martedì 4 aprile 2017

LA PROPOSTA DI MOGOL, LAVEZZI, MUSSIDA E SALERNO: RIFORMARE IL FESTIVAL DI SANREMO. PROGETTO CON PIU' CONTRO CHE PRO


Negli ultimi giorni ha avuto ampia diffusione sul web una "proposta di riforma" del Festival di Sanremo. L'iniziativa, rilanciata da diversi siti specializzati, è stata elaborata da un gruppo di storici autori e musicisti, mostri sacri della canzone nostrana, e verrà portata avanti anche attraverso una petizione rivolta alla Rai, al Comune rivierasco e al Ministero dei Beni Culturali. In estrema sintesi, il punto chiave di tale progetto è il seguente: mettere in concorso venti canzoni di autori italiani, scelte da una commissione formata da esperti di provata esperienza e professionalità, e in un secondo momento assegnare tali pezzi ad altrettanti interpreti proposti dalle case discografiche (sia major sia indipendenti). 
LA CANZONE CHE LANCIA IL CANTANTE - Gli ideatori di questa "bozza di riforma" sono Mario Lavezzi, Franco Mussida, Mogol e Alberto Salerno, veterani che non hanno certo bisogno di presentazioni. Su quali basi nasce? La constatazione che ultimamente il fulcro dell'universo festivaliero sia più la figura dell'interprete che il pregio della proposta canora in sé; a ciò non sarebbe estraneo un eccessivo peso delle case discografiche: "Oggi, nella compilazione della rosa dei concorrenti - hanno dichiarato i promotori dell'iniziativa - intervengono le case, costringendo la direzione artistica a rispettare equilibri che non necessariamente hanno a che fare con la validità della proposta. E, in secondo luogo, si privilegia il personaggio, e non la canzone". Un modus operandi in cui il livello qualitativo dei brani passerebbe in secondo piano. 
A monte di tutto, un presunto dato di fatto che vedrebbe nella rassegna ligure un contenitore televisivo di grande successo, ma in cui la musica non avrebbe più la centralità di un tempo. E per restituirle centralità, secondo questa proposta, occorre tornare a valorizzarne l'essenza, ossia le opere di qualità; proprio come nel Sanremo dei primordi, in cui era la canzone, se ben scritta, a lanciare il cantante, e non viceversa. 
PROPOSTA ANACRONISTICA? - Certo, l'idea in sé per sé merita rispetto, e non solo perché portata avanti da autentici fuoriclasse della musica tricolore. Sono degni di nota l'importanza che viene ancora attribuita alla ribalta sanremese e il desiderio di migliorarne la credibilità artistica, ma la sensazione è che lo si voglia fare con una proposta che pare fuori dal tempo e un tantino sganciata dalla realtà. Per una marea di ragioni. 
Innanzitutto è bizzarro che tale presa di posizione si manifesti all'indomani di un triennio sanremese, quello griffato Carlo Conti, contraddistintosi proprio per un riavvicinamento della kermesse agli standard degli anni d'oro, quelli in cui era in primis una rassegna musicale e solo in seconda battuta uno spettacolo ad uso catodico: abbiamo avuto una crescita esponenziale del numero di Campioni in competizione (passati dai quattordici delle gestioni Morandi e Fazio ai venti del 2015/2016 fino ai ventidue di quest'anno), i giovani riportati in "prime time" dopo anni di esibizioni a notte fonda, un meccanismo di gara ad eliminazione che ha comunque consentito l'ascolto dei pezzi un minimo di due volte per ogni big, anche per quelli usciti per primi di scena, con vetrina promozionale garantita dunque a tutti. Ci sono state edizioni, in passato (penso alla primissima di Fazio, nel '99, o a quella di Panariello nel 2006), in cui davvero la tenzone canora si perdeva, immersa nelle esibizioni di arte varia di uno show dilatato a dismisura e riempito di troppi elementi extra; ma pensiamo anche a certi Festival a cavallo fra prima e seconda decade di questo secolo, che portavano appena una decina di cantanti alla serata finale, per dire... 
IL FALLIMENTO DELL'ESPERIENZA '75 - La proposta delle venti canzoni da abbinare successivamente agli interpreti pare fuori tempo massimo anche sul piano di un'analisi storica del Festival: la presentazione del "pacchetto completo" cantante - canzone, in sede sanremese, è un dato di fatto acquisito dal 1972 (non a caso l'anno in cui venne dismessa la caratteristica doppia esecuzione di ciascun pezzo), ed è un modus operandi del tutto ovvio, per quella che è stata l'evoluzione della discografia e del mercato. L'unica volta che si azzardò un ritorno all'antico simile a quello proposto in questi giorni fu nel 1975: prima la scelta delle opere da ammettere alla competizione, poi successivo abbinamento coi cantanti.
Un tentativo di slegarsi dagli interessi dell'industria musicale che ebbe effetti nefasti: le principali aziende discografiche boicottarono la rassegna, il cast fu composto in larga parte da artisti giovani, debuttanti, semisconosciuti o di seconda schiera. Le vendite dei vinili scesero ai minimi, nessun nome nuovo emerse nitidamente, la kermesse rischiò seriamente l'estinzione. Ebbe bisogno di anni per rimettersi in piedi e riconquistare l'antica gloria: lo potè fare, piaccia o meno, solo grazie al ritorno a una stretta partnership con le case e al definitivo pensionamento del motto anni Cinquanta "prima la canzone, poi il cantante", che era dunque ampiamente superato già quattro decenni fa. Quando ancora, oltretutto, non avevano sfondato i cantautori, che oggi sono una realtà di primissimo piano del panorama pop e che non sarebbe facile collocare, in una gara così concepita. Certi inquietanti precedenti dovrebbero indurre a maggiore prudenza, così come altre esperienze sanremesi traumatiche, ad esempio quella del 2004, del Festival di Tony Renis organizzato senza la collaborazione delle major dell'epoca.
