martedì 15 agosto 2017

SANREMO 2018: VERSO UN FESTIVAL DI TRANSIZIONE? BUIO ASSOLUTO SU CONDUZIONE E DIREZIONE ARTISTICA



Sanremo 2018 si farà in ogni caso, ma la sensazione, al momento, è che si tratterà di un Festival di passaggio, di transizione. Riflessione inevitabile, una volta constatato che, doppiata la boa di Ferragosto, ancora nessuna notizia utile è giunta da Mamma Rai sull'edizione 68 della kermesse. Si brancola nel buio quasi assoluto, e anche l'unico barlume di luce giunto in queste settimane, ossia la pubblicazione del regolamento della categoria Giovani, ha destato più sconcerto che sollievo: stupisce infatti che sia stato compiuto un passo così importante in assenza di un direttore artistico designato. A meno che un direttore artistico "ombra" già non ci sia... 
Il fatto è che tale regolamento ricalca, a grandi linee, quello dell'anno passato, tanto da aver fatto sospettare una riconferma, nel ruolo di deus ex machina dietro le quinte, del mattatore degli ultimi tre Festival, Carlo Conti. Difficile pensarlo, dopo aver letto una sua recente intervista rilasciata a Sorrisi & Canzoni, nella quale ha parlato in lungo e in largo degli impegni che lo attendono nella stagione tv 2017/18 (da Tale e Quale allo Zecchino d'oro passando per uno special su Pavarotti, fino al sogno di riportare la Corrida sul piccolo schermo) senza fare riferimento al Festivalone, se non dicendo, appunto, che sta passando un'estate più rilassata rispetto alle ultime tre, in cui pesava su di lui la responsabilità di Sanremo. E poi, che senso avrebbe l'aver già scelto un direttore artistico, anzi averlo confermato, senza annunciarlo? 
GIOVANI: COME L'ANNO SCORSO - La stranezza però rimane, perché con questo primo passo si è in pratica già fissata una continuità regolamentare col passato recente di Sanremo Giovani: e se la nuova "guida tecnica" della manifestazione avesse invece voluto cambiarne il meccanismo? Una modifica della gara delle Nuove proposte sarebbe stata auspicabile, oltretutto, visto che negli ultimi anni la categoria si è appiattita sul modello talent (giuria vip con promozioni e bocciature decretate in diretta) e ha faticato a lanciare e consacrare con continuità verdi talenti (lodevole ma isolata l'eccezione del 2016 con Gabbani e Meta, mentre Lele, vincitore pochi mesi fa, finora non ha lasciato grosse tracce). In sintesi: la questione "Nuove proposte" porta nella direzione di un Conti quarto, le dichiarazioni ufficiali e il silenzio della Rai indirizzano su strade radicalmente diverse. 
RITARDO - E' un Festival misterioso, dunque, dai contorni ancora molto, troppo vaghi. Per quanto mi riguarda, siamo davanti a un ritardo grave e incomprensibile. I cari vecchi patron del tempo che fu, dico gente come Vittorio Salvetti (che a Techetechetè chiamano Enzo, ma vabbè...), Gianni Ravera e Adriano Aragozzini, dicevano spesso che per fare un bel Sanremo occorrerebbe cominciare a lavorarci dal giorno dopo la fine dell'edizione precedente. Forse esageravano (ma anche no: chi meglio di loro conosceva le difficoltà di allestimento dell'evento?), e tuttavia non si può nemmeno esagerare nel senso opposto. Negli ultimi anni, in piena estate, le linee guida del Sanremo successivo erano già definite: si conosceva il nome del direttore artistico-padrone di casa, si conoscevano perlomeno i tratti salienti del meccanismo di gara. Bisogna risalire alla doppia gestione Gianmarco Mazzi - Gianni Morandi (2011-2012) per trovare una designazione effettuata dopo l'estate: in entrambi in casi l'ufficializzazione arrivò nel mese di ottobre. 
Questo per dire che siamo ancora in tempo ad evitare un'organizzazione trafelata, ma occhio, perché le settimane volano e sfogliare la margherita troppo a lungo potrebbe essere dannoso; non sta certo a me ricordare quanto complessa sia la macchina Festival: non si tratta solo di scegliere canzoni, ma occorre scrivere una "sceneggiatura" per chi sarà chiamato a condurlo, invitare ospiti di prestigio che siano in qualche modo emblematici della "linea editoriale" stabilita per l'evento, e vedettes internazionali che vanno prenotate per tempo. 
I GROSSI CALIBRI - Eccoci dunque al tema dei temi: chi avrà in mano le redini del Sanremone, nel febbraio prossimo? Febbraio oppure marzo, beninteso, perché se i tempi organizzativi si allungano uno slittamento dell'evento sarebbe eventualità da non scartare. Al di là delle dichiarazioni di facciata, teniamoci come parzialmente plausibile l'ipotesi di Conti gran manovratore lontano dalle luci di scena, forte di un triennio sanremese di altissimo profilo. Riguardo al nodo - presentatori, l'idea del duo Mika - Virginia Raffaele rimane al momento la più affascinante, in quanto foriera di un Festival diverso, originale, controcorrente, di impronta marcatamente giovanile. Lo showman libanese ha dichiarato che non ci sarà, ma anche in questo caso è opportuno aspettare: si fa presto a cambiare idea. Fra i due grossi calibri tv ancora proponibili per la kermesse ligure ci sono ovviamente Paolo Bonolis e Fabio Fazio. Più probabile il secondo (fresco di contestato passaggio a Rai 1) del primo, che è legato a filo doppio alla concorrenza e ha comunque detto che gli piacerebbe guidare un Festival più innovativo e spiazzante, magari lontano dall'Ariston, in un'arena più ampia e con maggiori potenzialità spettacolari. 
NO A GILETTI - Il passaggio di Massimo Giletti a La7 ha evitato il rischio di una sua conduzione con Piero Chiambretti, "rumor" rivelato da Alessandra Comazzi della Stampa: deo gratias. Trovo che le caratteristiche del Giletti anchorman siano del tutto incompatibili con il Dna dell'evento Sanremo, mentre Chiambretti di Festival ne ha fatti fin troppi (contando anche i Dopofestival) senza mai innalzare il livello qualitativo di quegli show. Sempre da tenere d'occhio l'opzione Maria De Filippi: già "in prestito" da Canale 5 l'anno scorso, potrebbe ripetersi stavolta come "primadonna", chissà... Vanno tenuti in debita considerazione i giovani rampanti: pochi, purtroppo. Il vivaio italiano dei presentatori sembra essersi inaridito. In Rai l'unico nome spendibile è quello di Federico Russo, dall'esterno potrebbe arrivare Alessandro Cattelan: si tratterebbe di scommesse come quella che fece Ravera a suo tempo su Claudio Cecchetto. Al momento, peraltro, paiono candidature meno forti di altre. 
I "NON PRESENTATORI" - Dopodiché, rimangono due bacini in cui pescare: quello dei presentatori estemporanei e non convenzionali e quello degli "aziendalisti" Rai, per usare due definizioni di grana grossa. Nel primo gruppo figurano quelle candidature di nomi d'eccezione che ogni tanto fanno capolino ma raramente si concretizzano: dai fratelli Fiorello a Laura Pausini, fino a Massimo Ranieri, proposto nei giorni scorsi da Marino Bartoletti, uno che di canzoni e di Sanremo se ne intende. Personaggi che non nascono  o che non sono solo presentatori, ma che in tali vesti si sono più volte messi alla prova con successo notevole quando non travolgente (ricordiamo in particolare il sabato sera di Rosario Fiorello,"Stasera pago io", a inizio secolo). 
GLI "AZIENDALISTI" - Il secondo gruppo è formato dai grandi professionisti targati Rai, quelli a cui non è mai stata data una chance all'Ariston e che forse la meriterebbero: Facciamo tre nomi e non ci sbagliamo: Milly Carlucci, che ha in curriculum la lunghissima esperienza alla guida di "Ballando con le stelle"; Fabrizio Frizzi, umile, mai troppo appariscente, mai invadente, ma sempre impeccabile in tutte le sue conduzioni, e negli ultimi tempi anche più sciolto davanti alle telecamere rispetto alla prima fase della carriera; dulcis in fundo, Amadeus, di questo trio il più papabile: nel 2017 iper-utilizzato dalla rete, vanta anche una notevole competenza in ambito discografico, e poi di rassegne canore se ne intende (chi ha la mia età lo ricorda sul palco del Festivalbar). 
Quest'ultimo potrebbe dire la sua anche in tema di direzione artistica, mentre per altri, fra quelli qui citati, si porrebbe il problema della nomina di un esperto che sovrintenda in primis alla selezione dei Big (il Mauro Pagani della situazione, già al fianco di Fazio) e poi all'allestimento dello spettacolo televisivo nel suo complesso (come quel Gianmarco Mazzi che dal 2004 al 2012 ha firmato a vario titolo diverse edizioni di Sanremo, il più delle volte con pieno successo). Non mi pronuncio su Pippo Baudo, nome che periodicamente ritorna, soprattutto in queste fasi di "trono vacante": ribadisco di non ritenerlo più in grado di guidare il Sanremone, sia per impegno organizzativo (troppo oneroso per un ultraottantenne) sia per comprensibili difficoltà nel restare in linea con un gusto musicale che è profondamente cambiato dalle sue ultime apparizioni all'Ariston. 
TRANSIZIONE FISIOLOGICA? - Insomma, come si vede la confusione è grande sotto il cielo, ed è  inquietante che ancora a fine giugno, in sede di presentazione dei palinsesti autunnali, il direttore generale Rai Mario Orfeo abbia dichiarato: "Su Sanremo stiamo cominciando a lavorare adesso". Capisco benissimo che la successione di una grande figura come Conti sia problematica, ma proprio per questo la faccenda andava affrontata da subito con piglio deciso, per pervenire a una soluzione entro l'inizio dell'estate.
Ecco perché allo stato attuale (poi può sempre comparire il "big name" che mette tutti d'accordo) penso a un probabile Festival di passaggio; ogni tanto succede, la storia della kermesse dimostra che è fisiologico, soprattutto dopo periodi contrassegnati da conduzioni e direzioni artistiche in qualche modo epocali. Ricordate le due edizioni seguite al primo triennio targato Baudo (1994 - 1996), quelle con Mike Bongiorno e Vianello? Due edizioni rassicuranti, da navigazione a vista, senza fremiti di novità (a meno di non voler considerare tale il Chiambretti vestito da angelo). Ecco, nessuna sorpresa se dovesse accadere qualcosa del genere nel 2018. Fa parte del gioco. E poi vuol dire poco: bastano una manciata di buone canzoni, una rivelazione di prospettiva, una conduzione comunque brillante, qualche ospite che lascia il segno, e Sanremo porta comunque la pagnotta a casa... 

giovedì 27 luglio 2017

BILANCIO DEL WIND SUMMER FESTIVAL 2017: FORMULA SEMPRE PIU' DISCUTIBILE PER UNA RASSEGNA IN CERCA DI IDENTITA'



