mercoledì 29 marzo 2017

OLANDA - ITALIA, OVVERO UN'AMICHEVOLE UTILE. SUCCESSO CHE DA' CREDIBILITA' INTERNAZIONALE. ED E' UNA NAZIONALE SEMPRE PIU' "VERDE"


Un'amichevole è utile nel momento in cui fornisce contributi sostanziosi e concreti alla crescita di un progetto di squadra. Il test match di ieri sera all'Amsterdam Arena rientra in questa categoria di partite, perché lascia comunque un'eredità significativa. La più tangibile, innanzitutto: per un team in costruzione come l'attuale Club Italia, vincere in casa di una delle grandi del calcio mondiale, per quanto "acciaccata", è risultato di peso; accresce autostima, personalità e sicurezza dei giocatori, fa impennare la credibilità internazionale, abitua a confrontarsi senza paura coi valori di vertice del football, studiandone e carpendone i pregi. Non credo di dire un'eresia affermando che un confronto come quello di ieri, pur senza punti in palio, sia molto più "allenante", per usare un termine ultimamente assai in voga, di tante stracche partite della nostra Serie A. Senza dimenticare che anche le amichevoli sono importanti per guadagnare terreno nel ranking Fifa, che assai caro ci è costato nelle ultime fasi finali di  Mondiali ed Europei. 
OLANDA CALANTE MA VALIDA - Questo per quanto riguarda gli esiti più evidenti della spedizione olandese. Ma anche la prestazione ha fornito risposte tutto sommato confortanti: certo, ci sono stati momenti di sofferenza, soprattutto nella seconda metà della ripresa, perché, per quanto in periodo nero, la selezione arancione continua a valere un po' più dell'Albania, sul piano della classe pura. Ha un bagaglio tecnico che emerge ancora nitidamente, pur fra molte pause e limiti, bagaglio evidente in alcuni fraseggi, nella facilità di palleggio, in certe ficcanti incursioni nell'area altrui. Mancano forse, a questa Olanda crepuscolare, campioni autenticamente svettanti, in grado di restituire al gruppo un profilo vincente: qualche Sneijder in più, per dire; e fra l'altro non è un caso che i pericoli maggiori, per la porta azzurra, siano arrivati proprio nei soli dieci minuti in cui ha giocato l'ex fuoriclasse dell'Inter: due conclusioni estremamente insidiose, che hanno se non altro permesso a Donnarumma di far finalmente intravedere le sue doti, fino a quel momento rimaste nascoste per l'insipienza dei padroni di casa in fase conclusiva. 
PERSONALITA' AZZURRA - "Gigio" ha salvato la porta italiana con due splendide deviazioni, confermando la sua crescita recente. C'era bisogno di una conferma azzurra per lui, fin qui protagonista solo col club in campionato; ma non è stata l'unica nota lieta della serata. E' piaciuto l'approccio propositivo della squadra, trascinata nella fase iniziale da un Eder smanioso di rivincite, vicino al gol con un sinistro dalla distanza, quindi pronto a raccogliere una respinta della difesa e a fulminare Zoet con un destro dal limite a fil di palo, pareggiando immediatamente la casuale autorete di Romagnoli. Poi, dopo un colpo di testa di Martins Indi (con deviazione ancora di Romagnoli) ribattuto dalla traversa, i nostri han fatto loro l'incontro con Bonucci, che sugli sviluppi di un corner ha messo dentro una respinta d'istinto del portiere su inzuccata di Parolo. Più in generale, nella prima frazione gli uomini di Ventura sono parsi in perfetto controllo della situazione, abili nel gestire il gioco pur senza produrre, dopo le due reti, grosse fiammate in avanti, complici anche le difficoltà incontrate da Verratti nella posizione di suggeritore dietro le punte, nel 3-4-1-2 abbozzato dal cittì. 
NON IL MODULO MIGLIORE - Non è stato però un esperimento completamente fallito, come qualcuno ha sottolineato a botta calda: il genietto del Paris Saint Germain qualche buon lancio, qualche discreto assist è riuscito a confezionarlo, ma gli è mancata la continuità, certo non facile da trovare quando si è alle prese con una situazione tattica non abituale e poco congeniale. Rimane il fatto che non credo sia questo il modulo adatto all'Italia di oggi: si potrebbe forse trovare un miglior rendimento continuando a lavorare sul 4-2-4 o provando col 4-3-3, per sfruttare adeguatamente la nostra indemoniata batteria di incursori, come ripetutamente scritto qui in passato. 
LINEA VERDE A GO GO - Nella ripresa, l'Olanda ha giocoforza tenuto maggiormente il pallino nel tentativo di recuperare, ha anche creato qualche pericolo, come si è visto, ma gli azzurri, con un gioco più scarno ed essenziale, sono arrivati a loro volta in più di un'occasione vicini al tris: due volte Belotti, sfruttando i passaggi di Parolo e di Verratti, si è incuneato pericolosamente nell'area arancione, poi Spinazzola ha concluso un perentorio affondo sulla destra con un diagonale ribattuto alla bell'e meglio da Zoet. Belotti e Spinazzola hanno fatto la loro apparizione in un secondo tempo fra i più "verdi" nella storia del calcio azzurro: con loro, dentro anche Gagliardini, Petagna e, sul finire, pure Verdi. Ingiudicabili gli ultimi due, mentre Gagliardini, entrato in punta di piedi e inizialmente un po' sulle sue, ha gradatamente preso confidenza, giocando con pulizia, senza lampi, ma con disinvoltura, mettendo il piede in diverse azioni in fase di impostazione. 
PAROLO, SEMPRE UTILE - Dall'inizio erano invece in formazione altri tre "futuribili": in terza linea Romagnoli e Rugani, che hanno fatto bene (l'autorete del milanista non fa testo), mostrando sicurezza e tempismo nelle chiusure difensive: presto entrambi saranno titolari; sulla fascia destra si è confermato Zappacosta, meno esplosivo rispetto a Palermo ma sempre costante nell'appoggiare l'azione offensiva. Fra i veterani, qualche battuta a vuoto di Bonucci (ma il gol cancella le colpe), mentre ha ben impressionato Parolo, come al solito vivo e presente nelle tre fasi, filtro, costruzione e conclusione a rete. Elemento spesso sottovalutato ma di enorme utilità nell'economia della manovra azzurra, fin dai tempi di Prandelli.
Si torna dunque a casa con la certezza che il percorso intrapreso sia quello giusto. E c'è soprattutto la sensazione che finalmente un tabù storico della Nazionale del ventunesimo secolo sia stato abbattuto: la fiducia ai giovani c'è, e i giovani stanno rispondendo con prove convincenti. Sarebbe un peccato se di questo lavoro in prospettiva non si potessero cogliere già i primi frutti in Russia, l'anno prossimo. Eppure la qualificazione mondiale è totalmente in alto mare, proprio a causa di un peccato di inesperienza, quello di Ventura nella gestione del match di andata con la Spagna. Riusciremo a rimediare? 