E poi: sicuri che, attualmente, nelle selezioni delle canzoni si tenga conto più del personaggio che della proposta? Il cast dell'ultima kermesse è stato molto coraggioso e spiazzante, in tal senso, con tanti nomi non notissimi al grande pubblico, mentre molti veterani ogni anno vengono esclusi, pur essendo volti in grado di bucare lo schermo della tv generalista.
CASE DISCOGRAFICHE IN PRIMO PIANO DA DECENNI - Sorprende anche che si levi alto, oggi, il coro dei lamenti contro lo strapotere delle case discografiche, che a  Sanremo hanno un peso decisivo da tempo immemore, coi suoi pro e i suoi contro. Sui contro non posso pronunciarmi granché, non essendo dentro i meccanismi artistici e "politici" che presiedono alla scelta di cantanti e canzoni per il Festival (scelta che però, per quel che posso intuire dall'esterno, è molto più corretta e trasparente di quanto spesso certi ipercritici vogliano lasciare intendere); i pro sono stati diversi: presenza in Riviera di qualche grosso nome autentico, di cantanti in declino che si son potuti rilanciare, di giovani mandati in orbita (a volte fino a diventare star internazionali), di personaggi di media visibilità che hanno potuto così tenere a galla carriere non esaltanti ma dignitose, e di un gruzzolo di belle canzoni diventate evergreen. Non molto, evidentemente, ma neanche pochissimo.
SUCCESSO E QUALITA'? QUEST'ANNO CI SON STATI... - Oltretutto, anche il messaggio di fondo che sembra di leggere nel lancio di questa petizione è abbastanza discutibile: la proposta di un ritorno della qualità musicale, come se quanto ascoltato negli ultimi anni all'Ariston fosse in larga parte materiale di basso livello. "Pochissimi ricordano, stagione dopo stagione - dicono i "riformisti" - le canzoni che hanno partecipato al Festival, se non addirittura quelle che hanno vinto". 
Anche in questo caso mi par di ravvisare scarso tempismo: dire ciò poche settimane dopo un Sanremo da cui ha preso il volo un tormentone destinato a diventare epocale ("Occidentali's karma"), in cui si è definitivamente consacrato uno dei cantautori emergenti di maggior talento (Ermal Meta), in cui si è rilanciato un ragazzino che pareva bruciato verde (Michele Bravi), in cui si sono avute piacevoli conferme (Moro) e riscoperte (Turci), ecco, pare un po' intempestivo. Ed è anche un po' contraddittorio: perché forse è vero in parte, come dicono, che "i brani che a fine anno ottengono maggior successo quasi mai passano dall'Ariston" (ma credo che a fine 2017 si avranno riscontri diversi: Gabbani è già triplo platino, per dire...), ma se il metro dev'essere il successo discografico, beh, fra i dischi record dell'ultimo lustro ci sono quelli del buon Fabio Rovazzi o, in ambito internazionale, Psy col suo "Gangnam Style". Musica di pregio? Parlare di qualità  nel panorama leggero è argomento scivoloso e troppo esposto ai gusti e alle propensioni soggettive; allo stesso modo, è innegabile che se un singolo lanciato da Sanremo non sfonda in classifica, non vuol dire necessariamente sia brutto: su questo blog, in passato, ho dedicato più di un articolo ai "gioielli sanremesi" rimasti nascosti, belle canzoni non baciate da una fortuna commerciale che avrebbero meritato. 
LAVORARE SULLE STRUTTURE ESISTENTI - In definitiva: il Festivalone, l'ho sempre scritto anche qui, è ben lungi dall'essere la manifestazione musicale perfetta. Ma non è neanche giusto ignorarne i progressi recenti, o vagheggiare rivoluzioni organizzative che snaturerebbero totalmente l'evento, trasformandolo in un'altra cosa. Perché Sanremo ha bisogno dei personaggi, del glamour, della leggerezza. Sanremo "è pop". La musica italiana in generale è forse scaduta di tono nell'ultimo decennio (ma secondo me è in fase di netta ripresa), però il problema non è all'Ariston: è nella ricerca di nuovi ragazzi di valore, affidata in massima parte ai soli talent show con tutti i loro limiti, e nella carenza di autori. Lavezzi e colleghi si concentrino su queste ultime lacune, in prima istanza: il miglioramento del Sanremone verrà poi di conseguenza. Se un difetto si vuol trovare nelle scelte artistiche di Conti, può essere l'eccessiva presenza di interpreti "mainstream" e la scarsa considerazione per quelli di nicchia (che però forse non si sono neanche candidati, chi lo sa). Da questo punto di vista, il duo Fazio - Mauro Pagani del biennio 2013-2014 aveva fatto davvero un bel lavoro, portando alla ribalta gente come Sinigallia, Giuliano Palma, i Perturbazione, Bloody Beetroots, Frankie Hi NRG, Simona Molinari, realizzando un Festival davvero "open". La dimostrazione che si può cambiare marcia e alzare il tiro senza dover necessariamente stravolgere le strutture esistenti.