Ormai il Summer Festival (quest'anno targato Wind e Radio 105) ci ha abituati ai verdetti più o meno spiazzanti. Alvaro Soler a parte, nell'albo d'oro figurano due medaglie d'oro come "Liar liar" di Cris Cab (trionfatore nel 2014) e "This girl" di Kungs (premiato l'anno passato), non propriamente due stratosferici successi estivi passati alla storia. Sorprende relativamente, dunque, la fresca affermazione di Fabri Fibra in collaborazione con TheGiornalisti (feat., come si dice oggi...), che anzi è più comprensibile rispetto a quelle citate. "Pamplona" è un brano che sta avendo buonissimi riscontri commerciali, e comunque la classifica dell'evento romano è stata stilata tramite le rilevazioni EarOne, ossia l'ente che, fra le altre cose, certifica quali sono i brani più trasmessi dalle radio. Ma è proprio questo il punto: c'era bisogno di una rassegna canora televisiva per attribuire un premio che riguarda l'heavy rotation radiofonica dei pezzi in concorso? 
GARA ANNACQUATA - Visto da questa angolazione, il Summer Festival sta facendo lo stesso, non entusiasmante percorso all'indietro del Festivalbar targato Fininvest - Mediaset, e lo sta facendo in tempi drasticamente più brevi rispetto all'illustre predecessore. Come la kermesse creata da Vittorio Salvetti negli ultimi anni di vita aveva lasciato da parte gettonature nei juke box (per ovvi motivi di... obsolescenza dell'attrezzo) e cartoline voto, affidando alle valutazioni dell'organizzazione la designazione dei vincitori nelle varie categorie, così il Summer ha visto in questo 2017 una gara assai annacquata, priva di pathos, di votazioni in diretta e di classifiche provvisorie (si parla della categoria "Big"), coi vincitori assoluti, oltretutto, non presenti all'atto della premiazione. In parole povere, zero suspense e zero sacralità nel momento della proclamazione dei campioni, che doveva essere il fatto clou di tutte le quattro serate.  
Peccato. Peccato davvero, perché l'estate della musica in tv ha comunque bisogno di eventi come questo. Ed è francamente assurdo che questo "passo del gambero" sia stato compiuto proprio nell'anno in cui, dando uno sguardo a certe tendenze dei social network, è emersa più nettamente la nostalgia del Festivalbar che fu. 
FESTIVAL SHOW, TEMIBILE CONCORRENTE - Insomma, tutte le negatività già sottolineate sul blog negli anni scorsi (aggiungiamoci anche la drammatica assenza della diretta, visto che l'evento è stato registrato a fine giugno: cosa difficile da accettare nel 2017) sono rimaste, e in più se ne sono aggiunte di nuove. Giova qui ricordare che il Summer Festival ha un competitor di tutto rispetto, il Festival Show, che oltretutto proprio al Festivalbar somiglia spiccatamente nella struttura, snodandosi in tour per tutta l'estate (otto tappe previste quest'anno) e concludendosi all'Arena di Verona. Sul piano... catodico, quest'ultima manifestazione è seguita da Real Time del gruppo Discovery, ed anch'essa viene purtroppo trasmessa in differita. Ne riparleremo, se ci sarà tempo. 
CHI E' EMERSO AL SUMMER - In un quadro del genere, discutere della legittimità del successo di Fabri Fibra con Thegiornalisti non ha molto senso, ma proviamo a farlo. Nulla da dire, lo ripetiamo, sull'aspetto "tecnico" del verdetto, sancito da EarOne che è società serissima. Ma va ribadito che da una rassegna come il Summer Festival, che ha ormai acquisito una propria credibilità e solidità, mi aspetterei una gara più "indipendente", che sondasse i gusti del pubblico in tema di hit estive svincolandosi da classifiche esterne, come quelle di vendita o degli airplay. Un po' di coraggio in più, insomma. Perché ad esempio, assistendo alle quattro serate su Canale 5, più dei vincitori si sono messi in evidenza altri artisti e altre canzoni. 
Nella mia personalissima playlist dell'estate 2017, un posto di primo piano avranno sicuramente "Partiti adesso" di Giusy Ferreri, la martellante "Caduto dalle stelle" del redivivo Mario Venuti, che ha ritrovato l'ispirazione di una quindicina di anni fa, "Mi hai fatto fare tardi" di una Nina Zilli nuovamente convincente, l'allegrotta "L'esercito del selfie" di Takagi e Ketra con Arisa e Lorenzo Fragola, cadenzato pezzo dalle atmosfere vintage, "Riccione" dei Thegiornalisti, in un mix fra sonorità eighties e nineties, l'immancabile coppia J-Ax e Fedez con "Senza pagare" (pur meno efficace di "Vorrei ma non posto"), "Tutto per una ragione", pop contemporaneo  a cura dell'eccellente abbinata Benji & Fede - Annalisa, e ovviamente "Tra le granite e le granate" di Gabbani, che ha il dono di non fallire mai l'obiettivo dell'orecchiabilità senza mai scadere nel banale. 
MENZIONI SPECIALI - Tutti pezzi coi crismi del tormentone, come, fra gli stranieri, Jax Jones e la sua "You don't know me". Certo meno estive, ma assolutamente meritevoli di menzione, l'intensa "La vita che ho deciso" di Paola Turci, "Ragazza paradiso" di Ermal Meta, "Mind if I stay" dei Kadebostany, il morbido pop rock "Be mine" degli Ofenbach,"La statua della mia libertà" di Samuel, "Dove tutto è a metà" dei Tiromancino, sempre fedelissimi al loro stile,  Arisa questa volta in versione romantica con "Ho perso il mio amore", "Io, te, Francesca e Davide" di Syria e Ambra, curioso repechage di un singolo anni Novanta dell'ex ragazza di "Non è la Rai", il brillante ritorno di Alexia che in "Beata gioventù" mostra di non aver perso la sua freschezza.  
IL RITORNO DI MAIELLO - Sul piano quantitativo, di presenza nel cast, si è un po' attenuata l'ondata rap, anche se alla fine in entrambe le categorie han trionfato proprio due brani ascrivibili a questo genere: detto di "Pamplona", nella gara dei giovani, svoltasi invece con le medesime modalità del passato, hanno avuto la meglio I Desideri con "Uagliò", prevalendo fra l'altro sulla più efficace e ironica "Bene ma non benissimo" di Shade. Da registrare, in questa sezione, l'ennesima prova sfortunata di Amara e la clamorosa presenza di Tony Maiello, tornato ad affrontare una competizione fra volti poco noti ben sette anni dopo essersi imposto fra le Nuove proposte di Sanremo 2010. Quasi un declassamento, e sinceramente fatico a comprendere certe scelte, sia da parte dell'artista (e di chi lo gestisce) sia da parte dell'organizzazione: non era proprio possibile schierarlo fra gli ospiti della manifestazione, invece di intrupparlo, visto il suo curriculum e vista l'età, in un'altra sfida fra emergenti? Misteri dei festival italiani. 

sabato 1 luglio 2017

EURO UNDER 21, BILANCIO AZZURRO: E' STATO DAVVERO RILANCIATO IL CALCIO ITALIANO?


Germania campione continentale Under 21. L'Europeo più cervellotico di sempre, che nell'ultima giornata del primo turno ha richiesto calcoli da... emicrania per stabilire la miglior seconda classificata da ammettere alle semifinali, non poteva che emettere il verdetto matematicamente più bizzarro: ha trionfato l'unica squadra a non aver vinto il proprio girone eliminatorio, essendo finita dietro l'Italia. E' una pura curiosità statistica, intendiamoci, perché sul campo, nelle ultime due gare, la Mannschaft ha ampiamente legittimato il proprio successo. La finale contro la favoritissima Spagna ha visto i ragazzini di Kuntz disputare un gran primo tempo e un inizio di ripresa sulla stessa linea; avendo concretizzato una sola delle tante palle gol create, i teutonici si sono poi trovati esposti alla reazione iberica, che in venti minuti di fuoco avrebbero potuto centrare legittimamente il pareggio; ma i bianchi hanno superato indenni la breve tempesta, e pur chiudendo all'insegna della prudenza sono andati in porto senza più correre grossi rischi. Giusto così, dunque, e del resto anche nella semifinale contro i tradizionali rivali inglesi Arnold e compagni erano parsi complessivamente più in palla, soprattutto in un secondo tempo di grana finissima e giocato a tratti all'arrembaggio. 
TROPPE ASPETTATIVE ATTORNO AI NOSTRI - Ma ciò che più mi preme, in questa sede, è tracciare un sintetico bilancio dell'esperienza azzurra. Attorno alla spedizione italiana in Polonia si era creata un'aspettativa esagerata, e la colpa, va detto senza mezzi termini, è stata di mass media sempre meno inclini all'analisi pacata e all'approfondimento, con la pessima abitudine di puntare tutto o quasi su notizie urlate ed amplificate. Così qualcuno ha straparlato, inserendo questa Under fra le più forti mai espresse dal nostro calcio. A troppi addetti ai lavori fanno difetto memoria e cultura specifica: non basta citare le cinque vincenti in passato (1992, '94, '96, 2000, 2004), ma anche splendide "piazzate" come le due di Vicini '84 (semifinalista) e '86 (finalista sconfitta ai rigori), o quella di Mangia che nel 2013 si arrese nell'atto conclusivo a una Spagna veramente imbattibile, al contrario di quella attuale. 
La giovane Italia versione 2017 era sicuramente una squadra di buonissimo livello, ma non siderale. Il fatto è che tutti si sono lasciati un po' abbagliare da questo pallido ritorno di fiamma del vivaio azzurro: è bastata una stagione in cui una manciata di nostri virgulti sono tornati ad essere titolari con continuità in alcuni club di Serie A, per far gridare a una rinnovata grandeur. Beh, ragazzi, calma e gesso: e l'invito è rivolto anche al buon Di Biagio, cittì non irreprensibile di questa armata sbarazzina, il quale ha concluso la trasferta polacca dicendo che "l'obiettivo era rilanciare il calcio italiano, ed è stato centrato". 
IL VIVAIO ERA GIA' RINATO...  - In realtà, il rilancio del football made in Italy è ancora tutto da dimostrare. E poi sono passati appena quattro anni da quando, in Israele, mandammo un'Under vincente, spettacolare, votata all'offensiva. Ricordate? Era l'Italia dell'ex trio pescarese delle meraviglie Verratti - Insigne - Immobile, di Florenzi, Borini, Gabbiadini, Bertolacci... Non male, a rileggerne l'organico a distanza di tempo. Quella squadra si spinse, lo si è detto, fino alla finale del torneo israeliano. Due anni dopo le cose andarono peggio, ma la selezione estromessa al primo turno in Repubblica Ceca fu vittima più che altro di una sola partita sbagliata (la prima, con la Svezia) e delle reciproche convenienze di Portoghesi e svedesi nell'ultima gara del girone; e quella compagine espresse comunque gente come Zappacosta, Romagnoli e soprattutto Belotti, che da tempo vestono ormai l'azzurro della Maggiore, oltre a elementi rivisti nel torneo appena finito come Benassi, Rugani, Berardi e Bernardeschi.  Tutto questo per dire che i nostri settori giovanili e la vetrina dell'Under hanno lavorato piuttosto bene anche nei bienni precedenti a questo, nonostante le difficoltà, e quindi fare di quest'ultima Italia il simbolo di chissà quale rinascimento è una forzatura, tout court. 
RINASCITA A META' - Che poi, quale rinascimento? Come ho scritto fino alla nausea su questo blog, al rinnovamento dei ranghi, all'entrata in circolo di freschi prodotti del vivaio locale, saremmo arrivati per sfinimento, per inevitabile necessità, una volta usciti di scena i longevi vecchi draghi degli anni zero e una volta constatata l'inarrivabile mediocrità di tanti stranieri, fatti giungere nella Penisola solo perché acquistabili a prezzo ridotto. E' successo, alla fine, e tuttavia il rilancio del "prodotto interno lordo" è passato, nella stagione 2016/17, attraverso un ridotto gruppuscolo di club: diciamo Sassuolo, Milan, Torino e soprattutto Atalanta, e non ci sbagliamo. Riguardo agli orobici, ringraziamo mago Gasperini, ma se fosse arrivato il prevedibile esonero dopo quel terribile inizio di torneo, che ne sarebbe stato dei vari Conti, Caldara, Gagliardini e Petagna? Insomma, non mi pare di notare un'inversione di tendenza dovuta a un cambio di politica, a una progettualità sul lungo termine, come avviene in Germania (dove sui giovani si è cominciato a lavorare seriamente dopo la disfatta ad Euro 2000) e in Spagna. Si tratta di un fenomeno che ha tratti di estemporaneità ed è a macchia d'olio, non generalizzato: alcune fra le principali realtà del nostro calcio di club, penso a Roma, Napoli e Fiorentina, continuano a puntare con decisione sul mercato estero, mentre è già cara grazia che l'Inter abbia dato spazio al citato Gagliardini....
IL LAVORO DI VENTURA - Il parziale rilancio del calcio di casa nostra, sul piano della valorizzazione delle nuove leve, sta passando invece soprattutto dalle mani di Giampiero Ventura, che al contrario di alcuni suoi predecessori non solo recepisce in pieno le indicazioni dell'Under e del campionato in tema di giovani, ma è riuscito a dare un senso ai mal tollerati stages, facendone palestra per gli emergenti, una palestra talmente funzionale da avergli consentito di ripristinare la Nazionale sperimentale, retaggio del tempo che fu (per la quale, peraltro, si poteva trovare un test più probante del San Marino asfaltato poche settimane fa). Ecco, sul piano della rappresentativa maggiore sì che si può parlare di inversione di rotta decisa e convinta: ma se non ci sarà la collaborazione continuativa dei club, questa nuova tendenza rischia di afflosciarsi nel giro di pochi anni. 
IL BUONO DELL'UNDER - Torniamo all'ultima Under. Sono quasi tutti ragazzi che valgono, quelli messi insieme da Di Biagio: non c'è il fuoriclasse in grado di trascinare le folle (potrebbe diventarlo forse Bernardeschi, ma dovrà eliminare gli sbalzi di rendimento anche nell'ambito dello stesso match), ma un drappello di buonissimi giocatori che, se lasciati crescere con calma, potranno dare tanto al campionato e alla Selezione dei grandi. Penso ai centrali difensivi Caldara e Rugani (la futura terza linea juventina, e a Torino non avranno di che pentirsene, soprattutto il secondo ha classe da vendere), ai laterali Conti e Barreca, che sono stati spesso la marcia in più della squadra (e l'assenza del primo ha pesato tantissimo in semifinale), ai centrocampisti Benassi e Pellegrini (ma anche Gagliardini, se ritroverà le misure atalantine), al guizzante figlio d'arte Chiesa, peraltro in Polonia spentosi dopo un avvio promettente. Berardi lo attendiamo da anni e deve decidersi a uscire dal bozzolo, perché le qualità le ha ma finora sono andate troppo spesso "in sonno", mentre Petagna è al momento indecifrabile: ha delle giocate da campione vero, ma sbaglia troppo davanti alla porta e a volte si estranea dal gioco, come accaduto con la Spagna. In ogni caso, a tutti manca un cospicuo minutaggio internazionale, e non è poco, in rapporto alle esperienze già maturate da pari età di altre nazioni. 
SQUADRA NON AL MASSIMO - L'Italia non è mai stata al meglio fisicamente, e nella seconda gara con la Repubblica Ceca ha pagato certe scelte incomprensibili del cittì Di Biagio, che ha dato la stura a un massiccio turnover senza che ve ne fosse reale necessità, problemi di Caldara a parte. E, spiace dirlo, non è la prima volta che il nostro trainer accusa simili défaillance nella fase finale. Rimane però il fatto che i nostri hanno giocato una gara volitiva e brillante per un'ora contro la Germania poi campione, e un ottimo primo tempo contro una Spagna fortissima ma non inarrivabile. Solida, compatta, abile a chiudere i varchi e a riproporsi secondo la miglior tradizione nostrana, l'armata azzurra ha pagato, al cospetto degli iberici, una scarsa consistenza offensiva (mancava Berardi e Petagna era un pesce fuor d'acqua); nella ripresa, dopo aver subito lo 0-1 e l'espulsione di Gagliardini, aveva anche rimesso in carreggiata la gara con Bernardeschi, poi il fiato, l'inferiorità numerica e il superiore palleggio dei rossi hanno avuto la meglio. La squadra si è espressa complessivamente al 70 - 80 per cento del proprio effettivo valore: avesse dispiegato al massimo le proprie potenzialità, non avrebbe "ciccato" il secondo match, sarebbe magari arrivata in finale e poi chissà... Non ce n'erano di imbattibili, in questo torneo, e la Spagna, da qualche anno a questa parte, lo è solo a parole. 