sabato 25 marzo 2017

ITALIA - ALBANIA 2-0: IL 4-2-4 AZZURRO NON PRODUCE LUMINARIE OFFENSIVE. TROPPA COPERTURA E PAURA DI SBILANCIARSI, MA VERRATTI C'E'


Tre punti pesanti a parte, l'eredità più importante che ci lascia Italia - Albania è, o dovrebbe essere, la definitiva presa di possesso della leadership azzurra da parte di Verratti. Il salto di qualità già da tempo atteso è maturato nel corso del secondo tempo di Palermo, in particolare dopo l'interruzione causata dalle intemperanze di alcuni tifosi ospiti: il centrocampista del Paris Saint Germain, fino a quel momento protagonista di una prova assolutamente diligente ma senza impennate degne di nota (come spesso gli è capitato con la maglia della Nazionale), è salito in cattedra chiudendo e rilanciando, pressando, avanzando con autorità palla al piede, sfoderando assist, appoggiando in maniera inesausta la manovra offensiva. E' questo, o meglio, è anche questo ciò che gli si chiede: l'ex allievo di Zeman ha sempre brillato per il temperamento e la pulizia in fase di interdizione, ma la sua presenza non è sempre stata tangibile e continua allorché si trattava di contribuire alla costruzione del gioco. 
AL BANDO LA DIFFERENZA RETI... - Fosse riuscito a fare lo stesso anche nella prima frazione, forse i Ventura - boys avrebbero realizzato un punteggio ben più consistente del comunque positivo (e per nulla scontato) 2-0 finale. Pazienza: che sfidare la Spagna sul piano della differenza reti fosse improponibile lo si poteva intuire già ben prima dell'inizio della fase eliminatoria. La chiave di volta del girone era prevalere nel duplice scontro diretto: a Torino nell'autunno scorso è andata mezza buca, confidare nell'impresa a Madrid è ancora eccessivamente ottimistico, ma chissà, qualche speranziella non manca, e del resto questo Club Italia pare in crescita. Come ben sa chi segue il calcio, affinché venga fuori una partita godibile devono collaborare entrambe le compagini, e chi tenta di imbastire un football propositivo contro squadre chiuse a riccio fa una fatica del diavolo. 
UN 4-2-4 SBILANCIATO... ALL'INDIETRO - Ecco il principale limite azzurro emerso dalla serata palermitana: un 4-2-4 solo nominale ma depotenziato dall'ispido schieramento albanese allestito da Gianni De Biasi. Difesa serrata e centrocampo infoltito, occupazione militare del terreno per rendere quasi impossibile la manovra dei padroni di casa, ma anche, almeno nella prima fase, affondo micidiali, uno dei quali per poco non portava al fulmineo vantaggio dei rossi con Cikalleshi, che con un diagonale sfiorava il palo alla sinistra di Buffon. Per arginare i pericoli insiti in questa disposizione avversaria tipicamente "all'italiana", e nel contempo evitare un eccessivo sbilanciamento in avanti, almeno tre dei nostri quattro uomini avanzati si sono visti spesso a centrocampo, se non in terza linea, per dar manforte ai compagni in inferiorità numerica. Soprattutto Insigne e Belotti si sono prodigati in numerosi ripiegamenti, ma se sottrai al reparto d'attacco due elementi così mortiferi in fase di tiro, beh, non puoi che risultare assai meno pericoloso e in buona parte sterile. 
VERRATTI HA ACCESO LA LUCE - Per mandare all'aria un quadro tattico così bloccato occorre quasi sempre un episodio, qual è stato il fallo da rigore su Belotti che ha consentito a De Rossi di segnare dal dischetto, confermandosi come uno dei centrocampisti puri più prolifici nell'intera storia del calcio azzurro; poi, fino alla fine del primo tempo, solo un'altra autentica opportunità per i nostri, con Belotti che, servito da Verratti, ha sparato in porta incocciando sulla deviazione in angolo del portiere.
