due con Piquè di testa e una con Iniesta dopo uno strepitoso assolo palla al piede. 
LINFA VERDE, OSSIGENO PER L'ITALIA - Ancora Vitolo falliva clamorosamente il bis a tu per tu con il nostro numero uno, e lì finiva fortunatamente la partita spagnola in chiave offensiva, un po' per naturale esaurimento di energie e fiato, un po' perché Ventura poneva parzialmente rimedio ai suoi errori mettendo dentro la linfa verde di Belotti e Immobile, che mettevano a ferro e fuoco centrocampo e terza linea avversarie. Il laziale mancava la deviazione vincente da pochi  passi, poi Eder, liberato da un tocco del centravanti torinista, veniva agganciato da Sergio Ramos per un rigore nitido fischiato fra qualche incertezza dal deludente arbitro Brych: lo trasformava in scioltezza De Rossi, ciò che permetteva di salvare il risultato ma non di raddrizzare l'assoluta inconsistenza della prestazione del romanista. E poco dopo, su sinistro angolato di Immobile era Florenzi a non trovare l'impatto decisivo nell'area piccola, ma sarebbe stata troppa grazia. 
NON SI PUO' PIU' FALLIRE - La sostanza è che l'Azzurra ha perso due punti fondamentali nella corsa verso il torneo iridato. Fermo restando che bisognerà fare risultato al ritorno in Spagna, ora occorre non fallire nemmeno uno degli appuntamenti sulla carta più abbordabili, a cominciare da quello di domenica in Macedonia. Da perfetti italiani, ci siamo dunque messi immediatamente nella situazione psicologica peggiore, pur avendo dalla nostra il fattore campo e il freschissimo precedente dello strameritato trionfo in terra francese. La speranza è che i rari bagliori di gioco visti nel finale, e dovuti unicamente ai cambi operati, rimettano il cittì sulla retta via. Belotti e Immobile, nelle attuali condizioni di forma, devono trovare più spazio, anche se rimane la sensazione, netta, che il problema allo Stadium sia stato ben altro, e che, ad esempio, anche i titolari di partenza Pellè ed Eder avrebbero potuto far meglio se adeguatamente assistiti. 
SENZA VERRATTI NON E' ITALIA - Verratti fuori è inconcepibile, e parlare di alternanza di uomini per i due impegni ravvicinati è giustificazione che non regge, perché contro i migliori devono giocare i migliori; lo stesso Bonaventura ha dato qualcosa in più dello spaesato Montolivo, anche se il suo contributo non è stato eccelso (ma il buon Jack si è trovato catapultato in un reparto di mezzo già raso al suolo dai primi venti minuti di dominio assoluto degli ospiti). E rimane ancora "congelato" o contingentato il ricorso a quella batteria di esterni, trequartisti ed incursori, i vari Berardi, Bernardeschi, Insigne, El Shaarawy e Candreva, che potrebbero fare la fortuna di questa squadra. Oltre ai subentrati, da salvare stasera solo un Barzagli con le stimmate del leader arretrato e un Romagnoli che ha bagnato la prima azzurra con una prestazione senza fronzoli, tutta sicurezza e tempismo. Troppo poco per poter ambire alla qualificazione diretta.