domenica 4 giugno 2017

CHAMPIONS LEAGUE: JUVE TRAVOLTA DA UN REAL QUASI PERFETTO. GENERAZIONE BIANCONERA DI "INCOMPIUTI DI SUCCESSO"


La speranza, adesso, è che nessuno tiri fuori la tiritera dei "Galacticos" e dello "squadrone invincibile". In una finale di Champions League (torneo che nelle battute conclusive è da tempo terreno di caccia esclusivo dell'élite del continente) nessun gap tecnico potrà mai giustificare uno scarto di tre reti nel punteggio e, soprattutto, un abisso nelle espressioni di gioco come quello visto ieri sera a Cardiff. Ergo, quando si perde come ha perso la Juventus col Real Madrid, ossia nettamente sotto tutti i punti di vista, i demeriti degli sconfitti sono almeno sullo stesso livello dei meriti di chi si (ri)porta a casa la Coppa.
E' un ko pesante, che origina in primis dallo spogliatoio della Juve, da come è stata preparata e affrontata la sfida dell'anno, e forse affonda le radici ancor più in profondità, nel DNA di una generazione bianconera che si avvicina al tramonto agonistico senza aver saputo acquisire il quid per accostarsi ai colossi europei più vincenti. Ma la débacle coinvolge anche tutto l'ambiente-calcio italiano in molte sue componenti, soprattutto quella mediatica. L'esperienza mi dice: diffidare sempre delle vigilie un po' troppo inebrianti e ottimistiche, perché sono quasi costantemente foriere di cocenti delusioni. Non è una questione di scaramanzia, argomento che nemmeno mi sfiora: è semplicemente il rischio di avvicinarsi all'appuntamento con convinzione e carica eccessiva, finendo per sgonfiarsi come un palloncino al primo stormir di vento contrario. 
ERA UN SUPER REAL, MA NON TUTTI L'AVEVANO CAPITO - Non dico vi fosse aria di predestinazione, ma insomma... Il motto della settimana pareva essere: "Ci siamo, dai che è la volta buona". Il confine fra ottimismo e spavalderia è quasi sempre sottile, ci vuole un attimo a superarlo, con tutte le controindicazioni del caso. Certo è che la latente sottovalutazione del Real Madrid targato Zidane è stata palese. Eppure mai come in questa stagione europea le Merengues mi sono parse aver raggiunto la quadratura del cerchio, la fase di quasi assoluta perfezione di questa loro ennesima età dell'oro. Il doppio confronto col bel Napoli di Sarri è stato illuminante, in tal senso: poteva anche subire per un tempo intero, la "Casa blanca", ma limitava i danni  per poi uscire alla distanza e affondare l'avversario con colpi ripetuti e implacabili. Scena poi rivista anche nel turno successivo col Bayern Monaco. Insomma, un "equipo" che al pieno di classe aggiungeva una solidità tattica, fisica e psicologica tale da fargli superare tempeste autenticamente terribili. 
JUVE SUBITO DISINNESCATA - E' un copione che, tutto sommato e pur con qualche variazione, si è ripetuto pure al Millennium Stadium. Come tutte le compagini consapevoli di una certa inferiorità sul piano del talento complessivo, dell'esperienza e dell'abitudine alla vittoria, la Juventus è partita forte, cercando, se non di colpire a freddo, quantomeno di indurre i rivali a più miti consigli. Non c'è riuscita (grazie anche a una bella deviazione di Navas su staffilata di Pjianic), ha anzi preso gol sul primo affondo subìto, e già lì si è capito che i piani iniziali erano saltati. C'è stata una reazione puramente nervosa, che ha portato a un pareggio tutto sommato meritato, frutto peraltro di una estemporanea prodezza di Mandzukic. Ma già da qualche minuto molti ingranaggi torinesi parevano fuori fase: Higuain e Dybala davanti non avevano un briciolo dell'ispirazione dei giorni migliori, la difesa faticava a contenere certe incursioni in velocità dei detentori del trofeo. Prima dell'intervallo ha ceduto di schianto la cerniera di centrocampo Khedira - Pjianic, col tedesco che, semplicemente, non era in condizione di giocare una gara così importante e complessa, e il bosniaco che è scivolato fuori dal match quando avrebbe far dovuto sentire il peso dei suoi piedi buoni e del suo fosforo; sulle fasce, Alex Sandro si dannava, mentre Dani Alves, l'uomo chiave degli ultimi due mesi, palesava timidezze inusitate: un cross trasformato in un debole appoggio per la difesa avversaria, episodio in apparenza di scarso rilievo, era in realtà l'ultimo campanello d'allarme. 
CROLLO FISICO E MENTALE - Nella ripresa il crollo è stato completo: è parso prima di tutto un crollo fisico, l'handicap che troppe volte, in questi ultimi anni, ha frenato club italiani anche validi nelle loro campagne europee, cioè un palese deficit di condizione atletica rispetto ai competitors più quotati, una scarsa capacità di tenuta alla distanza. I ragazzi di Allegri nel secondo tempo non sono in pratica scesi in campo, l'acuto dell'1-1 li ha prosciugati. L'1-4 di chiusura è una fotografia crudele ma onesta della loro serata da incubo sportivo. E se le gambe non rispondevano più, anche il cervello è andato in black out, cosa ancor più clamorosa perché, se può non sorprendere un giovane Dybala schiacciato dal peso mentale della prima finale Champions in carriera, gli imbarazzi da debuttanti dei vari Barzagli, Bonucci e Chiellini paiono senza una spiegazione logica. Proprio loro, che desideravano quella Coppa più di ogni altra cosa. 
OSSESSIONE FATALE - Era diventata un'ossessione, un eccesso, ci si è pensato forse troppo, ma le ossessioni possono anche essere gestite in maniera positiva e dare i frutti sperati. In casa Juve non ci sono riusciti, perciò, spiace dirlo, occorre parlare di mezzo fallimento: perché la campagna acquisti estiva, per come si era sviluppata, aveva proprio la massima competizione europea come obiettivo. Poi certo, in finale bisogna arrivarci e dopo diventa un terno al lotto, perché in partita secca tutto può accadere, ma c'è modo e modo di perdere, e Buffon e compagni hanno scelto quello peggiore. 
ULTIMA OCCASIONE? - Già, Buffon:  ha visto sfumare una delle ultimissime occasioni per coronare il sogno di una vita in bianconero. E' questo un altro degli aspetti che portano  il bilancio ad assumere una tonalità rossa: il portierone, la B-B-C prima citata, ma anche Alves, Khedira, Higuain e Mandzukic non sono più di primo pelo, per loro ogni stagione diventa una scommessa: saranno ancora quelli dell'anno prima? Ecco perché, per "questa" Juventus, la Juventus dei sei scudetti consecutivi, la Coppacampioni 2016/17 doveva essere quella buona; non nel senso di una predestinazione, come detto prima: certe cose non esistono, nel football. Nel senso, invece, che il match doveva essere preparato meglio, con convinzione ma anche con la serenità di chi sa di poter gettare sul tavolo carte comunque importanti. Come due anni fa all'Olympiastadion, e anche peggio, rimane il dubbio che non si sia fatto di tutto per opporsi a rivali forti ma non inavvicinabili: gli imbattibili raramente esistono, nel calcio.
Che si potesse far di più lo dimostra la troppo stridente differenza fra Cardiff e le prestazioni fornite nei precedenti quattro match con Barcellona e Monaco, quando, in alcuni momenti, il team bianconero ha mostrato le stimmate del meccanismo perfetto, per organizzazione in campo, intelligenza e soprattutto approccio alle gare; c'erano queste cose, e c'erano anche i top player, il Dybala pulcino bagnato di ieri era lo stesso che qualche settimana fa aveva asfaltato il grande Barça... Nulla di tutto ciò è bastato, e la Signora, nella versione attuale, non ha saputo saltare il fosso, rimanendo una splendida piazzata, una "incompiuta di successo" (in campo internazionale). 
MARCELO, ISCO E UN SUPER CR7 - Tutto è sfumato a un passo dal traguardo, quando invece le armi in precedenza sfoderate dovevano risultare ancor più affilate. Poi, ripeto, il Real ci ha messo del suo per disinnescare una Juve che però, a parte due fiammate (l'avvio e la reazione al primo svantaggio) era caricata a salve. I picchi spagnoli? Un Marcelo indemoniato  e sgusciante come ai bei tempi, là sulla sinistra; un Modric che, oltre a confezionare l'assist dell'1 a 3, ha retto con ordine le fila della manovra ben coadiuvato da un Casemiro che ha sommato quantità, qualità e intraprendenza nelle due fasi; un Isco che ha più volte mandato a carte quarantotto le linee difensive italiane con micidiali incursioni e accelerazioni palla al piede, con quella proprietà di palleggio che rimane marchio di fabbrica della splendida scuola iberica anni Duemila.
Dulcis in fundo, beh, Cristiano Ronaldo. Fino a qualche tempo fa c'era ancora qualcuno talmente ardimentoso da sostenere che non segnasse mai gol importanti. Affermazione così surreale da non aver bisogno di smentite, tuttavia i due gol nei momenti topici del match (il primo a freddare i prematuri entusiasmi torinesi, il terzo a piazzare il ko), il peso offensivo, la concretezza, il piglio da conquistatore con cui il superbomber portoghese ha affrontato questo ennesimo, personale appuntamento con la storia, marcano la differenza fra i fuoriclasse assoluti come lui e i grandi campioni incompleti come Higuain. La stessa differenza fra il Real e la Juve dei sei anni, che da Berlino a Cardiff è cresciuta in talento ma non ha saputo acquisire la completezza e la maturità delle grandi europee. E ora tutto diventa difficile, perché si deve ripartire con gente fresca e uomini nuovi, presumibilmente a corto di esperienza internazionale. Auguri.
P.S.: A Torino, in piazza San Carlo, la foto delle scarpe rimaste sul terreno mi ha ricordato alcune drammatiche immagini dell'Heysel, senza mezzi termini. Il panico ha rischiato di creare un altro disastro di proporzioni inimmaginabili, e il numero abnorme di feriti lo dimostra in maniera inequivocabile. 