Col passare dei minuti, gli albanesi si sono un po' disuniti, vuoi  per la pazienza dei nostri nel tessere una tela che nell'immediato non dava frutti, vuoi per la già citata crescita esponenziale di Verratti, autentico uomo chiave della zona nevralgica e sulla trequarti. Così, le occasioni di pungere sono aumentate: due spunti di Immobile (ancora assist di Verratti) e Candreva sono stati rintuzzati in uscita da Strakosha, Bonucci ha mancato il bersaglio di testa da buona posizione, poi un'incornata di Immobile su traversone di Zappacosta ha fissato il punteggio finale. 
ZAPPACOSTA OK - Lo stesso Zappacosta aveva tentato il colpo grosso poco prima, con un destro fuori misura dalla distanza. E proprio l'esterno destro del Torino ha rappresentato una delle note più liete del match: magari non sempre irreprensibile dietro, è stato però puntualissimo e costante negli sganciamenti, cercando spesso il cross (peccando a volte di precisione) e appoggiando con proprietà l'azione d'attacco; ma anche le sue sollecitazioni in fascia son servite a poco, perché spesso non adeguatamente seguite da compagni impegnati a sdoppiarsi fra filtro e spinta, e perciò in ritardo all'appuntamento offensivo. Più sulle sue sull'altro versante De Sciglio, attentissimo a tenere la posizione arretrata, così come De Rossi, rigore escluso, si è fatto valere soprattutto in copertura, comparendo nell'area avversaria con un paio di tentativi di testa su due corner, tentativi andati entrambi fuori bersaglio. 
MECCANISMO DA OLIARE - Alla fine, rischio iniziale a parte, per gli uomini di Ventura una gara in assoluto controllo dell'avversario, con molte più luci che ombre, anche a indicare che, al di là della felice crescita di realtà europee un tempo di basso livello, certe distanze rimangono ancora notevoli, e che un'Italia in forma non può temere un'Albania sia pure ringalluzzita. Ma, va ribadito, è un peccato che un match giocato con tale disinvoltura non abbia prodotto una mole di gioco offensivo all'altezza della buona disposizione tattica e mentale degli undici in campo. Forse la squadra non è ancora sufficientemente a punto per utilizzare un modulo così spregiudicato, che necessita di equilibri delicatissimi e precisi al millimetro: equilibri ieri sera ricercati, e perfettamente trovati, solo in chiave di contenimento. 
MODULO PER INCURSORI - Del resto, non è assolutamente detto che moltiplicando gli uomini d'attacco si riesca a far breccia nelle maglie di squadre copertissime: forse in certi casi sarebbe più utile un centrocampista puro, magari più di spinta che di filtro, che non un incursore, e forse al Barbera un 4-3-3 avrebbe creato maggiori presupposti per andare a rete, ma non avremo mai la controprova. Tuttavia, come si è sottolineato più volte da queste parti, proprio di incursori in questo periodo il calcio azzurro abbonda, e il 4-2-4 è la formula più adatta a valorizzarne il maggior numero possibile: il prossimo a meritare qualche chances con maggior insistenza rispetto al passato sarà, ad esempio, l'indemoniato Bernardeschi di questa stagione. 
Ecco perché il cittì insisterà su questa strada: del resto ha ora davanti due amichevoli di discreto lusso (Olanda la settimana prossima, Uruguay  a giugno) e un abbordabile impegno di qualificazione col Lichtenstein per mettere a punto il meccanismo e presentarsi in Spagna, a settembre, con la possibilità di usufruire di una valida alternativa tattica, per cercare la vittoria in modo non scriteriato, nel segno di un manzoniano "adelante, con juicio". Rimane poi l'auspicio che i mesi che ci separano dal redde rationem del Bernabeu servano a dare la stura a un rinnovamento ancor più sostanziale che virtuale, perché alla fine, gira che ti rigira, ai Barzagli e ai De Rossi non si riesce proprio a rinunciare, nemmeno quando la caratura degli avversari (buona, ma non eccelsa, come ieri sera) dovrebbe indurre a osare un po' di più anche nella scelta degli uomini. 

venerdì 24 marzo 2017

VERSO ITALIA - ALBANIA: DOPO ANNI DI ESTEROFILIA, STAMPA IN DELIRIO PER I GIOVANI AZZURRI. SARA' TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA?

                                     Gagliardini, uomo nuovo del centrocampo azzurro

Dopo l'ormai consueta, lunghissima pausa invernale, torna la Nazionale, e tutt'attorno si respira un clima nuovo, inebriante, di entusiasmo ritrovato. Entusiasmo aprioristico, beninteso, quindi il più pericoloso, pronto a tramutarsi in critica feroce nel caso in cui il campo non mantenesse le abbacinanti promesse. Certo, quest'aria frizzantina ha una nobile motivazione: i ranghi azzurri sono in fase di profondo rinnovamento, ma soprattutto il sistema - calcio italiano nel suo complesso sembra finalmente aprirsi (coi tempi operativi di un bradipo...) alla riscoperta dei ragazzi di casa nostra.
TOH, HANNO RISCOPERTO IL VIVAIO - Fa piacere che, dopo anni passati a predicare quasi nel deserto, testate e firme autorevolissime vengano nel mio modestissimo e insignificante orticello. Più o meno da quando è nato, nel lontano 2011, "Note d'azzurro" si batte per il ritorno alla valorizzazione del vivaio calcistico tricolore, in tempi di esterofilia spinta fino ai limiti più grotteschi, di squadre di club con rose multinazionali (molte nazioni, sì, ma con l'Italia quasi sempre ai margini), di oriundi in rappresentativa: fantastiche "conquiste" che hanno prodotto, assieme ad altre concause, una netta caduta qualitativa del football dello Stivale, certificata dai risultati internazionali conseguiti dalle nostre società e dalle varie selezioni. 
Spiace che si sia dovuti passare attraverso un tremendo deserto di vittorie, soprattutto dal 2010 in poi, prima di approdare a un rinsavimento che è peraltro ancora parzialissimo. Sì, c'è un pizzico di coraggio in più nel gettare nella mischia freschi virgulti nati e cresciuti in casa, non lo si può negare: l'Atalanta ha avuto bisogno di un maestro di calcio come Gasperini per tornare a puntare con coraggio sul settore giovanile, un atto di intraprendenza e una progettualità sul lungo periodo che sono stati premiati da riscontri immediati; ma la sorpresa più grande la si è avuta con la scelta dell'Inter di investire proprio su uno dei Gasperson - Boys, Gagliardini, e del tecnico Pioli di lanciarlo subito fra i titolari, venendone ampiamente ripagato in termini di rendimento.
PARZIALE INVERSIONE DI TENDENZA - Il resto di questo ritorno alla... primavera altro non è che la fioritura di quanto era stato seminato nel corso del 2016: Sassuolo e Milan, per dire, avevano già sposato la linea tricolore, il Torino aveva gettato basi precise in sede di mercato, e gente come Benassi e soprattutto Belotti è emersa nitidamente, anche se la squadra sta pagando un conto salatissimo alla discontinuità di rendimento che, del resto, è uno dei rischi da mettere in conto, quando ci si affida così massicciamente alla gioventù. Poi, altre perle sparse qua e là: Immobile nella Lazio sta dimostrando di essersi lasciato alle spalle gli anni bui all'estero, il viola Bernardeschi è uscito dall'anticamera rendendosi protagonista di un torneo monstre, in termini di gol e di contributo al gioco, Insigne si è preso il Napoli di cui è ormai incursore inesorabile e mortifero, Rugani è sempre più a proprio agio al centro della difesa juventina. Tornando al Milan, Donnarumma ne è precocemente diventato un uomo simbolo, per quanto, parere personale, una lunga distanza lo separi ancora dalle vette di rendimento ed efficienza di Buffon. 