domenica 21 maggio 2017

CARO GENOA, MAI PIU' UNA STAGIONE COSI'. SALVEZZA RAGGIUNTA, MA IL FUTURO E' GRAVIDO DI INCOGNITE


Crederci era diventato difficilissimo. Troppi segnali negativi disseminati lungo un girone di ritorno terrificante, troppe inquietanti analogie con certe clamorose retrocessioni passate (in primis quella sampdoriana del 2011, che rimane dunque un fatto più unico che raro). Ma al di di questo, al di là dei corsi e ricorsi storici che lasciano un po' il tempo che trovano, a indurre al pessimismo era soprattutto il Genoa attuale, squadra che da mesi trasmetteva una costante sensazione di pochezza tecnica, tattica e soprattutto psicologica. Partite "facili", comunque abbordabili, che diventavano improvvisamente montagne impossibili da scalare, occasioni per fare punti gettate al vento con sistematica pervicacia, quasi un'incomprensibile ostinazione nel correre a perdifiato verso il baratro. 
TORO ONESTO E SENZA ACRIMONIA - Il Vecchio Balordo, bontà sua, ha saputo ribadire la sua unicità e imprevedibilità cambiando pelle nel giro di sette giorni, trovando, non si sa dove, le risorse per invertire la rotta e ribellarsi a un destino che pareva doverlo ghermire senza pietà. Quando tutto sembrava perduto, quando il trend negativo sembrava francamente impossibile da interrompere soprattutto dopo l'incommentabile suicidio di Palermo, l'undici di Juric ha scritto un finale diverso per questa temporada horror, ha ritrovato quantomeno lo spirito pugnace di chi sa battersi con onore nei bassifondi, e ha colto con merito la vittoria-sopravvivenza.
Toro privo di motivazioni, dite? Certo, come il Chievo che ha vinto a Marassi quasi senza forzare, come i rosanero ai quali è bastata la paperissima di Lamanna per fare bottino pieno. Era questo il problema: non c'è calendario favorevole che tenga, quando l'encefalogramma della squadra tende al piatto. I granata hanno fatto la stessa gara dei veronesi e dei siculi: nessuna porta spalancata, nessun "prego, si accomodi", ma un onestissimo impegno, senza acrimonia né bava alla bocca, come è normale aspettarsi da chi non si gioca più alcunché. Siamo in Italia, non in Inghilterra dove tutti combattono alla morte fino alla fine, e a me va benissimo così. 
LA SCONFITTA DEI POLEMISTI DA TASTIERA - Preferisco chi, in questo finale di torneo, si è battuto con generosità pur non avendo più obiettivi, a tutti coloro che hanno caricato il duello del Ferraris straparlando di vendette per torti passati del tutto inesistenti. Alle corte: nel 2009 i rossoblù non condannarono alla B i granata vincendo in Piemonte un match che per loro non aveva più significati di classifica; Milito e compagni si giocavano, pur se con poche speranze, i preliminari Champions, scusate se è poco. Questo vizio di interpretare arbitrariamente fatti acclarati per dare sostanza alle proprie teorie complottistiche sta cominciando a diventare stucchevole, nonché pericoloso per il futuro del giornalismo e del web.
E' BASTATO POCO - Il Vecchio Balordo si è svegliato in tempo, ci ha messo tanto cuore attutendo l'effetto degli errori di tocco e degli insormontabili limiti nella costruzione del gioco, ha azzeccato tatticamente il match, è stato cattivo sotto porta finalizzando due delle poche occasioni create. Tutto ciò è bastato anche perché le inseguitrici hanno dato a lungo il peggio, molto più di Simeone e compagni, prima del risveglio degli ultimi due mesi. Ma, riguardo al Crotone, ritengo più attendibili i 14 punti racimolati nelle prime 29 giornate, ossia nel pieno del torneo, rispetto ai 17 messi in cassaforte nelle successive 8 (prima dell'ovvio crollo allo Stadium) contro avversarie lontane da ogni traguardo.
In breve: se il team di Juric avesse affrontato Chievo e Palermo con lo stesso piglio sciorinato dai calabresi al cospetto delle varie Udinese, Sampdoria, Pescara, ecc., la paura della B sarebbe svanita con un anticipo ben più largo. Di certo c'è che un'annata così verrà a lungo ricordata con imbarazzo, da queste parti. Non per la salvezza affannosa, ci mancherebbe, un evento che in fondo fa parte del DNA del Grifo, e nemmeno per i due derby persi (il Genoa ne aveva vinti due su due nel 2008/09 e nel 2010/11, e addirittura tre di seguito fra il 2008 e il 2009...), quanto per il modo in cui si è spenta la luce, producendo momenti autenticamente mortificanti.
INCOGNITE SOCIETARIE - Mantenere la categoria era fondamentale. Perché una retrocessione non è un dramma, sportivamente parlando, e in tempi recenti ci sono passate quasi tutte le compagini di fascia media (eccezion fatta per i bianconeri friulani); ma poteva diventarlo per il club rossoblù, alle prese con una situazione societaria problematica. In questi lunghi mesi di crisi i vertici dirigenziali sono parsi troppo spesso assenti e distanti, non si è vista una strategia, il progetto tecnico ha perso consistenza; il tempo di Preziosi sotto la Lanterna è probabilmente giunto agli sgoccioli, l'intenzione di passare la mano è ormai stata palesata e la stampa parla di trattative in corso senza tuttavia fornire ulteriori dettagli. Con il Grifo in Serie A, con introiti ben superiori al contentino del famigerato paracadute, in definitiva con maggior appeal, l'arrivo di un nuovo proprietario dovrebbe risultare relativamente più semplice, o un tantino meno complicato... Se poi non si profilasse all'orizzonte nessuna alternativa attendibile, allora lunga vita al re dei giocattoli, che dovrà però cambiare decisamente registro.
GLI ERRORI DELLA STAGIONE HORROR - Questa stagione da incubo, per certi versi la peggiore che io ricordi da quando seguo il calcio e il Genoa (una trentina d'anni), è nata anche da un vistoso sbandamento societario, la sensazione di una struttura quasi in smobilitazione, scollata dalla realtà della piazza e da quella specifica della squadra, un netto calo di tensione che ha causato una sequela impressionante di errori. La gestione del mercato invernale rimane inaccettabile, non tanto per le inevitabili cessioni di Rincon e Pavoletti, quanto per altri due motivi: 1) Non aver trovato sostituti più o meno testuali dei due illustri partenti, lasciando scoperti ruoli esiziali; 2) non aver saputo cogliere le vere debolezze della rosa e agire di conseguenza. Fra dicembre e gennaio, la squadra aveva già perso la sua efficienza difensiva e imbarcava acqua a ogni piè sospinto, precarietà aggravata anche dagli infortuni di Perin (uno che conferiva sicurezza a tutto il reparto, parate miracolose a parte) e di Veloso (poco appariscente, ma fondamentale equilibratore della manovra).
 Ebbene, non si è preso un nuovo portiere titolare, virando su un Rubinho più che arrugginito e caricando tutte le responsabilità sul non eccezionale Lamanna, non si è rimpolpato il roster degli uomini di retroguardia (ricordiamo anche la spada di Damocle che pendeva sulla testa di Izzo, minaccia poi concretizzatasi), non si sono inseriti elementi di tempra e quantità nel mezzo affollando la zona nevralgica di trequartisti, incursori, "ragionatori", fantasisti leggerini e incostanti. Insomma, si è sbagliato tutto ciò che si poteva sbagliare, e anche di più. 
L'uscita di scena di Perin e Veloso, unici elementi autenticamente carismatici dello spogliatoio, ha fatto definitivamente perdere la bussola a un gruppo rivelatosi fragilissimo sul piano mentale. Perché precisiamo che questo Genoa non è tecnicamente scarso: gente come Burdisso, Laxalt, Cataldi, Rigoni, Pandev, Palladino, Simeone sa trattare il pallone, ha classe in discrete doti, sono uomini che avrebbero fatto assai comodo a Empoli e Crotone; ciò che mancava era la solidità "di testa", la "garra", lo spessore agonistico che consentono di venire fuori dai momenti più neri. E' parsa troppo spesso un'armata senza cuore né anima, quella ligure. E ci ha messo del suo anche Juric, che dopo l'avvio promettente ha sbandato mostrando tutti i suoi limiti di trainer all'esordio nel massimo campionato, dalla scarsa elasticità tattica a una gestione spesso discutibile degli uomini a disposizione, con scelte di formazione incomprensibili (il Pinilla del Barbera, i giovani confinati in un cantuccio). 
PIAZZA PULITA O QUASI - Senza lasciarsi prendere dall'entusiasmo per un traguardo minimo che di entusiasmante ha poco e che doveva arrivare assai prima, occorre entrare nell'ordine delle idee che del Genoa 2016/17 non c'è molto da salvare: un team costruito male e che ha reso ancor peggio. Sarà necessario attuare una campagna acquisti-cessioni molto movimentata, proprio come una neopromossa che ha bisogno di pesanti iniezioni di tonificante tecnico e caratteriale per restare a galla. E tutto questo avverrà, ripeto, in un contesto societario oltremodo incerto. Il timore è che senza cambi nella stanza dei bottoni, senza una svolta in senso finanziario, serviranno ancora imponenti sacrifici (leggasi: cessione dei nomi illustri, ridotti peraltro a una sparuta pattuglia dal progressivo depauperamento degli anni recenti) non compensati da rinforzi all'altezza. A meno che il Joker non ritrovi d'incanto lo spirito dei tempi belli e risorse fresche per ricostruire la sua avventura rossoblù su nuove basi, ma allo stato delle cose è ipotesi che non ha molte possibilità di concretizzarsi...
Si dovrebbe ripartire dai "ragazzi italiani" quest'anno un po' trascurati come Biraschi (emerso infine nelle ultime settimane), Beghetto e Morosini, da Izzo con squalifica ridotta, da Veloso se potrà rimanere, da Rigoni, da Ninkovic che tanto bene ha fatto nel girone di andata, e persino da Hiljemark, giusto per garantire un minimo di continuità perché non sarebbe né giusto né saggio buttare tutti a mare; ma poi? E come si potrà riuscire a trattenere Perin, Laxalt e Simeone jr? 
POVERA DS... - Sarà un'estate lunga, molto lunga, con lo sguardo rivolto più a Villa Rostan (sede del sodalizio) che alle trattative del calciomercato. Per il momento, prendiamo atto di questa salvezza senza gloria e dedichiamo un deferente pensiero alla Domenica Sportiva, che giusto una settimana fa ha lanciato dai teleschermi Rai, per bocca di Marco Tardelli, un sentito "Forza Crotone", cancellando definitivamente una storia, quella della trasmissione-mito della tv italiana, fatta di equilibrio e pacatezza. C'è poco da commentare, se non che una risata li seppellirà. Oppure potrei fare come fece Luca Goldoni sul Corriere della Sera del 1974 scrivendo del Festival di Sanremo, chiedendo l'abolizione della DS "d'autorità, senza bisogno di dispendiosi referendum". Un programma ormai fuori dal tempo, ma che per mantenere un minimo di credibilità dovrebbe affidarsi perlomeno a commentatori più equidistanti di quanto si sia dimostrato nella circostanza l'ex Schizzo mundial. Nella DS di Alfredo Pigna, di De Zan padre, di Ciotti e di Tito Stagno, nessuno avrebbe mai osato esporsi così per una squadra, dimenticando il rispetto per le altre. Del resto, opinionisti (curioso mestiere del ventunesimo secolo) non si diventa dall'oggi al domani, mentre nella tv del 2017 in troppi credono di esserlo, e perfino autorevoli. O meglio, sono i responsabili delle televisioni a farglielo credere, ed è ancora più triste. 

venerdì 19 maggio 2017

RECENSIONI TV: IN "FACCIAMO CHE IO ERO" IL TALENTO, LA GRAZIA E LO SPIRITO BAMBINO DI VIRGINIA RAFFAELE


Virginia Raffaele ha la grazia e il tocco leggero della comica di razza. Quella che sa far alternativamente sorridere, ridere, sganasciarsi ma anche riflettere, e che sa dosare accuratamente i vari registri, "shakerandoli" con perizia in cocktail quasi sempre equilibrati e riusciti. Ci ha abituati fin troppo bene, questa ragazzona "bella e brava" (come si diceva una volta), e ora ogni sua nuova esibizione viene attesa coi fucili della critica spianati. In fondo è giusto così, è il destino dei grandi essere sempre sotto esame da parte di penne severissime. "Facciamo che io ero" è il suo primo impegno televisivo autenticamente probante, è il debutto in Champions League: certo, oltre a mille altre cose, a un gavetta vera, a un tour teatrale trionfale (ma il piccolo schermo è una "bestia" completamente diversa), si è sobbarcata una settimana sanremese  poco più di un anno fa, che è già una prova del fuoco mica da ridere. Ma all'Ariston non era sola, era una delle protagoniste della kermesse (la più scintillante e la più in forma del cast, d'accordo). Quello partito ieri è invece uno show tutto suo, è lei la stella, è lei che catalizza onori e oneri. 
Un "quasi - one woman show", diciamo, perché nelle due ore e mezza on stage è coadiuvata da altri personaggi, e nemmeno pochi. Del resto non stiamo parlando di un'artista da monologhi - fiume, del Montesano o del Walter Chiari della situazione, ma di una performer che gioca su diversi terreni e che affida ben poco all'improvvisazione, necessitando per questo di strutture spettacolari non monocordi, ricche di parentesi e di momenti di stacco. Essendo quindi uno spettacolo lungo e composito, il suo, ha inevitabilmente dei picchi e delle piccole cadute di tono, peraltro poi immediatamente riscattate. E' fisiologico in certi eventi catodici. Ma ciò che conta è la bontà di fondo del progetto, la sua riuscita complessiva, e da questo punto di vista la prima puntata si presta a un giudizio nettamente positivo. 
Di format come questi, costruiti attorno a un unico divo, la Rai ne ha proposti a bizzeffe, a partire dall'inizio del secolo. Ma solo in questo mi par di intravedere quel tocco in più. Il tocco leggero di cui dicevo all'inizio, la grazia evidente in un  programma che la protagonista (coadiuvata dal suo staff autoriale) ha modellato su misura per se stessa. "Facciamo che io ero" è costruito addosso a Virginia, è un vestito che le calza a pennello; dentro ci sono la sua anima, la sua storia personale e professionale che, nel caso specifico, coincidono. C'è la genuinità di un talento cresciuto nel mondo circense e che ora a quel mondo vuol dire grazie, ad esso riferendosi in molti dei suoi interventi. C'è un entusiasmo autentico, "infantile" nel senso più positivo del termine, come può esserlo quello di una bambina che corona il sogno di ballare con un fuoriclasse della danza, nello specifico Roberto Bolle. 
Per tutto questo, lo show ha una sua storia, una sua sceneggiatura, una linea artistica nitida, e non è poco di questi tempi. Nulla stona, nulla sembra avulso dal contesto. Ogni ospite è presente in funzione della "stella": così Gabbani (altro giovane fuoriclasse che d'ora in poi sarà atteso da prove del fuoco sempre più severe) è un'ottima spalla per una Virginia - Fiorella Mannoia palesemente adirata per la mancata vittoria sanremese, mentre il co  - presentatore Fabio De Luigi dà il meglio nello sketch sul bacio cinematografico con Sabrina Ferilli (sempre Virginia, ovvio), caricatura alla quale si può perdonare qualche volgarità, perché poche parolacce sparse qua e là sono tollerabili in un contesto di grande eleganza, in cui la risata arriva attraverso altre strade; in cui il (sommesso) turpiloquio è solo un elemento fra i tanti e nemmeno il più importante, ma non certo il mezzo per fare centro. 
La Raffaele sa rinnovarsi e lancia anche in questa circostanza nuovi personaggi: detto della Mannoia, è parsa a fuoco anche la sua Bianca Berlinguer dall'ego un po' troppo pronunciato, ma forse è riuscita ancor meglio la scrittrice - critica Michela Murgia (la stroncatura della Divina Commedia è una piccola genialata), uno di quei casi in cui la "vittima" di satira beneficerà, verosimilmente, di quel bagno di popolarità che i riflettori televisivi del programma mattutino di Augias non potranno mai darle. Donatella Versace, invece, rende più o meno bene a seconda del contesto, della scrittura di quel particolare momento di spettacolo: con Gabriel Garko non sono state proprio faville, anche perché l'attore, nella circostanza un po' freddo e poco ispirato, non ha rappresentato la più efficace delle spalle comiche. La firma di Virginia c'è dall'inizio alla fine, anche nel ripescaggio dello storico ed esilarante sketch del provino con Lillo e Greg, a lungo partner artistici della showgirl romana; e ancora prima, in quel monologo sulla paura in tutte le sue sfaccettature, soprattutto le più odiose e inaccettabili. In quei pochi minuti senza trucco e senza maschere, la vedette della serata ha saputo dimostrare che si possono mandare messaggi positivi senza tromboneggiare, senza retorica né buonismo, ma perfino giocando sul sottile filo della comicità intelligente. 

domenica 14 maggio 2017

EUROVISION SONG CONTEST 2017: PERCHE' GABBANI NON HA VINTO? TENTATIVO DI ANALISI


Poche storie: se un cantante affronta una competizione contando su buona parte dei favori del pronostico e conclude la gara in sesta posizione, oltretutto più che doppiato dal primo classificato sul piano del punteggio (758 contro 334), non si può che parlare di delusione e di fallimento. Un sesto posto può valere in un torneo calcistico, magari per qualificarsi a una coppa internazionale, nemmeno la più prestigiosa: ma in una rassegna canora conta poco o nulla, non lascerà tracce e verrà presto dimenticato. Spiace esser così sferzanti, ma è il punto fermo (personale, ovvio) da cui bisogna partire per analizzare con obiettività l'esperienza di Francesco Gabbani all'Eurovision Song Contest 2017, esperienza che si presta a diverse chiavi di lettura, molto diverse l'una dall'altra. 
GABBANI, TRIONFO.... LONTANO DA KIEV - E' fuori discussione che il vincitore dell'ultimo Sanremo abbia goduto di una esposizione mediatica senza precedenti, per un artista italiano in lizza all'Eurofestival: esposizione comunque creatasi già nei mesi di vigilia, quando "Occidentali's karma" ha progressivamente allargato i confini del proprio successo trasformandosi in autentico fenomeno continentale, come testimonia inequivocabilmente l'eccezionale riscontro di visualizzazioni su You Tube. Sono questi numeri a sancire lo spessore internazionale dell'opera di Francesco, opera che, dal mio punto di vista e senza voler apparire blasfemo, non è molto lontana dal concetto di "capolavoro pop", ovviamente nel suo particolare genere (intelligentemente scanzonato) e senza per forza volerlo accostare a tanti evergreen italiani dei decenni passati. 
EFFETTO SATURAZIONE - E' fondamentalmente su tale dato che è stata costruita, dai media italiani, l'icona del Gabbani favorito, ma dagli esperti mi sarei aspettato sulla kermesse analisi un po' più approfondite, ad esempio, della retorica a piene mani versata dal critico Ernesto Assante di Repubblica. Sconsolante invece l'atteggiamento della Rai, che dopo anni di assenza ingiustificata ha riscoperto l'evento nel 2011, ma l'ha riscoperto "a modo suo", e a quanto pare non ha ancora saputo coglierne l'essenza e i segreti: per questo 2017 si è limitata a un'esaltazione continua, ripetuta, financo nauseante del candidato italiano, magari col rischio di suscitare nel pubblico un effetto di saturazione, cioè il peggio che possa capitare. 
Quello che voglio dire è che si è forse creata un'aspettativa sovrastimata, da parte di chi avrebbe invece dovuto avere un maggior controllo delle dinamiche della manifestazione europea, dei trabocchetti del meccanismo di voto e di altre particolarità della kermesse. Poco male, da questo punto di vista: per "Occidentali's karma" vale il discorso di altre pietre miliari della musica rimaste incomprese nelle varie gare canore a cui hanno presto parte, Sanremo in primis. 
UNA BRUTTA VERSIONE DEL BRANO - Personalmente, mi ha lasciato perplesso anche la forma in cui il brano italiano è stato presentato: brutalmente tagliato e sintetizzato rispetto alla versione originale, ha perso molto del suo potenziale, riducendosi quasi a una sorta di eterno ritornello, anche piuttosto monotono. Sentirlo non mi ha fatto un bell'effetto: pur mantenendo in parte la sua freschezza e unicità, si era forse un po' troppo avvicinato a certi inflazionati prodotti dell'ESC, per stagliarsi nitidamente sopra di essi. 
NON TROVIAMO LA CHIAVE - Qui veniamo a un altro punto dolente: siamo ormai a sette tentativi, dal ritorno in gara del 2011 affidato a Raphael Gualazzi (che rimane la nostra performance migliore di questo periodo, col secondo posto assoluto), ma ancora l'Italia non ha trovato la chiave per penetrare gli ingranaggi di questa bizzarra e discutibile gara canora. Con Marco Mengoni e con Francesca Michielin aveva proposto dei pezzi non immediatissimi, lontani dal clamore scintillante e un po' plastificato che domina di questi tempi la kermesse continentale, e i risultati erano stati tutt'altro che eccezionali (settimo posto per "L'essenziale", addirittura sedicesimo per "Nessun grado di separazione", che peraltro proprio nelle settimane scorse ha centrato il secondo disco di platino certificato FIMI, segno che non si trattava proprio di una composizione di basso livello). Con Il Volo aveva sposato senza remore la più classica tradizione del bel canto nostrano, che, si dice, sia ancora il genere italiano più apprezzato nel mondo: anche in quel caso enormi attese circondarono la nostra spedizione, ma arrivò "solo" una medaglia di bronzo. 
Ebbene, questa volta l'Italia ha presentato una proposta un po' più in linea con i più recenti stilemi eurovisivi, briosa, vivace (ma su una linea superiore per originalità di scrittura testuale e musicale), e invece, voilà, ecco che le giurie vanno in brodo di giuggiole per un concorrente con un pezzo di matrice melodico - sofisticato - cantautoriale, cose che da queste parti raramente hanno vita facile. Forse siamo noi ad arrivare sempre in ritardo, ad agganciarci a un carro musicale quando questo è ormai fuori moda: forse dovremmo solo essere noi stessi e selezionare la nostra rappresentante prescindendo dal gusto dominante del momento, perché c'è anche la possibilità che la chiave giusta per dominare la "bestia" Eurofestival in fondo non esista, vista la volubilità di chi è chiamato a votare. Ciò non toglie che, intendiamoci, la canzone mandata quest'anno "al massacro" fosse di gran lunga la migliore possibile, e la scelta non va rimpianta.
VINCITORE DEGNO, MA... - Certo, visto l'andazzo a Kiev, si potrebbe arrivare a pensare che i brani seri e tormentati piazzatisi secondo e terzo a Sanremo, quelli di Mannoia e Meta, avrebbero potuto far breccia con maggior efficacia. Tutto può essere, a questo punto. "Amar pelos dois" di Salvador Sobral, la canzone trionfatrice, è intensa ed evocativa, scarna ed essenziale, magistralmente interpretata: è una degna vincitrice, ma non vuol dire che fosse la migliore del lotto, né che fosse migliore di "Occidentali's karma", con la quale il paragone è improponibile perché si parla di generi distanti anni luce tra loro. Di certo si è trattato di un plebiscito, ma non per questo meno contestabile. Credo di poter parlare, senza offesa per nessuno, di innamoramento delle giurie per un'opera che colpisce nel profondo dell'animo (non  la prima a farlo, del resto), ma penso che un giudizio musicale completo dovrebbe tener conto non solo dell'aspetto emozionale. 
GIUDIZIO TECNICO IN SECONDO PIANO - Può sembrare inutile dire queste cose, visto che, anno dopo anno, la sensazione per noi "profani" è che l'ESC, per proclamare i suoi eletti, si muova attraverso altri sentieri che non quelli della validità oggettiva della proposta canora: sentieri leciti, intendiamoci, ma che mettono in un cantuccio le valutazioni di squisito carattere tecnico; pensiamo al gioco delle alleanze fra Paesi, qualcosa di indecoroso ma che in ogni caso l'Italia non riesce assolutamente a sfruttare (tre punti da San Marino, due dalla Svizzera, zero dalla Romania: suvvia...). Del resto, dal punto di vista delle sette note l'Eurovision è quello che è, e non lo scopriamo di certo oggi, né c'era bisogno dei crudi articoli di certi critici nostrani per scoprire come il re sia nudo. Io lo scrivo da tempo: musicalmente Sanremo dà tantissimi punti all'evento europeo, e ultimamente ha acquisito anche più credibilità sul piano delle votazioni, che pure sono lungi dall'esser perfette; il nostro Festivalone rimane invece in netto svantaggio rispetto alla costruzione dello show ESC e alla sua resa televisiva: quest'ultimo è più agile e snello, anche se, intendiamoci, la serata finale è comunque durata sulle tre ore e mezza, neanche poco. 
CHI SI SALVA - Tornando al livello canoro, va detto che qualcosa di meglio si è visto, rispetto alle più recenti edizioni: rimane una quota troppo ampia di omologazione pop, di inglesismo spinto, di ritmi standard, di ispirazioni più o meno velate ai più freschi fenomeni da classifica (un po' di Ed Sheeran qua e là, per dire), ma c'è chi ha osato di più. Meritavano maggior considerazione, ad esempio, il sound etno - arabeggiante dell'ungherese Joci Papai, l'algido pop contemporaneo della belga Blanche, la cui "City lights" potrebbe perfino dire la sua nelle charts europee, così come "Skeletons" della bella Dihaj (Azerbaijan), con sonorità assolutamente al passo coi tempi; e ancora, il duo bielorusso Naviband con qualche vaga reminiscenza folk, e l'insolito impasto melodico - tenorile italo - croato di Jacques Houdek. Onore soprattutto a chi ha scelto di cantare nella propria lingua. Per il resto, prodotti tutti abilmente confezionati, senza sbavature, ma un po' troppo anonimi e convenzionali. L'Eurofestival questo è, prendere o lasciare. Ma, a parte gli esempi citati, viene da chiedersi quanti di questi brani resteranno nel tempo. Io una risposta ce l'ho ed è pessimistica, ma sicuramente mi sbaglio. 