IL VALORIZZATORE VENTURA - Al CT Ventura il merito di non esser rimasto sordo di fronte a queste evidenze, e anzi di avere intercettato la tendenza amplificandola. Del resto, aver scelto lui come selezionatore indicava una strada ben precisa: la mission sarebbe stata quella di svecchiare il carrozzone azzurro, da troppo tempo ancorato ai medesimi e non più giovanissimi uomini, protagonisti in questi anni di imprese non sempre memorabili. Dopo l'eccessiva prudenza che ne ha caratterizzato i primi mesi di gestione, il trainer ex Toro ha rotto gli indugi ed è andato perfino oltre, arricchendo l'ultima convocazione con uomini come Politano, Spinazzola, Verdi, Petagna (chiamato in extremis per sostituire l'infortunato Gabbiadini) e perfino Meret, portierino  in emersione direttamente dalla Serie B, dove la sua Spal sta cercando di dare contorni concreti a un sogno promozione che, pochi mesi fa, pareva folle. 
STAGE PROLIFICI - Gli ultimi quattro citati, fra l'altro, arrivano dallo stage di febbraio. Proprio i famigerati stage con il cittì genovese hanno assunto un'importanza mai avuta in passato, quando parevano più che altro dei "contentini" per un Club Italia sempre più a corto di tempi e spazi per ritrovarsi, allenarsi, fare gruppo. Ora, questi incontri periodici riservati agli azzurrabili sono veri e propri pre - esami di ammissione: se li si affronta col piglio giusto, e se il rendimento coi club continua a essere elevato, il passaggio alla Nazionale maggiore è tutt'altro che proibitivo. Dopo lo stage di novembre, ad esempio, spiccò il volo Gagliardini, il talento che ora è sulla bocca di tutti, mentre l'ultimo ha messo in vetrina gente come Caldara, Conti, Locatelli e Pellegrini, che non mi stupirei di ritrovare a breve nel gruppone dei "grandi" assieme a Berardi, da tempo un "predestinato"; gruppone di cui, invece, sono ormai parte integrante Zappacosta e Sansone. 
Significativa, infortunio a parte, anche la giusta attenzione riservata a Gabbiadini, che Oltremanica è rinato a suon di gol, mentre in patria ha dovuto scontare a lungo problemi di scarso minutaggio in un Napoli che aveva altre frecce offensive al proprio arco e che a gennaio si è preso pure Pavoletti, passato, immaginiamo con quale soddisfazione, da trascinatore genoano a seconda o terza scelta sotto il Vesuvio, con tanti saluti a una chance azzurra ormai inafferrabile. 
ENTUSIASMI TROPPO FACILI - Insomma, descritto così, il futuro sembra roseo, ma tendenzialmente diffiderei di questa indigestione di facili entusiasmi costruiti sulla teoria, del vagheggiamento di dream team azzurri destinati a dominare il futuro calcistico europeo e planetario, di Nazionali italiane che stanno per acquisire l'aurea dell'imbattibilità. Servizi televisivi e paginate di giornali si sprecano, anche da parte di chi, per troppo tempo, di giovani italiani ha parlato poco e di malavoglia, preferendo concentrarsi su improbabili bombe di mercato internazionale, sulla caccia a presunti assi stranieri di discutibile valore, sulla inaccettabile massima secondo cui "se un italiano è bravo, il posto in squadra lo trova comunque", a voler indicare che negli ultimi anni i ragazzi di casa nostra erano tutti degli scarsoni, e invece si è quasi bruciata una generazione di piedi buoni, per andare dietro alla fregola esterofila. 
Diffido, dunque, perché chi si esalta così di punto in bianco avrà poi altrettanta facilità a scendere dal carro, qualora le cose non dovessero volgere subito al bello. Coi ragazzi in verde età ci vuole pazienza, qui lo si è sempre detto; prima di costruire una squadra bella, giovane e vincente occorre tempo, e Ventura non ne ha poi molto. Intanto ci sono una qualificazione mondiale ancora in alto mare, un non piccolo gap con la Spagna da colmare (creatosi proprio nella partita di andata con gli iberici, a causa di una gestione discutibile del match sul piano tattico e della scelta degli uomini) e un'Albania competitiva da battere questa sera, senza se e senza ma. Auguri.