martedì 4 aprile 2017

LA PROPOSTA DI MOGOL, LAVEZZI, MUSSIDA E SALERNO: RIFORMARE IL FESTIVAL DI SANREMO. PROGETTO CON PIU' CONTRO CHE PRO


Negli ultimi giorni ha avuto ampia diffusione sul web una "proposta di riforma" del Festival di Sanremo. L'iniziativa, rilanciata da diversi siti specializzati, è stata elaborata da un gruppo di storici autori e musicisti, mostri sacri della canzone nostrana, e verrà portata avanti anche attraverso una petizione rivolta alla Rai, al Comune rivierasco e al Ministero dei Beni Culturali. In estrema sintesi, il punto chiave di tale progetto è il seguente: mettere in concorso venti canzoni di autori italiani, scelte da una commissione formata da esperti di provata esperienza e professionalità, e in un secondo momento assegnare tali pezzi ad altrettanti interpreti proposti dalle case discografiche (sia major sia indipendenti). 
LA CANZONE CHE LANCIA IL CANTANTE - Gli ideatori di questa "bozza di riforma" sono Mario Lavezzi, Franco Mussida, Mogol e Alberto Salerno, veterani che non hanno certo bisogno di presentazioni. Su quali basi nasce? La constatazione che ultimamente il fulcro dell'universo festivaliero sia più la figura dell'interprete che il pregio della proposta canora in sé; a ciò non sarebbe estraneo un eccessivo peso delle case discografiche: "Oggi, nella compilazione della rosa dei concorrenti - hanno dichiarato i promotori dell'iniziativa - intervengono le case, costringendo la direzione artistica a rispettare equilibri che non necessariamente hanno a che fare con la validità della proposta. E, in secondo luogo, si privilegia il personaggio, e non la canzone". Un modus operandi in cui il livello qualitativo dei brani passerebbe in secondo piano. 
A monte di tutto, un presunto dato di fatto che vedrebbe nella rassegna ligure un contenitore televisivo di grande successo, ma in cui la musica non avrebbe più la centralità di un tempo. E per restituirle centralità, secondo questa proposta, occorre tornare a valorizzarne l'essenza, ossia le opere di qualità; proprio come nel Sanremo dei primordi, in cui era la canzone, se ben scritta, a lanciare il cantante, e non viceversa. 
PROPOSTA ANACRONISTICA? - Certo, l'idea in sé per sé merita rispetto, e non solo perché portata avanti da autentici fuoriclasse della musica tricolore. Sono degni di nota l'importanza che viene ancora attribuita alla ribalta sanremese e il desiderio di migliorarne la credibilità artistica, ma la sensazione è che lo si voglia fare con una proposta che pare fuori dal tempo e un tantino sganciata dalla realtà. Per una marea di ragioni. 
Innanzitutto è bizzarro che tale presa di posizione si manifesti all'indomani di un triennio sanremese, quello griffato Carlo Conti, contraddistintosi proprio per un riavvicinamento della kermesse agli standard degli anni d'oro, quelli in cui era in primis una rassegna musicale e solo in seconda battuta uno spettacolo ad uso catodico: abbiamo avuto una crescita esponenziale del numero di Campioni in competizione (passati dai quattordici delle gestioni Morandi e Fazio ai venti del 2015/2016 fino ai ventidue di quest'anno), i giovani riportati in "prime time" dopo anni di esibizioni a notte fonda, un meccanismo di gara ad eliminazione che ha comunque consentito l'ascolto dei pezzi un minimo di due volte per ogni big, anche per quelli usciti per primi di scena, con vetrina promozionale garantita dunque a tutti. Ci sono state edizioni, in passato (penso alla primissima di Fazio, nel '99, o a quella di Panariello nel 2006), in cui davvero la tenzone canora si perdeva, immersa nelle esibizioni di arte varia di uno show dilatato a dismisura e riempito di troppi elementi extra; ma pensiamo anche a certi Festival a cavallo fra prima e seconda decade di questo secolo, che portavano appena una decina di cantanti alla serata finale, per dire... 
IL FALLIMENTO DELL'ESPERIENZA '75 - La proposta delle venti canzoni da abbinare successivamente agli interpreti pare fuori tempo massimo anche sul piano di un'analisi storica del Festival: la presentazione del "pacchetto completo" cantante - canzone, in sede sanremese, è un dato di fatto acquisito dal 1972 (non a caso l'anno in cui venne dismessa la caratteristica doppia esecuzione di ciascun pezzo), ed è un modus operandi del tutto ovvio, per quella che è stata l'evoluzione della discografia e del mercato. L'unica volta che si azzardò un ritorno all'antico simile a quello proposto in questi giorni fu nel 1975: prima la scelta delle opere da ammettere alla competizione, poi successivo abbinamento coi cantanti.
Un tentativo di slegarsi dagli interessi dell'industria musicale che ebbe effetti nefasti: le principali aziende discografiche boicottarono la rassegna, il cast fu composto in larga parte da artisti giovani, debuttanti, semisconosciuti o di seconda schiera. Le vendite dei vinili scesero ai minimi, nessun nome nuovo emerse nitidamente, la kermesse rischiò seriamente l'estinzione. Ebbe bisogno di anni per rimettersi in piedi e riconquistare l'antica gloria: lo potè fare, piaccia o meno, solo grazie al ritorno a una stretta partnership con le case e al definitivo pensionamento del motto anni Cinquanta "prima la canzone, poi il cantante", che era dunque ampiamente superato già quattro decenni fa. Quando ancora, oltretutto, non avevano sfondato i cantautori, che oggi sono una realtà di primissimo piano del panorama pop e che non sarebbe facile collocare, in una gara così concepita. Certi inquietanti precedenti dovrebbero indurre a maggiore prudenza, così come altre esperienze sanremesi traumatiche, ad esempio quella del 2004, del Festival di Tony Renis organizzato senza la collaborazione delle major dell'epoca.
E poi: sicuri che, attualmente, nelle selezioni delle canzoni si tenga conto più del personaggio che della proposta? Il cast dell'ultima kermesse è stato molto coraggioso e spiazzante, in tal senso, con tanti nomi non notissimi al grande pubblico, mentre molti veterani ogni anno vengono esclusi, pur essendo volti in grado di bucare lo schermo della tv generalista.
CASE DISCOGRAFICHE IN PRIMO PIANO DA DECENNI - Sorprende anche che si levi alto, oggi, il coro dei lamenti contro lo strapotere delle case discografiche, che a  Sanremo hanno un peso decisivo da tempo immemore, coi suoi pro e i suoi contro. Sui contro non posso pronunciarmi granché, non essendo dentro i meccanismi artistici e "politici" che presiedono alla scelta di cantanti e canzoni per il Festival (scelta che però, per quel che posso intuire dall'esterno, è molto più corretta e trasparente di quanto spesso certi ipercritici vogliano lasciare intendere); i pro sono stati diversi: presenza in Riviera di qualche grosso nome autentico, di cantanti in declino che si son potuti rilanciare, di giovani mandati in orbita (a volte fino a diventare star internazionali), di personaggi di media visibilità che hanno potuto così tenere a galla carriere non esaltanti ma dignitose, e di un gruzzolo di belle canzoni diventate evergreen. Non molto, evidentemente, ma neanche pochissimo.
SUCCESSO E QUALITA'? QUEST'ANNO CI SON STATI... - Oltretutto, anche il messaggio di fondo che sembra di leggere nel lancio di questa petizione è abbastanza discutibile: la proposta di un ritorno della qualità musicale, come se quanto ascoltato negli ultimi anni all'Ariston fosse in larga parte materiale di basso livello. "Pochissimi ricordano, stagione dopo stagione - dicono i "riformisti" - le canzoni che hanno partecipato al Festival, se non addirittura quelle che hanno vinto". 
Anche in questo caso mi par di ravvisare scarso tempismo: dire ciò poche settimane dopo un Sanremo da cui ha preso il volo un tormentone destinato a diventare epocale ("Occidentali's karma"), in cui si è definitivamente consacrato uno dei cantautori emergenti di maggior talento (Ermal Meta), in cui si è rilanciato un ragazzino che pareva bruciato verde (Michele Bravi), in cui si sono avute piacevoli conferme (Moro) e riscoperte (Turci), ecco, pare un po' intempestivo. Ed è anche un po' contraddittorio: perché forse è vero in parte, come dicono, che "i brani che a fine anno ottengono maggior successo quasi mai passano dall'Ariston" (ma credo che a fine 2017 si avranno riscontri diversi: Gabbani è già triplo platino, per dire...), ma se il metro dev'essere il successo discografico, beh, fra i dischi record dell'ultimo lustro ci sono quelli del buon Fabio Rovazzi o, in ambito internazionale, Psy col suo "Gangnam Style". Musica di pregio? Parlare di qualità  nel panorama leggero è argomento scivoloso e troppo esposto ai gusti e alle propensioni soggettive; allo stesso modo, è innegabile che se un singolo lanciato da Sanremo non sfonda in classifica, non vuol dire necessariamente sia brutto: su questo blog, in passato, ho dedicato più di un articolo ai "gioielli sanremesi" rimasti nascosti, belle canzoni non baciate da una fortuna commerciale che avrebbero meritato. 
LAVORARE SULLE STRUTTURE ESISTENTI - In definitiva: il Festivalone, l'ho sempre scritto anche qui, è ben lungi dall'essere la manifestazione musicale perfetta. Ma non è neanche giusto ignorarne i progressi recenti, o vagheggiare rivoluzioni organizzative che snaturerebbero totalmente l'evento, trasformandolo in un'altra cosa. Perché Sanremo ha bisogno dei personaggi, del glamour, della leggerezza. Sanremo "è pop". La musica italiana in generale è forse scaduta di tono nell'ultimo decennio (ma secondo me è in fase di netta ripresa), però il problema non è all'Ariston: è nella ricerca di nuovi ragazzi di valore, affidata in massima parte ai soli talent show con tutti i loro limiti, e nella carenza di autori. Lavezzi e colleghi si concentrino su queste ultime lacune, in prima istanza: il miglioramento del Sanremone verrà poi di conseguenza. Se un difetto si vuol trovare nelle scelte artistiche di Conti, può essere l'eccessiva presenza di interpreti "mainstream" e la scarsa considerazione per quelli di nicchia (che però forse non si sono neanche candidati, chi lo sa). Da questo punto di vista, il duo Fazio - Mauro Pagani del biennio 2013-2014 aveva fatto davvero un bel lavoro, portando alla ribalta gente come Sinigallia, Giuliano Palma, i Perturbazione, Bloody Beetroots, Frankie Hi NRG, Simona Molinari, realizzando un Festival davvero "open". La dimostrazione che si può cambiare marcia e alzare il tiro senza dover necessariamente stravolgere le strutture esistenti. 

mercoledì 29 marzo 2017

OLANDA - ITALIA, OVVERO UN'AMICHEVOLE UTILE. SUCCESSO CHE DA' CREDIBILITA' INTERNAZIONALE. ED E' UNA NAZIONALE SEMPRE PIU' "VERDE"


Un'amichevole è utile nel momento in cui fornisce contributi sostanziosi e concreti alla crescita di un progetto di squadra. Il test match di ieri sera all'Amsterdam Arena rientra in questa categoria di partite, perché lascia comunque un'eredità significativa. La più tangibile, innanzitutto: per un team in costruzione come l'attuale Club Italia, vincere in casa di una delle grandi del calcio mondiale, per quanto "acciaccata", è risultato di peso; accresce autostima, personalità e sicurezza dei giocatori, fa impennare la credibilità internazionale, abitua a confrontarsi senza paura coi valori di vertice del football, studiandone e carpendone i pregi. Non credo di dire un'eresia affermando che un confronto come quello di ieri, pur senza punti in palio, sia molto più "allenante", per usare un termine ultimamente assai in voga, di tante stracche partite della nostra Serie A. Senza dimenticare che anche le amichevoli sono importanti per guadagnare terreno nel ranking Fifa, che assai caro ci è costato nelle ultime fasi finali di  Mondiali ed Europei. 
OLANDA CALANTE MA VALIDA - Questo per quanto riguarda gli esiti più evidenti della spedizione olandese. Ma anche la prestazione ha fornito risposte tutto sommato confortanti: certo, ci sono stati momenti di sofferenza, soprattutto nella seconda metà della ripresa, perché, per quanto in periodo nero, la selezione arancione continua a valere un po' più dell'Albania, sul piano della classe pura. Ha un bagaglio tecnico che emerge ancora nitidamente, pur fra molte pause e limiti, bagaglio evidente in alcuni fraseggi, nella facilità di palleggio, in certe ficcanti incursioni nell'area altrui. Mancano forse, a questa Olanda crepuscolare, campioni autenticamente svettanti, in grado di restituire al gruppo un profilo vincente: qualche Sneijder in più, per dire; e fra l'altro non è un caso che i pericoli maggiori, per la porta azzurra, siano arrivati proprio nei soli dieci minuti in cui ha giocato l'ex fuoriclasse dell'Inter: due conclusioni estremamente insidiose, che hanno se non altro permesso a Donnarumma di far finalmente intravedere le sue doti, fino a quel momento rimaste nascoste per l'insipienza dei padroni di casa in fase conclusiva. 
PERSONALITA' AZZURRA - "Gigio" ha salvato la porta italiana con due splendide deviazioni, confermando la sua crescita recente. C'era bisogno di una conferma azzurra per lui, fin qui protagonista solo col club in campionato; ma non è stata l'unica nota lieta della serata. E' piaciuto l'approccio propositivo della squadra, trascinata nella fase iniziale da un Eder smanioso di rivincite, vicino al gol con un sinistro dalla distanza, quindi pronto a raccogliere una respinta della difesa e a fulminare Zoet con un destro dal limite a fil di palo, pareggiando immediatamente la casuale autorete di Romagnoli. Poi, dopo un colpo di testa di Martins Indi (con deviazione ancora di Romagnoli) ribattuto dalla traversa, i nostri han fatto loro l'incontro con Bonucci, che sugli sviluppi di un corner ha messo dentro una respinta d'istinto del portiere su inzuccata di Parolo. Più in generale, nella prima frazione gli uomini di Ventura sono parsi in perfetto controllo della situazione, abili nel gestire il gioco pur senza produrre, dopo le due reti, grosse fiammate in avanti, complici anche le difficoltà incontrate da Verratti nella posizione di suggeritore dietro le punte, nel 3-4-1-2 abbozzato dal cittì. 
NON IL MODULO MIGLIORE - Non è stato però un esperimento completamente fallito, come qualcuno ha sottolineato a botta calda: il genietto del Paris Saint Germain qualche buon lancio, qualche discreto assist è riuscito a confezionarlo, ma gli è mancata la continuità, certo non facile da trovare quando si è alle prese con una situazione tattica non abituale e poco congeniale. Rimane il fatto che non credo sia questo il modulo adatto all'Italia di oggi: si potrebbe forse trovare un miglior rendimento continuando a lavorare sul 4-2-4 o provando col 4-3-3, per sfruttare adeguatamente la nostra indemoniata batteria di incursori, come ripetutamente scritto qui in passato. 
LINEA VERDE A GO GO - Nella ripresa, l'Olanda ha giocoforza tenuto maggiormente il pallino nel tentativo di recuperare, ha anche creato qualche pericolo, come si è visto, ma gli azzurri, con un gioco più scarno ed essenziale, sono arrivati a loro volta in più di un'occasione vicini al tris: due volte Belotti, sfruttando i passaggi di Parolo e di Verratti, si è incuneato pericolosamente nell'area arancione, poi Spinazzola ha concluso un perentorio affondo sulla destra con un diagonale ribattuto alla bell'e meglio da Zoet. Belotti e Spinazzola hanno fatto la loro apparizione in un secondo tempo fra i più "verdi" nella storia del calcio azzurro: con loro, dentro anche Gagliardini, Petagna e, sul finire, pure Verdi. Ingiudicabili gli ultimi due, mentre Gagliardini, entrato in punta di piedi e inizialmente un po' sulle sue, ha gradatamente preso confidenza, giocando con pulizia, senza lampi, ma con disinvoltura, mettendo il piede in diverse azioni in fase di impostazione. 
PAROLO, SEMPRE UTILE - Dall'inizio erano invece in formazione altri tre "futuribili": in terza linea Romagnoli e Rugani, che hanno fatto bene (l'autorete del milanista non fa testo), mostrando sicurezza e tempismo nelle chiusure difensive: presto entrambi saranno titolari; sulla fascia destra si è confermato Zappacosta, meno esplosivo rispetto a Palermo ma sempre costante nell'appoggiare l'azione offensiva. Fra i veterani, qualche battuta a vuoto di Bonucci (ma il gol cancella le colpe), mentre ha ben impressionato Parolo, come al solito vivo e presente nelle tre fasi, filtro, costruzione e conclusione a rete. Elemento spesso sottovalutato ma di enorme utilità nell'economia della manovra azzurra, fin dai tempi di Prandelli.
Si torna dunque a casa con la certezza che il percorso intrapreso sia quello giusto. E c'è soprattutto la sensazione che finalmente un tabù storico della Nazionale del ventunesimo secolo sia stato abbattuto: la fiducia ai giovani c'è, e i giovani stanno rispondendo con prove convincenti. Sarebbe un peccato se di questo lavoro in prospettiva non si potessero cogliere già i primi frutti in Russia, l'anno prossimo. Eppure la qualificazione mondiale è totalmente in alto mare, proprio a causa di un peccato di inesperienza, quello di Ventura nella gestione del match di andata con la Spagna. Riusciremo a rimediare? 

sabato 25 marzo 2017

ITALIA - ALBANIA 2-0: IL 4-2-4 AZZURRO NON PRODUCE LUMINARIE OFFENSIVE. TROPPA COPERTURA E PAURA DI SBILANCIARSI, MA VERRATTI C'E'


Tre punti pesanti a parte, l'eredità più importante che ci lascia Italia - Albania è, o dovrebbe essere, la definitiva presa di possesso della leadership azzurra da parte di Verratti. Il salto di qualità già da tempo atteso è maturato nel corso del secondo tempo di Palermo, in particolare dopo l'interruzione causata dalle intemperanze di alcuni tifosi ospiti: il centrocampista del Paris Saint Germain, fino a quel momento protagonista di una prova assolutamente diligente ma senza impennate degne di nota (come spesso gli è capitato con la maglia della Nazionale), è salito in cattedra chiudendo e rilanciando, pressando, avanzando con autorità palla al piede, sfoderando assist, appoggiando in maniera inesausta la manovra offensiva. E' questo, o meglio, è anche questo ciò che gli si chiede: l'ex allievo di Zeman ha sempre brillato per il temperamento e la pulizia in fase di interdizione, ma la sua presenza non è sempre stata tangibile e continua allorché si trattava di contribuire alla costruzione del gioco. 
AL BANDO LA DIFFERENZA RETI... - Fosse riuscito a fare lo stesso anche nella prima frazione, forse i Ventura - boys avrebbero realizzato un punteggio ben più consistente del comunque positivo (e per nulla scontato) 2-0 finale. Pazienza: che sfidare la Spagna sul piano della differenza reti fosse improponibile lo si poteva intuire già ben prima dell'inizio della fase eliminatoria. La chiave di volta del girone era prevalere nel duplice scontro diretto: a Torino nell'autunno scorso è andata mezza buca, confidare nell'impresa a Madrid è ancora eccessivamente ottimistico, ma chissà, qualche speranziella non manca, e del resto questo Club Italia pare in crescita. Come ben sa chi segue il calcio, affinché venga fuori una partita godibile devono collaborare entrambe le compagini, e chi tenta di imbastire un football propositivo contro squadre chiuse a riccio fa una fatica del diavolo. 
UN 4-2-4 SBILANCIATO... ALL'INDIETRO - Ecco il principale limite azzurro emerso dalla serata palermitana: un 4-2-4 solo nominale ma depotenziato dall'ispido schieramento albanese allestito da Gianni De Biasi. Difesa serrata e centrocampo infoltito, occupazione militare del terreno per rendere quasi impossibile la manovra dei padroni di casa, ma anche, almeno nella prima fase, affondo micidiali, uno dei quali per poco non portava al fulmineo vantaggio dei rossi con Cikalleshi, che con un diagonale sfiorava il palo alla sinistra di Buffon. Per arginare i pericoli insiti in questa disposizione avversaria tipicamente "all'italiana", e nel contempo evitare un eccessivo sbilanciamento in avanti, almeno tre dei nostri quattro uomini avanzati si sono visti spesso a centrocampo, se non in terza linea, per dar manforte ai compagni in inferiorità numerica. Soprattutto Insigne e Belotti si sono prodigati in numerosi ripiegamenti, ma se sottrai al reparto d'attacco due elementi così mortiferi in fase di tiro, beh, non puoi che risultare assai meno pericoloso e in buona parte sterile. 
VERRATTI HA ACCESO LA LUCE - Per mandare all'aria un quadro tattico così bloccato occorre quasi sempre un episodio, qual è stato il fallo da rigore su Belotti che ha consentito a De Rossi di segnare dal dischetto, confermandosi come uno dei centrocampisti puri più prolifici nell'intera storia del calcio azzurro; poi, fino alla fine del primo tempo, solo un'altra autentica opportunità per i nostri, con Belotti che, servito da Verratti, ha sparato in porta incocciando sulla deviazione in angolo del portiere.
Col passare dei minuti, gli albanesi si sono un po' disuniti, vuoi  per la pazienza dei nostri nel tessere una tela che nell'immediato non dava frutti, vuoi per la già citata crescita esponenziale di Verratti, autentico uomo chiave della zona nevralgica e sulla trequarti. Così, le occasioni di pungere sono aumentate: due spunti di Immobile (ancora assist di Verratti) e Candreva sono stati rintuzzati in uscita da Strakosha, Bonucci ha mancato il bersaglio di testa da buona posizione, poi un'incornata di Immobile su traversone di Zappacosta ha fissato il punteggio finale. 
ZAPPACOSTA OK - Lo stesso Zappacosta aveva tentato il colpo grosso poco prima, con un destro fuori misura dalla distanza. E proprio l'esterno destro del Torino ha rappresentato una delle note più liete del match: magari non sempre irreprensibile dietro, è stato però puntualissimo e costante negli sganciamenti, cercando spesso il cross (peccando a volte di precisione) e appoggiando con proprietà l'azione d'attacco; ma anche le sue sollecitazioni in fascia son servite a poco, perché spesso non adeguatamente seguite da compagni impegnati a sdoppiarsi fra filtro e spinta, e perciò in ritardo all'appuntamento offensivo. Più sulle sue sull'altro versante De Sciglio, attentissimo a tenere la posizione arretrata, così come De Rossi, rigore escluso, si è fatto valere soprattutto in copertura, comparendo nell'area avversaria con un paio di tentativi di testa su due corner, tentativi andati entrambi fuori bersaglio. 
MECCANISMO DA OLIARE - Alla fine, rischio iniziale a parte, per gli uomini di Ventura una gara in assoluto controllo dell'avversario, con molte più luci che ombre, anche a indicare che, al di là della felice crescita di realtà europee un tempo di basso livello, certe distanze rimangono ancora notevoli, e che un'Italia in forma non può temere un'Albania sia pure ringalluzzita. Ma, va ribadito, è un peccato che un match giocato con tale disinvoltura non abbia prodotto una mole di gioco offensivo all'altezza della buona disposizione tattica e mentale degli undici in campo. Forse la squadra non è ancora sufficientemente a punto per utilizzare un modulo così spregiudicato, che necessita di equilibri delicatissimi e precisi al millimetro: equilibri ieri sera ricercati, e perfettamente trovati, solo in chiave di contenimento. 
MODULO PER INCURSORI - Del resto, non è assolutamente detto che moltiplicando gli uomini d'attacco si riesca a far breccia nelle maglie di squadre copertissime: forse in certi casi sarebbe più utile un centrocampista puro, magari più di spinta che di filtro, che non un incursore, e forse al Barbera un 4-3-3 avrebbe creato maggiori presupposti per andare a rete, ma non avremo mai la controprova. Tuttavia, come si è sottolineato più volte da queste parti, proprio di incursori in questo periodo il calcio azzurro abbonda, e il 4-2-4 è la formula più adatta a valorizzarne il maggior numero possibile: il prossimo a meritare qualche chances con maggior insistenza rispetto al passato sarà, ad esempio, l'indemoniato Bernardeschi di questa stagione. 
Ecco perché il cittì insisterà su questa strada: del resto ha ora davanti due amichevoli di discreto lusso (Olanda la settimana prossima, Uruguay  a giugno) e un abbordabile impegno di qualificazione col Lichtenstein per mettere a punto il meccanismo e presentarsi in Spagna, a settembre, con la possibilità di usufruire di una valida alternativa tattica, per cercare la vittoria in modo non scriteriato, nel segno di un manzoniano "adelante, con juicio". Rimane poi l'auspicio che i mesi che ci separano dal redde rationem del Bernabeu servano a dare la stura a un rinnovamento ancor più sostanziale che virtuale, perché alla fine, gira che ti rigira, ai Barzagli e ai De Rossi non si riesce proprio a rinunciare, nemmeno quando la caratura degli avversari (buona, ma non eccelsa, come ieri sera) dovrebbe indurre a osare un po' di più anche nella scelta degli uomini. 

venerdì 24 marzo 2017

VERSO ITALIA - ALBANIA: DOPO ANNI DI ESTEROFILIA, STAMPA IN DELIRIO PER I GIOVANI AZZURRI. SARA' TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA?

                                     Gagliardini, uomo nuovo del centrocampo azzurro

Dopo l'ormai consueta, lunghissima pausa invernale, torna la Nazionale, e tutt'attorno si respira un clima nuovo, inebriante, di entusiasmo ritrovato. Entusiasmo aprioristico, beninteso, quindi il più pericoloso, pronto a tramutarsi in critica feroce nel caso in cui il campo non mantenesse le abbacinanti promesse. Certo, quest'aria frizzantina ha una nobile motivazione: i ranghi azzurri sono in fase di profondo rinnovamento, ma soprattutto il sistema - calcio italiano nel suo complesso sembra finalmente aprirsi (coi tempi operativi di un bradipo...) alla riscoperta dei ragazzi di casa nostra.
TOH, HANNO RISCOPERTO IL VIVAIO - Fa piacere che, dopo anni passati a predicare quasi nel deserto, testate e firme autorevolissime vengano nel mio modestissimo e insignificante orticello. Più o meno da quando è nato, nel lontano 2011, "Note d'azzurro" si batte per il ritorno alla valorizzazione del vivaio calcistico tricolore, in tempi di esterofilia spinta fino ai limiti più grotteschi, di squadre di club con rose multinazionali (molte nazioni, sì, ma con l'Italia quasi sempre ai margini), di oriundi in rappresentativa: fantastiche "conquiste" che hanno prodotto, assieme ad altre concause, una netta caduta qualitativa del football dello Stivale, certificata dai risultati internazionali conseguiti dalle nostre società e dalle varie selezioni. 
Spiace che si sia dovuti passare attraverso un tremendo deserto di vittorie, soprattutto dal 2010 in poi, prima di approdare a un rinsavimento che è peraltro ancora parzialissimo. Sì, c'è un pizzico di coraggio in più nel gettare nella mischia freschi virgulti nati e cresciuti in casa, non lo si può negare: l'Atalanta ha avuto bisogno di un maestro di calcio come Gasperini per tornare a puntare con coraggio sul settore giovanile, un atto di intraprendenza e una progettualità sul lungo periodo che sono stati premiati da riscontri immediati; ma la sorpresa più grande la si è avuta con la scelta dell'Inter di investire proprio su uno dei Gasperson - Boys, Gagliardini, e del tecnico Pioli di lanciarlo subito fra i titolari, venendone ampiamente ripagato in termini di rendimento.
PARZIALE INVERSIONE DI TENDENZA - Il resto di questo ritorno alla... primavera altro non è che la fioritura di quanto era stato seminato nel corso del 2016: Sassuolo e Milan, per dire, avevano già sposato la linea tricolore, il Torino aveva gettato basi precise in sede di mercato, e gente come Benassi e soprattutto Belotti è emersa nitidamente, anche se la squadra sta pagando un conto salatissimo alla discontinuità di rendimento che, del resto, è uno dei rischi da mettere in conto, quando ci si affida così massicciamente alla gioventù. Poi, altre perle sparse qua e là: Immobile nella Lazio sta dimostrando di essersi lasciato alle spalle gli anni bui all'estero, il viola Bernardeschi è uscito dall'anticamera rendendosi protagonista di un torneo monstre, in termini di gol e di contributo al gioco, Insigne si è preso il Napoli di cui è ormai incursore inesorabile e mortifero, Rugani è sempre più a proprio agio al centro della difesa juventina. Tornando al Milan, Donnarumma ne è precocemente diventato un uomo simbolo, per quanto, parere personale, una lunga distanza lo separi ancora dalle vette di rendimento ed efficienza di Buffon. 
IL VALORIZZATORE VENTURA - Al CT Ventura il merito di non esser rimasto sordo di fronte a queste evidenze, e anzi di avere intercettato la tendenza amplificandola. Del resto, aver scelto lui come selezionatore indicava una strada ben precisa: la mission sarebbe stata quella di svecchiare il carrozzone azzurro, da troppo tempo ancorato ai medesimi e non più giovanissimi uomini, protagonisti in questi anni di imprese non sempre memorabili. Dopo l'eccessiva prudenza che ne ha caratterizzato i primi mesi di gestione, il trainer ex Toro ha rotto gli indugi ed è andato perfino oltre, arricchendo l'ultima convocazione con uomini come Politano, Spinazzola, Verdi, Petagna (chiamato in extremis per sostituire l'infortunato Gabbiadini) e perfino Meret, portierino  in emersione direttamente dalla Serie B, dove la sua Spal sta cercando di dare contorni concreti a un sogno promozione che, pochi mesi fa, pareva folle. 
STAGE PROLIFICI - Gli ultimi quattro citati, fra l'altro, arrivano dallo stage di febbraio. Proprio i famigerati stage con il cittì genovese hanno assunto un'importanza mai avuta in passato, quando parevano più che altro dei "contentini" per un Club Italia sempre più a corto di tempi e spazi per ritrovarsi, allenarsi, fare gruppo. Ora, questi incontri periodici riservati agli azzurrabili sono veri e propri pre - esami di ammissione: se li si affronta col piglio giusto, e se il rendimento coi club continua a essere elevato, il passaggio alla Nazionale maggiore è tutt'altro che proibitivo. Dopo lo stage di novembre, ad esempio, spiccò il volo Gagliardini, il talento che ora è sulla bocca di tutti, mentre l'ultimo ha messo in vetrina gente come Caldara, Conti, Locatelli e Pellegrini, che non mi stupirei di ritrovare a breve nel gruppone dei "grandi" assieme a Berardi, da tempo un "predestinato"; gruppone di cui, invece, sono ormai parte integrante Zappacosta e Sansone. 
Significativa, infortunio a parte, anche la giusta attenzione riservata a Gabbiadini, che Oltremanica è rinato a suon di gol, mentre in patria ha dovuto scontare a lungo problemi di scarso minutaggio in un Napoli che aveva altre frecce offensive al proprio arco e che a gennaio si è preso pure Pavoletti, passato, immaginiamo con quale soddisfazione, da trascinatore genoano a seconda o terza scelta sotto il Vesuvio, con tanti saluti a una chance azzurra ormai inafferrabile. 
ENTUSIASMI TROPPO FACILI - Insomma, descritto così, il futuro sembra roseo, ma tendenzialmente diffiderei di questa indigestione di facili entusiasmi costruiti sulla teoria, del vagheggiamento di dream team azzurri destinati a dominare il futuro calcistico europeo e planetario, di Nazionali italiane che stanno per acquisire l'aurea dell'imbattibilità. Servizi televisivi e paginate di giornali si sprecano, anche da parte di chi, per troppo tempo, di giovani italiani ha parlato poco e di malavoglia, preferendo concentrarsi su improbabili bombe di mercato internazionale, sulla caccia a presunti assi stranieri di discutibile valore, sulla inaccettabile massima secondo cui "se un italiano è bravo, il posto in squadra lo trova comunque", a voler indicare che negli ultimi anni i ragazzi di casa nostra erano tutti degli scarsoni, e invece si è quasi bruciata una generazione di piedi buoni, per andare dietro alla fregola esterofila. 
Diffido, dunque, perché chi si esalta così di punto in bianco avrà poi altrettanta facilità a scendere dal carro, qualora le cose non dovessero volgere subito al bello. Coi ragazzi in verde età ci vuole pazienza, qui lo si è sempre detto; prima di costruire una squadra bella, giovane e vincente occorre tempo, e Ventura non ne ha poi molto. Intanto ci sono una qualificazione mondiale ancora in alto mare, un non piccolo gap con la Spagna da colmare (creatosi proprio nella partita di andata con gli iberici, a causa di una gestione discutibile del match sul piano tattico e della scelta degli uomini) e un'Albania competitiva da battere questa sera, senza se e senza ma. Auguri.